La Torah è immorale? Dibattito con un nostro lettore – Parte 2

Riprendiamo il nostro confronto sulla questione dell’etica universale dell’Ebraismo rispondendo alle argomentazioni critiche di un nostro lettore. Dopo aver parlato, nell’articolo precedente, dei temi dell’idolatria e del monoteismo biblico, questa volta discuteremo delle proibizioni dell’omicidio e del furto, riflettendo anche sull’idea molto diffusa secondo cui la Torah prescriverebbe un vero e proprio programma di “genocidio” contro intere popolazioni.

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La Torah è immorale? Dibattito con un nostro lettore – Parte 1

Un nostro lettore molto critico ci ha recentemente inviato un commento relativo al nostro articolo “i sette precetti noachidi“. Pur non essendo d’accordo con il contenuto del commento, il cui tono potrebbe indisporre o persino turbare i nostri visitatori più suscettibili, abbiamo deciso di dare evidenza alle argomentazioni presentate dedicandovi una serie di articoli. Cogliamo così l’occasione per discutere su alcune tematiche di grande importanza e su molte idee piuttosto diffuse in merito alla Bibbia ebraica e al suo insegnamento.

Ricordiamo però prima di tutto che Sguardo a Sion, benché sia un sito incentrato principalmente sullo studio della Torah e dell’Ebraismo, non rappresenta alcuna religione e non esprime il punto di vista di alcuna istituzione o confessione.

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Scintille di Torah II: Numeri

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.

Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dei Numeri pubblicati nel 2019.

BEMIDBAR

“I figli d’Israele si accamperanno ciascuno vicino alla sua bandiera, sotto le insegne della casa dei loro padri. Si accamperanno tutt’intorno alla tenda di convegno, a una certa distanza” (Numeri 2:2).

L’accampamento di Israele nel deserto aveva al suo centro il Tabernacolo, chiamato “tenda di convegno” (ohel moed), punto focale della vita religiosa, intorno a cui tutte le tribù si disponevano ad equa distanza, come a mostrare l’eguaglianza di ciascuno nei confronti della santità.

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La stella e lo scettro: gli ultimi oracoli di Bilam

Vieni, io ti annuncierò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni (Numeri 24:14).

Il singolare profeta e indovino Bilàm, convocato dal re di Moav per maledire Israele, non potendo però resistere al volere di Dio, si ritrova alla fine a pronunciare splendide benedizioni e profezie. Di questa vicenda tratta dal Libro dei Numeri (Bemidbar) ci siamo già occupati in passato nel nostro articolo “Quando gli asini parlano“, concentrandoci tuttavia solo sulle parti puramente narrative.

Questa volta vogliamo proporre invece un’analisi delle profezie vere e proprie pronunciate da Bilam, e specificamente dei suoi ultimi oracoli relativi al futuro del popolo ebraico e di altre nazioni, partendo dal famoso annuncio della “stella che sorge da Giacobbe”, spesso interpretato in senso messianico.

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La figlia di Iefte: storia di un sacrificio umano

Questo articolo è dedicato alla memoria della Dr. Avigail Rock z”l, grande esperta di Tanakh e insegnante presso l’Herzog College, recentemente scomparsa. Le riflessioni che seguono sono basate su una sua lezione dal titolo “Biblical allusions to the story of the Akeida“.


Yiftach fece voto ad HaShem e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, colui che uscirà per primo dalla porta di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per HaShem e io l’offrirò in olocausto» (Giudici 11:30-31).

Siamo nell’era buia dei Giudici, un tempo di corruzione morale, smarrimento e oppressione per il popolo d’Israele. Yiftach (Iefte), intrepido giudice chiamato a liberare la nazione dai nemici Ammoniti, assume spontaneamente un impegno avventato e non richiesto dinanzi a Dio.

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“Popolo eletto”: siamo sicuri di sapere cosa significa?

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Oggi molto più che in passato, parlare di “popolo eletto” non è per niente facile. Gli orrori compiuti dai regimi totalitari nel secolo scorso, insieme alla crescente sensibilità egualitaria sbocciata nel mondo occidentale, ci mostrano infatti quanto possa essere aberrante credere che una nazione, ma anche una qualsiasi comunità, sia intrinsecamente “superiore”, “eletta” o degna di dominare sulle altre.

Se da un lato il concetto ha fatto sì che gli Ebrei preservassero la loro identità durante i secoli di dispersione e di persecuzione, custodendo con orgoglio le proprie tradizioni, dall’altro esso è stato (ed è tuttora) motivo di astio e di disprezzo da parte degli altri popoli, che da sempre accusano gli Ebrei di considerarsi la stirpe suprema.

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Shavuot: è davvero la “festa del Dono della Torah”?

shavuos

La festa di Shavuòt, nota anche come “Pentecoste”, è celebrata soprattutto in quanto anniversario della Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, evento fondamentale per l’Ebraismo. Nella liturgia, Shavuot è infatti chiamata Z’man Matan Toratenu, cioè: “il tempo del Dono della nostra Torah”. Coerentemente con questa definizione, l’osservanza della festività prevede la lettura dei Dieci Comandamenti in Sinagoga e, presso molte comunità, lo studio della Torah durante l’intera notte.

Questa concezione della festa, tuttavia, sembra derivare unicamente dalla tradizione rabbinica. Nella Bibbia, infatti, Shavuot non viene mai messa in relazione al Dono della Torah, né ad altri eventi specifici della storia ebraica. Al contrario delle altre due solennità di pellegrinaggio (Pesach e Sukkot), di cui il testo biblico spiega chiaramente l’origine storica, Shavuot è presentata invece esclusivamente come “festa della mietitura“:

Celebrerai la festa di Shavuot, delle primizie della mietitura del grano (Esodo 34:22; vedi anche Esodo 23:16).

È possibile che, dal punto di vista strettamente biblico, una festività così importante abbia soltanto un significato agricolo? E da dove nasce allora l’idea della “festa del Dono della Torah”, divenuta da millenni predominante? Continua a leggere