Vietato farsi la barba. L’origine del precetto della Torah

ebrei

Non taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né spunterai gli orli della tua barba (Levitico 19:27).

Questa antica norma, espressa nel Levitico all’interno del cosiddetto “codice di santità“, ha dato origine all’usanza ebraica di lasciarsi crescere la barba e, in alcuni ambienti ortodossi, anche i capelli ai lati del capo (peyòt). La tradizione rabbinica sostiene che la proibizione della Torah si riferisca all’atto di estirpare i peli da alcune zone del volto e della testa tramite un rasoio. In ossequio a tale precetto (andando anche oltre quanto esso richiede), una parte dell’Ebraismo ha spesso scoraggiato gli uomini dall’accorciare la barba e i capelli intorno alle orecchie, attribuendo a tale uso un valore sacro, o almeno un’elevata importanza identitaria.

Senza discutere sui dettagli della legge ebraica così come è stata storicamente applicata, vogliamo però chiederci quale sia il motivo alla base di questa proibizione. Perché mai la Torah ha vietato di radersi i capelli e la barba in alcune zone?

Il contesto della proibizione

Leggendo il verso di Levitico 19:27 nel suo contesto, scopriamo che il divieto in questione è inserito fra altri precetti che riguardano antiche pratiche magiche e idolatriche, e in particolare fra alcune usanze legate specificamente al lutto:

…Non praticherete alcun genere di divinazione o di magia. Non taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né spunterai gli orli della tua barba. Non farete incisioni nella vostra carne per una persona [morta], né farete alcun tatuaggio su di voi. Io sono HaShem (19:26-28).

Prima della “proibizione della rasatura”,  il testo biblico parla di “divinazione e magia”. Subito dopo, è scritto di non farsi incisioni nella propria pelle “per una persona”. Il termine nèfesh, tradotto con “persona”, “anima” o “vita”, allude in questo caso a una persona morta, come spiega Rashi:

“Non farete incisioni nella vostra carne per una persona: Questa era una pratica dei popolo degli Amorrei. Essi laceravano la loro carne quando una persona [loro congiunta] moriva”.

Robert Alter, nel suo commentario al Pentateuco, scrive a questo proposito che “rasare la testa, strapparsi la barba e sfregiare il proprio corpo sono tutte pratiche pagane legate al lutto”. Il riferimento alla divinazione e alla magia, espresso subito prima, ha fatto pensare ad alcuni studiosi che queste pratiche fossero legate a credenze arcaiche sulla forza vitale sacra contenuta nei capelli.

A suggerire una connessione tra il divieto della rasatura, il divieto delle incisioni e il lutto è anche un altro passo del Levitico, relativo alle norme sacerdotali:

“Un sacerdote non dovrà contrarre impurità per il contatto con un morto della sua parentela […] I sacerdoti non si faranno tonsure sul capo, né si raderanno ai lati la barba né si faranno incisioni nella carne” (Levitico 21:1-5).

Il medesimo nesso è confermato da altri passi della Bibbia. Giobbe, ad esempio, afflitto dalle proprie sventure, si strappa il mantello e si rade il capo in segno di cordoglio (1:20). Ezechiele, parlando di coloro che apprenderanno della rovina del re di Tiro, afferma che costoro “si raderanno il capo, si vestiranno di sacco e piangeranno per te con amarezza d’animo, con cordoglio amaro” (27:31).

Di questa usanza ci parla anche lo storico greco Erodoto (Storie 2.35-36), che riporta: “In altre nazioni, i parenti di un morto si tagliano i capelli durante il tempo del lutto”.

“Voi siete figli di HaShem”

Il Deuteronomio (14:1), ripresentando la stessa legge già espressa nel Levitico, dichiara: “Voi siete figli di HaShem. Non vi farete incisioni addosso, e non vi raderete i peli fra gli occhi per un morto”. Commentando questo verso, lo studioso Jeffrey Tigay spiega:

“Queste pratiche sono state probabilmente comprese in modo diverso nelle varie culture. Alcuni studiosi pensano che si credesse che tali riti avessero un effetto sullo spirito della persona morta, sia come offerte di sangue e capelli volte a rafforzare lo spirito nel mondo inferiore, o per placare la gelosia dello spirito nei confronti dei vivi, mostrandogli quanto essi fossero afflitti. Questi riti potrebbero anche essere intesi come atti di auto-punizione che esprimono sensi di colpa, sentimenti che spesso sono provati dai sopravvissuti. Battersi il petto è un modo moderato e consentito di esprimere tali sentimenti, mentre sfregiare il proprio corpo e tirarsi i capelli è un modo estremo e, quindi, proibito. Leggi simili contro manifestazioni eccessive di dolore si trovano anche altrove. Ad Atene, Solone (VI secolo a.C.) proibiva la pratica dei ‘piangenti che si laceravano per innalzare la pietà”, e le Dodici Tavole della legge romana (V secolo a.C.) proibivano alle donne in lutto di lacerarsi le loro guance”.

La Torah consente di esprimere tristezza e cordoglio attraverso segni esteriori come strapparsi le vesti, versarsi cenere sul capo e vestirsi di sacco, mentre proibisce di danneggiare in maniera diretta la propria persona e la propria integrità fisica. Il Deuteronomio motiva tale divieto affermando che i figli d’Israele sono “figli di HaShem“: per un essere umano consapevole di essere stato creato a immagine di Dio e di dover vivere la propria vita al servizio di una Volontà superiore, non è appropriato abbandonarsi alla disperazione fino al punto di deturpare la propria fisicità con azioni di autolesionismo o di sfregio al decoro.

È interessante notare che all’interno dell’Ebraismo, benché il Talmud e le opere rabbiniche di Halakhah intendano il divieto della Torah in maniera generica e assoluta  (non limitando la sua applicazione al contesto del lutto) il significato originario del precetto biblico riemerge comunque grazie ad alcuni commentatori tradizionali, come Ibn Ezra e Shmuel David Luzzatto. Quest’ultimo, in particolare, scrive in riferimento al verso del Levitico: “Secondo il significato semplice (p’shat), agli Israeliti è proibito radersi i capelli ai lati della testa o rasarsi la barba in segno di lutto”.

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