Archivi categoria: Ebraismo

Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

L’Ebreo a corte: Giuseppe, Daniele, Ester

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“Disse Rav Yehuda a nome di Shmuel: Il libro di Ester non rende le mani impure (cioè non è un libro sacro). […] Rabbi Eliezer disse: Il libro di Ester fu scritto con l’ispirazione dello Spirito Santo” (Talmud, Megillah 7a).

In riferimento al libro di Ester (Meghillàt Estèr), il Talmud registra un lungo dibattito tra i Saggi d’Israele sull’idoneità di questo testo ad essere incluso nel canone delle Scritture. Alcuni Maestri, infatti, non ritenevano che tale libro dovesse essere considerato come parte integrante della Bibbia, e sollevarono perciò alcuni dubbi sul suo valore sacro.
Benché questa opinione scettica non sia risultata infine vincente, non è difficile comprendere il motivo per cui il libro di Ester sia divenuto oggetto di un simile dibattito tra i rabbini. Cosa ha a che fare questa narrazione a tratti fiabesca e a tratti romanzesca, dove non si parla né di Dio né dei suoi precetti, con la grande storia biblica del popolo del Patto? Continua a leggere

Sukkot: che cosa si commemora realmente?

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Sukkòt, come altre festività bibliche, ha un significato agricolo legato al mondo della natura e uno di carattere storico, in quanto commemorazione di un evento vissuto dal popolo ebraico. Il primo significato è chiaramente espresso nella Torah, laddove si afferma che Sukkot è la “festa del raccolto” (Esodo 23:16; 34:22; Deut. 16:13), e che gli Israeliti sono chiamati a celebrare tale solennità ringraziando il Creatore per i prodotti della terra (Deut. 16:15).
Il significato storico è anch’esso illustrato nella Torah, precisamente nel Levitico, che a questo proposito dichiara:

Celebrerete questa festa in onore di HaShem per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne (sukkot) per sette giorni, tutti quelli che saranno nativi d’Israele abiteranno in capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che io feci abitare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dalla terra d’Egitto (Levitico 23:42-43).

Sulla base di questi versi, si ritiene generalmente che la festa di Sukkot non commemori un singolo avvenimento o un fatto specifico, bensì l’intero periodo di quarant’anni che gli Israeliti trascorsero nel deserto, abitando in capanne. Ciò rende quindi Sukkot diversa dalle altre due “festività di pellegrinaggio”, che sono invece incentrate su un unico evento: a Pesach si ricorda infatti la notte dell’uscita dall’Egitto, mentre Shavuot, secondo la tradizione, commemora la Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Sinai.
Questa differenza, tuttavia, potrebbe scomparire se prendessimo in considerazione un altro significato che sembra celarsi nelle parole del Levitico. Continua a leggere

L’origine della Torah Orale

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Quando nell’Ebraismo si parla di Torah (“Insegnamento”, spesso inteso nel senso di “Legge”) non si fa riferimento soltanto a un testo sacro, cioè a una Rivelazione messa per iscritto, ma anche a una tradizione custodita dal popolo ebraico. Oltre che sulla Torah Scritta (Torah she-bi-khtav), l’Ebraismo si basa infatti anche sulla Torah Orale (Torah she-be-al-peh), ritenuta indispensabile per l’applicazione concreta di molte leggi bibliche che nelle Scritture compaiono in forma oscura e generica.

Capire cosa sia la Torah Scritta è molto facile: essa si trova nei primi cinque libri della Bibbia — il cosiddetto “Pentateuco” — che contengono la Legge divina rivelata a Mosè più di tremila anni fa. Più difficile è invece riuscire a definire la Torah Orale; essa è comunemente intesa come un insieme di istruzioni trasmesse contemporaneamente alla Torah Scritta e tramandate oralmente per molte generazioni, fino a quando, a causa della dispersione del popolo ebraico in seguito alla distruzione del secondo Tempio, si decise di metterle per iscritto tramite la composizione del Talmud.

Questa idea è tuttavia tanto diffusa quanto problematica. Se infatti proviamo ad aprire il Talmud e a sfogliare le sue pagine, ci ritroviamo davanti a infinite discussioni e controversie tra i vari rabbini, racconti, massime sapienziali e interpretazioni della Bibbia. Quanto di tutto questo fa realmente parte della Torah Orale? Cosa viene dal Sinai e cosa invece è frutto delle riflessioni dei Maestri? Il fatto che il Talmud appaia come una raccolta di opinioni rabbiniche diverse e tradizioni di vario tipo sembra contraddire la definizione comune di Torah Orale. Ci aspetteremmo un libro di rivelazioni divine e invece siamo dinanzi a una grande enciclopedia del dibattito e dell’esegesi biblica.

Maimonide (1135 – 1204), nell’introduzione al suo commentario alla Mishnah, divide la Legge Orale in varie categorie, ponendo una rigida distinzione fra:

  1. I precetti trasmessi attraverso la tradizione fin dal tempo di Mosè, sui quali non esiste alcun disaccordo tra i rabbini del Talmud.
  2. I precetti che i Maestri hanno dedotto dalla Torah Scritta nel corso di varie generazioni, tramite metodi di interpretazione delle Scritture.
  3. Le leggi istituite dai Profeti e dai Maestri allo scopo di preservare l’osservanza della Torah.
  4. Usanze e ordinamenti che regolano varie pratiche e non fanno parte della Torah.

Secondo la suddivisione di Maimonide, fra tutti i precetti riportati nel Talmud, solo un numero estremamente limitato (circa trenta) risalgono davvero all’epoca di Mosè. Benché questa suddivisione si basi su criteri razionali e ineccepibili, è anche vero che il Talmud stesso sembra applicare il concetto di “trasmissione dal Sinai” in maniera decisamente più ampia, come si comprende da un brano il cui messaggio è a dir poco sorprendente:

“R. Levi bar Hama ha detto a nome di Rabbi Shimon ben Lakish: Qual è il significato del verso: ‘E io ti darò le tavole di pietra, la Legge e i comandamenti che ho scritto, perché tu li insegni loro’ [Esodo 24:12]? ‘La tavole di pietra’ sono i Dieci Comandamenti; ‘La Legge’ è il Pentateuco; ‘i comandamenti’ è la Mishnah; ‘che ho scritto’ sono i Profeti e gli Scritti; ‘perché tu li insegni loro’ è la Ghemarah. Ciò insegna che tutte queste cose furono consegnate a Mosè sul Sinai” (Berakhot 5a).

Dunque, secondo quanto riportato, non solo la Mishnah e la Ghemarah (cioè il Talmud), ma persino i Profeti e gli Scritti, ovvero l’intera Bibbia, risalirebbero tutti all’epoca del Sinai! Dovremmo allora immaginare che Mosè sia sceso dal monte con le profezie di Isaia e Geremia, i Salmi di David, il Cantico dei Cantici e le miriadi di discussioni rabbiniche del Talmud, tutti (presumibilmente) ben stampati nella mente e pronti ad essere tramandati ai posteri? Sarebbe davvero folle interpretare alla lettera un’affermazione tanto anacronistica. È invece ragionevole pensare che i Maestri alludessero a qualcosa di ben diverso.

In un altro trattato del Talmud (Menakhot 29b) è contenuto un racconto che, nonostante sia persino più sorprendente del passo che abbiamo già citato, potrà aiutarci a fare chiarezza sul concetto di “trasmissione dal Sinai” e a risolvere le illogicità che da esso derivano. Il racconto, che non è di natura storica (anzi, trascende la storia), narra che Mosè, avendo notato gli strani segni a forma di corona che ornano alcune lettere della Torah, chiese spiegazioni a Dio per poi ritrovarsi persino a compiere una sorta di “viaggio nel tempo”:

“Rav Yehudah ha detto a nome di Rav: Quando Mosè salì in alto trovò il Santo Benedetto Egli sia che era occupato ad apporre corone sopra le lettere. Mosè disse: «Sovrano dell’Universo! Per quale motivo fa questo la tua mano?» Egli rispose: «Sorgerà un uomo, tra molte generazioni, di nome Akiva ben Yosef, che esporrà moltitudini di leggi per ciascuno di questi segni». Mosè disse: «Sovrano dell’Universo! Mostramelo!» […] Mosè andò a sedersi all’ottava fila [nella scuola di Rabbi Akiva], ma non riuscì a comprendere ciò che veniva insegnato. La sua forza venne meno nel momento in cui Akiva giunse a una certa spiegazione. Gli studenti chiesero: «Maestro, da dove hai tratto ciò?» Akiva rispose: «È una legge data a Mosè sul Sinai». La mente di Mosè si calmò”.

Si potrebbe credere che questa incredibile storia sia stata composta da qualche eretico nemico dell’Ebraismo e che il suo messaggio sia addirittura blasfemo, e invece essa è stata scritta proprio dai Maestri del Talmud! Mosè, il più grande profeta di tutti i tempi, non riesce ad afferrare il senso degli insegnamenti di Rabbi Akiva; la “legge data a Mosè sul Sinai” è ignota a Mosè stesso. Com’è possibile?

Rabbi Yeshayahu Hollander spiega che, secondo un punto di vista classico e “contemporaneo”, la Torah Orale contiene tutti i nuovi concetti e gli insegnamenti che si sono sviluppati fin dal tempo di Mosè (o anche prima), attraverso i Profeti, il Talmud, e tutti i Saggi fino ad arrivare all’epoca attuale. Ciò si spiega alla luce dell’affascinante idea secondo cui tutto ciò che i Maestri possono formulare ed esporre non è altro che un’elaborazione delle parole della Torah Scritta. In questo senso, la Rivelazione sul Sinai non è intesa come un evento del passato, ma come un processo in continuo sviluppo. La Torah non è considerata dunque come un codice fisso, poiché essa rimane in vita e si espande attraverso la voce dei Maestri. Ecco il motivo per cui il Talmud ci dice che Mosè ricevette, assieme ai Dieci Comandamenti e al Pentateuco, anche i Profeti, gli Scritti, la Mishnah e la Ghemarah: tutti elementi che sbocciano direttamente dalla Torah, e che, in qualche modo, erano già presenti nella Rivelazione originaria, ma aspettavano solo di venire alla luce. Ciò spiega anche il significato del racconto di Mosè nella scuola di Rabbi Akiva: il grande profeta non poteva comprendere le interpretazioni di un maestro del futuro, eppure le riconosceva come uno sviluppo della propria eredità, poiché Rabbi Akiva non faceva altro che raccogliere la ricchezza lasciata sepolta da Mosè applicando la Torah alla propria epoca e alle nuove circostanze.

Questa idea è alla base del pensiero di Rav Tzadok HaKohen, secondo cui la Torah Orale non ha inizio con il Talmud, bensì con il Libro del Deuteronomio. Sembra un’affermazione paradossale, in quanto il Deuteronomio fa parte della Torah Scritta, eppure è pienamente condivisibile.

Nel quarantesimo anno, nell’undicesimo mese, nel primo giorno del mese, Mosè parlò ai figli d’Israele, secondo tutto ciò che Hashem gli aveva comandato di dir loro (Deut. 1:3).

Nell’esporre davanti a tutto il popolo le leggi della Torah, sulla soglia della terra promessa e di una nuova era per la giovane nazione d’Israele, Mosè, come notano tutti i commentatori, non si limitò a insegnare i precetti così come li aveva ricevuti negli anni precedenti. Egli agì da primo rabbino della storia, commentando la Torah e adattandola alla nuova condizione di vita degli Israeliti, che da popolo nomade stavano per trasformarsi in una nazione con una propria terra, e con delle esigenze prima sconosciute. È per questo che il Deuteronomio contiene leggi che non si trovano nei libri precedenti, oltre che nuovi particolari aggiunti alle leggi già note. Il compito dei giudici che la Torah comanda di istituire (vedi Deut. 16:18) — che nella nostra era sono chiamati “rabbini” — è anche quello di continuare nel corso dei secoli e dei millenni quanto Mosè aveva fatto a soli quarant’anni dall’uscita dall’Egitto: tramandare la Legge, insegnarla, trarre da essa nuovi significati e renderla un organismo vivente. Questo concetto, che sembra così complesso, è espresso in una sola frase, pronunciata dagli Ebrei in sinagoga ogni volta che si inizia la lettura della Torah: Baruch atah Adonai, noten HaTorah – “Benedetto sei tu Signore, che dai la Torah”. L’uso del verbo al presente è la dimostrazione del fatto che la Rivelazione sul Sinai non si sia ancora conclusa.

Per approfondire: Torah in contemporary application – Lezione video di Rabbi Joshua Berman.

Ebraismo e Cristianesimo: la Disputa di Barcellona

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Il brano che riportiamo di seguito è tratto dal resoconto della Disputa di Barcellona scritto da Rabbi Moshe ben Nachman (noto anche come Nachmanide o Ramban). La disputa fu un dibattito teologico svoltosi alla presenza del re Giacomo d’Aragona nel 1262, che vide contrapposti Moshe ben Nachman e il monaco Pablo Christiani (un ebreo convertito al Cristianesimo e divenuto tenace avversario dell’Ebraismo).
Il testo del resoconto mette in luce in modo chiaro e diretto le differenze tra l’Ebraismo e il Cristianesimo nell’ambito della fede e dell’interpretazione della Bibbia, costituendo così un importantissimo documento che è utile conoscere anche oggi, nell’era del dialogo inter-religioso e del rinnovamento dell’interesse cristiano per gli argomenti ebraici.

«In realtà la radice della discussione e della controversia tra Giudei e Cristiani consiste nel fatto che le vostre affermazioni a proposito dell’essenza della divinità sono [per noi] molto dure. E tu, re nostro signore, sei cristiano, figlio di un cristiano e di una cristiana; per tutta la vita hai ascoltato preti, frati e predicatori parlare della nascita di Gesù: essi hanno riempito con questa dottrina la tua testa e il midollo delle tue ossa tanto che essa ti appare ovvia a causa della forza dell’abitudine. Tuttavia ciò cui credete, e che è il fondamento della vostra fede, è inaccettabile per l’intelletto: la natura non lo consente e i profeti non l’hanno mai preannunciata; persino il miracolo non può giungere a tanto, come dimostrerò inconfutabilmente a suo tempo e luogo. Che il Creatore del cielo e della terra e di tutto ciò che contengono penetri nel ventre di una donna ebrea, vi si sviluppi per nove mesi per poi nascere come un neonato, e che sia cresciuto e sia stato consegnato nelle mani dei suoi nemici e che sia stato condannato a morte e giustiziato, e infine, secondo quanto affermate, che sia risuscitato e sia tornato al punto di partenza, tutto ciò è inconcepibile per la mente di un ebreo e in genere per qualunque uomo. Perciò tutte le vostre parole sono vane perché il fondamento della nostra controversia è questo. Ma parliamo pure del Messia secondo la vostra volontà».

Frate Pablo disse: «Tu credi che il Messia è già venuto?»

Risposi : «No, anzi io credo e so che egli non è venuto. Inoltre non ci fu mai un uomo che dichiarò, o del quale fu detto, che era il Messia se non Gesù, e a me è impossibile credere nella sua messianicità. Infatti il profeta afferma, a proposito del Messia: Regnerà da mare a mare e dal fiume sino ai confini della terra (Salmi 72:8); ed egli non ebbe nessun regno, ma anzi nel corso della sua vita fu perseguitato e dovette nascondersi per sfuggire ai suoi nemici ma alla fine cadde nelle loro mani e non poté salvare se stesso. Come avrebbe potuto salvare tutto Israele? Nemmeno dopo la sua morte ebbe un regno perché l’impero di Roma non deriva da lui, anzi, prima che i romani credessero in lui, la città di Roma dominava sulla maggior parte del mondo, mentre dopo che adottarono la sua fede essi persero numerosi regni. E attualmente i fedeli di Maometto hanno un regno superiore al vostro. Inoltre il profeta annuncia che all’epoca del Messia non dovranno più istruirsi a vicenda e nessuno dirà più al fratello: “riconoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno (Geremia 31:34). Inoltre è scritto: La conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare (Isaia 11:9); e inoltre: forgeranno le loro spade in vomeri. un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si apprenderà più l’arte della guerra (Isaia 2:4). Ora, dai tempi di Gesù fino a oggi, tutto il mondo è stato ricolmo di violenza e rapina e i cristiani hanno sparso più sangue delle altre nazioni e inoltre intrattengono relazioni illecite. Come sarebbe difficile per te, re nostro signore, e per i tuoi cavalieri se davvero non apprendessero più l’arte della guerra!

Testo di riferimento: Moshe Idel, Mauro Perani, Nahmanide esegeta e cabbalista, Giuntina, 1998.

Dieci Comandamenti, cinque principi

Asseret Hadevarim

E disse Hashem a Moshè: «Così dirai ai figli d’Israele: voi avete visto che dal cielo ho parlato con voi» (Esodo 20:22).

Le “Dieci Parole” (Asseret HaDevarìm, o Asseret HaDibberòt), conosciute soprattutto con il nome meno appropriato di “Dieci Comandamenti”, sono i fondamenti morali e religiosi della Torah, il fulcro basilare della Rivelazione sul Sinai e dell’etica biblica. Il Libro dell’Esodo ci narra che esse furono incise su due tavole di pietra. Ciascuna tavola, secondo una tradizione molto conosciuta, conteneva cinque “Comandamenti”: sulla prima erano incisi i precetti che riguardano la relazione tra l’uomo e Dio, mentre sulla seconda si trovavano quelli relativi ai rapporti tra l’uomo e i suoi simili. Possiamo dire perciò che i primi cinque Comandamenti regolano le “relazioni verticali” (tra l’essere umano e ciò che sta al di sopra), mentre gli ultimi cinque si occupano delle “relazioni orizzontali” (tra gli uomini nella loro natura di parità).

Alcuni studiosi e commentatori rabbinici hanno individuato un sistema di corrispondenze parallele tra i Comandamenti della prima tavola e quelli della seconda: ogni Comandamento si lega al suo corrispondente sulla tavola opposta. Si può dire quindi che esistano cinque principi morali, e che ciascuno di essi trovi una duplice espressione ramificandosi nel campo delle relazioni verticali e in quello delle relazioni orizzontali. La struttura delle “Dieci Parole” appare dunque tutt’altro che casuale, se si segue fedelmente il testo biblico e la numerazione ebraica, che la Chiesa Cattolica ha purtroppo alterato, creando una nuova lista dei Dieci Comandamenti differente da quella presentata dalla Torah.

Cerchiamo allora di scoprire i parallelismi fra le due tavole e di individuare i cinque principi che costituiscono lo spirito delle Asseret HaDevarìm.

1. Io sono Hashem (Y-H-V-H) il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa degli schiavi.

La prima delle “Dieci Parole”, l’affermazione della Sovranità di Dio, che fa da solenne preambolo e presupposto ai precetti che seguiranno, si lega al sesto Comandamento, il primo nella seconda tavola:

6. Non uccidere.

La corrispondenza è molto chiara alla luce della concezione biblica della natura dell’uomo. La prima proibizione esplicita dell’assassinio, nel Libro della Genesi, recitava infatti: “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo” (Genesi 9:6).
Se l’essere umano è creato ad immagine di Dio, allora uccidere un uomo significa attaccare Dio stesso. Ad unire il primo e il sesto Comandamento è dunque il principio della sacralità dell’esistenza, sia quella della Divinità, sia quella degli esseri umani.


2. Non avrai altri dèi (Elohim) dinanzi a me. Non ti farai idolo né alcuna immagine di ciò che è lassù nei cieli né giù sulla terra, e di ciò che è nelle acque al di sotto della terra. Non ti inchinerai a loro e non li servirai, perché Io sono Hashem, il tuo Dio, un Dio geloso, che esamina la colpa dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione per coloro che mi odiano, e che fa grazia fino alla millesima generazione per coloro che mi amano e osservano i miei ordini.

La proibizione dell’idolatria trova una perfetta corrispondenza nel secondo Comandamento della seconda tavola:

7. Non commettere adulterio.

L’infedeltà a Dio, cioè l’adorazione di false divinità, creature o immagini, è simile all’infedeltà matrimoniale. Nel mondo delle relazioni verticali (uomo – Dio), l’idolatria ha infatti lo stesso ruolo occupato dall’adulterio nelle relazioni orizzontali. Questo legame è spesso evidenziato dai Profeti, che paragonano il rapporto tra Dio e Israele ad una relazione amorosa tra due coniugi, descrivendo quindi l’idolatria come il tradimento di una sposa adultera. Citeremo solo due tra centinaia di esempi:
“Va’, ama una donna che è amata da un altro ed è adultera, come il Signore ama gli Israeliti ed essi si rivolgono ad altri dèi” (Osea 3:1);
“Il loro cuore infedele si è allontanato da me e i loro occhi si sono prostituiti ai loro idoli” (Ezechiele 6:9).
Il principio che anima questi due Comandamenti è dunque quello della fedeltà nelle relazioni.


3. Non innalzerai il Nome di Hashem tuo Dio invano, perché Hashem non perdonerà colui che innalza il Suo Nome invano.

Il terzo Comandamento, che condanna l’uso irriverente del Nome di Dio, in particolare in riferimento ai giuramenti falsi (vedi Levitico 19:12), è collegato al divieto del furto:

8. Non rubare.

Entrambi i Comandamenti proibiscono di utilizzare qualcosa che non ci appartiene e di violare ciò su cui non abbiamo potere né autorità. Si individua così il principio del rispetto dei propri limiti, che insegna a distinguere ciò che ci spetta da ciò che è al di fuori dei nostri confini. La Mekhilta fa inoltre notare che l’atto di giurare il falso è proprio tipico dei ladri.


4. Ricorda il giorno di Shabbat per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai tutta la tua opera, ma il settimo giorno è Shabbat per Hashem tuo Dio. Non farai alcuna opera né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo e la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è dentro le tue porte. Perché sei giorni Hashem fece i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi e cessò nel settimo giorno. Perciò Hashem benedisse il giorno di Shabbat e lo santificò.

L’osservanza del riposo sabbatico, imposta allo stesso modo a uomini, donne, ricchi, poveri, servi, forestieri e persino animali, è presentata qui come una testimonianza della Creazione del mondo da parte di Dio. Non è quindi difficile comprendere il motivo per cui il quarto Comandamento sia messo in parallelo al nono:

9. Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Al popolo d’Israele è comandato di attestare la fede nel Creatore attraverso il rispetto dello Shabbat, e disobbedire a tale precetto è come rifiutare di svolgere questa testimonianza. Si rivela così un principio che potremmo chiamare “impegno nella salvaguardia della verità”.


5. Onora tuo padre e tua madre, in modo che si prolunghino i tuoi giorni nella terra che Hashem tuo Dio ti ha dato.

Il fatto che questo Comandamento sia incluso tra le norme relative al rapporto tra l’uomo e Dio non deve sorprendere. Secondo un’affermazione contenuta nel Talmud, l’uomo ha infatti tre creatori: il padre, la madre e Dio. I genitori ci hanno donato la vita, e il rispetto che spetta a loro deriva da quello dovuto al Creatore. “Onora tuo padre e tua madre” è perciò il Comandamento idoneo per compiere la transizione tra la prima e la seconda tavola. Ad esso è associata la proibizione dell’invidia:

10. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue o il suo asino, né tutto ciò che è del tuo prossimo.

Il legame tra questi Comandamenti non è immediatamente comprensibile. Secondo Rabbi David Fohrman, invidiare gli altri significa desiderare di vivere la loro vita e disprezzare la propria. Disonorare i genitori, coloro che ci hanno permesso di esistere e che ci hanno dato un’identità, è ugualmente un modo di disprezzare la propria vita. I due Comandamenti ci insegnano ad accettare ciò che siamo e a riconoscere il valore di noi stessi. Inoltre, come spiega Rabbi Avrohom Chaim Feuer, “il desiderio consumistico porta a trascurare l’amore più importante, quello verso gli uomini, e in particolare verso i genitori”.

Per una trattazione dettagliata dei Dieci Comandamenti alla luce delle fonti rabbiniche vi invitiamo a consultare l’antologia di commenti “Asseret Hadibberot” del sito Torah.it

Hanukkah, Natale e il segreto delle luci

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L’alternanza del giorno e della notte, il più scontato dei fenomeni naturali agli occhi dell’uomo moderno, è anche quello che più di ogni altro è sempre stato caricato di significati simbolici e religiosi. Il trionfo della luce sulle tenebre, dopo il periodo delle lunghe notti d’autunno in cui l’oscurità prevale, ha affascinato popoli di culture differenti fin dalle origini dell’umanità. La festività cristiana del Natale, come è ormai ampiamente noto, ha le sue radici proprio nelle antiche celebrazioni legate al solstizio d’inverno e al culto del sole. Dal 17 al 23 dicembre, in occasione dei Saturnalia, i Romani tenevano grandi banchetti, si scambiavano doni e accendevano lampade e candele. Il 25 dicembre, si ricordava poi il Dies Natali del Sol Invictus, che segnava la “rinascita del sole” e il prevalere delle ore di luce su quelle di buio. Ancora oggi, nel periodo che comprende il solstizio d’inverno, decorazioni luminose di ogni tipo riempiono le case e le strade in moltissimi paesi del mondo, poiché le celebrazioni natalizie hanno ereditato l’antica simbologia astronomica del paganesimo romano.

Non si può allora fare a meno di notare che anche l’Ebraismo possieda una “festa delle luci” (chiamata così per l’accensione delle candele), la festa di Hanukkah, e che essa abbia inizio il 25 di Kislev, che corrisponde proprio al tempo di dicembre nel calendario gregoriano. Esiste forse un legame tra questa solennità ebraica e le tradizioni degli altri popoli? La risposta sembra dover essere negativa. Hanukkah commemora la vittoria degli Ebrei sull’esercito greco-siriano di Antioco Epifane, al tempo in cui l’identità spirituale della nazione d’Israele rischiava di essere schiacciata dal dominio culturale ellenistico. Questa festività, come afferma il libro dei Maccabei, il Talmud e lo storico Giuseppe Flavio, fu dunque istituita in ricordo di un evento storico, e ciò dovrebbe escludere qualsiasi riferimento al solstizio invernale. La data del 25 di Kislev ha poi un significato ben noto: si tratta infatti del giorno in cui i greco-siriani profanarono il Tempio di Gerusalemme con i loro riti idolatrici, nonché la data della purificazione del medesimo Tempio dopo la rivolta dei Maccabei. Dal libro del profeta Chaggai (Aggeo) alcuni deducono inoltre che l’altare del Secondo Santuario, duecento anni prima della profanazione ellenistica, fosse stato inaugurato proprio il 25 di Kislev.

Tuttavia, il fatto che sia gli Ebrei che i Romani (ma anche i Babilonesi, gli Egiziani e le popolazioni nordiche) celebrassero nello stesso periodo dell’anno festività incentrate sul tema della luce e spesso caratterizzate dall’accensione di candele, sembra essere una coincidenza notevole che richiederebbe una spiegazione. Nel caso di Hanukkah, le luci e le candele richiamano la riconsacrazione del Tempio e l’accensione del lume perpetuo della Menorah (candelabro), ma siamo sicuri che non ci siano altri significati?

In riferimento ai Saturnalia e alle festività pagane invernali, il Talmud racconta una storia sorprendente:

“Rav Hanan bar Habba ha detto: Il capodanno [romano] cade otto giorni dopo il solstizio; i Saturnalia cadono otto giorni prima del solstizio. […] I Saggi hanno insegnato: Quando Adamo vide che [in autunno] i giorni si accorciavano, disse: «Guai a me! Forse il mondo diviene buio a causa del mio peccato e sta tornando al caos primordiale; forse questa è una sentenza divina di morte». Ed egli trascorse otto giorni digiunando e pregando. Quando egli vide che nel mese di Tevet i giorni si allungavano, disse: «Dunque questa è la via del mondo [cioè: si tratta semplicemente di un fenomeno naturale]», ed egli fece festa per otto giorni. L’anno successivo egli celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo. Adamo istituì queste feste per amore del Cielo, mentre essi [i pagani] li commemorano come giorni di idolatria” (Avodah Zarah 8a).

Attraverso questo semplice racconto, i Saggi del Talmud intendono trasmettere un’idea ben precisa: fin dalla sua origine, l’umanità ha avvertito il bisogno di celebrare il solstizio d’inverno e il trionfo della luce sulle tenebre. Tale bisogno universale, benché originariamente lecito, è stato sfruttato dai pagani per istituire feste di idolatria. Mentre Adamo, secondo la parabola rabbinica, aveva deciso di fare festa “per amore del Cielo”, ovvero in onore di Dio che ha disposto i fenomeni astronomici, i popoli hanno stravolto questo nobile proposito per adorare il sole al posto del suo Creatore.
Il fatto che nel racconto si parli di celebrazioni di otto giorni ci rimanda immediatamente alla festa di Hanukkah, che ha la stessa durata e cade nello stesso periodo. Inoltre, la frase secondo cui “l’anno successivo egli [Adamo] celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo […] in onore del Cielo” è molto simile a ciò che il Talmud afferma a proposito dell’istituzione di Hanukkah da parte dei Maccabei: “L’anno successivo essi stabilirono questi giorni come celebrazione per la lode e il ringraziamento” (Massekhet Shabbat).
Il parallelismo è evidente. L’intento dei Saggi è quello di mettere in relazione Hanukkah con le solennità del solstizio d’inverno.

In questa prospettiva, come osserva Rav Yoel Bin-Nun, Hanukkah rappresenta una festa capace di segnare due purificazioni diverse: quella del Tempio, riconsacrato dopo la contaminazione idolatrica degli ellenisti, e quella dell’antichissima e universale commemorazione della vittoria della luce, in termini sia astronomici che metaforici, che grazie al monoteismo ebraico viene privata di tutti i suoi aspetti connessi al culto degli astri. Anche Hanukkah, in armonia con le feste bibliche (in particolare Pesach, Shavuot e Sukkot) assume quindi due significati complementari: uno di natura storica e uno legato invece al ciclo della natura, divenendo così una completa espressione di uno degli insegnamenti più importanti della Torah: l’assoluta necessità di sradicare gli idoli dal mondo, dalla storia e dall’anima.