Archivi categoria: Parashot

Studi biblici relativi alla lettura settimanale della Torah.

Vai all’archivio completo delle Parashot

Mishpatim: La logica della Legge

E questi sono gli statuti che tu porrai dinanzi a loro (Esodo 21:1).

La Parashah di Mishpatìm, la porzione del Libro dell’Esodo subito successiva al racconto della Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, presenta una serie di leggi civili, sociali e religiose che rappresentano il primo nucleo dell’ordinamento giuridico che il popolo d’Israele è chiamato ad adottare come conseguenza dell’accettazione del Patto divino.
Ad alcune di queste leggi, come le norme sulla schiavitù e il tanto discusso “occhio per occhio, dente per dente“, abbiamo già dedicato degli articoli in passato. Questa volta vogliamo invece concentrarci sulle leggi relative al risarcimento dei danni inflitti alle persone e ai beni materiali. Continua a leggere

Scintille di Torah: Genesi

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al libro della Genesi pubblicati nel 2017.

bereshit

BERESHIT

“E Dio disse: «Facciamo un uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e abbia il dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo e sul bestiame e su tutta la terra, e su ogni essere che striscia sulla terra»” (Genesi 1:26).

L’uomo è un padrone, un creatore in miniatura. È un essere che parla, dà nomi, stabilisce confini, approva e benedice: tutto ciò che fa anche Elohìm (Dio).
Ma c’è molto di più. In quella culla della civiltà che fu il Vicino Oriente antico, da cui emerse anche il libro oggi noto come “Bibbia”, a essere chiamati “immagine di Dio” erano esclusivamente i sovrani. «O re, signore del mondo abitato, tu sei l’immagine di Marduk» dicevano i Babilonesi salutando il monarca. E in Egitto, lo stesso onore spettò al faraone Tutankhamun, il cui nome significa “immagine vivente del dio Amun” .
Con grandiosa audacia, la Torah conferisce un titolo regale all’intero genere umano, senza distinzioni, riconoscendo a ogni individuo una dignità eccelsa. Siamo davanti a un vero, autentico, straordinario manifesto rivoluzionario, la cui portata è sfuggita e continua a sfuggire a tanti lettori, pur conservando ancora la sua carica agli occhi di coloro che riescono a coglierla.

Tratto dal nostro libro “La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi”, attualmente in fase di scrittura.


Continua a leggere

Ha’azinu: una versione diversa della storia di Israele

Ora scrivete per voi questo cantico e insegnatelo ai figli d’Israele. Mettetelo sulla loro bocca, affinché questo cantico sia per me un testimone contro i figli d’Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai padri loro con giuramento, dove scorre latte e miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, allora essi si rivolgeranno ad altri dèi per servirli, e disprezzeranno me e violeranno il mio Patto. Allora avverrà che quando molti mali e molte calamità saranno cadute loro addosso, questo cantico testimonierà contro di loro, perché esso non sarà dimenticato e rimarrà sulle labbra dei loro discendenti (Deuteronomio 31:19).

Il cantico di Ha’azinu (che significa “dare ascolto”), messo per iscritto da Moshè poco prima della sua morte, è introdotto dalla voce divina come una testimonianza che deve essere custodita in ogni generazione. Le parole del canto accompagneranno Israele durante i suoi periodi di corruzione e infedeltà a Dio, mettendo in guardia il popolo e rispondendo alle sue obiezioni ancora prima che esse vengano formulate. Questo componimento poetico ricopre quindi una grande importanza, evidenziata dal fatto che l’intero universo – il cielo e la terra – è chiamato a prestare ascolto ai suoi versi (Deut. 32:1).
Se anche noi presteremo ascolto, potremo scoprire alcuni dettagli interessanti che ci riveleranno la vera natura di questo poema. Continua a leggere

Pinchas: eroe o fanatico religioso?

E HaShem parlò a Moshè dicendo: «Pinchas figlio di Elazar, figlio del sacerdote Aaron, ha fatto placare la mia ira nei confronti dei figli d’Israele, poiché egli è stato zelante con il mio zelo in mezzo a loro, così non ho annientato i figli d’Israele con il mio zelo. Perciò digli: “Ecco, io stabilisco con lui un patto di pace, che sarà per lui e per la sua discendenza dopo di lui, il patto di un sacerdozio perpetuo, perché ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto l’espiazione per i figli d’Israele” (Numeri 25:10-14).

La figura di Pinchàs, nipote di Aaron, si distingue e si eleva all’interno di una vicenda cupa e desolante, passando di colpo da una condizione di quasi-anonimato a una di grande onore agli occhi di Dio e del popolo. Ma chi è in realtà questo personaggio, e quale impresa ha compiuto per ricevere una simile ricompensa? Continua a leggere

I diritti delle minoranze nella Torah

Articolo di Rabbi Jonathan Sacks dal titolo “Minority Rights”, da noi tradotto in italiano.

Uno degli aspetti più significativi della Torah è l’enfasi che essa pone sull’amore e sulla protezione rivolti al gher, lo straniero:

Non opprimere lo straniero; voi conoscete l’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto (Esodo 23:9).

Poiché il Signore, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto (Deut. 10:17-19).

I Saggi d’Israele sono giunti ad affermare addirittura che la Torah ci comanda in una sola occasione di amare il nostro vicino, ma ben trentasei volte di amare lo straniero (Baba Metsia 59b).

Qual è la definizione di “straniero”? È chiaro che il riferimento sia a qualcuno che non è Ebreo per nascita. Il termine potrebbe applicarsi a uno degli abitanti originari della terra di Canaan, a un membro della “moltitudine mista” che lasciò l’Egitto assieme agli Israeliti, oppure a un forestiero che entra nel paese in cerca di sicurezza o di mezzi di sussistenza.

In ogni caso, l’importanza attribuita al trattamento degli stranieri da parte degli Israeliti è immensa. Essa deriva da ciò che gli Israeliti stessi dovevano aver appreso dalla loro esperienza di esilio e sofferenza in Egitto: essi erano stati stranieri ed erano stati oppressi, dunque conoscevano “l’animo dello straniero”, e non era loro concesso infliggere agli altri ciò che essi avevano subito in prima persona.

I Saggi sostengono che la parola gher possa avere due significati diversi. Il primo è quello di gher tzedek, un convertito all’Ebraismo che ha accettato tutti i comandamenti e gli obblighi della nuova fede. L’altro è quello di gher toshav, il “residente straniero”, che non ha adottato la religione ebraica pur vivendo nella terra d’Israele. La Parashah di Behar (Levitico 25:1 – 26:2) comunica i diritti di questa categoria di persone, e in particolare afferma:

Se un tuo fratello diviene povero e si trova nell’indigenza in mezzo a voi, tu lo sosterrai come uno straniero e un residente, perché possa vivere presso di te (Levitico 25:35).

Esiste, in altre parole, un obbligo di fornire supporto e di sostenere un residente straniero. Non solo questi ha il diritto di vivere nella terra santa, ma anche quello di beneficiare della “previdenza sociale”. Bisogna ricordare che si tratta di una legge davvero molto antica, che precede di molto i principi formulati dai Saggi come quello delle “vie della pace”, che obbliga gli Ebrei a estendere la cura e la carità anche ai non-Ebrei oltre che ai loro fratelli.

Che cos’era dunque un gher toshav? Il Talmud riporta a questo proposito tre opinioni: secondo Rabbi Meir, si tratta di chiunque si sia imposto di non adorare gli idoli; secondo i Saggi, è invece chi si impegna a osservare i sette comandamenti noachidi. Una terza opinione, più rigida, sostiene che si tratti di colui che ha accettato di osservare tutti i precetti della Torah ad eccezione di uno: la proibizione di nutrirsi di carne non macellata secondo il rituale prescritto (Avodah Zarah 64b). La legge accettata come valida segue l’opinione dei Saggi. Un gher toshav èquindi un non-Ebreo che vive in Israele e che accetta le leggi noachidi che sono vincolanti per tutta l’umanità.

La legislazione del gher toshav è dunque una delle prime forme mai esistite di diritti delle minoranze. Secondo Rambam, gli Ebrei che vivono in Israele hanno l’obbligo di istituire dei tribunali per i residenti stranieri in modo da permettere loro di risolvere le dispute (sorte tra di essi o con gli Ebrei) come prevede la legge noachide. Rambam aggiunge: “Chiunque dovrebbe agire nei confronti dei residenti stranieri con lo stesso rispetto e la stessa cura che si deve a un fratello ebreo” (Hilkhot Melakhim 10:12).

La differenza tra questa legislazione e quella più tarda delle “vie della pace” consiste nel fatto che la seconda si applica ai non-Ebrei a prescindere dalla loro fede e dalle loro pratiche religiose. Essa risale a un’epoca in cui gli Ebrei erano una minoranza che viveva in un ambiente prevalentemente non ebraico e non monoteista. Le “vie della pace” sono essenzialmente regole pragmatiche simili a ciò che oggi chiameremmo norme di pacifica convivenza e cittadinanza attiva in una società multietnica e multiculturale. La legislazione del gher toshav arriva invece più in profondità: essa non è basata sul pragmatismo, ma su un principio religioso. Secondo la Torah, non è necessario essere Ebrei per godere di molti diritti e della cittadinanza in una società ebraica e nella terra degli Ebrei; è semplicemente necessario essere persone morali.

Un esempio biblico illustra tale principio con enorme efficacia. Un giorno, come racconta il Libro di Samuele, il re David si innamora di Batsheva, moglie di un gher toshav chiamato Uriah l’Ittita, e ha con lei una relazione adultera. Ella rimane incinta, mentre il marito Uriah si trova lontano da casa per combattere al servizio dell’esercito d’Israele. David, a causa del timore che l’adulterio venga scoperto e che sia rivelata la sua colpevolezza, fa tornare indietro Uriah con il pretesto di voler discutere sull’andamento delle battaglie. In seguito, egli esorta Uriah ad andare a casa e a dormire con sua moglie prima di ritornare all’accampamento, in modo che egli, in futuro, potrà credere di essere il padre del bambino che nascerà. Il piano fallisce, ed ecco cosa accade:

Uriah uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una portata della tavola del re. Ma Uriah dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La cosa fu riferita a David e gli fu detto: «Uriah non è sceso a casa sua». Allora David disse a Uriah: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?» Uriah rispose a David: «L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioav mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò una cosa simile!» (1Samuele 11:8-11).

La completa lealtà di Uriah nei confronti del popolo ebraico, malgrado il fatto che egli stesso non sia Ebreo, è posta in contrasto con la figura del re David, che rimane a Gerusalemme, non parte con l’esercito, e ha rapporti con la moglie di un altro uomo. Il fatto che la Bibbia possa narrare una storia come questa, in cui un residente straniero svolge il ruolo dell’eroe morale, mentre a David, il più grande re d’Israele, spetta la parte del malfattore, ci dice molto sui valori morali dell’Ebraismo.

I diritti delle minoranze sono ciò che più di ogni altra cosa può mettere alla prova una società per mostrare se essa è libera e giusta. Fin dall’epoca di Mosè, essi sono stati posti al centro della visione sociale che Dio vuole creare nella terra d’Israele. È dunque di vitale importanza, per noi, prendere sul serio questi diritti nel nostro tempo.

Jonathan Sacks.

Articolo originale: http://rabbisacks.org/minority-rights-behar-bechukotai-5777

“Lascia andare il mio popolo”: la frase mai detta

“Il viaggio degli Israeliti dalla schiavitù alla terra promessa è uno dei più grandi esempi di emancipazione della storia dell’umanità, che ha avuto il suo eco nelle rivendicazioni dei diritti civili in tutto il mondo”. Con queste parole, pronunciate lo scorso anno in occasione della festa di Pesach, l’ex presidente americano Barack Obama ha ricordato la vicenda biblica dell’Esodo e la sua indiscutibile importanza storica. La celebre frase “Lascia andare il mio popolo“, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato e continua a ispirare generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.

I fatti, tuttavia, secondo il racconto biblico, non si svolsero proprio come molti ritengono. Le rappresentazioni cinematografiche e le interpretazioni semplici e riduttive del testo biblico hanno infatti diffuso nella mentalità comune una versione dell’Esodo un po’ diversa da quella presentata nella Torah. Continua a leggere

Le origini di Mosè

moshe

Un uomo della casa di Levì andò a prendere in moglie una figlia di Levì. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era buono e lo tenne nascosto per tre mesi. Poi, non potendo più nasconderlo, prese una cesta di papiro e la rivestì di bitume e di argilla, vi mise il bambino e la depose nel canneto in riva al Nilo. La sorella [del bambino] si teneva a distanza per sapere che cosa gli sarebbe accaduto. 
La figlia del Faraone scese al Nilo a lavarsi, e le sue ancelle camminavano presso il Nilo. Ella vide la cesta fra le canne e mandò la sua ancella a prenderla; la aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullo che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «Questo è uno dei bambini ebrei!»
La sorella [del bambino] disse alla figlia del Faraone: «Vuoi che vada a chiamarti una nutrice ebrea che allatti per te il bambino?» La figlia del Faraone le disse: «Va’!» E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. […] La donna prese il bambino e lo allattò. Quando fu cresciuto, lo condusse alla figlia del Faraone, ed egli fu per lei come un figlio, ed ella lo chiamò Moshè, dicendo: «Poiché dalle acque l’ho tratto (meshitìhu)» (Esodo 2:1-10).

Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi. Continua a leggere