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Scintille di Torah II: Numeri

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.

Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dei Numeri pubblicati nel 2019.

BEMIDBAR

“I figli d’Israele si accamperanno ciascuno vicino alla sua bandiera, sotto le insegne della casa dei loro padri. Si accamperanno tutt’intorno alla tenda di convegno, a una certa distanza” (Numeri 2:2).

L’accampamento di Israele nel deserto aveva al suo centro il Tabernacolo, chiamato “tenda di convegno” (ohel moed), punto focale della vita religiosa, intorno a cui tutte le tribù si disponevano ad equa distanza, come a mostrare l’eguaglianza di ciascuno nei confronti della santità.

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Scintille di Torah II: Levitico

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro del Levitico pubblicati nel 2019.

VAYIKRÀ

“Quando un principe ha peccato, violando per inavvertenza un divieto di HaShem, il suo Dio, e così si è reso colpevole, quando il peccato commesso gli è noto, porterà come offerta un capro maschio senza difetto” (Levitico 4:22-23).

Studiando il Levitico, l’anno scorso abbiamo parlato di alcuni tipi di sacrifici e offerte nel Santuario che non hanno nulla a che fare con il peccato o con l’espiazione: l’offerta elevata, quella farinacea e il sacrificio di pace. Questa volta affrontiamo il tema del vero “sacrificio per il peccato”: il Korban Chatat. Continua a leggere

Il perdono dei peccati senza sacrifici

I testi sacri del Cristianesimo stabiliscono un nesso fondamentale tra l’espiazione dei peccati e l’offerta dei sacrifici. Nel Nuovo Testamento si afferma infatti che senza spargimento di sangue non c’è perdono (Lettera agli Ebrei, 9:22).
I sacrifici animali prescritti dalla Torah, secondo la dottrina cristiana, erano però soltanto una prefigurazione incompleta di un sacrificio più elevato, quello di Gesù sulla croce, che rappresenta l’adempimento definitivo degli antichi riti ebraici. Su questo punto, il messaggio del Vangelo appare particolarmente intransigente: solo il corpo e il sangue di Gesù, attraverso la fede nella morte espiatoria del Messia, possono garantire all’uomo la salvezza dell’anima.
“Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna»” (Vangelo di Giovanni, 6:53-54).
Allo stesso modo, Paolo di Tarso dichiara che l’uomo, benché si sforzi di compiere opere buone, non può ottenere da solo il perdono dei peccati, e deve perciò affidarsi al potere del sacrificio di Gesù: “…poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Lui è stato prescelto da Dio per fare l’espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Lettera ai Romani, 3:23-25).

Se tutto ciò fosse vero, il popolo ebraico si troverebbe in una condizione spirituale altamente problematica. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta duemila anni fa, gli Ebrei avrebbero infatti perduto l’espiazione incompleta e temporanea fornita dai sacrifici; e inoltre, poiché essi non credono in Gesù, non esisterebbe per loro alcuna via per ottenere il perdono di Dio.
Questo è il punto di vista della dottrina cristiana tradizionale, su cui tuttora insistono molti movimenti religiosi, in particolare evangelici e messianici.

La posizione dell’Ebraismo su questo tema è radicalmente diversa. Gli antichi Maestri del Talmud insegnano che, in mancanza del Tempio e dei riti che in esso si svolgevano, le offerte sacrificali sono sostituite dalla preghiera, dallo studio della Torah e dagli atti caritatevoli. Questi tre elementi, se uniti al ravvedimento (Teshuvah), permettono a chiunque di ricevere il perdono di tutte le proprie colpe.
Su cosa si basa tale insegnamento? Con quale autorità i rabbini hanno stabilito una “via alternativa” ai sacrifici?
In realtà, come si può facilmente constatare, è la Bibbia stessa a indicare la preghiera e le altre opere di pentimento come mezzi di espiazione, indipendentemente dalla pratica dei culti sacrificali. Quando la costruzione del Primo Tempio di Gerusalemme fu completata, il re Salomone si rivolse a Dio pronunciando un discorso che basterebbe da solo a confutare le teorie cristiane sull’espiazione:

“Quando [gli Israeliti] peccheranno contro di te (perché non c’è alcun uomo che non pecchi), e tu, adirato contro di loro, li abbandonerai in balìa del nemico e saranno deportati nel paese del nemico, lontano o vicino, se nel paese in cui sono stati deportati rientrano in se stessi, se tornano a te e ti supplicano nel paese di quelli che li hanno portati in prigionia e dicono: «Abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente, abbiamo fatto del male», se tornano a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nel paese dei loro nemici che li hanno deportati e ti pregano rivolti al loro paese che tu hai dato ai loro padri, alla città che tu hai scelto e al Tempio che io ho costruito al tuo Nome, tu ascolta dal cielo, il luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e sostieni la loro causa, e perdona al tuo popolo che ha peccato contro di te tutte le trasgressioni che ha commesso contro di te” (1Re 8:46-50).

Il Libro del profeta Osea parla di un’epoca futura in cui “…i figli d’Israele staranno per molti giorni senza re, senza capo, senza sacrifici” (Osea 3:4); eppure lo stesso profeta riconosce l’efficacia di un altro tipo di sacrificio, quello che si offre attraverso la preghiera: “Prendete con voi delle parole e tornate al Signore. Ditegli: «Togli via ogni iniquità e accetta ciò che è buono, e noi ti offriremo i sacrifici delle nostre labbra»” (Osea 14:2).

Daniele, trovandosi in esilio a Babilonia, prega per il perdono dei peccati del suo popolo e per la ricostruzione di Gerusalemme: “Mentre io stavo ancora parlando, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d’Israele e presentavo la mia supplica davanti al Signore, il mio Dio […]  era l’ora dell’offerta della sera (Daniele 9:20-21). Questo versetto segna probabilmente l’origine dell’usanza ebraica di pregare in corrispondenza dell’orario in cui al Tempio venivano eseguiti i riti sacrificali.

Ma qual era la vera natura dei sacrifici e il loro scopo secondo la Torah?
Fra tutte le offerte che venivano presentate nel Santuario, solo alcune avevano la funzione di espiare i peccati. Il Levitico parla anche di sacrifici di ringraziamento, oblazioni di cibo, sacrifici da offrire per sciogliere un voto o per la purificazione rituale. Al contrario di quanto lasciano intendere le fonti cristiane (“Senza spargimento di sangue non c’è perdono”), non tutti i sacrifici di espiazione avevano come oggetto un animale; la Torah consente infatti ai poveri di offrire prodotti farinacei sull’altare per espiare alcuni tipi di trasgressioni (vedi Levitico 5:11).

Ciò che la Bibbia ebraica sottolinea in moltissime occasioni è il fatto che il Creatore del mondo non ha bisogno dei sacrifici: essi servono all’uomo, come segno di rinuncia e di comunione con Dio, ma non sono da intendere come doni materiali volti a placare l’ira di una divinità assetata di sangue.

“Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti riprenderò per i tuoi sacrifici, né per i tuoi olocausti che mi stanno sempre davanti. Non prenderò alcun torello dalla tua casa né capri dai tuoi ovili. Mie sono infatti tutte le bestie della foresta; mio è il bestiame che sta a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli dei monti, e tutto ciò che si muove nei campi è mio. Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio. Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri? Offri a Dio sacrifici di lode e adempi i tuoi voti fatti all’Altissimo” (Salmi 50:7-14).

Senza il pentimento e lo spirito di umiltà, i sacrifici sono del tutto privi di valore, e vengono perciò rifiutati da Dio:
“Poiché io desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6:6).
Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).
 “Il sacrificio dell’empio è cosa abominevole, tanto più se lo offre con intento malvagio” (Proverbi 21:27).

I sacrifici erano quindi considerati soprattutto uno strumento per permettere agli uomini di raggiungere una giusta disposizione interiore attraverso un atto di rinuncia. La via più autentica per ricevere il perdono era però quella del ravvedimento e del ritorno alla giustizia, come spesso la Bibbia afferma chiaramente:
“Ciascuno si ritirerà dalla propria via malvagia, e così io perdonerò la loro iniquità e il loro peccato” (Geremia 36:3)
“Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese” (2Cronache 7:14).

Si potrebbe a questo punto obiettare che ciò sia valido per Israele, ma non per gli altri popoli. Forse le nazioni del mondo, prive della Rivelazione della Torah, avevano bisogno di un redentore che si sacrificasse per i peccati e di una nuova fede che permettesse anche a loro di conoscere la grazia Divina. Ma una simile idea si dimostra anch’essa inaccettabile alla luce della Bibbia ebraica.
Il Libro di Giona insegna che la potenza del ravvedimento è valida per chiunque, sia Ebrei che non-Ebrei:

“Il re fece proclamare e divulgare a Ninive un ordine che diceva: «Uomini e bestie, armenti e greggi non assaggino nulla, non mangino cibo e non bevano acqua, ma uomini e bestie si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua via malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non si volga, non si penta e metta da parte la sua ira ardente, e così noi non periamo». Quando Dio vide ciò che facevano, e cioè che si convertivano dalla loro via malvagia, Dio si pentì del male che aveva detto di far loro e non lo fece” (Giona 3:7-10).

Il testo non menziona vittime offerte su un altare. Gli abitanti di Ninive ottennero il perdono solo tramite la loro penitenza e il loro abbandono della malvagità.
In modo ancora più clamoroso, persino al re di Babilonia Nabucodonosor, colui che distrusse Gerusalemme e deportò gli Israeliti, il dono della misericordia non viene negato; Daniele dichiara infatti: “Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando compassione verso i poveri” (Daniele 4:27).

Questa esaltazione della potenza del ravvedimento, presente nella Torah prima che nella tradizione rabbinica, appare quindi lontanissima dalle dottrine di chi intende colmare l’abisso tra l’uomo e Dio tramite l’esistenza di mediatori e di sacrifici di riscatto per l’anima umana.

Vedi anche: 
I sacrifici nella Torah (commento di Rabbi Jonathan Sacks).

 

I sacrifici nella Torah

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Tratto da un commento di Rabbi Jonathan Sacks.

Nulla nell’Ebraismo è considerato più complesso e controverso dell’approccio biblico ai riti dei sacrifici.
All’interno del Pentateuco, i sacrifici svolgono un ruolo importantissimo, e le leggi relative ad essi sono espresse molto dettagliatamente. Non meno significativo è anche il luogo in cui queste leggi si trovano, cioè nel Levitico, il libro posto al centro della Torah.
Il motivo di questa centralità dei sacrifici e del servizio sacerdotale è certamente legato all’affermazione della missione del popolo ebraico, che viene annunciata subito prima della Rivelazione e della stipulazione del Patto sul Monte Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6).
Il rapporto tra Israele e le altre nazioni è paragonato a quello che si instaura tra un sacerdote e il suo popolo. Come un sacerdote, Israele è “santo”, nel senso di “separato”, con il compito di fare da mediatore tra D-o e il mondo. Le regole di purità rituale, che non fanno parte dei precetti universali imposti all’intera umanità, costituiscono la testimonianza di una vocazione nazionale, senza che ciò implichi alcuna superiorità del popolo ebraico.
Come sacerdote del mondo, Israele è chiamato a condurre una vita particolarmente vicina a D-o. I sacrifici, indicati anche con il termine avodah (servizio), sono dunque un elemento rappresentativo dell’identità ebraica. La loro importanza nella visione biblica non può essere negata.

 Eppure, come è noto, molti dei più grandi profeti di Israele si espressero con affermazioni che possono apparire superficialmente come una critica dell’intera istituzione dei sacrifici, almeno in relazione alla condizione morale e spirituale di Israele durante la loro epoca. Amos infatti dichiara nel Nome di D-o:

 “Io odio, disprezzo le vostre feste, non provo piacere nelle vostre assemblee solenni. Anche se mi offrite i vostri olocausti e le vostre oblazioni di cibo, io non le gradirò. […] Ma scorra il diritto come acqua e la giustizia come un corso d’acqua perenne” (Amos 5:21-24).

Lo stesso spirito lo troviamo in Isaia, nel passo che leggiamo ogni anno prima di Tisha B’Av:

“Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Il vostro incenso io lo detesto. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).

Ancora più notevoli sono le parole di Geremia, che sembrano addirittura mettere in discussione l’idea che i sacrifici facessero parte del proposito originario di D-o:

“Poiché io non parlai ai vostri padri e non diedi loro alcun ordine, quando li feci uscire dal paese d’Egitto, riguardo agli olocausti e sacrifici, ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro D-o e voi sarete il mio popolo. Camminate in tutte le vie che vi ho comandato, perché siate felici” (Geremia 7:22-23).

Com’è possibile che Geremia dica una cosa del genere? La Torah non è forse piena di precetti sui sacrifici?
Una delle spiegazioni più famose e controverse delle parole di Geremia è stata fornita da Maimonide, nella sua opera filosofica La Guida dei Perplessi. Secondo Maimonide, il tempo è un fattore essenziale della trasformazione dell’umanità. Come la natura si evolve gradualmente, così anche la condotta collettiva della società umana si modifica. Questo è il motivo per cui la Torah contiene alcune leggi il cui scopo non è immediato, e il cui effetto può essere notato solo nel corso di molte generazioni. Maimonide spiega:

“Non è possibile passare istantaneamente da un estremo ad un altro; per la natura umana è dunque inconcepibile abbandonare in un attimo tutto ciò a cui è abituata. […] Nei tempi antichi, la consuetudine diffusa in tutto il mondo comprendeva il sacrificio di varie specie animali nei templi nei quali erano state poste alcune immagini, il prostrarsi davanti a tali immagini e l’offerta dell’incenso davanti ad esse. La sapienza e la cura di D-o non hanno imposto il rifiuto e l’abbandono di tutti questi tipi di culto, perché allora non si sarebbe potuta nemmeno immaginare una cosa del genere, a causa della natura umana. […] Perciò, D-o ha trasferito al Suo culto le pratiche usate precedentemente per l’adorazione delle cose create. […] In questo modo è stato possibile cancellare le tracce dell’idolatria, mentre il vero principio della nostra fede, l’esistenza di D-o e la Sua unità, è stato affermato saldamente. Tutto ciò è stato ottenuto senza confondere e sconvolgere la mente degli uomini con l’abolizione di pratiche a cui erano abituati”.

Questa interpretazione ci permette di comprendere meglio l’apparente negazione dei sacrifici da parte di Geremia. Ciò che il profeta intende affermare è che i sacrifici non erano fini a sé stessi. Essi servivano invece a stabilire fermamente nella mente delle persone l’obbligo di adorare soltanto D-o. Eppure, all’epoca di Geremia, il popolo aveva confuso il mezzo con il fine, vedendo i sacrifici come se non ci fosse in essi alcun significato profondo.

Volendo usare un eufemismo, si può dire che l’interpretazione di Maimonide incontrò pareri contrastanti tra i pensatori ebrei dei secoli successivi. La sua riflessione sembrava condurre all’idea che i sacrifici fossero necessari allo sviluppo del popolo ebraico in un preciso periodo storico, ma non in ogni epoca. Tuttavia, questo non era davvero ciò che Maimonide riteneva. Nella Guida dei Perplessi, egli dichiara infatti che “Le leggi non possono essere modificate a seconda delle persone e delle circostanze. […] Non sarebbe giusto far dipendere i principi fondamentali della Torah dai cambiamenti di tempo e di luogo”.

 Maimonide distingue inoltre tra interiorità ed esteriorità nel servizio Divino. Secondo la sua visione, l’Ebraismo impone forti limitazioni al culto sacrificale. I sacrifici possono essere offerti solo in determinati momenti, e soltanto da membri di una certa stirpe (i discendenti di Aronne), utilizzando animali specifici, ed in un solo luogo (il Santuario). La preghiera, al contrario, appartiene all’interiorità del servizio Divino e può essere quindi offerta dovunque, in qualsiasi momento, e da chiunque. La preghiera si avvicina al culto ideale, mentre i sacrifici rappresentano quasi una concessione.

I sacrifici sono dunque soltanto un’espressione esteriore di un concetto che si trova nel cuore dell’Ebraismo, cioè il “servizio di D-o” (avodah).

 Uno degli aspetti più sorprendenti dell’Ebraismo è il fatto che esso non si pone come una religione fra le tante, ma come qualcosa di completamente nuovo. Fin dall’inizio, l’identità ebraica ha sempre rappresentato una sfida ai grandi imperi e alle strutture gerarchiche e sociali. La Bibbia è una continua battaglia contro l’idolatria (il sistema imposto dal potere), il mito (i racconti che giustificano il sistema), e i riti pagani (gli atti che alimentano il sistema).

Nella società a cui l’Ebraismo si opponeva, quella basata sul conflitto, sul dominio e sulle gerarchie, il sacrificio era visto come un tentativo di placare gli dei, di ottenere la loro benevolenza e di procurarsi la loro forza.
Nell’Ebraismo, il sacrificio è invece qualcosa di completamente diverso. Il D-o di Israele è il Creatore dell’universo, il Potere supremo, ma anche Colui che si preoccupa dei deboli (gli schiavi in Egitto, le vedove, gli orfani e gli stranieri). Un D-o simile non può essere corrotto o placato con offerte materiali. Il vero significato del sacrificio viene perciò modificato per diventare un rito che crea un effetto sull’uomo, non su D-o.

 La parola korban (sacrificio) ha il significato di “portare”, o “avvicinarsi”. Per avvicinarsi a D-o, nell’Ebraismo, bisogna rinunciare a sé stessi, al proprio potere, alla propria volontà, all’esistenza autonoma e autosufficiente. È necessario cedere qualcosa, impegnarsi in un atto simbolico di rinuncia. Il risultato di un tale “avvicinamento a D-o” ci permette di guardare il mondo in maniera diversa. Rinunciare al nostro possesso di qualcosa (un animale, o una parte del raccolto agricolo) significa riconoscere che tutto ciò che abbiamo appartiene in realtà soltanto a D-o.

Per questo motivo, quando il Tempio fu distrutto, le altre forme di rinuncia rimasero valide: quelle che si compiono attraverso la volontà (con la preghiera), la mente (lo studio della Torah), o i propri beni (tramite la beneficenza e l’ospitalità verso gli stranieri).

 Ma finché esisteva il Tempio, bisognava confrontarsi con un grande pericolo. Visti dall’esterno, i sacrifici erano ciò che rendeva il culto ebraico più simile alle pratiche pagane. Anche se il loro significato profondo era del tutto diverso, la forma esteriore dei sacrifici ordinati dalla Torah era di fatto simile a quella prevista dagli altri culti. Questo problema era la vera causa della critica dei sacrifici da parte dei profeti. Ad essere contestata non era l’istituzione di tali riti, ma la degenerazione che portava i sacrifici ad assomigliare ai culti idolatrici. Senza un costante ammonimento da parte dei profeti, gli Ebrei rischiavano di vedere i sacrifici come un modo di placare D-o, per poter essere poi liberi di commettere i loro crimini contro i più deboli.

Dunque l’intenzione con cui si offrivano i sacrifici era particolarmente importante. Chi eseguiva questi riti con un proposito ingiusto poteva trasformare un atto sacro in un atto pagano.
Secondo la mentalità comune, compiere un gesto simbolico è il modo migliore di esprimere un sentimento o un’intenzione. Il rituale rappresenta infatti l’azione scenica di un proposito interiore. Nel caso del ravvedimento, in particolare, bisogna sacrificare qualcosa (che simboleggia la propria coscienza) per far nascere qualcos’altro, il rinnovamento della propria vita.
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