Deuteronomio

Scintille di Torah III: Deuteronomio

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sui nostri profili Instagram e Facebook.

Di seguito troverete tutti i commenti al Libro del Deuteronomio pubblicati nel 2024.

DEVARIM

E HaShem mi disse: Non attaccare Moab e non gli muovere guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nella sua terra. Infatti ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà (Deuteronomio 2:9).

Questi versi, che fanno parte del solenne discorso pronunciato da Moshè nel Libro del Deuteronomio, ci fanno riflettere su un tema biblico troppo spesso tralasciato.

Parlando della Bibbia e della storia d’Israele, si pone di solito enfasi sull’idea secondo cui Dio abbia dato al suo “popolo eletto” una terra promessa, un suolo sacro da abitare.

Tale affermazione è essenzialmente corretta, corrisponde a quanto la Scrittura insegna, e tuttavia riflette la concezione biblica in maniera soltanto parziale: la Torah riporta infatti che Dio ha assegnato delle “terre promesse” anche ad altre nazioni, come Moshè ricorda parlando qui dei Moabiti e, poco prima, anche degli Edomiti (2:5).

La Genesi afferma lo stesso a proposito degli Ismaeliti, a cui la voce divina promette un territorio “di fronte ai loro fratelli” (16:12); mentre nel Cantico di Ha’azinu il concetto è applicato in maniera molto più generale, con la frase: “Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò gli uomini, Egli divise i confini dei popoli” (Deut. 32:8).

Busogna inoltre notare che Israele, fra i suoi vicini Moabiti, Edomiti e Ismaeliti, è stato di fatto l’ultimo popolo a prendere possesso della propria terra promessa, un ritardo che conferisce all’idea dell’elezione ebraica un senso di umiltà e universalità che spesso purtroppo non è stato colto.


VAETCHANAN

E Moshè convocò tutto Israele e disse loro: Ascolta, Israele, i decreti e gli statuti che oggi io proclamo dinanzi a voi (Deuteronomio 5:1).

Nella parashah di questa settimana comincia il grande discorso sulle mitzvot, i precetti della Torah, che Moshè espone davanti all’intero popolo.

Ma dove sarebbe la novità? Fin dal Libro dell’Esodo, il testo biblico ci ha abituati all’immagine ricorrente di Moshè che comunica agli Israeliti le numerose leggi divine da egli ricevute prima sul Sinai e poi nel Tabernacolo nel deserto.

C’è tuttavia una differenza notevole: mentre prima Moshè fungeva solo da fedele ambasciatore di Dio, il quale gli rivelava i precetti da divulgare poi alla nazione, ora invece, nel Deuteronomio, si legge che “Moshè cominciò a spiegare tutta questa Torah” (1:5).

Per la prima volta, il grande leader d’Israele svolge un ruolo attivo nella trasmissione della legge divina, la spiega, offre la propria visione, e nel farlo ne mette in luce aspetti nuovi, rilevanti agli occhi della generazione che a breve lascerà il deserto.

Si potrebbe credere che questo compito sia meno importante e meno spiritualmente elevato del precedente, poiché adesso Moshè assume un ruolo più umano, non fungendo da puro intermediario della Divinità.

Eppure, nella tradizione ebraica, la nuova veste assunta da Moshè è fortemente esaltata: piuttosto che come “HaNavì” (“Il profeta”), Moshè è noto infatti come “Rabbenu”, il nostro maestro. Nell’immaginario comune degli Ebrei, la figura dell’insegnante prevale dunque su quella dell’oracolo.


EKEV

Tra i doveri principali che segnano la vita di ogni Ebreo c’è senza dubbio quello di studiare la Torah. Il precetto dello studio dei testi sacri è considerato un obbligo quotidiano di enorme importanza, tanto che il Talmud ritiene che una “casa di studio” sia più sacra di una sinagoga (Megillah 26b).

Ma da dove deriva in realtà questo precetto? In quale brano della Torah è scritto che bisogna studiare la Torah? Una risposta si trova nella parashah di questa settimana:

Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole, ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un frontale tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (Deuteronomio 11:18-20).

La tradizione rabbinica fa derivare l’obbligo dello studio della Torah in particolare dalla frase “le insegnerete ai vostri figli”, ripetuta più volte nel Deuteronomio.

Da ciò possiamo comprendere la vera natura di questo precetto, che nella sua essenza non è volto a una semplice acquisizione di conoscenze (al contrario di un semplice studio accademico), né è motivato da ragioni mistiche e astratte.

La Torah comanda di porre nella mente e nel cuore le sue parole per “insegnarle ai figli”, quindi per tramandare di generazione in generazione i suoi valori, affinché i comandamenti siano interiorizzati e messi in pratica. L’obbligo non riguarda perciò l’individualità o la crescita spirituale del singolo, ma la perpetuazione di un’identità morale nel tempo.


REEH

Ma quando avrete passato il Giordano e abiterete nel paese che HaShem, vostro Dio, vi dà in eredità, ed Egli vi avrà messo al sicuro da tutti i vostri nemici che vi circondano e abiterete tranquilli, allora, porterete ciò che vi comando al luogo che HaShem, vostro Dio, avrà scelto per far risiedere il suo nome (Deuteronomio 12:10-11).

La lettura di questa settimana introduce per la prima volta il tema del “luogo che Dio sceglierà”, la sede dove il popolo ebraico dovrà edificare l’unico Santuario legittimo, istituendo così un solo luogo di culto vero e proprio per l’intera nazione.

Ma in che modo un luogo può essere definito “sacro” dal punto di vista biblico? Nel mondo antico, tra le religioni politeiste (o “pagane”), la sacralità di un luogo era legata alla sua natura: un monte, un albero o una certa area geografica erano considerati sacri in virtù di motivazioni cosmiche ed eventi mitologici remoti.

Nel suo libro “Exploring Exodus”, il grande studioso Nahum Sarna scrive a questo proposito:

“Nel monoteismo d’Israele, con la sua insistenza fondamentale su un Dio che è al di fuori e completamente separato dalla natura, che ha creato la natura e che la domina, non c’è spazio per alcuna possibilità di una santità indipendente, immutabile e intrinseca. Ciò che è sacro, sia nel tempo che nello spazio, possiede tale qualità esclusivamente per volontà divina. Non è una coincidenza che in Israele la santità di un luogo risieda nell’esperienza storica, non nella giustificazione mitologica”.

La sacralità di Gerusalemme, che come è noto sarà identificata proprio come “il luogo che Dio sceglierà”, deriva (secondo il testo biblico) dagli avvenimenti storici che lì si svolsero, benché anche nell’Ebraismo si sia sviluppata nei secoli una forte tradizione che attribuisce alla sede del Tempio una santità cosmica che risalirebbe alla Creazione.


SHOFETIM

Costituirai sopra di te un re scelto tra i tuoi fratelli. Non potrai costituire sopra di te uno straniero che non sia tuo fratello. Ma egli non deve procurarsi un gran numero di cavalli, né deve far tornare il popolo in Egitto per procurarsi un gran numero di cavalli, poiché HaShem vi ha detto: Non ritornerete più per quella via. Non deve procurarsi un gran numero di mogli, affinché il suo cuore non si svii; e non deve accumulare gran quantità di argento e d’oro per sé stesso (Deuteronomio 17:15-17).

Sappiamo che i re, nel mondo antico, disponevano di un’autorità tanto elevata da restare al di sopra della giustizia. La parola del monarca era essa stessa legge, e nelle grandi civiltà come l’Egitto non era di fatto possibile imporre alcun limite al potere del re.

E tuttavia la Torah, prima della nascita dei grandi filosofi greci, era già arrivata a formulare il principio di uguaglianza di fronte alle legge. Le cariche pubbliche previste dal testo biblico, cioè i giudici, i sacerdoti, il re e i profeti, sono tutte sottoposte alla stessa giustizia.

Al contrario di come avveniva altrove, dove il re era l’interlocutore privilegiato delle divinità, il re d’Israele non è chiamato a svolgere una funzione centrale nel culto.

La proibizione di procurarsi un gran numero di cavalli gli impedisce di costituire un’alta classe militare composta dalla cavalleria, e il divieto di sposare molte donne non gli consente di consolidare il suo potere attraverso un’ampia rete di accordi politici ottenuti tramite matrimoni strategici, cosa del tutto naturale fra i popoli vicini.

Il re d’Israele, come spiega Rav Joshua Berman, alla luce dei limiti imposti dalla Torah, era insomma soltanto un’ombra di ciò che i sovrani rappresentavano fra le altre nazioni.


KI TETZÈ

Quando costruisci una nuova casa, farai un parapetto intorno al tuo tetto. Così non porterai la colpa del sangue sulla tua casa, qualora qualcuno dovesse cadere (Deuteronomio 22:8)

Nell’interpretare molte leggi prescritte dalla Torah, la tradizione rabbinica tende spesso a circoscrivere la loro applicabilità, limitando di fatto le possibilità di attuazione dei precetti biblici.

Un caso emblematico è quello della pena di morte, che nella Bibbia è invocata spesso con enfasi e severità, ma che nella legge rabbinica è soggetta a moltissimi limiti, fino a diventare quasi del tutto inapplicabile.

Un altro esempio è rappresentato dall’esortazione biblica a meditare costantemente sui comandamenti, riflettendo su di essi e parlandone in ogni momento della giornata (Deut. 11:18-20), un obbligo che nell’Ebraismo si riduce all’atto di recitare brevi paragrafi della Torah al mattino e alla sera (con la “lettura dello Shemà”).

La preoccupazione principale dei Maestri d’Israele sembra essere quindi quella di dare concretezza ai principi a volte estremi espressi nella legge biblica secondo uno spirito di clemenza pragmatica.

Il verso qui citato ci presenta però un’interessante eccezione: nella tradizione rabbinica, il precetto di costruire un parapetto per impedire a qualcuno di cadere dalla propria casa non è stato limitato ma ampliato, come si evince dal Talmud (Bava Kamma 15b), che da questo verso fa derivare l’obbligo di portare nella propria casa un animale pericoloso o una scala danneggiata.

Maimonide, nel Mishneh Torah, dedica addirittura vari capitoli all’espansione di questo precetto, definendo nel dettaglio una serie di situazioni di pericolo che chiunque è obbligato a evitare.

Quando si tratta della salvaguardia della vita umana, un principio di enorme importanza nell’Ebraismo, i Maestri non hanno dunque alleviato il peso imposto dalla Torah, ma l’hanno accresciuto trasformando una singola norma di sicurezza in un intero sistema di tutela per l’individuo e la comunità.


KI TAVÓ

Alla mattina dirai: Se fosse sera! E alla sera dirai: Se fosse mattina!, a causa del timore che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno. HaShem ti farà tornare in Egitto, per mezzo di navi, per una via della quale ti avevo detto: Non dovrete più rivederla! E là vi metterete in vendita ai vostri nemici come schiavi e schiave, ma nessuno vi acquisterà (Deuteronomio 28:67-68).

La parashah di questa settimana contiene quelle che possono essere ritenute le parole più aspre e tremende di tutta la Torah: la lista delle maledizioni che in futuro colpiranno il popolo ebraico in caso di corruzione.

Fra questi severi castighi troviamo l’angoscia della vita in esilio, quando gli Israeliti si ritroveranno nei paesi dei loro nemici e vivranno nell’incertezza, di sera come al mattino.

A questa immagine segue quella, forse ancora peggiore, del ritorno in Egitto su delle navi in una condizione di schiavitù, che capovolge l’intero processo dell’Esodo annullando completamente la Redenzione sperimentata da Israele.

Nel libro del profeta Isaia, in un brano composto probabilmente in un’epoca in cui tali sciagure si stavano già realizzando, troviamo però la solenne promessa che queste stesse maledizioni si trasformeranno in grandi benedizioni.

Il testo riprende infatti il tema della sera e della mattina per annunciare al popolo che, al tempo della sua salvezza, “il tuo sole non tramonterà, né la luna si dileguerà, perché HaShem sarà per te luce perpetua” (Isaia 60:19).

E le navi, in questa visione messianica, non condurranno più gli Israeliti in catene via dalla loro terra, ma li riporteranno in patria in trionfo: “…per ricondurre i tuoi figli da lontano, con argento e oro, per il nome di HaShem, il tuo Dio” (60:9).


NITZAVIM – VAYELEKH

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo elevato per te, né troppo lontano da te. Non è in cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo compierlo?. Non è al di là del mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo ascoltare, affinché possiamo compierlo? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica (Deuteronomio 30:11-14).

Questi famosi versi pronunciati da Moshè dinanzi al popolo ebraico hanno un significato molto chiaro: i comandamenti della Torah non sono un peso insostenibile, né una serie di norme idealistiche a cui nessuno potrebbe mai conformarsi. Al contrario, la Legge divina è vicina all’uomo, accessibile e non troppo ardua da osservare.

Considerando però le espressioni e le metafore usate qui da Moshè, sembra che queste parole contengano anche un altro messaggio: “salire al cielo” per “prendere la Torah” è ciò che Moshè stesso aveva fatto in passato salendo sul Monte Sinai per ricevere il dono dei comandamenti. Moshè è anche colui che aveva condotto il popolo ad “attraversare il mare” per raggiungere il Sinai. Le espressioni “per farcelo ascoltare, affinché possiamo compierlo” (alla lettera “farlo”) richiamano inoltre ciò che gli Israeliti esclamarono ai piedi del Monte: “Ciò che Dio ha ordinato, noi faremo e ascolteremo!” (Esodo 24:7).

Apprestandosi a lasciare questo mondo e a dire addio alla sua gente, Moshè vuole dunque incoraggiare la nazione e prepararla alla propria dipartita, come se dicesse: Nel futuro che vi attende, non avrete più bisogno di un mediatore o di una guida che salga in alto a comunicare con Dio, o che vi faccia attraversare il mare. Non avrete più bisogno di me, perché i precetti che vi ho trasmesso appartengono già a voi, sono già custoditi nei vostri cuori per essere messi in pratica ogni giorno.


HAAZINU

Poiché il nome di HaShem invocherò, darò gloria al nostro Dio.
La Roccia, la sua opera è perfetta, e tutte le sue vie sono giustizia
(Deuteronomio 32:3-4).

Nel testo poetico della Shirat Haazinu (“Cantico dell’Ascolto”), noto anche come “Cantico di Mosè”, si fa spesso riferimento a Dio con il termine Tzur, che significa “roccia”. Questo vocabolo compare qui sette volte, numero simbolico che indica perfezione.

Ma perché chiamare la Divinità con un simile appellativo?
L’immagine della roccia evoca l’idea di solidità, potenza e protezione. Una roccia può fungere da sostegno o da riparo, in contrapposizione alla vulnerabilità del corpo umano, ed è in questo senso che il termine è usato in alcuni brani, in particolare nei Salmi: “Poiché tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amore del tuo nome guidami e conducimi. Tirami fuori dalla rete che mi hanno teso di nascosto, perché tu sei la mia roccaforte” (31:3-5).

È interessante notare che la parola Tzur compare anche nella Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato d’Israele (1948), nella cui conclusione si legge: “Confidando nella Roccia d’Israele, poniamo le nostre firme sotto questa proclamazione”.
In virtù della natura prevalentemente laica del movimento sionista, gli autori della Dichiarazione preferirono non includere nel testo un riferimento troppo esplicito a Dio, e per questo motivo scelsero un termine dalla connotazione più generica, “Roccia d’Israele”, che ha tuttavia la sua origine nella Bibbia ebraica.


VEZOT HABERAKHAH

Moshè, servo di HaShem, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine di HaShem. […] Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba (Deuteronomio 34:5-6).

Contrariamente a quanto avvenuto con i patriarchi e con altre importanti personalità della storia biblica, i cui luoghi di sepoltura sono ancora oggi noti, la tomba di Moshè non è mai stata trovata.

Il popolo ebraico non ha mai potuto onorare il più grande dei suoi profeti con un monumento funebre, né ha mai avuto il provilegio di custodire le sue spoglie. Com’è possibile che a una figura tanto centrale nella Torah sia toccata in sorte una sepoltura anonima e dimenticata?

Secondo quanto suggerisce il commentario Meshech Chochmah, ciò è avvenuto per preservare gli Israeliti dal rischio dell’idolatria: recandosi con frequenza alla tomba del più grande profeta, il popolo avrebbe facilmente ceduto alla tentazione di invocare lo spirito di Moshè, di adorarlo, fino a considerarlo di fatto una divinità.

Questa idea ci fa riflettere sulla controversa usanza di visitare le tombe degli tzaddikim (“giusti”) per pregare Dio “nel loro merito”. Alcuni sepolcri sono ormai divenuti vere e proprie mete di pellegrinaggio da parte di molti Ebrei. Eppure, questa pratica è stata storicamente condannata dalla maggioranza delle autorità rabbiniche, che proibiscono anche soltanto di pregare o recitare versi sacri all’interno dei cimiteri.

Maimonide, uno dei più strenui oppositori di tali usanze, scrive in Hilkhot Avelut 4, 4 che non è necessario visitare la tombe dei giusti, poiché la loro memoria vive già in noi attraverso i loro insegnamenti.

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