Il Messia e il suo asino – Commento a Zaccaria 9

Il Messia entrerà a Gerusalemme in sella a un asino. È questa una delle immagini bibliche più famose, conosciuta dagli Ebrei e divenuta forse ancora più centrale per i Cristiani, che la associano al racconto evangelico dell’ingresso trionfale di Gesù nella città santa.

Ma da dove nasce questa idea, e che significato ha? La scena del re acclamato dalla folla mentre cavalca un asino è in realtà solo uno dei tanti elementi di un brano profetico contenuto nel capitolo 9 del libro di Zechariah (Zaccaria), un capitolo ricco di dettagli e di promesse che ci apprestiamo ora a esaminare all’interno del suo contesto.

9:9-10 – Esulta grandemente, figlia di Sion. Grida, figlia di Gerusalemme. Ecco, il tuo re verrà a te: è giusto e vittorioso, umile e cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.
Eliminerò il carro da Efrayim e il cavallo da Gerusalemme, e sarà eliminato l’arco da guerra.

Quando le parole di questa profezia furono scritte, il popolo ebraico non aveva alcun re. Pur essendo tornati in patria dopo l’esilio in Babilonia e avendo ricostruito il Tempio a Gerusalemme, gli Ebrei non avevano ancora riconquistato l’indipendenza politica. Tutto ciò che rimaneva del regno di Yehudàh (Giuda) era infatti una provincia sottomessa all’impero persiano.

Parlando al cuore di un popolo che sperava da tempo in un vero riscatto, Zaccaria preannuncia che la situazione cambierà e che Dio elargirà a Israele benedizioni senza precedenti. Subito prima, il profeta aveva predetto la rovina di alcune città confinanti con Israele: Tiro, Ashkelon, Gaza, Ashdod e altre, mentre a Gerusalemme, in contrasto, “non passerà più alcun oppressore” (9:8).

Proprio a questo punto il testo ci parla del re umile che giunge a Sion, un personaggio nel quale la maggior parte dei commentatori ha riconosciuto il liberatore finale di Israele, il Messia.

Questo misterioso sovrano è descritto con due coppie di espressioni contrapposte: da un lato egli è “giusto e vittorioso”, dall’altro però è “umile e cavalca un asino”. Perché il profeta attribuisce a una figura tanto gloriosa delle caratteristiche così modeste?

Il Talmud (Sanhedrin 98a) riporta l’opinione di un maestro secondo cui questa profezia si riferisce al fatto che, se il popolo non sarà meritevole, la Redenzione avverrà in maniera umile, cioè senza grandi miracoli. Il Maharal di Praga nota invece una correlazione tra le parole chamor (“asino”) e chomer (“materiale”), deducendo così che l’asino rappresenti il materialismo che il Messia sarà in grado di dominare.

Queste interpretazioni, pur essendo fonti di importanti insegnamenti rabbinici, non rispecchiano tuttavia il p’shat, cioè il significato originario e immediato, quello che era realmente possibile cogliere al tempo di Zaccaria. Per questo motivo, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo al testo biblico e al suo linguaggio per comprendere il brano nel suo contesto.

Secondo Zaccaria, nel periodo in cui questo re arriverà a Gerusalemme, i cavalli, i carri e gli archi da guerra spariranno dalla città (v. 12). Nella Bibbia, il cavallo rappresenta la forza militare, ed è associato in particolare all’Egitto (Deut. 17:16). A questo proposito, i Profeti criticano aspramente coloro che confidano nella potenza degli eserciti senza avere fede in Dio. È il caso di Isaia, che dichiara: “Guai a quelli che scendono in Egitto in cerca di aiuto e fanno affidamento sui cavalli, confidano nei carri in quanto numerosi, e nei cavalieri perché molto potenti, ma non guardano al Santo d’Israele e non cercano HaShem” (Isaia 31:1).

Un insegnamento identico è espresso anche nei Salmi (20:7): “Alcuni [confidano] nei carri e altri nei cavalli, ma noi ricorderemo il nome di HaShem, nostro Dio”; e da Zaccaria stesso, che più avanti preannuncia: “Quelli che sono in groppa ai cavalli saranno confusi” (10:5).

Descrivendo il re messianico in sella a un semplice asino, anzi addirittura a un puledro, invece che a un maestoso cavallo da guerra, il testo vuole presentarci questo personaggio come un leader ideale che non crede nella superiorità militare come valore assoluto, ma nella potenza di Dio che libera e salva Israele; si tratta, in altre parole, di un re in grado di comprendere la lezione impartita proprio da Zaccaria: “Non con la forza né con il valore, ma con il mio spirito, dice HaShem delle schiere” (4:6).

9:10b – Ed egli parlerà di pace alle nazioni, e il suo governo [sarà] da mare a mare e dal fiume ai confini della terra.

La scomparsa dei carri e degli archi da guerra ci ricorda anche la celebre profezia di Isaia secondo cui, in futuro, le nazioni “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non impareranno più la guerra” (Isaia 2:4). Zaccaria ci illustra qui la stessa utopia messianica parlando di una pace universale.

Questo riferimento alla pace, insieme alla frase “il suo governo [sarà] da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”, rievoca il pacifico regno di Salomone, a proposito del quale è scritto: “E dominerà da mare a mare, dal fiume ai confini della terra” (Salmi 72:8). Il re messianico è rappresentato quindi come un nuovo Salomone, che con la sua umiltà si sottrae però all’eccessivo sfarzo con cui si era sfortunatamente corrotto il suo illustre antenato.

9:11 – E riguardo a te, per il sangue del tuo patto, lascerò andare i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua.

Cosa significa “per il sangue del tuo patto“? L’espressione, come nota Rashi, compare in Esodo 24:8: “Ecco il sangue del patto che HaShem ha fatto con voi”, in riferimento al sangue dei tori sacrificati da Moshè ai piedi del Monte Sinai. Ciò significa che Dio riscatterà la nazione ebraica in virtù del Patto che aveva stretto con Israele al tempo di Moshè, dimostrando quindi che le antiche promesse non sono mai state annullate.

Secondo un’altra interpretazione, qui il profeta alluderebbe in realtà al sangue della circoncisione, rituale che gli Ebrei hanno continuato a svolgere fedelmente anche nei periodi bui dell’esilio, ottenendo così il merito di essere redenti.

Il “pozzo senz’acqua” è una prigione sotterranea. In Genesi 37:24, a essere gettato in un “pozzo dove non c’era acqua” è Yosèf (Giuseppe), capostipite del regno di Efrayim. Zaccaria menziona tale regno più volte in questo capitolo, nonostante all’epoca fosse già tramontato da tempo. Attraverso questa immagine che rievoca la storia di Yosef, il profeta ci fornisce forse un’allusione al futuro riscatto di Efrayim e delle cosiddette “tribù perdute”.

9:12 – Ritornate alla fortezza, prigionieri della speranza! Anche oggi dichiaro: “Ti restituirò il doppio!”.

La profezia continua con un appello a ritornare alla città santa (“la fortezza”) da cui il popolo era stato esiliato. La frase “Anche oggi dichiaro: Ti restituirò il doppio” potrebbe fare riferimento alle parole di Isaia (40:2) secondo cui Gerusalemme ha ricevuto da Dio “doppio castigo per tutti i suoi peccati”. Nella stessa misura con cui in passato era stata castigata, così la città sarà ora benedetta.

9:13 – Poiché ho teso Yehudah [come il] mio arco, ho dato pienezza a Efrayim, e susciterò i tuoi figli, Sion, contro i tuoi figli, Grecia, e ti renderò come la spada di un eroe.

Pur avendo appena promesso una pace senza confini (v. 10), Zaccaria parla ora di un conflitto sanguinoso: evidentemente, la pace messianica potrà essere raggiunta solo dopo che gli oppressori di Israele avranno subito una terribile sconfitta.

In questo verso, gli avversari di Sion sono identificati con il nome di Yavan (“Grecia”). Ciò è alquanto sorprendente dal momento che, nella Bibbia, la Grecia non è mai annoverata tra i nemici di Israele. Come spiegare allora questa affermazione di Zaccaria? Ritorneremo sulla questione più avanti, quando ci interrogheremo sul possibile “adempimento storico” del brano.

9:14-15 – E HaShem si mostrerà sopra di loro, e uscirà come il fulmine la sua freccia. E il Signore, HaShem, suonerà lo shofar e andrà con i turbini del sud. HaShem delle schiere li proteggerà, ed essi mangeranno e calpesteranno le pietre di fionda, e berranno e strepiteranno come [per] il vino, e saranno pieni come bacinelle, come gli angoli dell’altare.

Come nelle più gloriose battaglie della storia biblica, in questo nuovo scenario di Redenzione non è Israele a sconfiggere i nemici, ma il Sovrano dell’universo, che combatte per il suo popolo servendosi delle forze della natura. Vale dunque in questo caso la stessa esortazione rivolta da Moshè agli Israeliti dinanzi all’esercito del Faraone: «HaShem combatterà per voi, e voi ve ne starete fermi»” (Esodo 14:14).

9:16-17 – E li salverà HaShem, loro Dio, in quel giorno, come il gregge del suo popolo, poiché [saranno come] pietre [preziose] sulla corona, innalzati sulla sua terra.
Quanti beni, e quanta bellezza! Il grano farà fiorire i giovani, e il mosto le fanciulle.

Dopo le immagini crude e violente del v. 15, la profezia si conclude con un quadro lieto di prosperità. Il grano e il mosto sono due elementi che compaiono anche altrove come simboli di benedizione e ricchezza che si contrappongono alle sciagure del passato (vedi Gioele 2:19).

A quale epoca si riferisce la profezia?

Come abbiamo visto, questo capitolo di Zaccaria è incentrato sui temi della speranza, del riscatto e della necessità di confidare in Dio più che nelle armi. Ma dopo aver compreso il messaggio religioso trasmesso da questi versi, non ci resta che chiederci se il profeta faccia riferimento a degli eventi reali da collocare in un periodo storico preciso, oppure le sue parole descrivono solo un futuro ideale “fuori dal tempo” che non si è mai compiuto.

Un buon punto di partenza per la nostra riflessione potrebbe essere proprio la prima parte della profezia, all’inizio del capitolo (9:1-8), dove troviamo l’annuncio della distruzione di alcune importanti città vicine al territorio di Israele. La capitale fenicia di Tiro, in particolare, secondo il testo, sarà “arsa con il fuoco” e le sue ricchezze saranno “gettate nel mare” (9:4).

Pur essendo stata assediata e conquistata da vari invasori, la città di Tiro fu distrutta nella sua interezza per la prima volta nel 332 a.e.v. da Alessandro Magno, giunto in Fenicia dopo aver occupato la Siria. Sappiamo che, nel corso della stessa campagna militare, il re macedone si impossessò poi anche di Ashdod e Gaza, altre due città menzionate nel nostro brano (9:5).

Cosa avvenne invece a Gerusalemme? Come riporta Giuseppe Flavio, pur essendo giunto nella città santa degli Ebrei, Alessandro non la attaccò, anzi concesse alcuni privilegi ai suoi abitanti. Tale evento si accorda con le parole di Zaccaria secondo cui Gerusalemme non avrebbe subito la stessa sorte delle città vicine, ma sarebbe stata protetta “da ogni esercito” (9:8).

Tutto ciò sembra indicare che l’adempimento della profezia debba essere collocato nell’epoca ellenistica, dunque circa due secoli dopo il ritorno del popolo ebraico dall’esilio in Babilonia e la ricostruzione del Tempio.

Un altro elemento importante per far luce sul contesto storico del brano è costituito dalla frase espressa al v. 13, secondo cui i “figli di Sion” (gli Ebrei) si scontreranno con i “figli di Yavan“, ossia i Greci. A cosa ci fa pensare un simile antagonismo tra queste due nazioni che nei tempi biblici non sono mai entrate in conflitto?

Nel libro del profeta Gioele, Dio rimprovera i Fenici e i Filistei di aver venduto gli schiavi ebrei “ai figli di Yavan per mandarli lontano dalla loro terra” (Gioele 6:4). È forse per questo che Zaccaria preannuncia la rovina di Yavan per mano degli Israeliti? È difficile affermarlo, poiché nel verso di Gioele i Greci compaiono solo in qualità di mercanti che hanno acquistato gli Ebrei schiavizzati da altri, non come veri e propri nemici. A conferma di ciò, a essere oggetto di condanna sono in quel caso soltanto i Fenici e i Filistei (6:4).

Il Malbim, commentando Zaccaria 9:13, spiega: “Il verso descrive la guerra di Yehudah al tempo degli Asmonei, perché Yehudah è come un arco nella mano di Dio”. Questa è la strada seguita dalla maggior parte dei commentatori rabbinici, che vedono qui una predizione della guerra tra i Maccabei e l’impero greco-siriano dei Seleucidi, con la vittoria miracolosa celebrata con la festa di Hanukkah.

Il capitolo sembra dunque offrirci una visione del periodo ellenistico, a cominciare dalle conquiste di Alessandro (che sconfigge i Fenici e i Filistei ma risparmia Gerusalemme), per poi passare alla successiva guerra tra gli Ebrei e i Seleucidi, successori di Alessandro.

Al centro fra questi due eventi, come il fulcro dell’intero brano, è posto l’arrivo del re umile e vittorioso che pone fine a qualsiasi guerra. In questo caso, sarebbe inutile ricercare nel periodo ellenistico o in altre epoche l’adempimento di un simile evento: non si è mai verificato.

A quanto pare, siamo davanti a uno dei casi biblici di aspettativa messianica appassita prima di trovare compimento, lo stesso fenomeno che si riscontra nei libri di Isaia e Michea, che indicano il re Ezechia come colui che avrebbe dovuto inaugurare l’era messianica (vedi la lezione “E tu Betlemme“); e nella prima parte del libro di Zaccaria, dove il governatore Zorobabele è inequivocabilmente identificato con il Messia (Zaccaria 3-6).

Di tutto ciò ci siamo già occupati nel nostro ciclo di lezioni “Il Messia“, a cui rimandiamo, scoprendo come la Bibbia ebraica indichi in alcune epoche della storia di Israele un “potenziale messianico” la cui effettiva e piena realizzazione dipende in definitiva dalla condotta umana.

Un commento

  1. Salve, ma se la profezia di Zaccaria 9 non si è avverata, allora il profeta non dovrebbe essere considerato falso profeta? Tra l’altro ha visto in Zorobabele il messia ma poi così non è stato. Idem per Isaia e Michea circa Ezechia. Non è che, in un eccesso di desiderio di pace e prosperità, questi profeti hanno proiettato sulla figura del Messia le loro, e non quelle di Dio, aspettative? Forse hanno preteso dal messia cose che non sono previste? Scrivo questo per capire e non per offendere. Perché l’idea di “potenziale messianico” mi sembra un giustificare il fatto che hanno profetato ciò che non è successo. Sicuramente mi sbaglio per questo la ringrazio in anticipo per le risposte che vorrà darmi così da capire meglio.
    Shalom.

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