Scintille di Torah III: Numeri

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sui nostri profili Instagram e Facebook.

Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dei Numeri pubblicati nel 2024.

BEMIDBAR

Questa settimana comincia la lettura del quarto libro della Torah: Bemidbar (Numeri), incentrato sul tema delle peregrinazioni degli Israeliti in viaggio verso la terra promessa.

In questo libro troviamo molte scene che richiamano ciò che era già stato narrato nell’Esodo: di nuovo gli Israeliti sperimentano la mancanza di acqua e cibo nel deserto; di nuovo essi si ribellano contestando la leadership di Moshè; e di nuovo il popolo si macchia di un grave peccato che lo porta sulla soglia della completa rovina, come era avvenuto nell’episodio del vitello d’oro.

Eppure tra i due libri, che appaiono così simili, c’è una sostanziale differenza: quella vissuta nell’Esodo era una fuga dalla schiavitù, un cammino di liberazione, mentre questa volta si tratta di un viaggio verso una meta ambita. Il popolo ha già lasciato l’Egitto, ha ricevuto le leggi divine, ha inaugurato il Santuario, e ora è chiamato ad avanzare in direzione della terra di Kenaan.

Si potrebbe credere allora che il peggio sia passato e che la storia degli Israeliti si evolva a questo punto all’insegna del progresso e dell’ottimismo, ma non è affatto così: il viaggio si fa invece più duro, le ribellioni diventano più gravi, l’atmosfera assume toni molto cupi e persino l’autorità di Moshè comincia a traballre.

Come nota Rabbi Jonathan Sacks, fuggire dall’oppressione è spesso più facile che costruire una nuova società. L’essere umano è capace di rompere con il passato con una forza sorprendente, ma non riesce altrettanto bene a dare forma al proprio futuro.

Nella vita degli individui come in quella delle grandi comunità, si corre il rischio di rigettare con forza ciò che non vogliamo, senza però sapere quale nuova alternativa sceglieremo per elevare la nostra condizione, finendo così per rimpiangere il passato. Questo è l’insegnamento senza tempo che possiamo apprendere dal Libro di Bemidbar.


NASÒ

E HaShem disse ancora a Moshè: Parla ad Aharon e ai suoi figli e di’ loro: Voi benedirete così i figli di Israele… (Numeri 6:22-23).

All’interno della parashah di questa settimana è incluso il testo della Birkat Kohanim, la benedizione sacerdotale che i discendenti di Aharon sono chiamati a pronunciare solennemente su tutto il popolo d’Israele, e che ancora oggi gli Ebrei di stirpe sacerdotale impartiscono come nei tempi antichi.

La formula recita: “Ti benedica il Signore e ti protegga; faccia il Signore risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio; il Signore volga verso di te il suo volto e ti conceda pace”.

La grande studiosa Nechama Leibowitz nota che la benedizione è costituita da tre frasi, di cui la prima è composta (in ebraico) da tre sole parole, la seconda da cinque e la terza da sette.

In questo modo, il testo genera un senso di progresso e incremento, con l’idea della vicinanza alla Divinità che si accresce in maniera graduale. Il culmine della benedizione è perciò rappresentato dalla frase “…e ti conceda pace”.

Ciò è significativo, come spiega il commentario Haemek Davar: “Dopo tutte le benedizioni, siamo infine benedetti con l’elemento che tiene ogni cosa insieme. Senza un senso di pace, non può esserci infatti un vero piacere derivante da alcuna benedizione”.


BEHAALOTEKHÀ

…E quando lo spirito si posò su di loro, essi profetizzarono. […] E si levò un vento da parte di HaShem e portò delle quaglie dal mare (Numeri 11:25-31).

Nel brano di questa settimana troviamo gli Israeliti posti di fronte a due bisogni differenti, apparentemente opposti. Il primo è il bisogno di guide spirituali: Moshè, da solo, non riesce più a gestire le esigenze del popolo, e si mostra ormai esasperato.

Il secondo è invece un bisogno puramente fisico: gli Israeliti, da tempo accampati nel deserto, provano il forte desiderio di mangiare carne.

Il testo narra che Dio interviene per soddisfare entrambe le necessità: dapprima Egli infonde “il suo spirito” sui settanta anziani d’Israele, permettendo loro di profetizzare, e dunque di affiancare Moshè (11:25).

Poco dopo, per ordine del Creatore, si alza un vento che fa cadere uno stormo di quaglie dal cielo, in modo che gli Israeliti possano sfamarsi (11:31).

Come osserva Rav Yoel Bin-Nun, sia lo spirito che il vento sono indicati nel testo ebraico con lo stesso termine: Rùach, che ha infatti due significati.

Il “vento” o “spirito” di Dio è quindi ciò che conferisce agli uomini i doni metafisici (la profezia dei settanta anziani), ma anche ciò che soddisfa le loro necessità materiali (la carne delle quaglie).

La Torah riconduce così l’appetito fisico e quello mistico a un’unica fonte divina, conciliando il dualismo tra il corpo e lo spirito.


SHELACH

E tutti i figli d’Israele mormorarono contro Moshè e contro Aharon, e tutta la comunità disse loro: Fossimo morti nel paese d’Egitto! O fossimo pure morti in questo deserto! (Numeri 14:2).

Quando finalmente gli Israeliti si apprestano a fare il loro ingresso nella terra promessa, un evento nefasto fa sgretolare le loro speranze: gli esploratori inviati da Moshè in avanscoperta, terrorizzati dagli abitanti del paese, scoraggiano il popolo, il quale a sua volta si ribella e propone persino di ritornare in Egitto.

Viene così emesso un tragico decreto divino: Israele resterà nel deserto per quarant’anni, fino a che tutta la generazione dei ribelli si sarà estinta.

Riflettendo sul comportamento degli Israeliti in questo episodio, Maimonide intende il loro errore come il riflesso della natutale incapacità umana a passare da un estremo a un altro in tempi rapidi: una nazione vissuta in schiavitù non può facilmente tramutarsi in un esercito coraggioso e pronto alla battaglia, neppure dopo aver assistito a eventi miracolosi.

Maimonide (Guida dei Perplessi, 3, 32) interpreta così il decreto divino non tanto come una punizione, quanto piuttosto come l’opportunità concessa al popolo per maturare e per far crescere una nuova generazione che non abbia mai conosciuto la condizione servile.

Una lettura simile è adottata da Shadal, che vede i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto come un tempo di preparazione senza il quale Israele non avrebbe potuto interiorizzare adeguatamente il messaggio della Torah.

Dietro il linguaggio molto aspro delle punizioni bibliche, si cela talvolta un disegno positivo, un rimedio alle debolezze umane che appare sgradevole, ma che si rivela in definitiva orientato verso il bene.


KORACH

Nella parashah di Korach, il grande profeta Moshè si ritrova ad affrontare una serie di ribellioni e contestazioni senza precedenti, che mettono gravemente in discussione il suo ruolo.

Korach e insuoi seguaci insorgono rivendicando un “sacerdozio democratico”; Datan e Aviram rigettano l’autorità di Moshè; l’intero popolo mormora contro i suoi capi accusandoli di voler sterminare la comunità.

Per risolvere tutte queste dispute e riportare l’ordine, Moshè segue un’unica strategia: si affida esclusivamente agli spettacolari prodigi operati da Dio.

Leggiamo così che la terra si apre per far sprofondare alcuni ribelli, un fuoco disceso dal cielo ne divora altri; una piaga si abbatte poi sul popolo e un’offerta di incenso espia le colpe d’Israele ponendo fine al flagello. Infine, il bastone di Aharon fiorisce miracolosamente come prova della legittimità del sacerdozio stabilito dalla Torah.

Eppure, nessuno di questi portenti si rivela davvero efficace per le coscienze del popolo, e anche dopo aver assistito a tanti segni divini, gli Israeliti non smettono di dubitare dei propri leader carismatici.

A questo proposito, Rabbi Menachem Liebtag spiega: “I miracoli possono avvenire, ma se non si riesce a tradurre un miracolo in un messaggio educativo, non sarà servito a nulla. Il compito degli educatori è quello di creare una memoria trasformativa capace di modellare il comportamento dei loro allievi”.

Nel deserto, sotto la guida di Moshè, a Israele non mancavano certo i prodigi. Ciò che però era divenuto carente in questa fase della storia biblica era proprio il messaggio educativo, il dialogo, e ciò sia a causa del popolo (troppo ingrato e ostinato nelle sue ribellioni) che dei suoi capi, ormai non più disposti a sopportare un carico tanto gravoso.


CHUKKAT

Chi avrà toccato un cadavere umano sarà impuro per sette giorni (Numeri 19:11).

La parashah di questa settimana inizia con il rito della Parah Adumah (“mucca rossa”), grazie a cui è possibile liberarsi dallo stato di impurità generato dal contatto con un cadavere.

L’idea che un corpo morto trasmetta impurità (una condizione spirituale che preclude agli uomini di accedere al Santuario) era stata già ampiamente espressa nel libro precedente, il Levitico. Soltanto ora, però, con sorprendente ritardo, la Torah fornisce il rimedio a tale forma di impurità.

Per quale motivo il rito della Parah Adumah non è stato incluso nel Levitico? In fondo, quest’ultimo è il libro incentrato sul Santuario, sul suo culto e sulle cerimonie di purificazione necessarie ad accedervi. Come si spiega l’apparizione tardiva di un precetto tanto importante?

Secondo Rabbi Moshe Shammah, il motivo è legato al fatto che questo rito costituisce un’eccezione: al contrario delle altre procedure di purificazione, esso non si svolgeva nel Santuario, bensì “fuori dall’accampento” (19:3). La distanza che la Torah intende porre tra la morte e la realtà sacra della vita è tale che anche la purificazione da un corpo morto deve avvenire lontano dalla dimora divina.

Tale peculiarità del rito si riflette dunque anche sul piano testuale e letterario, con la collocazione del brano della Parah Adumah al di fuori del libro dedicato al Santuario.

Ma c’è una ragione forse ancora più profonda: dal momento che la Parah Adumah rappresenta il superamento del “trauma spirituale” della morte, essa è stata collocata in un punto cruciale del racconto biblico, subito prima della morte di Miriam, sorella di Moshè (20:1), evento che segna l’inizio del tramonto della vecchia generazione destinata a perire nel deserto, ma anche l’alba della nuova generazione di coloro che entreranno nella terra promesssa.


BALAK

E l’asina disse a Bilam: «Che ti ho fatto per percuotermi in questo modo tre volte?». E Bilam disse all’asina: «Perché ti sei burlata di me. Se avessi una spada in mano, ora ti ammazzerei» (Numeri 22:28-29).

Il brano di questa settimana mette a dura prova i lettori con uno dei fenomeni più singolari della Bibbia: un’asina che all’improvviso inizia a discutere con il suo padrone, il profeta pagano Bilam.

Nel corso dei secoli, molti commentatori si sono confrontati con l’idea bizzarra che un somaro possa ricevere il dono della parola. L’interpretazione più comune sostiene che tale avvenimento sia stato reso possibile da un miracolo. Ciò significherebbe però che la Torah parli in questo caso di un vero sconvolgimento temporaneo delle leggi della natura, un concetto che molti non sono favorevoli ad accettare.

Già gli antichi Maestri, nel Pirkè Avot, tramandano un insegnamento secondo cui la bocca dell’asina di Bilam, assieme ad altri prodigi narrati dalla Bibbia, sarebbe già stata formata al tempo della Creazione del mondo. Con questa espressione si intende affermare che anche i miracoli facciano in qualche modo parte della natura e che non rappresentino una violazione dell’ordine del cosmo già prestabilito al principio del tempo.

Maimonide, seguendo il suo consueto approccio razionalista, ritiene che l’asina di Bilam non abbia mai parlato, e che l’intero racconto sia da intendere come una visione avvenuta nella mente dello stregone.

Tale interpretazione ha il vantaggio di giustificare la completa mancanza di stupore da parte di Bilam, il quale assiste al prodigio senza mostrare sconcerto, proprio come avverrebbe in un sogno.


PINCHAS

E HaShem parlò a Moshè dicendo: Pinchas figlio di Elazar, figlio del sacerdote Aharon, ha fatto placare la mia ira nei confronti dei figli d’Israele, poiché egli è stato zelante con il mio zelo in mezzo a loro, così non ho annientato i figli d’Israele con il mio zelo (Numeri 25:10-11).

In questi versi, che chiudono il fosco racconto di una delle peggiori crisi vissute dagli Israeliti prima dell’arrivo nella terra promessa, si fa riferimento allo “zelo” di Dio, in ebraico Kinah.

Questa parola, spesso tradotta anche con “gelosia”, può essere intesa come una forte passione, come il sentimento di indignazione che travolge spesso chi si sente tradito, talvolta persino come furia.

Il Dio della Torah, come è scritto già nel testo dei Dieci Comandamenti, è un “Dio geloso” o un “Dio zelante” (El Kanah).

Il grande commentatore Ibn Ezra fa notare che la qualità divina della gelosia è usata specificamente in relazione al peccato dell’idolatria: Dio pretende fedeltà dal suo popolo, non tollerando alcun culto estraneo al proprio. L’idolatria è insomma ciò che l’adulterio è per il matrimonio, la profanazione di un rapporto esclusivo, un affronto contro un legame sacro.

La gelosia divina non riguarda però solo l’ira e la punizione. Questo ardente sentimento compare infatti anche in contesti positivi, come dimostra il profeta Zaccaria con queste sue parole:

“Io sono grandemente geloso di Gerusalemme e di Sion […]. Perciò così dice HaShem: Io mi volgo di nuovo a Gerusalemme con compassione” (Zaccaria 1:14-16).

In virtù del suo “zelo”, ossia della sua passione nei confronti di Sion, Dio preannuncia che redimerà la città anche dopo tutte le sue sventure. La gelosia diviene così la garanzia di un rapporto che rimane intramontabile nei millenni.


MATOT – MAASEI

E HaShem parlò a Moshè dicendo: Tu, con il sacerdote Eleazar e con i capifamiglia dell’assemblea, fa’ il conto di tutto il bottino fatto […] e dividi il bottino fra quelli che hanno preso parte alla guerra e che sono andati a combattere e fra tutta l’assemblea (Numeri 31:25-27).

Nel racconto della vittoria degli Israeliti su Midian, il testo biblico riporta un’interessante norma: il bottino raccolto sul terreno nemico deve essere diviso equamente tra i guerrieri e la popolazione rimasta in patria.

Rav Yoel Bin-Nun spiega in proposito che regolamentare la spartizione delle spoglie di guerra è qualcosa di necessario per due diversi motivi: il primo è di natura tattica, poiché se le truppe si concentrassero sull’accaparrarsi le ricchezze del nemico, ogni soldato si sentirebbe in competizione con gli altri, e i veri obiettivi della guerra rischierebbero di essere persi di vista.

C’è poi un motivo puramente etico: l’esercito è chiamato a distinguersi da una volgare banda di predoni, che invade i territori di altri popoli solo per devastare e saccheggiare. Secondo i valori della Torah, il bottino non è proprietà esclusiva di coloro che hanno effettivamente combattuto, ma appartiene alla collettività, all’intera nazione, la cui difesa era il vero scopo dell’impresa militare.

In questo modo, la legge biblica salvaguarda l’unità del popolo e pone un limite alla ricerca del vantaggio personale che potrebbe animare i guerrieri più ambiziosi.

A questa norma sembra essersi ispirato David quando, ancora prima di diventare re d’Israele, dopo la sua vittoria contro Amalek, stabilì che ai suoi uomini scesi in battaglia spettasse una porzione delle spoglie pari a quella da destinare a coloro che invece erano rimasti a sorvegliare i bagagli.

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