Il forno di Akhnai e il miracolo della storia ebraica

Fra i moltissimi dibattiti rabbinici raccolti nel Talmud, uno dei più noti e curiosi è la disputa del forno di Akhnai, svoltasi nell’accademia di Yavne nel II secolo e.v.

Un giorno, narra il racconto talmudico, i più grandi saggi dell’epoca si riuniscono per discutere di un tema che a prima vista non sembrerebbe tanto interessante, né di grande importanza: un forno di terracotta, le cui parti sono state separate e poi ricongiunte grazie all’aggiunta di strati di sabbia.

Secondo la maggioranza dei Maestri, questo forno è “soggetto a impurità rituale”. Ciò significa, nel linguaggio rabbinico, che esso può essere considerato un forno vero e proprio, nonostante la sua singolare struttura poco compatta.

Tra i Maestri c’è però una voce dissonante: Rabbi Eliezer, il quale è convinto che il forno sia invece “puro”, cioè non più idoneo a essere considerato uno strumento umano utilizzabile.

Da tale questione poco significativa, come stiamo per vedere, il Talmud fa derivare un principio fondamentale sulla definizione della legge ebraica, ma non solo. Il racconto della disputa può persino essere letto come un’affascinante metafora della storia del popolo d’Israele nell’epoca buia dell’esilio.

“Non è in cielo”

Rabbi Eliezer, ostinato nel difendere la sua opinione sul controverso forno, presenta molte argomentazioni; ma quando nessuna di queste viene accolta, egli cambia decisamente strategia. Il Talmud (Bava Metzia 59b) racconta:

“Rabbi Eliezer disse loro: «Se la legge è in accordo con me, questo albero di carrubo lo proverà». E il carrubo fu estirpato dal suo luogo [e si spostò] di cento cubiti, qualcuno dice di quattrocento cubiti. E i Maestri gli dissero: «Non si può provare nulla con un carrubo!». Allora egli disse loro: «Se la legge è in accordo con me, quel torrente lo proverà». E il torrente cominciò a scorrere al contrario. Ma essi gli dissero: «Non si può provare nulla con un torrente!».
Ed egli disse ancora: «Se la legge è in accordo con me, le mura di questa casa di studio lo proveranno». E le mura della casa di studio si inclinarono per crollare, ma Rabbi Yehoshua le sgridò e disse loro: «Se i Saggi discutono sulla legge fra loro, voi cosa avete a che fare con ciò?»”.

A questo punto, dopo aver invocato ben tre prove miracolose a sostegno delle proprie ragioni, Rabbi Eliezer invita addirittura l’Altissimo a intervenire nel dibattito:

“Ed egli disse ancora: «Se la legge è in accordo con me, il Cielo lo proverà». E si udì una voce dal cielo che disse: «Perché voi contestate Rabbi Eliezer? La legge è in accordo con lui su ogni punto!».
Rabbi Yehoshua si alzò in piedi e disse: «'[La Torah] non è in cielo’ (Deut. 30:12)!». Qual è il senso [del verso che recita:] “[La Torah] non è in cielo” [in questo contesto]? Rabbi Yirmeyah ha detto: «Dal momento che la Torah è stata già donata sul Monte Sinai, non prendiamo in considerazione una voce divina [in merito alle controversie giuridiche], poiché [Dio] ha già scritto sul Monte Sinai, nella Torah: ‘Seguirai la maggioranza’ (Esodo 23:2)».

Nonostante la voce divina confermi apertamente la validità della posizione di Rabbi Eliezer, neppure in questo caso i Maestri si lasciano convincere. Il motivo è chiaro, per quanto paradossale: la Torah non è più in cielo, la Rivelazione divina si è già conclusa e ora tocca agli uomini giungere alla migliore comprensione possibile dei comandamenti.

Non senza una certa dose di umorismo, il Talmud insegna quindi che le decisioni sull’applicazione concreta della legge spettano, secondo quanto la Torah stessa prevede, all’arbitrio dei giudici d’Israele, i quali deliberano in base all’opinione della maggioranza. Tale principio sulla definizione della giurisprudenza è così solido che neppure i miracoli possono interferire con esso.

È a questo punto però che il testo ci sorprende con un’altra svolta paradossale:

“Cosa fece il Santo Benedetto Egli sia in quel momento? […] Egli sorrise e disse: «I miei figli mi hanno vinto; i miei figli mi hanno vinto»”.

Osservando dall’alto la disputa dei Maestri, Dio sorride. Non è offeso dal fatto che l’assemblea non abbia accolto la verità espressa dalla voce divina, anzi ne è lieto: i Saggi hanno operato in accordo con le disposizioni della Torah, decidendo secondo la maggioranza, come indicato dalla Scrittura.

Come un genitore fiero, Dio si compiace del fatto che i propri figli abbiano compiuto una scelta in autonomia, non con impertinenza e arroganza, ma attraverso un uso corretto degli strumenti e dei metodi che Egli stesso ha fornito.

È insomma come se esistessero due dimensioni: quella ideale (la voce divina), fondata su principi assoluti; e quella concreta e razionale (l’assemblea dei Saggi), legata invece alla realtà pratica della vita. Per quanto la prima sia valida da una prospettiva astratta, di fatto è la seconda a prevalere.

Esiste tuttavia anche un piano metaforico che ci permette di comprendere questa storia in maniera più profonda e completa, ed è ciò che ci apprestiamo ora a scoprire.

Il forno di Akhnai e la rovina di Gerusalemme

Riflettendo sulla disputa del forno di Akhnai, Rabbi David Fohrman offre un’illuminante interpretazione che tiene conto del contesto storico del racconto.

La discussione tra i Maestri ha luogo a Yavne (Iamnia), la città ebraica che fu risparmiata dai Romani grazie a Yochanan Ben Zakkai, e in cui i rabbini trasferirono il Sinedrio dopo la distruzione di Gerusalemme.

A Yavne, e in particolare nell’area in cui era situata l’antica accademia rabbinica, sono ancora oggi presenti grandi distese di sabbia, come si può notare dalla foto.

Il forno diviso in parti e poi riparato con la sabbia può quindi apparire come un’immagine della nazione ebraica, colpita dalla catastrofe del I secolo e.v., ma rimasta in vita grazie ai Saggi di Yavne, che attraverso lo studio della Torah hanno mantenuto in vita l’identità dell’Ebraismo in mancanza del Tempio e delle istituzioni nazionali.

Da questa prospettiva, la questione dibattuta dai Maestri diviene di natura molto più radicale: Israele può ancora esistere come popolo? O forse la sua disgregazione ne ha inesorabilmente soppresso la vera essenza?

Rabbi Eliezer, il maestro idealista che rifiuta ogni compromesso, risponde di no: il forno non è più un vero forno, Yavne non è Gerusalemme; il popolo ebraico ha perso la propria identità e si è trasformato in qualcos’altro. Fohrman spiega in proposito che il carrubo spazzato via, il torrente che scorre in senso contrario e le mura che crollano rappresentano tre metafore del disfacimento nazionale, la privazione di una terra con le sue risorse, degli strumenti della civiltà e delle istituzioni.

La voce dal cielo, che è la voce della realtà oggettiva, conferma questa perdita: secondo le leggi della storia, un popolo non può sopravvivere senza una patria, un ordinamento civile e l’integrità dei suoi simboli.

Eppure, gli altri Maestri dissentono: il popolo d’Israele è ancora in vita grazie alla sabbia, cioè all’opera dei rabbini di Yavne che hanno custodito la Torah. La cultura e la fede preservano l’unità di una nazione in rovina.

Oggi, a duemila anni di distanza, non si può che ammettere la validità dell’intuizione della maggioranza dei Saggi. L’identità ebraica è sopravvissuta a un lungo e difficile esilio, permettendo a un’antica civiltà di non essere sepolta tra le rovine della Storia.

Approfondimento: le radici bibliche del racconto

La figura di Rabbi Eliezer, maestro autorevole e severo, con il potere prodigioso di alterare la natura praticamente a suo piacimento, ci ricorda un illustre personaggio della Bibbia ebraica.

Di chi stiamo parlando? Per comprenderlo, è utile sapere che lo stesso Rabbi Eliezer, secondo quanto il medesimo brano talmudico riporta poco dopo, reagì in modo molto aspro alla decisione dei suoi colleghi, facendo appassire un terzo del raccolto del mondo, scatenando tempeste e dando fuoco con lo sguardo a tutto ciò che vedeva.

Questo zelo, questo rigore e queste capacità sovrumane ci fanno venire in mente il profeta Eliyahu (Elia), uno dei protagonisti del Libro dei Re.

Eliyahu è uno dei più famosi operatori di miracoli della Bibbia, in grado di “chiudere i cieli” lasciando la Terra d’Israele senza pioggia per tre anni, colpire i nemici con le fiamme e dividere le acque del Giordano.

Ma Eliyahu è anche colui che dice di sé stesso: “sono pieno dello zelo per HaShem” (1 Re 19:14), e nello stesso verso dichiara di essere rimasto solo, unico uomo fedele a Dio, mentre il resto del popolo ha abbandonato il Patto per volgersi agli idoli.

In questo caso, come abbiamo già osservato in un altro articolo, Dio però non concorda con Eliyahu: gli fa anzi notare che non è “rimasto solo”, che esistono altri Israeliti fedeli, e che l’ardore dello zelo non è sempre la soluzione.

Da ciò potrebbe allora scaturire una conferma dell’interpretazione metaforica del forno di Akhnai: anche Rabbi Eliezer, come Eliyahu, si isola come unico depositario della verità, e non sembra confidare più nel futuro del popolo d’Israele.

Eliyahu e Rabbi Eliezer, seppure in due contesti differenti, incarnano dunque il rigore, l’idealismo, il fervore senza compromessi, approcci e sentimenti che riflettono la giustizia più pura, ma che talvolta non rappresentano la via da seguire.

Un commento

  1. Caro redattore, se hai letto ciò che ti ho mandato trovi molte spiegazioni a questo articolo.

    Qui provo a sintetizzarle per altri. Prima, però, voglio far presente e chiederti una cosa. Perché nella mia Bibbia ad Esodo 23:2 sta scritto di non seguire le opinioni della maggioranza per agire male e… e non di prendere le decisioni a maggioranza come tu sostieni. Ma al di là di questo, appurato che la Torah non è nei cieli come ricordava sempre Mosè, il problema è uno solo. Perché Mosè ha detto che la Torah è vicina a te, sulla tua bocca e nel tuo cuore…. mentre nel Talmud viene detto che invece è nelle mani degli uomini, come si sostiene in questo racconto. Ma nella Bibbia sta semplicemente scritto che tutto è nelle mani di Dio, salvo il timor di Dio….

    Ma come del resto dici, quando si presume di avere la Torah nelle proprie mani, si può fare ciò che si vuole con le parole, dimostrare tutto e il contrario di tutto, per seguire i propri pensieri e non quelli di Dio.

    Servirsi della Bibbia, invece che seguire la Bibbia. Ma basta semplicemente ammetterlo, come del resto fai in questo articolo. Perché la Torah orale non ha niente a che fare con la Torah scritta, serve solo ad eluderla, e l’ebraismo talmudico poco a che fare con la Bibbia.

    Ma leggi il mio libro con pazienza. Poi se vuoi lo puoi pubblicizzare tu su questo sito, io non mi permetterò

    Un caro saluto

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