Archivi tag: Festività

Pesach: perché è proibito il lievito?

matzah.jpg

Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

Sukkot: che cosa si commemora realmente?

sukkos

Sukkòt, come altre festività bibliche, ha un significato agricolo legato al mondo della natura e uno di carattere storico, in quanto commemorazione di un evento vissuto dal popolo ebraico. Il primo significato è chiaramente espresso nella Torah, laddove si afferma che Sukkot è la “festa del raccolto” (Esodo 23:16; 34:22; Deut. 16:13), e che gli Israeliti sono chiamati a celebrare tale solennità ringraziando il Creatore per i prodotti della terra (Deut. 16:15).
Il significato storico è anch’esso illustrato nella Torah, precisamente nel Levitico, che a questo proposito dichiara:

Celebrerete questa festa in onore di HaShem per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne (sukkot) per sette giorni, tutti quelli che saranno nativi d’Israele abiteranno in capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che io feci abitare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dalla terra d’Egitto (Levitico 23:42-43).

Sulla base di questi versi, si ritiene generalmente che la festa di Sukkot non commemori un singolo avvenimento o un fatto specifico, bensì l’intero periodo di quarant’anni che gli Israeliti trascorsero nel deserto, abitando in capanne. Ciò rende quindi Sukkot diversa dalle altre due “festività di pellegrinaggio”, che sono invece incentrate su un unico evento: a Pesach si ricorda infatti la notte dell’uscita dall’Egitto, mentre Shavuot, secondo la tradizione, commemora la Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Sinai.
Questa differenza, tuttavia, potrebbe scomparire se prendessimo in considerazione un altro significato che sembra celarsi nelle parole del Levitico. Continua a leggere

Hanukkah, Natale e il segreto delle luci

hanukiah

L’alternanza del giorno e della notte, il più scontato dei fenomeni naturali agli occhi dell’uomo moderno, è anche quello che più di ogni altro è sempre stato caricato di significati simbolici e religiosi. Il trionfo della luce sulle tenebre, dopo il periodo delle lunghe notti d’autunno in cui l’oscurità prevale, ha affascinato popoli di culture differenti fin dalle origini dell’umanità. La festività cristiana del Natale, come è ormai ampiamente noto, ha le sue radici proprio nelle antiche celebrazioni legate al solstizio d’inverno e al culto del sole. Dal 17 al 23 dicembre, in occasione dei Saturnalia, i Romani tenevano grandi banchetti, si scambiavano doni e accendevano lampade e candele. Il 25 dicembre, si ricordava poi il Dies Natali del Sol Invictus, che segnava la “rinascita del sole” e il prevalere delle ore di luce su quelle di buio. Ancora oggi, nel periodo che comprende il solstizio d’inverno, decorazioni luminose di ogni tipo riempiono le case e le strade in moltissimi paesi del mondo, poiché le celebrazioni natalizie hanno ereditato l’antica simbologia astronomica del paganesimo romano.

Non si può allora fare a meno di notare che anche l’Ebraismo possieda una “festa delle luci” (chiamata così per l’accensione delle candele), la festa di Hanukkah, e che essa abbia inizio il 25 di Kislev, che corrisponde proprio al tempo di dicembre nel calendario gregoriano. Esiste forse un legame tra questa solennità ebraica e le tradizioni degli altri popoli? La risposta sembra dover essere negativa. Hanukkah commemora la vittoria degli Ebrei sull’esercito greco-siriano di Antioco Epifane, al tempo in cui l’identità spirituale della nazione d’Israele rischiava di essere schiacciata dal dominio culturale ellenistico. Questa festività, come afferma il libro dei Maccabei, il Talmud e lo storico Giuseppe Flavio, fu dunque istituita in ricordo di un evento storico, e ciò dovrebbe escludere qualsiasi riferimento al solstizio invernale. La data del 25 di Kislev ha poi un significato ben noto: si tratta infatti del giorno in cui i greco-siriani profanarono il Tempio di Gerusalemme con i loro riti idolatrici, nonché la data della purificazione del medesimo Tempio dopo la rivolta dei Maccabei. Dal libro del profeta Chaggai (Aggeo) alcuni deducono inoltre che l’altare del Secondo Santuario, duecento anni prima della profanazione ellenistica, fosse stato inaugurato proprio il 25 di Kislev.

Tuttavia, il fatto che sia gli Ebrei che i Romani (ma anche i Babilonesi, gli Egiziani e le popolazioni nordiche) celebrassero nello stesso periodo dell’anno festività incentrate sul tema della luce e spesso caratterizzate dall’accensione di candele, sembra essere una coincidenza notevole che richiederebbe una spiegazione. Nel caso di Hanukkah, le luci e le candele richiamano la riconsacrazione del Tempio e l’accensione del lume perpetuo della Menorah (candelabro), ma siamo sicuri che non ci siano altri significati?

In riferimento ai Saturnalia e alle festività pagane invernali, il Talmud racconta una storia sorprendente:

“Rav Hanan bar Habba ha detto: Il capodanno [romano] cade otto giorni dopo il solstizio; i Saturnalia cadono otto giorni prima del solstizio. […] I Saggi hanno insegnato: Quando Adamo vide che [in autunno] i giorni si accorciavano, disse: «Guai a me! Forse il mondo diviene buio a causa del mio peccato e sta tornando al caos primordiale; forse questa è una sentenza divina di morte». Ed egli trascorse otto giorni digiunando e pregando. Quando egli vide che nel mese di Tevet i giorni si allungavano, disse: «Dunque questa è la via del mondo [cioè: si tratta semplicemente di un fenomeno naturale]», ed egli fece festa per otto giorni. L’anno successivo egli celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo. Adamo istituì queste feste per amore del Cielo, mentre essi [i pagani] li commemorano come giorni di idolatria” (Avodah Zarah 8a).

Attraverso questo semplice racconto, i Saggi del Talmud intendono trasmettere un’idea ben precisa: fin dalla sua origine, l’umanità ha avvertito il bisogno di celebrare il solstizio d’inverno e il trionfo della luce sulle tenebre. Tale bisogno universale, benché originariamente lecito, è stato sfruttato dai pagani per istituire feste di idolatria. Mentre Adamo, secondo la parabola rabbinica, aveva deciso di fare festa “per amore del Cielo”, ovvero in onore di Dio che ha disposto i fenomeni astronomici, i popoli hanno stravolto questo nobile proposito per adorare il sole al posto del suo Creatore.
Il fatto che nel racconto si parli di celebrazioni di otto giorni ci rimanda immediatamente alla festa di Hanukkah, che ha la stessa durata e cade nello stesso periodo. Inoltre, la frase secondo cui “l’anno successivo egli [Adamo] celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo […] in onore del Cielo” è molto simile a ciò che il Talmud afferma a proposito dell’istituzione di Hanukkah da parte dei Maccabei: “L’anno successivo essi stabilirono questi giorni come celebrazione per la lode e il ringraziamento” (Massekhet Shabbat).
Il parallelismo è evidente. L’intento dei Saggi è quello di mettere in relazione Hanukkah con le solennità del solstizio d’inverno.

In questa prospettiva, come osserva Rav Yoel Bin-Nun, Hanukkah rappresenta una festa capace di segnare due purificazioni diverse: quella del Tempio, riconsacrato dopo la contaminazione idolatrica degli ellenisti, e quella dell’antichissima e universale commemorazione della vittoria della luce, in termini sia astronomici che metaforici, che grazie al monoteismo ebraico viene privata di tutti i suoi aspetti connessi al culto degli astri. Anche Hanukkah, in armonia con le feste bibliche (in particolare Pesach, Shavuot e Sukkot) assume quindi due significati complementari: uno di natura storica e uno legato invece al ciclo della natura, divenendo così una completa espressione di uno degli insegnamenti più importanti della Torah: l’assoluta necessità di sradicare gli idoli dal mondo, dalla storia e dall’anima.

La Sukkà dei popoli

etrog

La festività ebraica di Sukkot (che significa “Capanne”) ricorda il cammino degli Israeliti nel deserto in seguito alla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nel corso del lungo viaggio verso la terra promessa, infatti, il popolo ebraico dimorò all’interno di strutture fragili e provvisorie, in una situazione di precarietà che ogni anno si è chiamati a rivivere e a celebrare. La Torah comanda:

Celebrerete questa festa in onore del Signore per sette giorni, ogni anno. È una legge perpetua, per tutte le vostre generazioni. La celebrerete il settimo mese. Dimorerete in capanne per sette giorni. Tutti quelli che sono nativi d’Israele dimoreranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci dimorare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dal paese d’Egitto (Levitico 23:41-43).

Questa festa, che per il suo significato principale sembra essere legata unicamente al popolo ebraico e alla sua storia, assume nella Bibbia e nella tradizione rabbinica anche un sorprendente valore universale che coinvolge l’umanità intera.

Per il primo giorno di Sukkot, la liturgia ebraica prevede la lettura del capitolo conclusivo del libro di Zechariah (Zaccaria), un brano profetico in cui la festa delle Capanne è menzionata esplicitamente. In questo capitolo, Zaccaria preannuncia una terribile guerra futura in cui un gran numero di nazioni si coalizzeranno per attaccare Israele e conquistare Gerusalemme.

Ecco, viene il giorno del Signore. Allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. Io radunerò tutte le nazioni per combattere contro Gerusalemme. La città sarà presa, le case saranno saccheggiate e le donne violentate (Zaccaria 14:1-2).

Secondo la profezia, questa guerra sanguinosa sarà interrotta dall’intervento diretto di Dio, che si manifesterà per proteggere il popolo d’Israele e per punire i suoi nemici. Il giudizio contro le nazioni porterà quindi all’instaurazione di un regno universale in cui l’idolatria cesserà di esistere:

Poi il Signore uscirà a combattere contro quelle nazioni, come combattè altre volte nel giorno della battaglia.  […] Il Signore sarà re su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà uno e il Suo Nome sarà uno (Zaccaria 14:3-9).

Lo stesso evento escatologico è descritto in tutta la sua grandiosità nel libro di Yekhezkel (Ezechiele), nella famosa profezia di Gog uMagog (capitoli 38-39), che non a caso il Talmud comanda di leggere durante lo Shabbat di Sukkot. I due profeti, tuttavia, si focalizzano su aspetti diversi del medesimo avvenimento. Ezechiele, vissuto in un periodo storico in cui i pagani schernivano la religione degli Israeliti a causa della recente distruzione del Tempio, pone enfasi sulla santificazione del Nome di Dio come una forma di riscatto definitivo. Zaccaria, coerentemente con il tema principale del suo libro, mette invece al centro della scena Gerusalemme e la liberazione finale della città santa.
Proprio in questo contesto il profeta predice che, nell’era messianica, la festività di Sukkot dovrà essere celebrata da tutti i popoli, e diventerà così una festa di pellegrinaggio universale:

E avverrà che ogni sopravvissuto di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme salirà di anno in anno ad adorare il Re, il Signore degli eserciti, e a celebrare la festa di Sukkot. E avverrà che, se qualche famiglia della terra non salirà a Gerusalemme per adorare il Re, il Signore degli eserciti, su di essa non cadrà alcuna pioggia (Zaccaria 14:16-17).

Le nazioni che prima avevano invaso Gerusalemme per sterminare i suoi abitanti, ora invece si recano nella città santa per celebrare una festività in onore di Dio. La situazione appare capovolta, così come il rapporto tra Israele e il resto dell’umanità.
Ma perché, tra le tante solennità e celebrazioni istituite dalla Torah, è proprio Sukkot ad essere citata da Zaccaria come festa universale? Che legame può esistere tra Sukkot e le nazioni del mondo?

Nel Libro dei Numeri (capitolo 29), la Bibbia elenca i vari sacrifici da offrire nel Santuario durante la festa delle Capanne. La Torah ordina di sacrificare complessivamente settanta tori nel corso dei sette giorni di Sukkot. All’ottavo giorno (la festa di Sheminì Atzeret), veniva poi offerto un unico toro. Nel Talmud (Sukkah 55b), Rabbi Elazar rivela il significato di questi sacrifici e del loro numero:

“A cosa corrispondono questi settanta tori? Essi corrispondono alle settanta nazioni del mondo. Perché allora [all’ottavo giorno] è offerto un solo toro? Per rappresentare un popolo unico (Israele). Ciò si può paragonare al caso di un re che ordinò ai suoi servi di allestire una grande festa. Nell’ultimo giorno della festa, egli disse ai suoi cari: Preparate un piccolo banchetto affinché io possa godere della vostra compagnia”.

Il passo del Talmud appena citato fa riferimento alle settanta nazioni originarie menzionate nel Libro della Genesi (capitolo 10), che nella tradizione ebraica rappresentano il genere umano nella sua totalità. Dunque Sukkot, secondo l’interpretazione dei Maestri, era anche la festività in cui nel Tempio venivano compiuti riti a favore di tutti i popoli della terra. La stessa idea è elaborata nel Midrash Shir HaShirim:

“…Israele espia i peccati di tutti i popoli, poiché i settanta tori sacrificati sull’altare durante la festa di Sukkot erano offerti per il bene delle nazioni, affinché la loro esistenza fosse mantenuta nel mondo. Perciò è scritto:  «In cambio dell’amore che ho per loro, essi mi accusano, ed io mi volgo alla preghiera» [Salmi 109:4]”.

Il popolo consacrato adempie le sue funzioni sacerdotali nei confronti dell’umanità in modo particolare durante la festività di Sukkot. Ma nell’era messianica, con l’estensione della conoscenza di Dio su tutta la terra, anche le nazioni sono chiamate ad avere una parte attiva in tutto ciò e a vivere consapevolmente una festa in cui la Torah ordina a Israele di preoccuparsi per il bene di tutti i popoli. Nella sua straordinaria opera Israele e l’umanità, Elia Benamozegh spiega:

“L’aspetto universale della celebrazione di Sukkot appare più chiaro se riflettiamo sul periodo del calendario designato per la festività, cioè l’inizio dell’anno. Sappiamo che gli Ebrei avevano due modi di calcolare gli anni: il mese di Nissan, in primavera, reso sacro dalla commemorazione dell’uscita dall’Egitto, segnava l’inizio del calendario religioso esclusivo di Israele. L’anno secolare, invece, che iniziava nel mese di Tishri, apparteneva sia al popolo ebraico che agli altri popoli. Questo ciclo dei mesi, che si apre con l’equinozio d’autunno, era l’unico calendario riconosciuto anche dai Gentili. Era perciò naturale che l’Ebraismo lo consacrasse con riti che erano essenzialmente di carattere universale”.

Chag Sukkot Sameach lechol HaOlam! 
Felice festa di Sukkot a tutto il mondo.

Vedi anche:
Informazioni sulla festività dal sito romaebraica.it
Sukkot, festa dell’umanità, lezione audio di Rav Gianfranco Di Segni

Pesach al tempo di Abramo

Vayera

“Le azioni dei padri sono un segno di ciò che avverrà ai loro figli”. Questo principio, noto da sempre alla tradizione rabbinica, è la chiave per comprendere a pieno i vari racconti che la Torah narra sulle vicende dei patriarchi del popolo ebraico. Le imprese dei padri, nella prospettiva biblica, non sono soltanto una fonte di esempi ed insegnamenti per i loro discendenti, ma anche vere e proprie prefigurazioni degli avvenimenti della futura storia ebraica.

Se ciò è vero, allora è ragionevole pensare che l’uscita degli Ebrei dall’Egitto, l’evento fondamentale della Torah, debba aver avuto una sorta di anticipazione profetica nel Libro di Bereshìt (Genesi). Continua a leggere

Hanukkah

chanukkah

La festa di Hanukkah (o Chanukkah) commemora la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sui dominatori greco-siriani comandati da Antioco Epifane. Nel II secolo a.e.v., i greco-siriani cercarono di sradicare da Israele l’osservanza della Torah e l’identità ebraica per imporre la cultura ellenistica. Dopo una rivolta guidata dalla famiglia sacerdotale dei Maccabei, il potente esercito di Antioco fu sconfitto e il Santuario fu purificato.

Riflessioni su Hanukkah di Rav Scialom Bahbout

La storia di Hanukkah, così com’è narrata nel Talmud, è molto strana e ancora più strano è il fatto che i Maestri abbiano fatto dell’episodio dell’ampolla d’olio e dell’accensione dei lumi l’elemento centrale della festa, una festa che è bene ricordare è l’unica stabilita in epoca postbiblica accettata da tutto Israele nel corso delle generazioni.

Hanukkah deriva da una radice ebraica che ha vari significati e può essere tradotta con inaugurazione, in ricordo dell’inaugurazione del Tempio fatta dai Maccabei, oppure conconsacrazione e destinazione di un oggetto alla sua funzione: quindi nel caso specifico, significa riconsacrazione del Tempio profanato dagli Ellenisti, per restituirlo alla sua primitiva funzione.

La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche “educare”. La rivolta ebraica scoppiò quando il nemico greco tentò di colpire proprio le radici culturali e religiose del popolo e più precisamente, quando i Seleucidi, dominatori della Giudea, imposero agli ebrei di abbandonare progressivamente le proprie tradizioni, costringendoli ad adorare gli idoli nel Tempio di Gerusalemme. Di fronte al pericolo della perdita della propria identità, gli ebrei si opposero e organizzarono una resistenza che fondava le proprie basi sull’adesione all’educazione ebraica.

Contro un nemico militarmente più agguerrito, gli ebrei opposero la propria determinazione nel difendere la propria cultura e il diritto alla diversità contro il livellamento culturale imposto dalla cultura ellenista imperante. Non sappiamo con certezza quale sia il significato della storia dell’ampolla d’olio rimasta pura tra le macerie del Tempio: forse essa rappresenta il manipolo di persone sempre pronto a lottare per difendere la propria identità e dignità ebraica, a Gerusalemme come a Buchenwald. L’olio, che sembra bastare per una sola generazione, si rivela sufficiente per alimentare lo spirito ebraico non per sette generazioni (un numero che rappresenta la sopravvivenza dell’uomo nei limiti della natura e della storia), ma per sette + uno, cioè per infinite generazioni, per un tempo che trascende la storia e la natura.

Il miracolo di Hanukkah è davvero strano: gli ebrei credono che ogni anno, nel momento in cui un ebreo accende il proprio lume, il miracolo si compia ancora: è il miracolo della sopravvivenza di una piccola minoranza in un mondo che non ha ancora assimilato l’idea che si può essere diversi, ma godere di eguali diritti.

Il lume di Hanukkah va acceso vicino alla finestra, in modo che sia ben visibile dall’esterno. Questo gesto ha sì lo scopo di rendere pubblico il miracolo e quindi rendere partecipi anche gli altri della gioia e del mistero della sopravvivenza del popolo ebraico, ma è anche un invito a tutti gli uomini a non lasciarsi intimidire da ogni sorta di prevaricazioni e sopraffazioni.

Ma in questa lotta per i propri diritti, pur muovendosi tra le macerie, a Gerusalemme come a Buchenwald, ieri come oggi, importante è riuscire a non perdere mai di vista i valori che devono caratterizzare la vita dell’uomo. Per l’ebreo questi valori si devono affermare salvaguardando la propria dignità umana ed ebraica, anche nelle condizioni più disperate. Mantenere la Kedushà (santità) dell’immagine divina che è in ogni uomo è stata una delle imprese più difficili per gli ebrei che sono passati attraverso l’esperienza terribile dei campi di concentramento nazisti.

La resistenza ebraica al nazismo viene identificata con la rivolta armata del Ghetto di Varsavia e degli altri Ghetti, una lotta attraverso la quale gli ebrei avrebbero riguadagnato la propria dignità e il proprio diritto alla vita. Non dobbiamo tuttavia dimenticare un’altra resistenza, meno eclatante, ma non per questo meno importante: molti ebrei sono riusciti a mantenere alto l’onore d’Israele rifiutandosi di accettare la logica dell’assassino che voleva distruggere l’ebreo nella sua umanità ebraica, prima ancora che nel suo corpo. La resistenza armata è stata per molto tempo giustamente messa in primo piano: c’è da chiedersi se non sia doveroso oggi ricordare con orgoglio anche la resistenza che, giorno dopo giorno, gli ebrei sono stati capaci di opporre al nazismo nei campi di concentramento.

La nostra generazione, che ha avuto il privilegio di vedere ricostruito il “corpo” d’Israele, ha anche la responsabilità di muoversi con urgenza e determinazione per ricostruire lo “spirito” e la cultura d’Israele.

Per accendere, ancora una volta, la propria Hanukkah.