L’idea che qualcuno possa essere condannato a morte per aver violato la Legge divina con un atto di per sé innocuo come raccogliere legna non è di certo facile da comprendere.
L’idea che qualcuno possa essere condannato a morte per aver violato la Legge divina con un atto di per sé innocuo come raccogliere legna non è di certo facile da comprendere.
La vicenda di Pinchas (Numeri 25), nel suo sviluppo finale, assume un carattere alquanto scabroso: pur avendo compiuto un atto sanguinario e avendo scavalcato ogni autorità e gerarchia all’interno del popolo, l’impavido Pinchas riceve l’approvazione divina e ottiene addirittura “il patto di un sacerdozio perpetuo”. Com’è possibile che una simile azione sia non solo giustificata, ma anche esaltata?
In un mondo dove le leggi elevano l’uomo al di sopra della donna, nel contesto di un’antica società patriarcale, l’audace richiesta delle figlie di Tzelofechad presentata nel Libro dei Numeri può apparire come l’espressione di un desiderio di uguaglianza fra i sessi, con tremila anni di anticipo rispetto alla nascita del femminismo moderno. Ma è davvero così?