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Scintille di Torah: Deuteronomio

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro del Deuteronomio pubblicati nel 2018.

devarim.jpgDEVARIM

“Voi state per passare i confini dei figli di Esav, vostri fratelli, che dimorano in Seir. Essi avranno paura di voi: state quindi bene in guardia e non provocateli, perché non vi darò niente del loro paese, neppure quanto ne può calcare la pianta di un piede, poiché ho dato il monte Seir a Esav, come sua proprietà. […] Seir era prima abitata dai Chorìm; ma i figli di Esav li scacciarono, li distrussero e si stabilirono al loro posto” (Deuteronomio 2:4-12).

Nel suo discorso agli Israeliti che si apprestano a entrare finalmente nella terra promessa, Moshè si sofferma sul diritto dei discendenti di Esav (Esaù) di abitare il paese di Seir, spiegando anche che essi avevano conquistato quella terra sconfiggendo i suoi precedenti abitanti.

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Tra storia e profezia: l’interpretazione di Nachmanide di Lev. 26 e Deut. 28

tempio
Vi disperderò fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi. La vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte (Levitico 26:33).
HaShem ti darà un cuore tremante, occhi che si struggono e un’anima angosciata (Deuteronomio 28:65).
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All’interno della Torah troviamo due brani differenti che riportano un elenco di maledizioni che Dio minaccia di scagliare contro Israele nel caso in cui il popolo rifiuti ostinatamente di osservare i Comandamenti. Il primo si trova al capitolo 26 del Levitico, mentre il secondo, molto più esteso e dettagliato, compare al capitolo 28 del Deuteronomio.
Questi brani, entrambi noti come Tochachah (“ammonizione” o “rimprovero”), appaiono molto aspri in quanto contengono minacce di sciagure, malattie, pestilenze, guerre, sconfitte, esilio, persecuzioni e disastri di vario tipo. La natura inquietante di tali capitoli è particolarmente amplificata dal fatto che essi rievocano inevitabilmente nelle menti di chi li legge le più nefaste vicende della storia ebraica, dalle più remote alle più recenti.

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Ki Tetzè: Sposare il proprio stupratore

Se un uomo trova una ragazza vergine che non sia fidanzata, la afferra e giace con lei, e [i due] sono scoperti, l’uomo che ha giaciuto con lei darà al padre della ragazza cinquanta sicli d’argento, ed ella sarà sua moglie, perché egli l’ha violata e non potrà mandarla via finché egli vive (Deuteronomio 22:28-29).

“La Torah di HaShem è perfetta, ristora l’anima”, dichiara il re David (Salmi 19:7). Eppure, questa Legge perfetta stabilisce che una ragazza vergine che è stata violentata sia unita in matrimonio al suo stupratore. Ai nostri occhi di lettori moderni e sensibili ai temi legati ai diritti delle donne e al dramma delle molestie sessuali, l’idea appare a dir poco ripugnante. Ciononostante, bisogna riconoscere che sarebbe inappropriato e anacronistico cercare di proiettare questo nostro giudizio morale anche nel lontano passato. Continua a leggere

Ha’azinu: una versione diversa della storia di Israele

Ora scrivete per voi questo cantico e insegnatelo ai figli d’Israele. Mettetelo sulla loro bocca, affinché questo cantico sia per me un testimone contro i figli d’Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai padri loro con giuramento, dove scorre latte e miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, allora essi si rivolgeranno ad altri dèi per servirli, e disprezzeranno me e violeranno il mio Patto. Allora avverrà che quando molti mali e molte calamità saranno cadute loro addosso, questo cantico testimonierà contro di loro, perché esso non sarà dimenticato e rimarrà sulle labbra dei loro discendenti (Deuteronomio 31:19).

Il cantico di Ha’azinu (che significa “dare ascolto”), messo per iscritto da Moshè poco prima della sua morte, è introdotto dalla voce divina come una testimonianza che deve essere custodita in ogni generazione. Le parole del canto accompagneranno Israele durante i suoi periodi di corruzione e infedeltà a Dio, mettendo in guardia il popolo e rispondendo alle sue obiezioni ancora prima che esse vengano formulate. Questo componimento poetico ricopre quindi una grande importanza, evidenziata dal fatto che l’intero universo – il cielo e la terra – è chiamato a prestare ascolto ai suoi versi (Deut. 32:1).
Se anche noi presteremo ascolto, potremo scoprire alcuni dettagli interessanti che ci riveleranno la vera natura di questo poema. Continua a leggere

Servi e padroni: due prospettive

Il quinto libro della Torah, chiamato in ebraico Devarim (“Parole”), è più noto con il suo nome greco di “Deuteronomio”, che significa “seconda Legge”. All’epoca dei Maestri del Talmud, esso era anche chiamato Mishneh Torah, cioè “ripetizione della Torah”, un altro nome che sembra esprimere l’idea secondo cui questo libro sarebbe una sorta di compendio volto a riproporre e a sintetizzare leggi già note, ripetendo e riconfermando il messaggio dei quattro libri precedenti[1].

Questa concezione del Deuteronomio appare però fortemente riduttiva, oltre che spesso non corrispondente alla realtà. Se da un lato è innegabile che molti dei precetti esposti nel libro erano già stati rivelati  nell’Esodo e nel Levitico, è tuttavia anche vero che tali precetti non vengono semplicemente “ripetuti” o “riconfermati”. Piuttosto, il Deuteronomio presenta le leggi già note in una nuova forma, talvolta rielaborandole o aggiungendo alcuni particolari nuovi alle formulazioni precedenti Continua a leggere

Shoftim: Il valore dell’individuo

Commento alla Parashah di Shoftim (Deuteronomio 16:18 – 21:9) di Rav Aharon Lichtenstein zt”l

Se nel paese che HaShem, il tuo Dio, sta per darti in possesso, si trova un uomo ucciso, disteso in un campo, e non si sa chi l’abbia ucciso, i tuoi anziani e i tuoi giudici usciranno e misureranno la distanza fra l’ucciso e le città dei dintorni. Poi gli anziani della città più vicina all’ucciso prenderanno una giovenca che non abbia ancora lavorato né portato il giogo. Gli anziani di quella città faranno scendere la giovenca presso un corso di acqua corrente, in luogo che non è né arato né seminato, e là vicino al corso d’acqua spezzeranno il collo alla giovenca. Poi si avvicineranno i sacerdoti, figli di Levi, perché HaShem, il tuo Dio, li ha scelti per servirlo e per dare la benedizione nel nome di HaShem, e la loro parola deve decidere ogni controversia e ogni lesione corporale. Allora tutti gli anziani della città, che è più vicina all’ucciso, si laveranno le mani sulla giovenca a cui è stato spezzato il collo vicino al corso d’acqua; e, prendendo la parola, diranno: “Le nostre mani non hanno sparso questo sangue, né i nostri occhi hanno visto. O HaShem, perdona al tuo popolo Israele che tu hai riscattato, e non addossare la colpa di sangue innocente sul tuo popolo Israele” (Deuteronomio 21:1-8).

La Parashah di Shof’tim si conclude con il curioso rituale della eglah arufah (“la mucca decapitata”). Tra i Rishonim (XI-XV secolo) esistono molti pareri discordanti sull’interpretazione di questa cerimonia, che era eseguita nel caso in cui fosse rinvenuto nei campi il corpo di una vittima di omicidio, senza che l’identità del colpevole fosse nota.

Maimonide, nella Guida dei Perplessi, attribuisce al rito della eglah arufah un valore pragmatico: l’evento, che veniva svolto con la partecipazione dei sacerdoti e degli anziani della città, conferiva infatti grande notorietà pubblica all’omicidio, suscitando l’attenzione del popolo e facendo sì che emergessero testimoni oculari o informazioni importanti in merito al crimine.

Nachmanide, invece, considera il rito come un chok (“decreto”), cioè una legge priva di un significato razionale, e la pone quindi nella stessa categoria del sacrificio della mucca rossa e del capro espiatorio. Si tratterebbe perciò di una cerimonia al confine tra sacro e profano, volta ad ottenere apparentemente una sorta di espiazione.

Ibn Ezra offre una spiegazione più specifica, interpretando l’eglah arufah come una procedura svolta per ottenere espiazione non tanto per l’omicidio, quanto piuttosto per i peccati degli abitanti della città, a causa dei quali, al livello metafisico, l’assassinio si è verificato.

Forse possiamo proporre un’altra interpretazione di questo precetto. Il Talmud, nel trattato Yevamot, afferma che, nel Libro del Deuteronomio (ancor più che nel resto della Torah), l’ordine con cui sono disposti i brani richiede certamente una spiegazione. Dobbiamo perciò chiederci per quale motivo il passo dedicato all’eglah arufah compaia fra le leggi della guerra, racchiuso al centro tra le leggi relative all’assedio di una città nemica e a quelle relative al trattamento delle donne prigioniere.

Uno scenario di guerra è una situazione estrema e logorante in cui alcune prospettive possono essere soggette a cambiamento. Nella guerra, l’unità non è più costituita dall’individuo, ma dalla nazione, dall’esercito o dal battaglione. In simili circostanze, è possibile che il singolo soldato perda il suo senso di identità, la consapevolezza del proprio valore e del proprio merito. L’individuo viene assimilato alla collettività e privato così del suo significato. Un altro pericolo è rappresentato poi dalla possibilità di sviluppare un’attitudine aggressiva e violenta. È quindi essenziale impedire che tali conseguenze si verifichino.

Inevitabilmente, la guerra causa la perdita di molte vite. Il continuo spargimento di sangue conduce spesso alla mancanza di sensibilità nei confronti del valore della vita umana. Questa è dunque la ragione per cui il brano dell’eglah arufah è posto all’interno delle leggi della guerra.
Immaginiamo un cadavere che giace da solo in un campo. Il corpo appare anonimo, l’assassino è ignoto, attorno alla vittima non ci sono parenti o amici. Quasi certamente, questo viaggiatore solitario proveniva dagli strati sociali più bassi della società. Secondo lo Sfat Emet, non è possibile stabilire neanche se il corpo di cui parla il brano appartenga a un Ebreo o a un non-Ebreo. Nonostante tutto, la Torah prescrive la cerimonia della eglah arufah, in cui i membri più anziani e influenti della città più vicina al luogo del ritrovamento del cadavere professano la loro innocenza e pregano per l’espiazione.

In contrapposizione alla tendenza, tanto comune nei periodi di guerra, di denigrare il valore dell’individuo e della vita umana in generale, la parashah della eglah arufah viene posta in risalto per ricordare il valore che l’Ebraismo attribuisce alla vita, e l’importanza che ciascun individuo ricopre agli occhi di Dio.

Articolo originale: http://etzion.org.il/en/value-individual

Ki Tetzè: La madre nel suo nido

Se, durante il tuo cammino, ti capiterà di trovare su un albero o per terra un nido di uccello con gli uccellini o con le uova e la madre che copre gli uccellini o le uova, non prenderai la madre con i piccoli; ma lascerai andare la madre e prenderai per te i piccoli, affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni (Deuteronomio 22:6-7).

Nella lunga lista di precetti presentata nella sezione centrale del Deuteronomio, fra le leggi sugli oggetti smarriti, sulla costruzione delle case e sulle mescolanze varie, spunta all’improvviso questa curiosa disposizione relativa ai nidi d’uccello. Si tratta di un precetto nuovo, introdotto qui per la prima volta, al cui significato vale la pena dedicare una riflessione.

Per quale motivo la Torah comanda di “lasciar andare la madre e prendere i piccoli”? Molti commentatori si sono posti questa domanda, e hanno risposto affermando che tale precetto è un esempio di compassione nei confronti degli animali. In particolare, questo è ciò che sostiene Maimonide nella Guida dei Perplessi (III, 48):

“Per quanto riguarda il dolore, non c’è alcuna differenza reale tra quello degli uomini e quello degli animali, poiché l’amore e la compassione di una madre per i suoi figli non hanno una motivazione razionale, ma hanno a che fare solo con le emozioni e con gli istinti, i quali si trovano fra gli animali non meno che fra gli uomini”.

A ben vedere, però, la compassione non sembra essere il motivo dominante del precetto. Un commentatore contemporaneo, Rabbi Shlomo Riskin, nota infatti che mandare via la madre non è un esempio di compassione completa: se qui la Torah avesse voluto insegnarci solo a rispettare gli animali, avrebbe dovuto piuttosto proibire totalmente di disturbare gli uccelli nel nido. A questo proposito, Shlomo Riskin ritiene che lo scopo del precetto sia quello di trasmettere un ideale di sensibilità verso le sofferenze degli animali, ma che al contempo, poiché la Torah si occupa di regolare situazioni reali e concrete, la proibizione di non prendere la madre assieme ai piccoli giunga come un compromesso, una limitazione al carattere ingordo e famelico degli uomini.

Ad offrire un’interpretazione particolarmente illuminante è Rabbi David Fohrman, il quale chiarisce anche il motivo per cui, a questo precetto, la Bibbia associ la promessa di una lunga vita (Deut. 22:7).

Bisogna innanzitutto notare che il testo ebraico, tradotto letteralmente, non dice di “non prendere la madre assieme ai figli”, bensì, più precisamente, di “non prendere la madre sui figli”.

Cosa potrebbe mai spingere qualcuno ad appropriarsi anche dell’uccello adulto (impresa di certo non facile), quando sarebbe molto più semplice scacciarlo e afferrare le uova o i piccoli incapaci di volare? La risposta emerge dall’immagine della madre che si trova “sui figli”, cioè che li ricopre per proteggerli dai pericoli esterni. Verosimilmente, chi uccide la madre lo fa dunque per arrivare ai figli che essa difende fino alla morte.

La condanna della Torah si abbatte quindi contro coloro che oltraggiano l’istinto materno per soddisfare i propri bisogni. Trasformare l’impulso protettivo della madre nella causa della sua morte è considerato un atto di dissacrazione. Si tratta di un insegnamento simile a quello che si cela dietro il famoso precetto che recita: “Non cuocere il capretto nel latte della madre” (Esodo 23:19; 24:26; Deut. 14:21). La Torah non ammette che una fonte di vita diventi uno strumento di morte, e questo principio, in quanto universale nel senso più pieno, vale anche nel rapporto tra gli esseri umani e gli animali. Al popolo d’Israele, nazione consacrata, non è lecito mescolare insieme la carne con il latte che le dà vita e sostentamento, né uccidere un uccello mentre è nell’atto di proteggere i suoi piccoli.

A fornirci una conferma di questa interpretazione è la già citata frase che chiude il brano: “affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni”(Deut. 22:7). Come spiega Rabbi Fohrman, esiste solo un altro precetto a cui la Bibbia associa la ricompensa di una lunga vita, e si tratta di uno dei Dieci Comandamenti:

Onora il padre e la madre affinché si prolunghino i tuoi giorni nella terra che Hashem, il tuo Dio, ti darà (Esodo 20:12).

A legare insieme queste due leggi, in apparenza così diverse, è il rispetto dovuto ai genitori, un rispetto che nasce dalla vita e che genera la vita.