Tzitzit: l’uniforme di Israele

Tra gli elementi che caratterizzano il vestiario tradizionale del popolo ebraico, ciò che suscita maggiore curiosità agli occhi di molti sono quei fili annodati che spesso si notano pendere dalle vesti degli Ebrei religiosi.

Non tutti sanno che queste insolite cordicelle, chiamate tzitzìt, hanno origine da un preciso comandamento biblico:

E HaShem parlò a Moshè dicendo: «Parla ai figli d’Israele e di’ loro che si facciano, di generazione in generazione, delle frange agli angoli delle loro vesti e che mettano alle frange di ogni angolo un filo di tekhelet, e sarà per voi come una frangia. E lo guarderete, e vi ricorderete di tutti i precetti di HaShem e li metterete in pratica, e non vagherete dietro al vostro cuore e dietro ai vostri occhi che vi portano a prostituirvi. E vi ricorderete di tutti i miei precetti e li metterete in pratica, e sarete santi per il vostro Dio (Numeri 15:37-40).

La Torah stessa spiega qui che gli tzitzit, con il loro “filo di tekhèlet” – una particolare tinta pregiata di colore azzurro –, hanno lo scopo di riportare alla mente “tutti i precetti di Dio”, come una sorta di richiamo alla necessità di osservare le leggi divine.

Ma in che modo delle frange ornate da un filo azzurro possono svolgere tale importante funzione? E per quale motivo la Torah ha scelto proprio questo tipo di “accessorio rituale” per far ricordare agli Israeliti i comandamenti?

Non si tratta di domande scontate. La Torah avrebbe potuto scegliere un copricapo, uno scialle, elementi che in effetti la tradizione ebraica ha poi adottato come simboli identitari. E invece ha attribuito questa importante funzione solo agli tzizit, una scelta che può essere spiegata solo riflettendo sulla simbologia associata fin dall’antichità a queste frange.

Le interpretazioni tradizionali

Una delle interpretazioni più note sulla funzione degli tzitzit è quella proposta dal grande commentatore Rashi (XI secolo), che si basa sulla ghemàtria, cioè lo studio del valore numerico delle lettere ebraiche.

La parola tzitzit, scrive Rashi, ha il valore di 600. Inoltre ogni frangia, secondo i requisiti imposti dalla tradizione ebraica, deve avere cinque nodi e otto fili. Sommando queste tre cifre si ottiene 613, il numero dei precetti della Torah. Questo sarebbe dunque il motivo per cui gli tzitzit richiamerebbero alla mente degli Ebrei l’osservanza dei comandamenti.

Nachmanide (XIII secolo) tuttavia contesta tale interpretazione, affermando che il termine tzitzit, nel modo in cui è scritto nella Torah (ציצת‎), ha in realtà il valore di 590, e non 600. Egli spiega perciò che la funzione di “promemoria” degli tzitzit non si fonda su qualche calcolo numerico, ma sul filo azzurro (tekhelet), che essendo del colore del cielo rievoca la maestà di Dio.

Rabbi Ovadiah Sforno (XV – XVI secolo) analizza il precetto da un’altra prospettiva, vedendo gli tzitzit come un segno dell’appartenenza degli Israeliti all’Altissimo:

E lo guarderete, e vi ricorderete tutti i precetti di HaShem – Ricorderete di essere servitori di Dio, i cui comandamenti avete accettato. […] Questo ricordo sarà dovuto al fatto che guarderete le “frange”, che possono essere ritenute come un marchio che un re ha posto sui vostri corpi per dimostrare che chi lo indossa è uno dei suoi sudditi”.

L’orlo delle vesti

Secondo quanto narra la Genesi, l’astuta Tamar, sotto le mentite spoglie di una prostituta, convinse Yehudah (Giuda) a consegnarle tre oggetti come “pegno” prima di giacere con lei: il suo sigillo, il suo “filo” (petìl) e il suo bastone (Genesi 38:18). Il sigillo e il bastone sono due chiari simboli che permettono di risalire al loro possessore, come una versione antica di un documento di identità. Ma si può dire lo stesso del “filo”? Di che cosa si tratta?

Rabbi Eliezer Ashkenazi (1512-1585), commentando il racconto, asserisce che il filo in questione, proprio come quello degli tzitzit (in ebraico è usato lo stesso vocabolo), sia da intendere come una frangia posta sull’orlo delle vesti. Rabbi Ashkenazi sostiene che queste frange, grazie al colore dei loro fili, fossero utilizzate come un segno di appartenenza a un certo clan. Ciò spiegherebbe il motivo per cui Tamar abbia richiesto a Yehudah il suo “filo” insieme a due oggetti tanto personali e rappresentativi, il sigillo e il bastone.

L’ipotesi è oggi confermata dall’analisi dell’iconografia del Vicino Oriente antico, da cui si evince l’usanza di realizzare delle frange estendendo i fili del ricamo delle vesti, decorandone il tessuto in modo da renderlo un vero e proprio indicatore dello status sociale della persona.

Questa idea ci permette di comprendere meglio anche un’altra scena biblica: quella in cui David recide l’orlo del mantello del re Shaul (1 Samuele 24:5). Con questo atto simbolico, David sottrae a Shaul l’identità di sovrano, dando espressione alla volontà di strappare il regno dalle sue mani.

Ci stiamo così avvicinando a scoprire il significato biblico del precetto degli tzitzit, il cui senso originario prende forma se si tiene conto di usanze e consuetudini a lungo dimenticate.

Il prestigio del tekhelet

Riflettendo sul valore identitario delle frange, il celebre studioso ebreo Jacob Milgrom mette in evidenza anche il ruolo ricoperto in questo contesto dalla tinta azzurra del tekhelet. Dalla Bibbia sappiamo infatti che esso richiamava nobiltà e autorità, essendo il colore delle vesti di “principi e governatori” (Ezechiele 23:6).

In Israele, inoltre, il tekhelet era particolarmente associato al Santuario, dal momento che era impiegato per tingere le tende del Tabernacolo (Esodo 26:1) e le stoffe che ricoprivano gli arredi sacri (Numeri 4:6).

Alla luce dell’antica funzione sociale delle frange e del prestigio regale e sacerdotale del tekhelet, Milgrom spiega dunque:

“Gli tzitzit sono l’emblema della spinta democratica all’interno dell’Ebraismo, in cui l’eguaglianza non si compie appianando, ma elevando. A tutto Israele è comandato di diventare una nazione di sacerdoti. […] Il precetto degli tzitzit non è limitato solo ai leader di Israele, siano essi re, rabbini o studiosi. È invece l’uniforme di tutto Israele” (JPS, 2003).

La Torah desidera dunque che ciascun Ebreo, posando lo sguardo sulle frange, non dimentichi il proprio valore all’interno della “nazione santa” e sia conscio dell’onore di portare con sé, nelle proprie vesti, un segno di dignità regale e un richiamo alla sacralità del Santuario.

Un antidoto al peccato

Secondo il testo biblico, permettendo di ricordare “tutti i precetti di HaShem”, gli tzitzit aiutano gli Israeliti a tenersi lontani dal peccato: “e non vagherete dietro al vostro cuore e ai vostri occhi che vi portano a prostituirvi” (Numeri 15:39).

È possibile intendere questo verso in senso generico, come un riferimento a qualsiasi trasgressione che minacci l’integrità morale degli Israeliti. Si può tuttavia anche ritenere che il testo alluda in modo particolare a una certa tipologia di peccati, a cui gli tzitzit si contrappongono come un repellente.

Questa è in effetti l’opinione degli antichi Maestri: considerando che il brano menziona le tentazioni “degli occhi” e “del cuore”, e che si parla qui dell’atto di “prostituirsi”, alcune fonti rabbiniche (Berakhot 12a; Sifrè, Shelach 115) presentano questo precetto come una sorta di difesa psicologica contro i peccati di natura sessuale e contro l’idolatria (che nelle Scritture è descritta come una forma spirituale di prostituzione).

Se però ci concentriamo sul contesto in cui il brano degli tzitzit è collocato, possiamo notare che la Torah sembra aver in mente un altro tipo di trasgressione da cui le frange mettono in guardia.

Nel capitolo precedente, troviamo il famoso racconto dei dodici meraglìm (“esploratori” o “spie”) inviati da Moshè nella Terra di Kenaan in preparazione alla conquista del paese da parte di Israele.

Tutti gli esploratori, ad eccezione di Kalev e Yehoshua, ritornano però dalla loro missione screditando la terra promessa, dichiarando che gli Israeliti non saranno in grado di fronteggiare i possenti abitanti del paese. Sconfortato da ciò, il popolo comincia a tramare ribellioni contro Moshè allo scopo di ritornare in Egitto.

Davanti a questa mancanza di fede, Dio interviene condannando gli Israeliti a ritardare di quarant’anni il loro ingresso nella Terra di Kenaan (14:33-34). Ma cosa ha a che fare ciò con le frange e con il tekhelet?

In una loro recente lezione, Imu Shalev e Daniel Loewenstein (Aleph Beta) hanno mostrato che nei versi relativi agli tzitzit sono riconoscibili alcuni richiami testuali alla vicenda dei dodici esploratori. In particolare:

  • Nella frase “non vagherete (tatùru) dietro al vostro cuore” (15:39) troviamo il verbo latùr (“vagare” ma anche “esplorare”), che è molto raro nel Pentateuco, ma compare ripetutamente nel racconto degli esploratori, i quali sono appunto inviati a “esplorare (latur) il paese” (13:16).
  • Di fronte agli abitanti di Kenaan, gli esploratori peccano dichiarando: “eravamo ai nostri occhi (be’Einenu) come cavallette” (13:33). E sono proprio gli occhi a condurre gli Israeliti alla trasgressione secondo il brano degli tzitzit: “…i vostri occhi (einekhem) che vi portano a prostituirvi” (15:39).
  • Il concetto di “prostituzione“, che abbiamo rilevato nel precetto degli tzitzit, compare anche nell’episodio degli esploratori, quando Dio dice: “I vostri figli porteranno [la pena] delle vostre prostituzioni fino al giorno in cui i vostri corpi saranno consumati nel deserto” (14:33).

Più che l’idolatria e l’immoralità sessuale, il vero peccato che la Torah intende arginare per mezzo degli tzitzit sembra essere allora quella perniciosa mancanza di fiducia nelle promesse divine che aveva da poco condotto Israele a rigettare l’intero piano di Redenzione a causa del timore degli avversari.

Per superare tale senso di scoraggiamento e sconforto, la Torah fornisce al popolo la sua uniforme sacra, tentando così di sanare una ferita ancora aperta nel cuore di Israele.

4 commenti

  1. Ottimo articolo. Anche Gesù il Nazoreo, da ebreo devoto, indossava gli tzitzit, come si evince dall’episodio evangelico della guarigione dell’emorroissa:il testo greco dice che la donna toccò il “kraspedon” della veste Gesù;questo termine è generalmente tradotto con “lembo”, ma è la parola che la Settanta usa per tradurre proprio l’ebraico tzitzit.

  2. Buonasera, articolo molto interessante.
    Secondo voi perché la versione CEI, anche 1974, la Nuova Riveduta, la Diodati traducono viola porpora, mentre nel Tanach c’è scritto azzurro? Persino Google Translate che lascia molto a desiderare traduce con azzurro, è un colore totalmente diverso e che non ci sta con la vostra spiegazione.
    P.S.: ho guardato anche le traduzioni francese, tedesca ed inglese, tutte tre traducono con blu, che è molto meglio.

    1. Grazie per questa interessante domanda. I Maestri affermano che il tekhelet veniva prodotto da un mollusco, oggi identificato con il Murex Trunculus. A seconda del metodo impiegato per la produzione di tintura dai molluschi, è possibile ottenere tinte azzurre o violacee. Alcune fonti rabbiniche riportano che il tekhelet era simile al colore del cielo, mentre altre parlano di “indaco”. Quindi insomma è probabile che “blu” e “porpora” siano entrambe traduzioni corrette.

  3. Sei un pozzo di scienza caro redattore. Hai fatto bene a legare il tutto all’episodio degli esploratori, parlando di vero peccato. Ma il tutto è anche legato al peccato di Adamo. Cose di cui abbiamo un pò parlato in diversi commenti. Ma per raccogliere e poter capire il tutto si dovrebbe analizzare quello che è il vero peccato, come l’hai chiamato tu. Che cos’è il vero peccato? E perché hanno peccato proprio coloro che, più di Adamo in paradiso, liberati dall’Egitto hanno visto tutto, ed anche le voci di Dio, assistendo a tutti i suoi miracoli, ed ai grandi prodigi e segni. Eppure a Corna gli voltarono le spalle. Come mai?

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