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Scintille di Torah: Numeri

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dei Numeri pubblicati nel 2018.

BEMIDBAR

“E queste sono le discendenze di Aharon e di Moshè, nel giorno in cui HaShem parlò a Moshè sul monte Sinai. Questi sono i nomi dei figli di Aharon: Nadav, il primogenito, Avihù, Elazar e Itamar. Questi sono i nomi dei figli di Aharon, unti sacerdoti, che egli consacrò per servire come sacerdoti” (Numeri 3:1-3).
In questo brano, la consueta formula delle toledot (“discendenze”), che ricorre spesso nella Torah, introduce l’elencazione dei discendenti di Aharon e Moshè. Una stranezza, tuttavia, non può passare inosservata: questi versi menzionano in realtà unicamente i figli di Aharon, mentre di quelli di Moshè non si parla affatto, né qui né in seguito. Si tratta forse di una semplice incongruenza?

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Il massacro dei Midianiti e il lato oscuro di Mosè

Midian

HaShem disse a Moshè: «Compi la vendetta degli Israeliti contro i Midianiti, poi sarai riunito ai tuoi padri» (Numeri 31:1).

L’ultima impresa che Moshè è chiamato a compiere ora che la sua vita volge al termine è la guerra contro i Midianiti, colpevoli di aver aver tentato di annientare il popolo d’Israele cominciando dalle sue basi spirituali, pur non essendo stati in alcun modo minacciati dalla marcia degli Ebrei verso la terra promessa.

Se il racconto della guerra, con le immagini delle stragi e del territorio midianita arso con il fuoco (31:7-11), evoca già un certo sgomento, ciò che accade in seguito non può che suscitare orrore in chiunque possieda anche solo un frammento di sensibilità nel suo animo. Continua a leggere

Il mistero del serpente di rame

E HaShem mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono (Numeri 21:6).

Nel nostro ultimo commento alla Parashah di Chukkat, abbiamo visto come gli Israeliti, a causa del loro sprezzante rifiuto del piano divino della Redenzione, siano divenuti vittime dell’attacco dei nechashìm serafìm, ossia i “serpenti ardenti” del deserto. In questo articolo proseguiremo l’analisi della vicenda per soffermarci su ciò che accade nel momento in cui Dio concede al popolo sofferente un rimedio alla terribile piaga. Continua a leggere

Korach: tutti sono santi

demo

E Korach, figlio di Itzhar, figlio di Kehat, figlio di Levì, insieme con Datan e Aviram, figlio di Eliav, e On, figlio di Pelet, figli di Reuven, presero con loro [altri uomini d’Israele] e si levarono davanti a Moshè. […] Essi si radunarono contro Moshè e contro Aharon, e dissero loro: «Questo è troppo! Perché tutta la congregazione è santa, ciascuno dei suoi membri, e HaShem è in mezzo a loro; come potete dunque innalzarvi sopra l’assemblea di HaShem?» (Numeri 16:1-3).

Con questi versi del Libro di Bemidbar (Numeri) inizia il racconto del più grave tentativo di delegittimazione dell’autorità di Moshè e dell’Esodo stesso, un tentativo che darà luogo a uno dei maggiori momenti di crisi di tutta la storia della permanenza di Israele nel deserto.
Nonostante il testo ci lasci intendere che le vere motivazioni che spingono Kòrach a fomentare la sua rivolta siano in realtà tutt’altro che pure (vedi Numeri 16:9-10), le sue parole appaiono però fondate su un principio che potrebbe sembrare pienamente condivisibile: se tutto il popolo d’Israele è un “regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6), perché mai dovrebbe esistere al suo interno una classe sacerdotale detentrice della santità? Korach si presenta quindi come un rivoluzionario pronto a battersi per l’uguaglianza e la parità dei diritti nell’ambito religioso, avanzando una rivendicazione che rischia di attirare le simpatie di molti lettori moderni. Vediamo dunque di approfondire la questione e di comprendere il punto di vista della Torah su questo argomento. Continua a leggere

Pinchas: eroe o fanatico religioso?

E HaShem parlò a Moshè dicendo: «Pinchas figlio di Elazar, figlio del sacerdote Aaron, ha fatto placare la mia ira nei confronti dei figli d’Israele, poiché egli è stato zelante con il mio zelo in mezzo a loro, così non ho annientato i figli d’Israele con il mio zelo. Perciò digli: “Ecco, io stabilisco con lui un patto di pace, che sarà per lui e per la sua discendenza dopo di lui, il patto di un sacerdozio perpetuo, perché ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto l’espiazione per i figli d’Israele” (Numeri 25:10-14).

La figura di Pinchàs, nipote di Aaron, si distingue e si eleva all’interno di una vicenda cupa e desolante, passando di colpo da una condizione di quasi-anonimato a una di grande onore agli occhi di Dio e del popolo. Ma chi è in realtà questo personaggio, e quale impresa ha compiuto per ricevere una simile ricompensa? Continua a leggere

I diritti delle minoranze nella Torah

Articolo di Rabbi Jonathan Sacks dal titolo “Minority Rights”, da noi tradotto in italiano.

Uno degli aspetti più significativi della Torah è l’enfasi che essa pone sull’amore e sulla protezione rivolti al gher, lo straniero:

Non opprimere lo straniero; voi conoscete l’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto (Esodo 23:9).

Poiché il Signore, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto (Deut. 10:17-19).

I Saggi d’Israele sono giunti ad affermare addirittura che la Torah ci comanda in una sola occasione di amare il nostro vicino, ma ben trentasei volte di amare lo straniero (Baba Metsia 59b).

Qual è la definizione di “straniero”? È chiaro che il riferimento sia a qualcuno che non è Ebreo per nascita. Il termine potrebbe applicarsi a uno degli abitanti originari della terra di Canaan, a un membro della “moltitudine mista” che lasciò l’Egitto assieme agli Israeliti, oppure a un forestiero che entra nel paese in cerca di sicurezza o di mezzi di sussistenza.

In ogni caso, l’importanza attribuita al trattamento degli stranieri da parte degli Israeliti è immensa. Essa deriva da ciò che gli Israeliti stessi dovevano aver appreso dalla loro esperienza di esilio e sofferenza in Egitto: essi erano stati stranieri ed erano stati oppressi, dunque conoscevano “l’animo dello straniero”, e non era loro concesso infliggere agli altri ciò che essi avevano subito in prima persona.

I Saggi sostengono che la parola gher possa avere due significati diversi. Il primo è quello di gher tzedek, un convertito all’Ebraismo che ha accettato tutti i comandamenti e gli obblighi della nuova fede. L’altro è quello di gher toshav, il “residente straniero”, che non ha adottato la religione ebraica pur vivendo nella terra d’Israele. La Parashah di Behar (Levitico 25:1 – 26:2) comunica i diritti di questa categoria di persone, e in particolare afferma:

Se un tuo fratello diviene povero e si trova nell’indigenza in mezzo a voi, tu lo sosterrai come uno straniero e un residente, perché possa vivere presso di te (Levitico 25:35).

Esiste, in altre parole, un obbligo di fornire supporto e di sostenere un residente straniero. Non solo questi ha il diritto di vivere nella terra santa, ma anche quello di beneficiare della “previdenza sociale”. Bisogna ricordare che si tratta di una legge davvero molto antica, che precede di molto i principi formulati dai Saggi come quello delle “vie della pace”, che obbliga gli Ebrei a estendere la cura e la carità anche ai non-Ebrei oltre che ai loro fratelli.

Che cos’era dunque un gher toshav? Il Talmud riporta a questo proposito tre opinioni: secondo Rabbi Meir, si tratta di chiunque si sia imposto di non adorare gli idoli; secondo i Saggi, è invece chi si impegna a osservare i sette comandamenti noachidi. Una terza opinione, più rigida, sostiene che si tratti di colui che ha accettato di osservare tutti i precetti della Torah ad eccezione di uno: la proibizione di nutrirsi di carne non macellata secondo il rituale prescritto (Avodah Zarah 64b). La legge accettata come valida segue l’opinione dei Saggi. Un gher toshav èquindi un non-Ebreo che vive in Israele e che accetta le leggi noachidi che sono vincolanti per tutta l’umanità.

La legislazione del gher toshav è dunque una delle prime forme mai esistite di diritti delle minoranze. Secondo Rambam, gli Ebrei che vivono in Israele hanno l’obbligo di istituire dei tribunali per i residenti stranieri in modo da permettere loro di risolvere le dispute (sorte tra di essi o con gli Ebrei) come prevede la legge noachide. Rambam aggiunge: “Chiunque dovrebbe agire nei confronti dei residenti stranieri con lo stesso rispetto e la stessa cura che si deve a un fratello ebreo” (Hilkhot Melakhim 10:12).

La differenza tra questa legislazione e quella più tarda delle “vie della pace” consiste nel fatto che la seconda si applica ai non-Ebrei a prescindere dalla loro fede e dalle loro pratiche religiose. Essa risale a un’epoca in cui gli Ebrei erano una minoranza che viveva in un ambiente prevalentemente non ebraico e non monoteista. Le “vie della pace” sono essenzialmente regole pragmatiche simili a ciò che oggi chiameremmo norme di pacifica convivenza e cittadinanza attiva in una società multietnica e multiculturale. La legislazione del gher toshav arriva invece più in profondità: essa non è basata sul pragmatismo, ma su un principio religioso. Secondo la Torah, non è necessario essere Ebrei per godere di molti diritti e della cittadinanza in una società ebraica e nella terra degli Ebrei; è semplicemente necessario essere persone morali.

Un esempio biblico illustra tale principio con enorme efficacia. Un giorno, come racconta il Libro di Samuele, il re David si innamora di Batsheva, moglie di un gher toshav chiamato Uriah l’Ittita, e ha con lei una relazione adultera. Ella rimane incinta, mentre il marito Uriah si trova lontano da casa per combattere al servizio dell’esercito d’Israele. David, a causa del timore che l’adulterio venga scoperto e che sia rivelata la sua colpevolezza, fa tornare indietro Uriah con il pretesto di voler discutere sull’andamento delle battaglie. In seguito, egli esorta Uriah ad andare a casa e a dormire con sua moglie prima di ritornare all’accampamento, in modo che egli, in futuro, potrà credere di essere il padre del bambino che nascerà. Il piano fallisce, ed ecco cosa accade:

Uriah uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una portata della tavola del re. Ma Uriah dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La cosa fu riferita a David e gli fu detto: «Uriah non è sceso a casa sua». Allora David disse a Uriah: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?» Uriah rispose a David: «L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioav mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò una cosa simile!» (1Samuele 11:8-11).

La completa lealtà di Uriah nei confronti del popolo ebraico, malgrado il fatto che egli stesso non sia Ebreo, è posta in contrasto con la figura del re David, che rimane a Gerusalemme, non parte con l’esercito, e ha rapporti con la moglie di un altro uomo. Il fatto che la Bibbia possa narrare una storia come questa, in cui un residente straniero svolge il ruolo dell’eroe morale, mentre a David, il più grande re d’Israele, spetta la parte del malfattore, ci dice molto sui valori morali dell’Ebraismo.

I diritti delle minoranze sono ciò che più di ogni altra cosa può mettere alla prova una società per mostrare se essa è libera e giusta. Fin dall’epoca di Mosè, essi sono stati posti al centro della visione sociale che Dio vuole creare nella terra d’Israele. È dunque di vitale importanza, per noi, prendere sul serio questi diritti nel nostro tempo.

Jonathan Sacks.

Articolo originale: http://rabbisacks.org/minority-rights-behar-bechukotai-5777

Miriam e le acque nel deserto

miriam

E tutta l’assemblea dei figli d’Israele arrivò al deserto di Sin nel primo mese, e il popolo si fermò a Kadesh. Là morì Miriam e là fu sepolta, e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e contro Aaron (Numeri 20:1-2).

I racconti della Bibbia non sono semplici storie da leggere in maniera superficiale, né banali annotazioni raccolte per tramandare la memoria di eventi del passato. La Torah nasconde spesso segnali e dettagli la cui rilevanza per la comprensione del testo risulta essenziale. A volte, concetti che sembrano non avere alcun legame fra loro, o frasi accostate in modo apparentemente casuale, celano in realtà un disegno che si dispiega a poco a poco agli occhi del lettore attento.

È il caso del brano che abbiamo appena citato: subito dopo averci parlato della morte di Miriam, sorella maggiore di Moshè, il testo inizia a narrare della crisi che sconvolse il popolo a causa della mancanza d’acqua. La frase “Là morì Miriam e là fu sepolta” è unita alla seguente (“non c’era l’acqua per l’assemblea”) da una lettera vav, equivalente alla congiunzione e italiana, che non a caso moltissimi traduttori eliminano, inserendo al suo posto un punto, per separare nettamente le due frasi.
Gli antichi Maestri, invece, non si sono lasciati sfuggire questo particolare, e hanno suggerito l’esistenza di una connessione tra la morte di Miriam e la mancanza d’acqua:

“Rabbi Yose bar Yehuda ha detto: Il popolo d’Israele ha avuto tre capi eccellenti: Moshè, Aaron e Miriam. Tre grandi doni furono concessi al popolo d’Israele grazie a costoro: l’acqua (lett. “il pozzo”), le nubi e la manna. L’acqua è stata fornita grazie al merito di Miriam, le nubi della gloria grazie ad Aaron, e la manna grazie a Moshè. Quando Miriam morì, l’acqua scomparve, come è scritto: ‘Là Miriam morì e fu sepolta’, e subito dopo è scritto: ‘e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e Aaron’ “(Talmud, Ta’anit 9a).

“Il pozzo”, le nubi e la manna, i tre doni elencati da Rabbi Yose, rappresentano i tre elementi fondamentali di cui ogni viaggiatore nel deserto ha bisogno per sopravvivere: l’acqua da bere, un riparo all’ombra, e qualcosa da mangiare. Associare ciascuno di questi elementi a uno dei tre leader del popolo ebraico durante l’epoca che precede l’ingresso nella Terra promessa, significa evidenziare l’importanza che questi grandi personaggi ebbero durante la lunga esperienza del viaggio nel deserto.

Il fatto che Moshè e Aaron siano fortemente esaltati e considerati indispensabili per la salvezza del popolo è tutt’altro che sorprendente. Ricordare le loro imprese e i loro meriti sarebbe di certo superfluo. Che Aaron sia associato alle nubi di gloria si spiega probabilmente alla luce del fatto che egli era il Cohen Gadol (Sommo Sacerdote), e che la Presenza di Dio in forma di nube ricopriva il Santuario, i cui riti erano amministrati proprio da Aaron e dai suoi figli. Il Talmud stesso, inoltre, fa notare che, in seguito alla morte di Aaron, gli Israeliti vennero attaccati dal re di Arad, a dimostrazione del fatto che la dipartita del Sommo Sacerdote avesse reso il popolo vulnerabile.
Che Moshè abbia avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza fisica di Israele – di cui la manna è immagine rappresentativa – è  indiscutibile.
Ciò che appare molto meno chiaro è il motivo per cui anche a Miriam sia riservato l’onore di essere citata tra i redentori di Israele e di essere persino associata a un elemento tanto importante come l’acqua.

Chi è Miriam, e in cosa consiste il suo merito? La Torah non ci rivela molto su questo interessante personaggio femminile. Il contesto storico, un’epoca in cui, in linea generale, alle donne non spettavano posizioni di potere, ha impedito a Miriam di emergere in maniera prominente, come è stato invece concesso ai due fratelli maschi. Tuttavia, il suo valore traspare ugualmente, se si riesce ad entrare nelle profondità del testo.
A legittimare l’associazione proposta dai Maestri del Talmud tra Miriam e l’acqua è il fatto che questa misteriosa profetessa compaia costantemente (non sempre in maniera esplicita) proprio nelle occasioni in cui Moshè o l’intero popolo si trovano ad avere a che fare con l’acqua, in situazioni anche molto diverse fra loro:

  • Quando Moshè, ancora bambino, è affidato da sua madre alle acque del Nilo, Miriam interviene in suo favore (Esodo 2:4-8).
  • In seguito, quando è l’intera nazione ad essere stata appena salvata dalle acque (con il passaggio del Mar Rosso), Miriam compare di nuovo, questa volta per cantare un inno di ringraziamento a Dio (Esodo 15:20-21).
  • Subito dopo, il popolo si ritrova in un’oasi le cui acque sono troppo amare (marim, in ebraico) per essere bevute. Considerando che la lingua ebraica non possiede le vocali nella grafia, marim (amare) è identico a Miriam (מרים).
  • In Numeri 20:1-2, come abbiamo visto, il testo accosta la morte di Miriam alla mancanza d’acqua.
  • Rivolgendosi agli Israeliti assetati, Moshè dichiara: “Ascoltate, ribelli!” (Numeri 20:10). Anche il termine “ribelli” (morim), graficamente identico a Miriam, può essere inteso come un’allusione velata al nome della profetessa.

Anche se figlia di un mondo in cui il sesso femminile era messo ai margini della società, Miriam riesce ad essere presente nei momenti cruciali della storia della redenzione d’Israele e a lasciare un segno indelebile nella vita del popolo, come testimoniano le parole del profeta Michea, che dopo molti secoli non mancherà di menzionare Miriam tra i liberatori della nazione, assieme ai suoi illustri fratelli (Michea 6:4). Non bisogna poi dimenticare che l’acqua, a cui Miriam è associata, è uno dei simboli della Torah (vedi Deuteronomio 3:22; Isaia 55:1) e che essa, nei rituali che si svolgevano nel Tempio, rappresentava la vita e la rigenerazione. Tutto ciò getta le basi affinché il ruolo della donna, nell’ambito della vita nazionale e della preservazione dei valori spirituali, sia riconosciuto come tutt’altro che secondario.