Nefilim: cosa ci insegnano i giganti della Bibbia

Essi erano un popolo grande, numeroso e alto [...] ma HaShem li distrusse (Deuteronomio 2:21).
Sono io che ho distrutto l'Amorreo dinanzi a loro, la cui altezza era come l'altezza dei cedri, e la cui forza era come quella della quercia (Amos 2:9).

Fra i misteri della Bibbia più discussi dagli appassionati di teorie alternative sulla storia umana, troviamo la figura dei Nefilìm (נְפִילִים), i cosiddetti “giganti” di cui parlano alcuni racconti biblici.

Questa parola, in realtà, alla lettera non significa “giganti”: essa deriva invece dal verbo nafal, cioè “cadere”, e potrebbe quindi essere tradotta con “caduti”.

Nel suo Commentario alla Genesi, Rashi riporta in proposito due interpretazioni differenti sul significato del termine:

Nefilim: coloro che caddero [spiritualmente] e fecero cadere il mondo [nella corruzione]. Un’altra spiegazione: angeli che caddero dal loro luogo”.

Secondo la prima ipotesi, questi “caduti” sarebbero personaggi corrotti, responsabili del degrado morale dell’umanità prima del Diluvio universale.

La seconda interpretazione richiama invece antiche leggende su “angeli caduti” che furono esiliati dal cielo e si unirono sessualmente a donne umane generando così una stirpe mostruosa.

Benché la parola “caduti” non alluda dunque in alcun modo alla statura o all’imponenza fisica di queste creature, l’identificazione dei Nefilim con i giganti si basa sul verso di Numeri 13:33, dove gli abitanti altissimi e temibili della terra di Kenaan sono definiti proprio nefilim.

Su questo tema, nelle fonti ebraiche e rabbiniche troviamo due posizioni distinte:

  • La lettura “razionalista”, adottata da commentatori come Ibn Ezra, Sforno e Malbim, che rifiuta i riferimenti mitologici e vede in tali personaggi semplici esseri umani, seppure potenti e dall’aspetto leggendario.
  • L’interpretazione espressa nei libri apocrifi di Enoch e in un brano del Talmud (Niddah 61a), seguita anche da Nachmanide e dallo Zohar, che accetta l’idea degli angeli caduti, entità ultraterrene precipitate sulla terra per la loro ribellione.

In questo articolo, pur rischiando di deludere alcuni lettori, non indagheremo sulla possibile attendibilità storica delle antiche leggende, né proporremo ipotesi sull’origine e la natura dei giganti.

Come di consueto, ci focalizzeremo invece sulla prospettiva letteraria e testuale, nel tentativo di scoprire ciò che la Bibbia intende insegnarci dal punto di vista morale attraverso la figura dei Nefilim.

L’impronta della mano di un gigante in una scena della serie tv House of David (2025), dove il mito dei Nefilim rappresenta uno dei fili conduttori della trama.

Le due apparizioni dei Nefilim

All’interno delle Scritture ebraiche, nonostante i riferimenti a individui spaventosamente alti e a tribù di “giganti” siano piuttosto numerosi, la parola nefilim compare in realtà soltanto in due brani:

  • L’oscuro racconto antidiluviano di Genesi 6:1-4, dove si legge: “I Nefilim erano sulla terra in quei giorni, e anche dopo, quando i figli di Elohim si accostavano alle figlie dell’uomo, e queste generavano per loro [dei figli]. Essi sono gli eroi dei tempi antichi, uomini rinomati”.
  • Il già ricordato brano di Numeri 13-14, dove gli esploratori israeliti inviati nella terra promessa riferiscono al popolo di aver visto guerrieri spaventosi della stirpe dei Nefilim, davanti ai quali essi si sentivano “come cavallette” (13:33). Questo incontro terrificante li porterà poi a ribellarsi all’autorità di Moshè e a spingere Israele a tornare in Egitto pur di non affrontare dei nemici tanto potenti.

Queste narrazioni sembrano molto diverse, essendo ambientate in due epoche fra loro lontane e in contesti differenti. Inoltre, il primo racconto risulta breve, enigmatico e povero di dettagli, mentre il secondo è molto più lungo e concreto.

Eppure, come stiamo per vedere, il termine nefilim non è l’unico elemento che accomuna i due testi.

Parallelismi tra i due racconti

La vicenda dei giganti antidiluviani prende avvio quando i misteriosi “figli di Elohim” (uomini autorevoli e potenti, oppure angeli ribelli, a seconda delle varie interpretazioni) cominciano a provare attrazione per le “figlie dell’uomo”, le donne comuni. La Genesi narra in proposito che i “figli di Elohim videro (vayiRù) che le figlie dell’uomo erano buone (tovòt)” (6:2).

Nel secondo racconto, gli esploratori israeliti sono esortati a “vedere” (uReitèm) se la terra promessa da Dio è “buona” (tovàh) oppure no (Numeri 13:18-19). E più tardi, in effetti, la terra si rivela essere “buona” (14:7).

Da queste due azioni parallele derivano conseguenze analoghe: dopo aver apprezzato le donne, i figli di Elohim le “prendono” in moglie; gli esploratori, avendo apprezzato il paese, “prendono” i suoi frutti (Gen. 6:2; Num. 13:20). Nel testo ebraico compare in entrambi i casi lo stesso verbo (lakach).

Lo sviluppo delle due storie fa scaturire poi analogie più chiare e significative: subito dopo aver menzionato i Nefilim, la Genesi riferisce che Dio esaminò la malvagità degli uomini e decise quindi di distruggere il mondo (6:5-7).

In Numeri 14:11-12, il Creatore reagisce allo stesso modo: dopo che il popolo, fomentato dagli esploratori, si ribella al piano divino, Egli esprime il proposito di annientare l’intera nazione. La minaccia, qui, è però in scala minore, poiché la distruzione non riguarda il mondo, ma solo Israele.

Nel primo racconto, Dio risparmia un uomo dalla condanna, Noach (Noè), il quale “trovò grazia agli occhi di HaShem” (Genesi 6:8). Anche nel secondo, Dio si propone di risparmiare qualcuno, in questo caso Moshè (Numeri 14:12), del quale è ugualmente scritto, seppure in un’altra occasione, che egli trovò grazia agli occhi di HaShem (Esodo 33:17).

In entrambe le vicende, inoltre, il Creatore pone un limite di tempo alla longevità delle sue creature corrotte: la durata della vita degli uomini è fissata in Genesi 6:3 alla cifra simbolica di “centoventi anni”; la generazione ribelle condannata a morire nel deserto si estinguerà del tutto al termine di quarant’anni (Numeri 14:33-34).

Le due punizioni divine sono l’una il riflesso dell’altra: gli uomini malvagi sono destinati a “perdere” la terra (HaAretz) attraverso il Diluvio che sommergerà il mondo, mentre gli Israeliti vagheranno nel deserto perdendo anche loro la terra (HaAretz), in questo caso la terra promessa. Di nuovo, la vicenda di Genesi 6 si ripete in scala minore nel microcosmo del popolo ebraico.

Ma cosa vuole comunicarci la Torah con questi parallelismi? C’è forse un messaggio, un insegnamento che emerge dal confronto tra i due testi? Proviamo ora a capirlo concentrandoci sulle differenze che rendono la seconda narrazione radicalmente diversa dalla prima.

Tra la superbia e la sfiducia

Prima di tutto, dobbiamo chiederci in cosa consiste la condotta negativa dei figli di Elohim e dei Nefilim in Genesi 6. Per quale motivo questi personaggi dovrebbero essere ritenuti corrotti o peccatori?

Il Malbim (1809 -1879) ci illumina con una lettura che sembra avvicinarsi molto al senso originario del testo biblico. Secondo il suo Commentario alla Genesi, la Torah intende qui prendersi gioco delle antiche leggende diffuse tra i popoli politeisti, i quali celebravano le figure di eroi considerati “figli delle divinità” e venerati per la loro potenza e i loro atti eroici.

Queste storie pagane, sostiene il Malbim, sono soltanto “falsità e inganni”, strumenti della propaganda del potere idolatrico. La Torah smentisce le pretese degli eroi dell’antichità affermando che essi erano pur sempre mortali, condannati dal Creatore, privati della loro presunta aura divina, come è scritto appunto in Genesi 6:3: “Il mio spirito non risiederà nell’uomo per sempre, poiché anch’egli è carne”.

Anche gli uomini che si proclamano “figli di Dio (Elohim)”, che prendono per sé ogni donna che desiderano e che tramano pensieri malvagi (6:5), alla fine faranno i conti con la loro natura mortale. Si tratta dello stesso messaggio espresso nel Salmo 82, dove l’autore schernisce e condanna i potenti, i giudici indegni, affermando: “Voi siete dèi (Elohim), siete tutti figli dell’Altissimo. Eppure come [ogni] uomo morirete, come ogni principe cadrete” (Salmi 82:6-7). Figli di divinità, morte e “caduta”: tre elementi che richiamano con forza la vicenda dei figli di Elohim e dei “caduti” nella Genesi.

Che dire, invece, del peccato degli esploratori in Numeri 13-14? La loro colpa, all’inverso di quanto avviene nel primo racconto dei Nefilim, non nasce dall’orgoglio o dall’illusione di elevarsi al di sopra dei semplici mortali. Il loro peccato è proprio il contrario: essi si considerano troppo deboli, insignificanti di fronte ai giganteschi abitanti del paese, incapaci di prevalere sui nemici nonostante le promesse incoraggianti di Dio.

Nel primo caso, gli uomini perdono la terra per la loro superbia; nel secondo, gli Israeliti perdono la terra santa per la loro paura e mancanza di fiducia (sia in sé stessi che nel Creatore). Il risultato è simile, ma la colpa è diametralmente opposta.

Si può dire allora che i giganti siano posti come un segno tra le pagine della Bibbia per legare insieme questi due esempi estremi, diversi ma entrambi negativi, suggerendo che la soluzione sia posta in un equilibrio di autostima, che non conduca all’arroganza degli eroi che si credono immortali, ma neppure allo sconforto timoroso di chi si ritiene immeritevole del favore divino.

Eppure, dal primo al secondo racconto, si nota una sorta di evoluzione rassicurante, un avanzamento positivo: se in origine il Creatore aveva davvero distrutto il mondo risparmiando solo la stirpe dell’unico giusto, nel caso degli esploratori la misericordia prevale, il popolo viene punito ma non annientato. La minaccia non si realizza e la Divinità permette a una nuova generazione di affiorare per porre rimedio agli errori dei padri. La speranza, questa volta, non si spegne.

3 commenti

  1. Carissimo, mi piace la tua analisi, anche perché poi rispecchia la mia. Ma ti vorrei chiedere perché non hai analizzato l’episodio di Davide e Golia, trovando i parallelismi ( le opposte diversità ) con l’episodio degli esploratori. Ti chiedo se potresti integrarlo, visto che la speranza non è venuta meno come hai detto alla fine, e non si spegne mai. E sarebbe interessante l’analisi anche per le problematiche attuali

  2. grazie,

    ho visto che c’è anche un mio commento, le stesse cose che avrei voluto dire qua.

    Ma ho visto che ti avevo fatto una domanda rimasta senza risposta. Se è vero che il tempio fu costruito ai confini fra la tribù di Giuda e Beniamino, e l’attuale muro del pianto delimitava tali confini. Dovrebbe essere così per me, non a seguito di ricerche fatte, ma di deduzioni logiche

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