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I diritti delle minoranze nella Torah

Articolo di Rabbi Jonathan Sacks dal titolo “Minority Rights”, da noi tradotto in italiano.

Uno degli aspetti più significativi della Torah è l’enfasi che essa pone sull’amore e sulla protezione rivolti al gher, lo straniero:

Non opprimere lo straniero; voi conoscete l’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto (Esodo 23:9).

Poiché il Signore, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto (Deut. 10:17-19).

I Saggi d’Israele sono giunti ad affermare addirittura che la Torah ci comanda in una sola occasione di amare il nostro vicino, ma ben trentasei volte di amare lo straniero (Baba Metsia 59b).

Qual è la definizione di “straniero”? È chiaro che il riferimento sia a qualcuno che non è Ebreo per nascita. Il termine potrebbe applicarsi a uno degli abitanti originari della terra di Canaan, a un membro della “moltitudine mista” che lasciò l’Egitto assieme agli Israeliti, oppure a un forestiero che entra nel paese in cerca di sicurezza o di mezzi di sussistenza.

In ogni caso, l’importanza attribuita al trattamento degli stranieri da parte degli Israeliti è immensa. Essa deriva da ciò che gli Israeliti stessi dovevano aver appreso dalla loro esperienza di esilio e sofferenza in Egitto: essi erano stati stranieri ed erano stati oppressi, dunque conoscevano “l’animo dello straniero”, e non era loro concesso infliggere agli altri ciò che essi avevano subito in prima persona.

I Saggi sostengono che la parola gher possa avere due significati diversi. Il primo è quello di gher tzedek, un convertito all’Ebraismo che ha accettato tutti i comandamenti e gli obblighi della nuova fede. L’altro è quello di gher toshav, il “residente straniero”, che non ha adottato la religione ebraica pur vivendo nella terra d’Israele. La Parashah di Behar (Levitico 25:1 – 26:2) comunica i diritti di questa categoria di persone, e in particolare afferma:

Se un tuo fratello diviene povero e si trova nell’indigenza in mezzo a voi, tu lo sosterrai come uno straniero e un residente, perché possa vivere presso di te (Levitico 25:35).

Esiste, in altre parole, un obbligo di fornire supporto e di sostenere un residente straniero. Non solo questi ha il diritto di vivere nella terra santa, ma anche quello di beneficiare della “previdenza sociale”. Bisogna ricordare che si tratta di una legge davvero molto antica, che precede di molto i principi formulati dai Saggi come quello delle “vie della pace”, che obbliga gli Ebrei a estendere la cura e la carità anche ai non-Ebrei oltre che ai loro fratelli.

Che cos’era dunque un gher toshav? Il Talmud riporta a questo proposito tre opinioni: secondo Rabbi Meir, si tratta di chiunque si sia imposto di non adorare gli idoli; secondo i Saggi, è invece chi si impegna a osservare i sette comandamenti noachidi. Una terza opinione, più rigida, sostiene che si tratti di colui che ha accettato di osservare tutti i precetti della Torah ad eccezione di uno: la proibizione di nutrirsi di carne non macellata secondo il rituale prescritto (Avodah Zarah 64b). La legge accettata come valida segue l’opinione dei Saggi. Un gher toshav èquindi un non-Ebreo che vive in Israele e che accetta le leggi noachidi che sono vincolanti per tutta l’umanità.

La legislazione del gher toshav è dunque una delle prime forme mai esistite di diritti delle minoranze. Secondo Rambam, gli Ebrei che vivono in Israele hanno l’obbligo di istituire dei tribunali per i residenti stranieri in modo da permettere loro di risolvere le dispute (sorte tra di essi o con gli Ebrei) come prevede la legge noachide. Rambam aggiunge: “Chiunque dovrebbe agire nei confronti dei residenti stranieri con lo stesso rispetto e la stessa cura che si deve a un fratello ebreo” (Hilkhot Melakhim 10:12).

La differenza tra questa legislazione e quella più tarda delle “vie della pace” consiste nel fatto che la seconda si applica ai non-Ebrei a prescindere dalla loro fede e dalle loro pratiche religiose. Essa risale a un’epoca in cui gli Ebrei erano una minoranza che viveva in un ambiente prevalentemente non ebraico e non monoteista. Le “vie della pace” sono essenzialmente regole pragmatiche simili a ciò che oggi chiameremmo norme di pacifica convivenza e cittadinanza attiva in una società multietnica e multiculturale. La legislazione del gher toshav arriva invece più in profondità: essa non è basata sul pragmatismo, ma su un principio religioso. Secondo la Torah, non è necessario essere Ebrei per godere di molti diritti e della cittadinanza in una società ebraica e nella terra degli Ebrei; è semplicemente necessario essere persone morali.

Un esempio biblico illustra tale principio con enorme efficacia. Un giorno, come racconta il Libro di Samuele, il re David si innamora di Batsheva, moglie di un gher toshav chiamato Uriah l’Ittita, e ha con lei una relazione adultera. Ella rimane incinta, mentre il marito Uriah si trova lontano da casa per combattere al servizio dell’esercito d’Israele. David, a causa del timore che l’adulterio venga scoperto e che sia rivelata la sua colpevolezza, fa tornare indietro Uriah con il pretesto di voler discutere sull’andamento delle battaglie. In seguito, egli esorta Uriah ad andare a casa e a dormire con sua moglie prima di ritornare all’accampamento, in modo che egli, in futuro, potrà credere di essere il padre del bambino che nascerà. Il piano fallisce, ed ecco cosa accade:

Uriah uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una portata della tavola del re. Ma Uriah dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La cosa fu riferita a David e gli fu detto: «Uriah non è sceso a casa sua». Allora David disse a Uriah: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?» Uriah rispose a David: «L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioav mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò una cosa simile!» (1Samuele 11:8-11).

La completa lealtà di Uriah nei confronti del popolo ebraico, malgrado il fatto che egli stesso non sia Ebreo, è posta in contrasto con la figura del re David, che rimane a Gerusalemme, non parte con l’esercito, e ha rapporti con la moglie di un altro uomo. Il fatto che la Bibbia possa narrare una storia come questa, in cui un residente straniero svolge il ruolo dell’eroe morale, mentre a David, il più grande re d’Israele, spetta la parte del malfattore, ci dice molto sui valori morali dell’Ebraismo.

I diritti delle minoranze sono ciò che più di ogni altra cosa può mettere alla prova una società per mostrare se essa è libera e giusta. Fin dall’epoca di Mosè, essi sono stati posti al centro della visione sociale che Dio vuole creare nella terra d’Israele. È dunque di vitale importanza, per noi, prendere sul serio questi diritti nel nostro tempo.

Jonathan Sacks.

Articolo originale: http://rabbisacks.org/minority-rights-behar-bechukotai-5777

I precetti noachidi in un unico versetto?

Nello studio intitolato “I precetti noachidi nella Bibbia” abbiamo già mostrato come il concetto delle sette leggi universali, benché elaborato e codificato in epoca rabbinica, abbia le sue basi nella Bibbia e sia del tutto conforme a quanto affermato nella Torah.

Ciò che invece abbiamo tralasciato è il fatto che nel Talmud (Sanhedrin 56b) e nel Midrash (Bereshit Rabbah 16, 6) gli antichi Maestri facciano derivare, in modo alquanto curioso, tutti i sette precetti noachidi da un unico verso biblico, cioè da Genesi 2:16, che contiene il comando rivolto da Dio all’uomo nel Giardino dell’Eden:

ויצו יי אלקים  על־האדם לאמר מכל עץ־הגן אכל תאכל

Va’Ytzav  Hashem Elohim Al ha’Adam Leemor Mi’Kol Etz ha’Gan Achol Tochel.

Traduzione letterale: E ordinò Hashem Dio all’uomo dicendo: da ogni albero del giardino mangerai.

Per trarre da questo verso tutti i sette precetti, i Maestri seguono uno strano procedimento interpretativo che consiste nel prendere singolarmente ciascuna parola per metterla in relazione a un altro verso biblico, in cui la stessa parola è collegata a un precetto. Il risultato è il seguente:

  1. Va’Ytzav (“E ordinò”) si riferisce all’obbligo di amministrare la giustizia, poiché è scritto:  “Egli ordina (Yetzaveh) ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto” (Genesi 18:19).
  2. Hashem (Y-H-V-H, il Nome di Dio) si riferisce alla proibizione della bestemmia, poiché è scritto: “Chiunque bestemmia il Nome di Hashem dovrà essere messo a morte” (Levitico 24:16).
  3. Elohim (Dio) si riferisce all’idolatria, poiché è scritto: “Non avrai altri dei (Elohim) dinanzi a me” (Esodo 20:3).
  4. Al-ha-Adam (“All’uomo”) allude alla proibizione dell’assassinio, come è scritto: “Chi sparge il sangue dell’uomo (Adam), dall’uomo il suo sangue sarà sparso” (Genesi 9:6).
  5. Leemor (“Dicendo”) è collegato all’adulterio, poiché in Geremia 3:1, l’unico versetto che inizia con Leemor, si parla appunto di adulterio.
  6. Mi’Kol Etz ha’Gan (“Da ogni albero del giardino”) si riferisce al furto, poiché con questo comando fu proibito all’uomo di mangiare ciò che non gli apparteneva (l’albero della conoscenza del bene e del male).
  7. Achol Tochel, letteralmente: “Mangiare mangerai”, inteso nel senso di: “mangerai ciò che è predisposto ad essere mangiato”, dunque implica la proibizione di cibarsi di un animale ancora in vita.

È chiaro che tutto ciò appare come un’incredibile forzatura e che, leggendo il testo biblico in maniera convenzionale, nessuno arriverebbe mai a trarre la lista dei sette precetti da Genesi 2:16. A questo proposito, nell’opera Israele e l’umanità, dedicata in parte allo studio del Noachismo, Elia Benamozegh scrive:

“…I Rabbini hanno tentato di riallacciare i sette precetti al testo della Genesi che riferisce l’autorizzazione data da Dio ad Adamo di mangiare di tutti i frutti degli alberi del paradiso terrestre ad eccezione di quello della scienza del bene e del male. [Queste interpretazioni] non hanno alcun valore esegetico serio e appartengono a quel sistema tutto convenzionale che, agli occhi stessi dei Dottori, non ha forza veramente probante, ma che almeno, secondo il gusto dell’epoca per le sottigliezze ingegnose, era destinato a facilitare l’insegnamento delle dottrine orali cercando nella Bibbia dei punti di riscontro e dei tratti di unione fra la Scrittura e la Tradizione”.

Il filosofo Yehuda HaLevi (1075 – 1141), autore del Kuzari, riconosce il carattere artificioso del metodo interpretativo che abbiamo analizzato, e ne offre un’interessante spiegazione:

“Presentiamo due possibilità: che essi (i Maestri del Talmud) utilizzavano una tradizione esoterica per l’interpretazione delle Scritture – attraverso i tredici metodi di derivazione – la cui logica è ormai ignota a noi, oppure che essi utilizzano la Scrittura come una ‘asmachta’, vale a dire che si servivano della Scrittura come uno strumento per facilitare la memorizzazione di una tradizione orale. Essi fecero in questo modo, ad esempio, con il verso: ‘E comandò il Signore Dio all’uomo dicendo…” (Genesi 2:16). Essi spiegarono questo verso per ricordare le sette leggi noachidi. Queste leggi sono ovviamente molto distanti dall’argomento del verso, eppure il nostro popolo conserva una tradizione secondo cui possiamo fare affidamento su questo verso per aiutarci a ricordare i sette comandamenti” (Sefer HaKuzari, 3, 73).

In effetti, riconsiderando l’interpretazione di Genesi 2:16 espressa nel Talmud alla luce della spiegazione di Yehuda HaLevi, sembra proprio che quello proposto dai Maestri sia un metodo mnemonico più che un’esegesi biblica. Il fatto che ogni parola del versetto richiami un altro passo della Bibbia in cui lo stesso vocabolo è usato in relazione a un precetto, è con ogni probabilità funzionale alla necessità di memorizzare le leggi noachidi attraverso le Scritture, che i Maestri sapevano citare con precisione.

Il passo di Genesi 2:16, tuttavia, non è stato scelto in modo casuale. È significativo che dal primo comando rivolto da Dio all’uomo, i Maestri abbiano tratto i sette principi della moralità universale. In fondo, benché il verso in questione non possa certo essere citato come vera fonte biblica dei precetti noachidi, è in esso che, per la prima volta, il Creatore si presenta all’umanità come Dio e come Colui che impone i suoi obblighi per il conseguimento della giustizia.

 

Introduzione al Noachismo

Riportiamo di seguito una breve introduzione ai concetti di Noachismo e universalesimo ebraico, scritta dal rabbino Elio Toaff.

L’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, alla prova dei fatti non si dimostro’ degno della fiducia che Dio aveva riposto in lui e quindi non meritava di continuare a vivere. Il diluvio universale fu il castigo che colpì un’umanità perversa e sanguinaria, e solo Noè con la sua famiglia venne risparmiato perché, dice il testo della Genesi: “Noè era un uomo giusto per i tempi che correvano”. E a lui il Signore si rivela per la prima volta dopo la rivelazione ad Adamo nel giardino dell’Eden, per fare un patto: non manderà più un diluvio sterminatore per punire gli uomini anche se malvagi e l’arcobaleno nel cielo ricorderà questo suo impegno.

Ma gli uomini dovranno accettare ed osservare alcuni precetti fondamentali che poi vennero designati come i precetti dei figli di Noè (mizvoth benè Noach). Questi formano le leggi costituzionali dell’umanità che prescrivono che gli uomini – per vivere una perfetta vita morale – debbono astenersi dall’idolatria, dalla bestemmia, dall’omicidio, dall’incesto, dal furto e debbono organizzare la loro vita basandola sul diritto e sulla mitezza dei costumi. Nessun dogma e’ imposto ne’ alcun sistema di vita o di pensiero.
Per questo sulla base dei principi noachidi si può fondare qualunque filosofia, qualunque teologia, qualunque diritto.

Io penso che sia per noi importante accertare come i nostri Maestri abbiano saputo da quelle pagine della Bibbia attingere i principi della più grande tolleranza.
L’ebraismo non ha fra i suoi scopi quello di fare proseliti alle sue idee ed al suo sistema di vita. Si propone invece di fare proseliti al noachismo con i suoi schematici principi ai quali nessuna società civile potrebbe rinunciare. Si tratta infatti di un’etica universale che prescinde dalle origini etniche, dal colore della pelle, dalla cultura nazionale e che non impone alcuna particolare filosofia o fede religiosa ma assicura i diritti umani, la libertà’ e la salute dello spirito. È un’idea che potrebbe apparire come la filiazione di ideologie razionalistiche se non la si attribuisse a Dio e ad una sua rivelazione. Ma potrebbe sembrare anche prodotto di epoche liberali e moderne se non fosse nata sotto l’influsso di una tradizione molto antica basata sulla Bibbia. Eppure è un’idea prettamente ebraica, che Maimonide fissava con la sua consueta precisione in quei capitoli di diritto costituzionale e internazionale che vanno sotto il nome di “Norme riguardanti i Re e le loro guerre”.

Egli dice testualmente: “Mosè nostro Maestro dette la Torah e le leggi solo ad Israele e a chi spontaneamente delle altre genti vi voglia aderire. Nessuno può essere costretto ad adottarle con la forza. Ciò che gli esseri umani debbono accettare, come principi di rivelazione divina, sono i precetti ordinati ai figli di Noè. Chiunque li adotti si chiama in qualunque luogo Gher Toshav (proselita residente) e chi li professi e diligentemente li adempia fa parte dei gentili pii che avranno parte nel mondo futuro”. È questo un ritorno al riconoscimento dell’uguaglianza degli uomini, di origine comune, malgrado diversi per lingua, costumi, colore della pelle, perché semiti o ariani, bianchi o neri, discendono tutti dallo stesso padre Noè.
Dicono infatti i nostri Maestri: pagano o ebreo, uomo o donna, schiavo o schiava, lo Spirito Santo posa ugualmente su ciascuno secondo le opere che fa.”

L’uomo ha valore in quanto crede alle grandi idealità spirituali e morali che sono l’elemento essenziale di ogni civiltà, in quanto rispetta la vita degli altri, la santità della famiglia, la proprietà altrui e ha valore anche per chi vive nella disciplina e nell’ordine, seguendo i costumi di una umanità che ha superato lo stadio primitivo della sua storia.

Questa è la legge universale dell’uomo ma ogni popolo ha poi la sua civiltà, la sua storia, la sua filosofia, la sua arte e i suoi costumi e quello specifico carattere che segna tutti gli atti e i fatti della sua vita. Ogni popolo lascia la sua traccia nella storia seguendo le sue particolari vie che sono diverse da quelle di altri popoli, ma sono tutte provvidenziali.

Il popolo ebraico adempie al suo destino concretizzando la sua vocazione. La sua storia ha inizio con Abramo in quella breve striscia di terra che vide avverarsi la divina profezia che avrebbe dato quel paese alla sua discendenza, che sarebbe divenuta simbolo e motivo di benedizione per tutte le genti.

L’umanità nonostante il diluvio e la lezione che aveva ricevuto, era ricaduta nell’antico vizio e come era già avvenuto, che un uomo solo, Noè, si era salvato, ora, – in una fase successiva – troviamo Abramo, padre di diversi popoli e fedi, l’unico uomo della sua generazione ad essere degno di una rivelazione. Ho nominato Abramo perché – malgrado non possa entrare in questa breve introduzione – e’ tuttavia da notare che anche egli era un uomo qualunque, un noachide della Caldea, un uomo giusto in mezzo al mondo pagano.

Elia Benamozegh, il grande teologo e rabbino livornese ha scritto: “II concetto ebraico e’ questo: L’Universo e’ la gran casa di Dio, Dio e’ padre di tutti i popoli. Questi sono i figli destinati, ognuno alla sua vocazione. Israele, come il primogenito era nella famiglia il vicario paterno, il sacerdote, l’insegnante, il conservatore del culto di Dio, cosi’ e non altrimenti e’ Israele nell’Umanità.”

Credo – come insegnano Giuda Levita e Maimonide, che il Cristianesimo e l’Islam siano grandi avviamenti all’organizzazione definitiva dell’umanità, che sarà perfetta solo quando nella sua interezza vorrà accettare, dalle mani dell’antico Israele, la semplice pratica laicale e razionale detta noachide o di Noè, di cui l’ebraismo e’ custode; e quando Israele sara’ riconosciuto sacerdote del genere umano, soggetto alla regola più rigida del Mosaismo, alla quale egli solo e’ obbligato, proprio come a regole speciali sono sottoposti i sacerdoti.

Prima del patto fra Dio e i Patriarchi c’e il patto che Dio contrasse mediante Noè con tutta l’umanità. Se esistono uomini che accettano il servizio del Dio unico, per essere i suoi testimoni di fronte al mondo, questi sono i figli d’Israele; i gentili che si astengono da atti inumani e immorali sono i figli di Noè, anch’essi eletti da Dio. La concezione politica del Noachide fissava legalmente l’indipendenza della legge morale e dell’uguaglianza etica da qualsiasi limitazione nazionale e confessionale. Noachide, o figlio di Noè, e’ ogni abitante della terra, senza riguardo alla sua fede o alla sua nazionalità, purché adempia ai più elementari doveri di monoteismo, umanità, e civismo, ha scritto Leo Baeck.

La teoria potrebbe apparire fantastica, perché se Noè ricevette ordini e assicurazioni, benedizioni da Dio e fece con Lui un patto per se’ e per i suoi discendenti, pure non c’e in tutto il periodo biblico alcuna traccia di una “religione” laica e razionale dei popoli della terra della quale gli ebrei siano riconosciuti o si sentano sacerdoti. Il fatto che la storia non ci dica nulla non e’ una prova dell’assenza di un’antica profezia. E’ un merito indiscusso dell’ebraismo quello di avere ritenuto che le genti pagane fossero degne delle cure e dell’insegnamento divino, e di aver ricavato dalle prime pagine della Genesi, una specie di costituzione che Dio avrebbe offerto agli uomini, simile a quella fornita agli ebrei dai dieci comandamenti e dalla Legge di Mosè. Nessuno può negare che il noachismo è coerente col pensiero biblico, con l’idea che la Bibbia offre di Dio nei suoi rapporti con gli uomini, con l’idea di Israele sacerdote dei popoli, con le leggi relative ai non ebrei. Ci sono infatti nella legislazione mosaica segni evidenti dell’esistenza di norme precise circa il trattamento riservato ai pagani onesti e morali. Infatti – come e’ noto – in mezzo al popolo ebraico vivevano popolazioni che – senza aver aderito all’ebraismo – tenevano una condotta morale e onesta e non seguiva riti idolatri, seguivano cioè la legge noachide e per questo, mentre non si chiedeva loro la conversione e I’assimilazione all’ebraismo si richiedeva di non compiere azioni crudeli, immorali e inumane, o contro la Divinità.

Per concludere non appare strano o illogico ammettere che si richiedesse al non ebreo un minimo di moralità e di fede che è sanzionata dai “sette precetti dei figli di Noè”.

Per approfondire:
– I precetti noachidi nella Bibbia
– Domande e risposte sul Noachismo

I Dieci Comandamenti riguardano solo gli Ebrei?

Domanda: È vero che i Dieci Comandamenti non riguardano i non-Ebrei? L’obbligo di rispettare i genitori, o la proibizione dell’adulterio, non dovrebbero forse essere rispettati da tutto il genere umano? Oppure questi comandamenti sono validi solo per gli Ebrei?

Risposta di Rabbi Oury Cherki: I Dieci Comandamenti furono dati specificamente agli Ebrei, come si comprende dal primo comandamento: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”.
Inoltre, secondo la versione dei Dieci Comandamenti riportata nel Deuteronomio, il motivo dell’obbligo di rispettare il riposo dello Shabbat è il seguente: “Ricorderai di essere stato schiavo nel paese d’Egitto”. Anche il precetto di onorare i genitori è legato al popolo d’Israele: “Onorerai tuo padre e tua madre, affinché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, il tuo Dio, ti ha dato”.

Tuttavia, i Dieci Comandamenti corrispondono nella loro essenza ai doveri morali e naturali contenuti nelle Leggi Noachidi, che erano già valide prima della Rivelazione sul Monte Sinai. Un non-Ebreo è perciò obbligato a rispettare i genitori e a non commettere adulterio, perché la fonte primaria di questi precetti è più antica del testo specifico dei Dieci Comandamenti.

Tratto dalla rubrica “Ask The Rabbi” del sito Noahide World Center

Le Leggi bibliche del Gher toshav

Il Gher toshav (“residente straniero”) è colui che viene ad abitare in Terra d’Israele pur non entrando a far parte del popolo ebraico. La Torah distingue il forestiero residente dal Nochrì, termine che designa invece qualsiasi straniero che vive tra le altre nazioni.
Se un Gher toshav decide di unirsi al popolo ebraico attraverso la circoncisione, compiendo ciò che nel linguaggio odierno si chiama “conversione all’Ebraismo”, secondo la Torah egli diviene indistinguibile da colui che è nativo del paese (ezrach, in ebraico), cioè il cittadino israelita (vedi Esodo 12:48).

Quali sono gli obblighi che un residente straniero deve osservare per poter vivere in Terra d’Israele?
L’opinione prevalente dei Maestri del Talmud (Avodah Zarah 64b) sostiene che un non-ebreo diviene un Gher toshav nel momento in cui accetta formalmente i sette precetti noachidi davanti a un tribunale composto da tre membri. Ciò significa che l’Ebraismo riconosce ed accoglie gli stranieri a condizione che essi si adeguino almeno ai principi essenziali della moralità universale, cioè alla proibizione di idolatria, bestemmia, assassinio, immoralità sessuale, furto, all’obbligo di perseguire la giustizia e al divieto di cibarsi della “carne con la sua vita”.

Per comprendere la dimensione universale della Torah nel rapporto tra il popolo ebraico e gli stranieri, al di là della schematizzazione rabbinica, è necessario esaminare le leggi relative al Gher toshav nel modo in cui esse sono espresse nella Bibbia. Uno studio di questo tipo può risultare utile anche per capire quale sia il punto di vista della Torah sulla questione dell’immigrazione, un tema sempre attuale che si scontra con problematiche a cui spesso la società di oggi non riesce a dare risposte univoche.

Leggi che tutelano il Gher toshav
  • Agli Israeliti è proibito maltrattare gli stranieri: Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai; perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto (Esodo 22:20).
    Quando qualche forestiero soggiornerà con voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto (Levitico 19:33-34).
  • Bisogna amare lo straniero poiché Dio lo ama: Hashem, il vostro Dio […] non ha riguardi personali e non accetta regali. Egli fa giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto (Deuteronomio 10:18-19).
  • I giudici non devono discriminare il Gher toshav: Giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui (Deuteronomio 1:16).
  • Gli stranieri possono raccogliere i residui della mietitura: Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino al margine del tuo campo, e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta; lo lascerai per il povero e per il forestiero (Levitico 23:22).
  • Le decime del raccolto spettano ai Leviti, agli stranieri, agli orfani e alle vedove (vedi Deuteronomio 14:29).
  • Non è lecito negare lo stipendio ai lavoratori stranieri: Non defrauderai il lavoratore povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno degli stranieri che risiedono nel tuo paese, entro le tue porte; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, poiché egli è povero, e l’aspetta con impazienza (Deuteronomio 24:14-15).
  • Non è lecito far lavorare un non-ebreo durante lo Shabbat: Per sei giorni farai il tuo lavoro, ma il settimo giorno ti riposerai, affinché il tuo bue e il tuo asino possano riposarsi, e il figliuolo della tua serva e lo straniero possano riprendere energia (Esodo 23:12).

In accordo con questi principi che regolano i rapporti con i residenti stranieri, i rabbini hanno codificato le norme relative al Gher toshav nei diversi scritti giuridici. Il Trattato sui proseliti (Mesechet Gherim 3:2-4) riporta: «Non è permesso ingannare [lo straniero], maltrattarlo, trattenere il suo salario e prestargli denaro con interessi. […] Non lo si deve far stabilire alla frontiera, ma in una zona centrale della Terra d’Israele, dove il suo commercio possa svilupparsi».
In Hilchot Melachim 10:12 Maimonide stabilisce: «Ciascuno deve trattare il Gher toshav con il rispetto e la bontà che spettano a un Ebreo, poiché ci è stato comandato di dargli il nostro supporto». Inoltre Nachmanide (Addenda al Sefer HaMitzvot, N.16) dichiara che bisogna soccorrere il residente straniero che è in pericolo anche al costo di trasgredire lo Shabbat .

Diritti, doveri e restrizioni
  • L’affermazione del Talmud secondo cui il Gher toshav deve impegnarsi ad osservare i precetti noachidi risulta coerente con gli obblighi imposti nella Torah. Ai residenti stranieri, infatti, è vietato adorare gli idoli e compiere riti pagani (Levitico 17:8; Deuteronomio 18:9-14); bestemmiare il Nome di Dio (Levitico 24:16); uccidere (Numeri 35:15); commettere adulterio e incesto (Levitico 18:26); nutrirsi della “carne con la vita” ( Levitico 17:13-14). Il forestiero è inoltre considerato sullo stesso livello dell’israelita davanti alla giustizia (Levitico 24:22; Deuteronomio 1:16) e gli è quindi vietato ogni comportamento disonesto. 
  • Se un Gher toshav desidera presentare un’offerta nel Santuario, può farlo purché si adegui alle norme rituali della Torah che riguardano i sacrifici (vedi Numeri 15:14; 19:10).
  • Agli stranieri non è consentito lavorare nel giorno di Yom Kippur (Levitico 16:29).
  • Uno straniero non può prendere parte al sacrificio della Pasqua se prima non si circoncide e diviene parte del popolo ebraico (vedi Esodo 12:48). Tuttavia, anche se non celebra la Pasqua, gli è comunque vietato mangiare il lievito durante i giorni degli azzimi (vedi Esodo 12:19).
  • Il Gher toshav e il Nochrì possono mangiare la carne di un animale che non è stato macellato secondo il rito della Torah (vedi Deuteronomio 14:21), ma non quella di un animale sbranato (Esodo 22:31).
  • Le leggi dello Yovel (Giubileo) non si applicano ai servitori stranieri, ma soltanto agli Israeliti (vedi Levitico 25).
  • Uno straniero non può essere scelto come re di Israele (vedi Deuteronomio 17:14-15).

Benché nell’epoca attuale la categoria giuridica del Gher toshav non sia formalmente riconosciuta, negli ultimi anni l’approccio della Torah in relazione agli stranieri è divenuto oggetto di notevoli attenzioni e riflessioni. Il crescente interesse per l’Ebraismo da parte di persone di origine non ebraica ha fatto sì che venisse posta, in ambito rabbinico, la questione della possibile applicabilità delle leggi del Gher toshav nella nostra era. Alcuni appartenenti al moderno movimento noachide, nel loro avvicinarsi ai valori della Torah, dichiarano infatti di ritenersi in una condizione halachica e spirituale simile a quella del Gher toshav biblico. Se da un lato questo nuovo fenomeno rappresenta una sfida impegnativa per il popolo ebraico, dall’altro bisogna anche considerare che tutto ciò potrà contribuire ad un ampio riconoscimento del significato autentico dell’Ebraismo, in una prospettiva capace di coinvolgere l’intera umanità.

La Torah e i popoli del mondo

Un’introduzione al concetto di universalismo ebraico

people

Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo. I capi dei popoli si riuniscono insieme al popolo del Dio di Abramo (Salmi 47:7-9).

Qual è il ruolo dei popoli del mondo secondo la Bibbia ebraica? Che posto occupano tutti coloro che non sono Ebrei all’interno della Torah?
A questi interessanti interrogativi, che sorgono constatando l’indiscussa centralità di Israele all’interno della Bibbia ebraica, sono state date spesso risposte poco accurate, frutto di un’interpretazione riduttiva e fuorviante delle Scritture.
In riferimento alla città di Gerusalemme, il celebre storico italiano Renzo De Felice (1929 – 1996) scrisse: «[…] Là vi sono i luoghi santi, là vi è la “prova” storica che il vecchio patto tribale di un Dio e il suo popolo è stato sostituito da una “nuova ed eterna alleanza” fra Dio e l’umanità». Lungi dal rappresentare l’opinione isolata di un singolo studioso, queste parole esemplificano un pensiero che è sempre stato molto diffuso nel mondo cristiano, un pensiero che considera l’Ebraismo come una religione esclusivista in contrapposizione all’apertura universale del Cristianesimo. Un’attenta analisi del rapporto che esiste tra gli Ebrei e gli altri popoli, così come esso è presentato nella Bibbia, rende tuttavia insostenibile l’idea del “patto tribale” e tutti i pregiudizi che ne derivano.

Nonostante la  forte enfasi posta sull’elezione di Israele, sarebbe un grave errore credere che la Torah ignori il resto del genere umano o che lo escluda dalla propria visione del mondo e della Redenzione.
Fin dal principio, la Bibbia attribuisce a tutta l’umanità un’unica natura e una medesima origine: “E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò (Genesi 1:27). I Maestri del Talmud, riflettendo sul racconto della Creazione, enunciano un insegnamento capace di sradicare ogni ideologia razzista:
«Perché fu creato un solo uomo? Per propagare la pace tra le nazioni, cioè affinché nessuno potesse dire agli altri: i miei antenati erano più grandi dei tuoi!» (Sanhedrin 37a).

I primi undici capitoli del Libro di Bereshit (Genesi), che contengono i racconti dell’origine dell’umanità e degli sviluppi che ne seguirono, sono contraddistinti da un carattere indubbiamente universale. La narrazione biblica inizia a focalizzarsi specificamente sulla storia del popolo ebraico soltanto dopo che il testo ha raccontato la nascita delle altre nazioni del mondo: Israele è di fatto l’ultimo popolo a venire alla luce, preceduto di molto da Babilonia, dalle settanta nazioni menzionate nella genealogia di Genesi 10-11, e anche dai più vicini Ismaeliti, Moabiti, Ammoniti ed Edomiti. Prima del Patto con Abramo e con i suoi discendenti, il Creatore del mondo si era dunque già rivelato all’intera umanità, stabilendo anche un’alleanza perpetua con ogni abitante della terra  (Genesi 9:1-17).

In seguito all’ingresso sulla scena narrativa di Abramo, la Torah non dimentica il resto del mondo e non accantona il suo interesse per le sorti del genere umano; infatti, nel rivelare ad Abramo il suo destino, Dio dichiara: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12:3) e, più tardi, il testo afferma: “Abramo deve diventare una nazione grande e potente, e in lui saranno benedette tutte le nazioni della terra” (Genesi 18:8).
La scelta di Israele come “nazione separata” non serve dunque a penalizzare gli altri popoli, ma a benedirli, portando loro benefici. Il compito principale affidato agli Ebrei è infatti quello di diventare “luce delle genti” (Isaia 42:6), ponendosi come esempio di giustizia agli occhi di tutte le genti (Deuteronomio 4:6-9).

Secondo i Profeti, tale missione sarà pienamente adempiuta nell’era messianica, caratterizzata dalla diffusione della conoscenza di Dio su tutta la terra:
“Molti popoli e nazioni potenti verranno a cercare Hashem Tzevaot a Gerusalemme e a supplicare la faccia di Hashem” (Zaccaria 8:22).
“Le nazioni cammineranno alla tua luce e i re allo splendore del tuo sorgere” (Isaia 60:3).
“Le nazioni sapranno che Io sono Hashem che santifico Israele, quando il mio Santuario sarà in mezzo a loro per sempre” (Ezechiele 37:28).

Questa visione universalistica non appare però limitata soltanto a una speranza futura. Al contrario, la Bibbia ci mostra che mai, in nessuna epoca, i popoli sono stati esclusi dalla grazia divina o dalla possibilità di perseguire la giustizia.
Molti sono gli esempi che si possono citare a questo proposito. Una figura emblematica è rappresentata da Yitrò, suocero di Mosè. Benché fosse un sacerdote midianita, egli riconobbe la grandezza del Dio unico dopo aver udito delle meraviglie dell’uscita dall’Egitto: “E Yitrò disse: Benedetto sia Hashem, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del Faraone, e ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani. Ora so che Hashem è più grande di tutti gli dèi” (Esodo 18:10-11).

La Torah riconosce e accetta l’esistenza di “residenti stranieri” che vivono in Terra d’Israele senza entrare necessariamente a far parte del popolo ebraico. Questi forestieri, anche se non circoncisi e non sottoposti alle regole alimentari e rituali della Torah, devono essere trattati con il massimo rispetto dai nativi del paese: “Quando uno straniero risiede con voi nel vostro paese, non lo maltratterete. Lo straniero che risiede fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono Hashem, il vostro Dio” (Levitico 19:33-34).
Nella Bibbia sono più volte menzionate delle vere e proprie comunità etniche non ebraiche che risiedevano in Israele. Si tratta dei Gabaoniti (vedi Giosuè cap. 9) e dei Keniti, ricordati per la loro benignità nei confronti degli Israeliti (1Samuele 15:5). Anche i discendenti di Rechab, citati da Geremia come esempio di fedeltà (vedi Geremia 35), appartenevano alla stirpe dei Keniti.

Il re Salomone, dopo aver fatto costruire il Tempio a Gerusalemme, pronunciò una preghiera per i popoli stranieri che adorano il Dio unico:
“Anche lo straniero, che non appartiene al Tuo popolo Israele, se viene da un paese lontano a causa del Tuo Nome, perché si sentirà parlare del Tuo grande Nome, della Tua mano potente e del Tuo braccio disteso, se egli viene a pregare in questo Tempio, Tu ascoltalo dal cielo, il luogo della Tua dimora, e soddisfa tutte le richieste dello straniero, affinché tutti i popoli della terra conoscano il Tuo Nome, Ti temano come Israele Tuo popolo e sappiano che il Tuo Nome è invocato su questo Tempio che io ho costruito” (1Re 8:41-43).

La stessa chiamata universale all’adorazione (che non implica un’imposizione dell’intera Legge mosaica) è espressa in molte occasioni nel libro dei Salmi:
“Dio abbia pietà di noi e ci benedica; faccia risplendere il suo volto su di noi, affinché si conosca sulla terra la tua via e la tua salvezza fra tutte le nazioni. I popoli ti celebreranno, o Dio, tutti quanti i popoli ti celebreranno. Le nazioni si rallegreranno ed esulteranno, perché tu giudicherai i popoli rettamente e condurrai le nazioni sulla terra»” (Salmi 67:1-4).
“Tutte le estremità della terra si ricorderanno di Hashem e si volgeranno a Lui. Poiché ad Hashem appartiene il regno, Egli domina sulle nazioni” (Salmi 22:27).
“I re della terra e tutti i popoli, i principi e i giudici tutti della terra, i giovani e le fanciulle, i vecchi e i bambini, lodino il Nome di Hashem, perché solo il Suo Nome è esaltato” (Salmi 148:11-13).

Fra tutti i libri di cui è composta la Bibbia ebraica, due portano il nome di personaggi non ebrei: Ruth, la convertita del popolo di Moab, e Giobbe, che la tradizione ebraica considera uno dei profeti delle nazioni. Il Libro di Giona trasmette anch’esso un messaggio universale, poiché racconta la storia del ravvedimento degli abitanti di Ninive, città pagana e nemica di Israele, alla quale comunque Dio non mancò di inviare un profeta.

La Giustizia di Dio non conosce alcuna parzialità, e la Bibbia afferma chiaramente che Israele, nonostante la sua vicinanza alla Rivelazione e il suo ruolo particolare, non gode di una condizione privilegiata rispetto alle nazioni straniere:
“Non siete forse per me come i figli degli Etiopi, voi  figli d’Israele? – dice Hashem -, Non ho forse condotto Israele fuori dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e i Siri da Chir?”(Amos 9:7).
Questa idea di Dio che libera e soccorre altri popoli, per quanto possa apparire insolita, si ripresenta in più occasioni. Particolarmente interessante è il brano di Isaia in cui anche agli Egizi, antichi oppressori degli Ebrei, viene promessa una redenzione:
“Sarà un segno e una testimonianza per Hashem Tzevaot nel paese d’Egitto: quando essi grideranno ad Hashem a motivo dei loro oppressori, egli manderà loro un salvatore e un potente che li libererà. Hashem si farà conoscere all’Egitto e gli Egizi conosceranno Hashem in quel giorno” (Isaia 19:20-21).

Come gli Ebrei hanno ricevuto la loro terra promessa, così anche alle altre popolazioni il Creatore ha assegnato dei territori da ereditare:
“Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figli degli uomini, Egli fissò i confini dei popoli” (Deuteronomio 32:8).
Nessuno, neppure Israele, può violare arbitrariamente questi confini con la forza e privare le altre nazioni dei propri diritti, com’è scritto chiaramente nella Torah:
“Hashem mi disse: Non attaccare Moab e non muovergli guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese, poiché ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà”(Deuteronomio 2:9).
“Voi state per passare i confini dei figli di Esav, vostri fratelli, che abitano in Seir; essi avranno paura di voi. State bene in guardia, non muovete loro guerra, poiché del loro paese io non vi darò neppure quanto ne può calcare un piede, perché ho dato il monte Seir a Esav come sua proprietà” (Deuteronomio 2:4-5).

In riferimento alla conquista della Terra di Canaan, ogni possibile pretesa di superiorità da parte del popolo eletto viene smentita esplicitamente dalle Scritture:
“Non dire nel tuo cuore: È per la mia giustizia che Hashem mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; poiché Hashem scaccia davanti a te queste nazioni, per la loro malvagità. […] Non è dunque per la tua giustizia che Hashem, il tuo Dio, ti dà il possesso di questa buona terra, perché sei un popolo dal collo duro” (Deuteronomio 9:4-6).

L’opinione, ancora fin troppo diffusa, secondo cui l’Ebraismo sarebbe una religione esclusivista, discriminatoria e addirittura razzista, non trova dunque riscontro nelle parole della Torah e dei Profeti. La dimensione nazionale dell’Ebraismo, legata indissolubilmente a Israele, si concilia armoniosamente, dal punto di vista biblico, con la visione universale che riguarda tutto il genere umano, e che non è stata ancora pienamente riconosciuta e realizzata nella Storia.  Come scrive il Prof. Marco Morselli nella Prefazione al libro Il Noachismo di Elia Benamozegh, «Il riconoscimento della missione d’Israele è la garanzia che tutte le altre diversità non verranno cancellate, nel tentativo di dare origine a una pericolosa uniformità o a un confuso sincretismo».

I precetti noachidi nella Bibbia

Una delle principali obiezioni rivolte contro la Legge noachide sostiene che i sette precetti non si trovino nella Bibbia, ma soltanto nel Talmud, poiché essi non sarebbero altro che una invenzione dei rabbini partorita in epoca tarda.

In realtà, benché in effetti la lista completa dei sette precetti sia riportata solo in alcune fonti della tradizione ebraica (vedi Talmud Sanhedrin 56, Tosefta Avodah Zarah 8:4, Midrash Bereshit Rabbah 16:6), il concetto della Legge noachide poggia su solide basi bibliche ed è perfettamente coerente con l’insegnamento della Torah.

Molto prima della Rivelazione sul monte Sinai e della nascita della nazione di Israele, la Bibbia fa già riferimento all’idea di “giustizia”, “legge” e “peccato”. La generazione del Diluvio è definita «malvagia e corrotta» (Genesi 6:5), mentre Noach è chiamato «giusto e integro» (Genesi 6:9); In Genesi 18:20 è scritto che la colpa di Sodoma e Gomorra era «molto grave». Questi pochi esempi sono sufficienti per comprendere che, secondo la Torah, fin dalle origini dell’umanità esistevano dei principi morali la cui osservanza permetteva agli uomini di essere considerati “giusti”. Questi principi, come vedremo, corrispondono alle leggi universali che nella tradizione rabbinica sono note come “precetti noachidi”.

L’etica dell’umanità secondo la Bibbia

Due dei sette precetti noachidi sono espressi nella Bibbia in maniera chiara ed esplicita. Si tratta del divieto di mangiare la carne di un animale vivo e della proibizione dell’assassinio:
«Non mangerete la carne con la sua vita, con il suo sangue» (Genesi 9:4);
«Io chiederò conto del sangue delle vostre vite; ne chiederò conto ad ogni animale e all’uomo. Chiederò conto della vita dell’uomo alla mano di ogni fratello dell’uomo» (Genesi 9:5).

Entrambi questi comandi sono inseriti nel contesto del racconto del Patto stabilito fra Dio e l’intera creazione dopo il Diluvio:
«Dio parlò a Noach e ai suoi figli che erano con lui e disse: “Quanto a me, ecco io stabilisco il mio Patto con voi e con la vostra discendenza dopo di voi”» (Genesi 9:8-9).

Gli altri precetti, anche se non appaiono in maniera altrettanto esplicita, possono essere dedotti dall’analisi dei passi biblici che fanno riferimento all’etica universale.

La proibizione dell’idolatria è già implicita nella storia della Creazione, che introduce la nozione dell’unicità di Dio e toglie ogni legittimità all’adorazione di qualsiasi creatura o oggetto inanimato. L’idolatria è poi condannata nell’esortazione che Giacobbe rivolge a tutti gli uomini del suo seguito: «Togliete gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi» (Genesi 35:2).
I riti pagani legati all’occultismo e alla stregoneria sono poi proibiti nel Libro del Deuteronomio sia agli Ebrei che agli altri popoli, come indica chiaramente il contesto (vedi Deuteronomio 18:9-14).

– La proibizione dell’adulterio si ricava, secondo i Maestri del Talmud, dal verso di Genesi in cui l’unione coniugale viene stabilita e resa sacra: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, ed essi saranno una sola carne» (Genesi 2:24). Inoltre, nel racconto della vicenda del re pagano Avimelech, il divieto universale dell’adulterio è reso più esplicito (vedi Genesi 20:3-6).
Le altre unioni sessuali proibite sono elencate al capitolo 18 del Levitico, un brano in cui i popoli di Canaan e gli Egiziani vengono ritenuti colpevoli di aver violato tali proibizioni.

– Anche la bestemmia (o “profanazione del Nome di Dio”) è uno dei peccati imputati alle popolazioni cananee nello stesso capitolo (Levitico 18:21). Inoltre Giobbe, considerato un non-ebreo, conferma l’importanza di questa proibizione: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano bestemmiato Dio nel loro cuore» (Giobbe 1:5).

– Il furto è condannato nei vari racconti dei rapporti tra i patriarchi e i loro contemporanei (vedi Genesi 30:33, 31:32 e 44:8).

– L’obbligo di amministrare la giustizia attraverso l’istituzione di un sistema giuridico deriva inevitabilmente dal riconoscimento dell’esistenza della legge universale. Bisogna però notare che la Bibbia stessa descrive dei precisi modelli di società fallimentari (in particolare quella dell’epoca del Diluvio, Babele e Sodoma), contrapponendole all’esempio positivo di Abramo, del quale è detto:  «Io infatti l’ho scelto, poiché egli ordina ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui di seguire la via del Signore, mettendo in pratica l’equità e la giustizia» (Genesi 18:19).

Alla luce di tutte queste osservazioni, risulta dunque corretto affermare che la codificazione rabbinica dei sette precetti noachidi riassume e rispecchia fedelmente la concezione biblica dell’etica universale.

Legge mosaica e Legge universale

Mentre a tutta l’umanità sono stati imposti solo alcuni principi morali generali, al popolo d’Israele, in virtù della sua funzione sacerdotale, è stata comandata invece l’osservanza dell’intera Torah. Essa è costituita da seicentotredici precetti che comprendono, oltre alla legge morale fondamentale, anche norme dettagliate sull’ordinamento politico e giuridico, leggi relative ai riti, alle festività, all’alimentazione e alle pratiche che caratterizzano l’identità ebraica.

La Bibbia afferma chiaramente che la Torah è stata donata soltanto a Israele come nazione separata dalle altre:
«Se vorrete ascoltare la mia voce e custodire il mio Patto, voi sarete per me un tesoro particolare tra tutti i popoli, perché tutta la terra è mia. E sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.  Queste sono le parole che dirai ai figli d’Israele» (Esodo 19:5-6).
«Mosè ci ha prescritto una Legge come un’eredità dell’assemblea di Giacobbe» (Deuteronomio 33:4).
Fin dall’inizio della sua promulgazione, la Torah si rivolge direttamente ed esclusivamente al popolo ebraico:
«Io sono Hashem, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù» (Esodo 20:2).

Agli Ebrei non fu neppure comandato di convertire le altre nazioni o di portarle all’osservanza dell’intera Torah. Molti Profeti d’Israele si rivolsero ai Babilonesi, agli Assiri, ai Filistei, agli Edomiti e ad altre popolazioni, ma senza mai esortarle a praticare la circoncisione, il riposo dello Shabbat, le feste ebraiche o altri riti prescritti dalla Legge mosaica. Al contrario, i Profeti rimproveravano questi popoli solo per la loro violenza, la loro malvagità nei confronti di Israele e l’immoralità delle loro usanze rituali (vedi ad esempio Isaia 24:5, Giona 3:8-9, Amos 1:6, Amos 1:11, Ezechiele 28:16).

Nella Bibbia si parla inoltre di stranieri che furono considerati degni dell’approvazione Divina anche se non entrarono a far parte del popolo d’Israele (o in altre parole, non si convertirono all’Ebraismo). Fra questi ricordiamo gli abitanti di Ninive, il cui pentimento fu accettato secondo il Libro di Giona, e anche Naaman, il capo dell’esercito assiro che abbandonò l’idolatria ma non divenne Ebreo (vedi 2Re 5).
Nel Libro dei Salmi si dichiara: «Lodate il Signore, nazioni tutte! Celebratelo, popoli tutti!» (Salmo 117), e «I capi del popolo si riuniscono, assieme al popolo del Dio di Abramo» (Salmo 47). Malachia parla persino di alcune nazioni che conoscono il Dio Unico e gli offrono un’oblazione pura (Malachia 1:11).
Infine, come ulteriore conferma del fatto che la Bibbia non imponga la Legge mosaica al mondo intero, è importante ricordare che il residente straniero (non-ebreo), la cui esistenza è assolutamente legittima secondo la Torah, può vivere in Terra d’Israele senza essere circonciso e senza osservare le regole alimentari ebraiche (vedi Esodo 12:48 e Deuteronomio 14:21), cioè mantenendo il suo stato di “noachide”, sottomesso solo ai precetti universali.

È tuttavia necessario comprendere che la Torah, benché costituisca la Legge specifica di Israele, è allo stesso tempo anche una fonte di insegnamento e di valori morali e spirituali validi per l’intera umanità. I precetti noachidi, come abbiamo dimostrato, si ricavano proprio dalla Torah, ed è attraverso essa che i popoli apprenderanno la giustizia secondo i Profeti:
«Molti popoli accorreranno e diranno: “Venite, saliamo al monte di Hashem, alla casa del Dio di Giacobbe. Egli ci insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la Torah e da Gerusalemme la parola di Hashem» (Isaia 2:4).

Questa auspicata diffusione dei valori della Torah in tutto il mondo non implica però l’adozione, da parte delle nazioni straniere, di precetti che secondo la Bibbia riguardano esclusivamente Israele per il suo ruolo di popolo sacerdotale. La distinzione fra gli Ebrei e il resto dell’umanità, e quindi fra la Legge mosaica e la Legge universale, è stabilita dalla Torah e non può essere annullata.
Un non-ebreo che decide liberamente di osservare, ad esempio, le norme alimentari ebraiche, o di commemorare in qualche modo le festività bibliche, compie un’azione meritevole purché non intenda appropriarsi del ruolo di Israele, come spesso hanno tentato di fare alcune grandi religioni nel corso della Storia.