Archivi categoria: Ebraismo

Torah Scritta vs Torah Orale – Il caso dei Tefillin

Tra gli usi religiosi più noti e rappresentativi dell’Ebraismo c’è sicuramente il precetto dei Tefillìn, gli astucci di cuoio in cui sono contenute delle pergamene che riportano alcuni versi della Torah. Ogni mattina, tranne che nei giorni di Shabbat e delle maggiori festività, gli Ebrei osservanti li indossano legandoli sulla testa e sul braccio, seguendo una precisa procedura rituale.
Ma qual è l’origine di questi strumenti sacri? La tradizione rabbinica sostiene che l’obbligo di indossare i Tefillin sia espresso nel testo della Torah:

E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore. Le insegnerai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla tua mano, saranno come un frontale fra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (Deuteronomio 6:6-9).

In questo e in altri tre brani (Esodo 13:9; 13:16; Deut. 11:8), la Torah esorta ogni Israelita a legare le parole divine sulla propria mano e a porle come totafòt (termine misterioso, spesso tradotto con “frontali”) o zikharòn (“ricordo”) fra gli occhi.
Da un confronto con altre espressioni scritturali, come vedremo, possiamo però comprendere che i versi appena citati non prescrivono realmente di indossare degli oggetti sulla mano e sulla fronte. È possibile dunque affermare che, in merito ai Tefillin, la tradizione non rifletta coerentemente il significato del testo biblico? Continua a leggere

Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

L’Ebreo a corte: Giuseppe, Daniele, Ester

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“Disse Rav Yehuda a nome di Shmuel: Il libro di Ester non rende le mani impure (cioè non è un libro sacro). […] Rabbi Eliezer disse: Il libro di Ester fu scritto con l’ispirazione dello Spirito Santo” (Talmud, Megillah 7a).

In riferimento al libro di Ester (Meghillàt Estèr), il Talmud registra un lungo dibattito tra i Saggi d’Israele sull’idoneità di questo testo ad essere incluso nel canone delle Scritture. Alcuni Maestri, infatti, non ritenevano che tale libro dovesse essere considerato come parte integrante della Bibbia, e sollevarono perciò alcuni dubbi sul suo valore sacro.
Benché questa opinione scettica non sia risultata infine vincente, non è difficile comprendere il motivo per cui il libro di Ester sia divenuto oggetto di un simile dibattito tra i rabbini. Cosa ha a che fare questa narrazione a tratti fiabesca e a tratti romanzesca, dove non si parla né di Dio né dei suoi precetti, con la grande storia biblica del popolo del Patto? Continua a leggere

Sukkot: che cosa si commemora realmente?

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Sukkòt, come altre festività bibliche, ha un significato agricolo legato al mondo della natura e uno di carattere storico, in quanto commemorazione di un evento vissuto dal popolo ebraico. Il primo significato è chiaramente espresso nella Torah, laddove si afferma che Sukkot è la “festa del raccolto” (Esodo 23:16; 34:22; Deut. 16:13), e che gli Israeliti sono chiamati a celebrare tale solennità ringraziando il Creatore per i prodotti della terra (Deut. 16:15).
Il significato storico è anch’esso illustrato nella Torah, precisamente nel Levitico, che a questo proposito dichiara:

Celebrerete questa festa in onore di HaShem per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne (sukkot) per sette giorni, tutti quelli che saranno nativi d’Israele abiteranno in capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che io feci abitare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dalla terra d’Egitto (Levitico 23:42-43).

Sulla base di questi versi, si ritiene generalmente che la festa di Sukkot non commemori un singolo avvenimento o un fatto specifico, bensì l’intero periodo di quarant’anni che gli Israeliti trascorsero nel deserto, abitando in capanne. Ciò rende quindi Sukkot diversa dalle altre due “festività di pellegrinaggio”, che sono invece incentrate su un unico evento: a Pesach si ricorda infatti la notte dell’uscita dall’Egitto, mentre Shavuot, secondo la tradizione, commemora la Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Sinai.
Questa differenza, tuttavia, potrebbe scomparire se prendessimo in considerazione un altro significato che sembra celarsi nelle parole del Levitico. Continua a leggere

L’origine della Torah Orale

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Quando nell’Ebraismo si parla di Torah (“Insegnamento”, spesso inteso nel senso di “Legge”) non si fa riferimento soltanto a un testo sacro, cioè a una Rivelazione messa per iscritto, ma anche a una tradizione custodita dal popolo ebraico. Oltre che sulla Torah Scritta (Torah she-bi-khtav), l’Ebraismo si basa infatti anche sulla Torah Orale (Torah she-be-al-peh), ritenuta indispensabile per l’applicazione concreta di molte leggi bibliche che nelle Scritture compaiono in forma oscura e generica.

Capire cosa sia la Torah Scritta è molto facile: essa si trova nei primi cinque libri della Bibbia — il cosiddetto “Pentateuco” — che contengono la Legge divina rivelata a Mosè più di tremila anni fa. Più difficile è invece riuscire a definire la Torah Orale; essa è comunemente intesa come un insieme di istruzioni trasmesse contemporaneamente alla Torah Scritta e tramandate oralmente per molte generazioni, fino a quando, a causa della dispersione del popolo ebraico in seguito alla distruzione del secondo Tempio, si decise di metterle per iscritto tramite la composizione del Talmud.

Questa idea è tuttavia tanto diffusa quanto problematica. Se infatti proviamo ad aprire il Talmud e a sfogliare le sue pagine, ci ritroviamo davanti a infinite discussioni e controversie tra i vari rabbini, racconti, massime sapienziali e interpretazioni della Bibbia. Quanto di tutto questo fa realmente parte della Torah Orale? Cosa viene dal Sinai e cosa invece è frutto delle riflessioni dei Maestri? Il fatto che il Talmud appaia come una raccolta di opinioni rabbiniche diverse e tradizioni di vario tipo sembra contraddire la definizione comune di Torah Orale. Ci aspetteremmo un libro di rivelazioni divine e invece siamo dinanzi a una grande enciclopedia del dibattito e dell’esegesi biblica. Continua a leggere

Ebraismo e Cristianesimo: la Disputa di Barcellona

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Il brano che riportiamo di seguito è tratto dal resoconto della Disputa di Barcellona scritto da Rabbi Moshe ben Nachman (noto anche come Nachmanide o Ramban). La disputa fu un dibattito teologico svoltosi alla presenza del re Giacomo d’Aragona nel 1262, che vide contrapposti Moshe ben Nachman e il monaco Pablo Christiani (un ebreo convertito al Cristianesimo e divenuto tenace avversario dell’Ebraismo).
Il testo del resoconto mette in luce in modo chiaro e diretto le differenze tra l’Ebraismo e il Cristianesimo nell’ambito della fede e dell’interpretazione della Bibbia, costituendo così un importantissimo documento che è utile conoscere anche oggi, nell’era del dialogo inter-religioso e del rinnovamento dell’interesse cristiano per gli argomenti ebraici. Continua a leggere

Dieci Comandamenti, cinque principi

Asseret Hadevarim

E disse Hashem a Moshè: «Così dirai ai figli d’Israele: voi avete visto che dal cielo ho parlato con voi» (Esodo 20:22).

Le “Dieci Parole” (Asseret HaDevarìm, o Asseret HaDibberòt), conosciute soprattutto con il nome meno appropriato di “Dieci Comandamenti”, sono i fondamenti morali e religiosi della Torah, il fulcro basilare della Rivelazione sul Sinai e dell’etica biblica. Il Libro dell’Esodo ci narra che esse furono incise su due tavole di pietra. Ciascuna tavola, secondo una tradizione molto conosciuta, conteneva cinque “Comandamenti”: sulla prima erano incisi i precetti che riguardano la relazione tra l’uomo e Dio, mentre sulla seconda si trovavano quelli relativi ai rapporti tra l’uomo e i suoi simili. Possiamo dire perciò che i primi cinque Comandamenti regolano le “relazioni verticali” (tra l’essere umano e ciò che sta al di sopra), mentre gli ultimi cinque si occupano delle “relazioni orizzontali” (tra gli uomini nella loro natura di parità). Continua a leggere