Sukkot: il senso delle quattro specie vegetali

La festa ebraica di Sukkot (“Capanne”), una delle più importanti festività bibliche, si contraddistingue per due precetti specifici, entrambi piuttosto singolari.

Il più noto è l’obbligo di costruire una sukkàh (che significa appunto “capanna” o “riparo”) e di risiedere in essa per sette giorni, come abbiamo già spiegato in passato in questo articolo.

Il secondo precetto, che può suscitare curiosità almeno quanto il primo, è quello delle “Quattro specie” (Arba’at HaMinìm). Di che cosa si tratta? La Torah afferma:

Il quindicesimo giorno del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa per HaShem, per sette giorni. [...] Il primo giorno prenderete il frutto dell'albero maestoso, fronde di palma, rami dal fogliame folto e salici dei torrenti, e vi rallegrerete davanti ad HaShem, vostro Dio, per sette giorni (Levitico 23:39-40).

La tradizione rabbinica identifica il “frutto dell’albero maestoso” menzionato in questo brano con il cedro (etrog), e prescrive di congiungere in unico fascio dei rami di mirto e salice insieme alla fronda di una palma da datteri (lulav).

Nei tempi antichi, questi vegetali venivano raccolti dagli Israeliti e portati al Tempio di Gerusalemme con spirito gioioso (“…e vi rallegrerete davanti ad HaShem, vostro Dio”). Oggi, in assenza del Tempio, gli Ebrei osservanti portano le quattro specie nelle sinagoghe e le agitano in ogni direzione durante la preghiera.

Qual è però il significato di questo precetto e di questo rito? Che senso si dovrebbe attribuire ai quattro tipi di vegetali?

Per capirlo, come vedremo, è necessario inquadrare la pratica all’interno del contesto più ampio della festa di Sukkot e della sua origine nel mondo biblico.

Simbologie associate alle quattro specie

Nel Midrash (Vayikra Rabbah, 30), i Saggi d’Israele propongono varie interpretazioni in merito al significato di questo comandamento.

Secondo una delle opinioni più celebri, le quattro specie rappresenterebbero quattro categorie all’interno del popolo d’Israele, ognuna con un livello differente di conoscenza della Torah e di buone azioni.

Unendo insieme le quattro categorie, la Torah promuoverebbe l’unità e l’armonia tra gli Ebrei, in modo che i meriti dei giusti colmino le mancanze dei peccatori.

Altre interpretazioni dei Saggi associano i vegetali a quattro espressioni della gloria e della maestà di Dio, oppure ai patriarchi e alle matriarche del popolo ebraico.

Attraverso simili riflessioni, gli antichi Maestri fanno derivare dal precetto delle quattro specie importanti insegnamenti morali e religiosi. Il loro intento sembra essere però di natura educativa, non necessariamente legato all’intento di risalire all’origine vera e propria del comandamento.

A proporre invece una riscoperta del senso primario delle quattro specie alla luce del testo biblico è Maimonide (1138 – 1204), che nella sua Guida dei Perplessi (3, 43) scrive:

“Ritengo che le quattro specie siano un’espressione simbolica della nostra gioia per il fatto che gli Israeliti abbiano lasciato il deserto, ‘un luogo privo di semi, di fichi, di viti, di melograni e di acqua da bere’  (Numeri 20:5), per entrare in un paese con alberi da frutto e fiumi. Per ricordare ciò, prendiamo dunque il frutto che è il più piacevole tra i frutti della terra, i rami più profumati, le foglie più belle e anche la migliore delle erbe”.

Con il suo lucido approccio razionalista, Maimonide non ricerca nel precetto insegnamenti tramite metafore e allusioni poetiche (come invece fanno i Maestri nel Midrash), né attribuisce ai quattro vegetali significati esoterici e mistici (come più tardi faranno i Kabbalisti), ma si concentra piuttosto sul contesto storico e sul senso che questa pratica poteva avere agli occhi degli antichi Israeliti.

Sukkot, festa del raccolto

La spiegazione di Maimonide assume particolare rilevanza se ricordiamo che la festa delle Capanne coincide con la festa del raccolto autunnale (Levitico 23:39; Deut. 16:13), ossia il periodo dell’anno in cui gli Israeliti rinnovavano le loro scorte di grano, olio, vino e altri prodotti.

In questo clima di gioia dovuto alla prosperità legata al mondo della natura, la Torah intende mettere gli uomini al riparo dal rischio di insuperbirsi e di corrompersi confidando in maniera eccessiva nelle ricchezze appena ottenute.

Ciò avviene in due modi: durante Sukkot, agli Israeliti è comandato di abbandonare temporaneamente le loro dimore stabili, appena rifornite di cibo e delizie, e di abitare per sette giorni in semplici capanne, in ricordo della vita nomade e precaria dei loro antenati.

Nel corso della medesima festività, d’altro canto, il popolo è anche esortato a riconoscere la maestosità della natura, provando uno spirito di gratitudine per le opere del Creatore e per il dono della terra promessa. Per questo, gli Israeliti sono chiamati a raccogliere quattro emblemi della bellezza del mondo vegetale e a portarli con umiltà nel Santuario, “davanti ad HaShem”.

Bisogna tuttavia notare che le quattro specie scelte per questo rito non sono in realtà i prodotti legati alla festa del raccolto: agli Israeliti non è comandato di presentare al Tempio uva, pannocchie o olive, ma prodotti più ricercati che hanno periodi di maturazione differenti.

La botanica israeliana Noga Hareuveni fa notare in proposito che nessuna delle quattro specie è diffusa nella Terra d’Israele nella sua interezza. Al contrario, ciascuna di esse è caratteristica di una zona specifica: la pianura costiera (il cedro), le fonti situate nelle valli (la palma da datteri), le aree montuose (il mirto) e le sponde di fiumi e torrenti (i salici).

Alla luce di ciò, Rav Yoel Bin-Nun sostiene che, affinché tutti potessero adempiere il precetto biblico, gli Israeliti provenienti da diverse regioni dovevano condividere con il resto del popolo le specie vegetali tipiche della propria area, in uno scambio reciproco che favoriva la coesione all’interno di Israele.

Da questo punto di vista, l’interpretazione del Midrash che scorge nel rito delle quattro specie un segno di fratellanza tra gli Ebrei non appare più così lontano dall’intento originario della Torah. Forse, in questo come in tanti altri casi, l’unione tra la sfera umana e quella divina passa anche attraverso l’armonia e la concordia tra l’individuo e i suoi simili.

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