Korach: tutti sono santi

E Korach, figlio di Itzhar, figlio di Kehat, figlio di Levì, insieme con Datan e Aviram, figlio di Eliav, e On, figlio di Pelet, figli di Reuven, presero con loro [altri uomini d’Israele] e si levarono davanti a Moshè. […] Essi si radunarono contro Moshè e contro Aharon, e dissero loro: «Questo è troppo! Perché tutta la congregazione è santa, ciascuno dei suoi membri, e HaShem è in mezzo a loro; come potete dunque innalzarvi sopra l’assemblea di HaShem?» (Numeri 16:1-3).

Con questi versi del Libro di Bemidbar (Numeri) inizia il racconto del più grave tentativo di delegittimazione dell’autorità di Moshè e dell’Esodo stesso, un tentativo che darà luogo a uno dei maggiori momenti di crisi di tutta la storia della permanenza di Israele nel deserto.
Nonostante il testo ci lasci intendere che le vere motivazioni che spingono Kòrach a fomentare la sua rivolta siano in realtà tutt’altro che pure (vedi Numeri 16:9-10), le sue parole appaiono però fondate su un principio che potrebbe sembrare pienamente condivisibile: se tutto il popolo d’Israele è un “regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6), perché mai dovrebbe esistere al suo interno una classe sacerdotale detentrice della santità? Korach si presenta quindi come un rivoluzionario pronto a battersi per l’uguaglianza e la parità dei diritti nell’ambito religioso, avanzando una rivendicazione che rischia di attirare le simpatie di molti lettori moderni. Vediamo dunque di approfondire la questione e di comprendere il punto di vista della Torah su questo argomento. Continua a leggere

Scintille di Torah: Levitico

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro del Levitico pubblicati nel 2018.

VAYIKRA

“Qualsiasi oblazione farinacea che presenterete ad HaShem sarà senza lievito; poiché di nessun lievito, né di alcun miele, dovete ardere un sacrificio per HaShem” (Levitico 2:11).

Quando si parla dei riti sacrificali prescritti dalla Torah, spesso si pensa immediatamente a concetti quali l’espiazione della colpa e il perdono dei peccati. Contrariamente a questa idea tanto diffusa, il Levitico si apre con le disposizioni relative a due tipi di sacrifici che non hanno nulla a che fare con il peccato: il Korbàn Olàh (“offerta elevata”) e il Korbàn Minchàh (“offerta farinacea”). In entrambi i casi, si tratta di sacrifici volontari, liberamente offerti da chiunque desiderasse eseguire questi riti presso il Tabernacolo.
Il Korban Olah, che consisteva nell’offerta di un capo di bestiame o di un volatile, era un’espressione di pura riverenza. L’archetipo di questa tipologia di offerta è l’Akedat Yitzchak, il sacrificio di Isacco (per il quale la Genesi utilizza proprio il termine “olah”), che rappresenta il totale riconoscimento del fatto che la vita umana e l’esistenza di ogni creatura appartengono in definitiva soltanto a Dio. L’animale ucciso nel Santuario svolge perciò una funzione vicaria, subentrando in sostituzione di colui che offre il sacrificio.
Il Korban Minchah, che non prevede spargimento di sangue, comunica un messaggio complementare: non solo la vita, ma anche tutto ciò che l’uomo possiede, il suo nutrimento e le sue fonti di sostentamento, appartengono a Dio. L’oblazione farinacea è quindi un tributo volto a manifestare tale concezione religiosa. Si comprende così il motivo per cui la Torah proibisce di aggiungere lievito e miele a questo tipo di sacrificio: un’espressione di umiltà e di devozione non può essere accompagnata da un elemento come il lievito, che rappresenta copiosità e orgoglio, o dal miele, uno dei simboli della ricchezza della Terra d’Israele.

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Morire nel Santuario: lo strano caso di Nadav e Avihù (e Uzza)

Dopo essere stati impegnati per alcuni mesi nei lavori di costruzione del Tabernacolo (Mishkàn) nel deserto, gli Israeliti possono finalmente celebrare il compimento della loro opera con una solenne cerimonia di inaugurazione. Il Santuario è pronto in ogni suo dettaglio, la gioia cresce e la presenza di Dio si manifesta suscitando la riverenza di tutto il popolo. Ma proprio nel momento di massima euforia, l’atmosfera lieta viene spezzata da un avvenimento sconcertante:

E Nadav e Avihù, figli di Aharon, presero ciascuno il proprio turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra l’incenso e offrirono alla presenza di HaShem un fuoco estraneo, che Egli non aveva loro comandato. E un fuoco uscì dalla presenza di HaShem e li divorò, ed essi morirono alla presenza di HaShem. E Moshè disse ad Aharon: «Questo è ciò di cui ha parlato HaShem, dicendo: “Per mezzo di coloro che mi sono vicini sarò santificato, e davanti a tutto il popolo sarò glorificato”». E Aharon tacque (Levitico 10:1-3).

La tragica morte di Nadàv e Avihù, figli del sommo sacerdote Aharòn, richiede una spiegazione. La brevità del racconto e la presenza di espressioni criptiche nel testo hanno favorito la nascita di molte interpretazioni, anche diametralmente opposte, di questo episodio biblico su cui ci apprestiamo ora a riflettere. Continua a leggere

Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

Scintille di Torah: Esodo

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dell’Esodo pubblicati nel 2018.

SHEMOT

“Quando Moshè era cresciuto, avvenne che egli uscì a trovare i suoi fratelli e notò i loro duri lavori; e vide un Egiziano che percuoteva un uomo ebreo, uno dei suoi fratelli. Egli guardò di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose poi nella sabbia” (Esodo 2:11-12).

Moshè, figura centrale del Pentateuco, è un personaggio complesso dalla doppia origine, che inizia la sua carriera andando alla ricerca di una precisa identità. È ebreo per nascita, ma egiziano d’adozione, essendo stato “tratto dalle acque” proprio dalla figlia del sovrano che aveva emesso il decreto di far annegare nel fiume tutti i neonati maschi israeliti.
Essere cresciuto alla corte del Faraone non impedisce però a Moshè di identificarsi con i suoi veri fratelli, gli Ebrei, nel momento in cui nota la violenza operata da un Egiziano ai danni di uno schiavo israelita inerme. Non è la solidarietà nazionale a spingere Moshè a schierarsi dalla parte della vittima: il futuro liberatore d’Israele sceglie infatti la via della giustizia e rigetta l’oppressione a prescindere dall’appartenenza etnica. Egli infatti non esita, il giorno seguente, a rimproverare un Ebreo che litiga con un suo fratello (2:13) e più tardi, a soccorrere le figlie del sacerdote di Midian dalle angherie di alcuni pastori (2:17).
Moshè è presentato dunque come un uomo imparziale che persegue unicamente la giustizia, elevandosi al di sopra delle divisioni etniche e politiche per poter scegliere il bene con piena obiettività. Colui che condurrà gli Israeliti fuori dall’Egitto e che consegnerà loro la Torah non è dunque un patriota, ma un uomo giusto, strappato dalle proprie radici.
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L’Ebreo a corte: Giuseppe, Daniele, Ester

“Disse Rav Yehuda a nome di Shmuel: Il libro di Ester non rende le mani impure (cioè non è un libro sacro). […] Rabbi Eliezer disse: Il libro di Ester fu scritto con l’ispirazione dello Spirito Santo” (Talmud, Megillah 7a).

In riferimento al libro di Ester (Meghillàt Estèr), il Talmud registra un lungo dibattito tra i Saggi d’Israele sull’idoneità di questo testo ad essere incluso nel canone delle Scritture. Alcuni Maestri, infatti, non ritenevano che tale libro dovesse essere considerato come parte integrante della Bibbia, e sollevarono perciò alcuni dubbi sul suo valore sacro.
Benché questa opinione scettica non sia risultata infine vincente, non è difficile comprendere il motivo per cui il libro di Ester sia divenuto oggetto di un simile dibattito tra i rabbini. Cosa ha a che fare questa narrazione a tratti fiabesca e a tratti romanzesca, dove non si parla né di Dio né dei suoi precetti, con la grande storia biblica del popolo del Patto? Continua a leggere

“La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi”: finalmente disponibile!

Con grande emozione annunciamo oggi l’uscita ufficiale del nostro libro La tua voce ho udito, acquistabile su Amazon sia in formato cartaceo che elettronico.
Dopo un lungo e impegnativo lavoro di scrittura e revisione, animato costantemente dal nostro amore sconfinato per lo studio della Bibbia ebraica, è arrivato il momento che il volume raggiunga i lettori che per molto tempo l’hanno atteso, e tutti coloro che vorranno affidarsi alla guida di Sguardo a Sion per partire alla scoperta del mondo della Genesi.

Dalla Prefazione:

“Spiegare la Bibbia ebraica raccontandola, accompagnare il lettore in un lungo percorso e aiutarlo a porsi le domande giuste ancor più che a trovare delle risposte: ecco l’intento da cui nascono queste pagine. […]
Per sfuggire al relativismo che deriva dall’esistenza di tanti approcci esegetici, è necessario ripartire dal fascino originario e incontaminato delle parole; mettere da parte tutto ciò che crediamo di conoscere per poter guardare a storie già note con occhi nuovi. […] Questo e l’appello che lo spazio virtuale di Sguardo a Sion ha lanciato fin dalla sua nascita, ed è la sfida ambiziosa proposta dal presente volume”.

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