Archivi tag: miti

Il Diluvio: confronto tra la Bibbia e i miti pagani

flood

Dal Medio Oriente alla Grecia, all’India e fino al continente americano, molti popoli e molte culture diverse hanno conservato, nelle loro tradizioni mitiche, storie incentrate su un terribile cataclisma che avrebbe sommerso il mondo nelle acque in tempi remotissimi. La storia del Diluvio universale contenuta nella Torah, per i suoi temi e il suo sviluppo, presenta infatti numerose somiglianze con altri racconti più antichi, in particolare con quelli che troviamo nelle fonti mesopotamiche. Ricordiamo tra questi l’Epopea di Gilgmesh, le cui prime versioni risalgono a ben 4500 ani fa, che include la storia di Utnapishtim, l’eroe babilonese salvato dal Diluvio grazie a una divinità benevola; ma anche il poema di Atrahasis, anch’esso di matrice babilonese, e il testo sumero noto come “La Genesi di Eridu”.

A rendere il racconto biblico simile alle versioni mesopotamiche non è soltanto la trama generale, ma anche alcuni dettagli che ricorrono nella varie storie: una tempesta devastante scatenata dalle divinità per distruggere la razza umana, un eroe messo in salvo su un’imbarcazione da lui costruita – assieme alla sua famiglia e ad alcuni animali -, l’offerta di sacrifici da parte dell’eroe al termine del Diluvio. L’Epopea di Gilgamesh descrive persino l’invio di una colomba e di altri uccelli fuori dalla nave, da parte di Utnapishtim, per verificare che le acque si fossero ritirate dal suolo, esattamente come la Bibbia ci narra a proposito di Noach (Noè).

Fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, alcuni studiosi hanno preso in esame le molte affinità tra questi racconti per cercare di risalire a un possibile evento storico reale: un cataclisma di vasta portata che avrebbe ispirato le varie narrazioni leggendarie tra le diverse culture. Lo scopo di questo articolo, però, non è quello di indagare sulle origini dei miti del Diluvio dal punto di vista storico o scientifico; ci interessa invece comprendere la relazione che esiste tra la narrazione della Bibbia e i miti babilonesi e sumeri, con l’obiettivo di fare luce sul messaggio autentico della Torah. A questo proposito, il grande ebraista Umberto Cassuto ha scritto:

“In generale, possiamo affermare che i vari tentativi di collegare il racconto del Diluvio a un evento reale non rispecchiano la natura e lo scopo del racconto stesso. La storia del Diluvio ha un carattere poetico, ed il suo obiettivo è quello di spiegare come possiamo comprendere ed interpretare, in accordo con la concezione israelitica, le antiche tradizioni sul Diluvio, per ricavare degli insegnamenti dal testo. Perciò tutti i tentativi di razionalizzazione risultano inaccettabili” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Genesis, Volume II, p. 47).

Vediamo allora di scoprire come si colloca la versione della Genesi fra le altre storie del Diluvio e quali conclusioni si possano trarre da questo confronto. Continua a leggere

La Torre di Babele

bavel

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. E avvenne che, mentre viaggiavano dall’oriente, essi trovarono una pianura nella terra di Shinar, e vi si stabilirono. E si dissero l’un l’altro: «Orsù, facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». E usarono mattoni come pietre e bitume come malta. E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima sia in cielo, e facciamoci un nome per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra» (Genesi 11:1-4).

Qual è il vero significato della storia della Torre di Babele? Si tratta di un mito primitivo nato per spiegare l’origine delle nazioni e delle differenze linguistiche, come molti ritengono, o c’è qualcosa di più profondo? La grande città, con la sua celebre torre, è divenuta da millenni un simbolo di presunzione, di idolatria, del potere umano svincolato da ogni limite. Attraverso uno studio accurato del testo biblico e il contributo importantissimo dell’archeologia, è possibile rivolgere uno sguardo nuovo all’immagine di Babele, che riesce ad essere al contempo leggendaria e reale, antica quanto la civiltà eppure sorprendentemente attuale.

La struttura

Da un punto di vista prettamente letterario, il racconto di Babele è un vero e proprio capolavoro artistico condensato in soli 9 versi. La struttura del brano è composta da sequenze parallele in contrapposizione fra loro, disposte secondo uno schema speculare. Si tratta di un tipico esempio di chiasmo biblico:

A Tutta la terra ha una sola lingua (v. 1)

       B Gli uomini si riuniscono nella valle di Shinar (v. 2)

            C Progetto umano (vv. 3-4)

                 D “Discesa” di Dio (v. 5)

            C’ Progetto divino (vv. 6-7)

       B’ Gli uomini si disperdono su tutta la terra (v. 8)

A’ Fine dell’uniformità linguistica (v. 9)

La prima metà del testo (sequenze A, B, C) descrive la situazione iniziale e l’operato degli uomini. La seconda metà è invece il “rovesciamento” della prima, e segna perciò una totale inversione degli avvenimenti narrati. A fare da “spartiacque” tra le due sezioni è la frase riportata in Genesi 11:5: Ma il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il testo sottolinea in questo modo il fatto che sia proprio l’intervento di Dio a far capovolgere bruscamente la situazione.
L’affermazione secondo cui “Il Signore discese” non è da intendere alla lettera. Cassuto spiega infatti che si tratta probabilmente di un’espressione idiomatica impiegata negli scritti dell’epoca per indicare l’azione delle divinità. Inoltre, la frase è chiaramente utilizzata in opposizione al folle desiderio dei costruttori della Torre di “salire fino al cielo”.

All’interno del testo ebraico, le lettere Bet (b, v), Lamed (l) e Nun (n) ricorrono frequentemente in associazione tra loro, creando allitterazioni che sembrano dare forza all’aspetto ironico del racconto: Havah nilbenah levenim (v. 3); lahem hallevenah leaven (v. 3); Havah nibnè lanu (v. 4); banù benè (v. 5); Bavèlbalàl (v. 9).
Per lo stesso motivo, sono da notare i due impieghi di paronomasia al v. 3: nilbenah lavenim ; venisrefah lisrefah.

Lo sviluppo delle lingue

Che i racconti della Genesi non siano dei resoconti storiografici né delle trattazioni scientifiche è un fatto certamente innegabile. È tuttavia altrettanto vero che le interpretazioni più diffuse di molti passi biblici tendano molto spesso ad accrescere gli aspetti miracolosi e soprannaturali delle storie narrate oltre i limiti consentiti dal testo. Per quanto riguarda la vicenda di Babele, si ritiene comunemente che la confusione delle lingue sia avvenuta in maniera istantanea, per mezzo di un fenomeno prodigioso. Tuttavia, come fa notare Abraham Ibn Ezra, l’immagine degli uomini che all’improvviso non riescono più a comprendersi a vicenda non corrisponde a ciò che il testo biblico afferma. La Genesi infatti racconta semplicemente che Dio, per realizzare il suo proposito di confondere le lingue dell’umanità, disperse gli abitanti della valle di Shinar:

E il Signore li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, ed essi cessarono di costruire la città (Genesi 11:8).

Le diverse famiglie umane si stabilirono così in luoghi diversi del mondo, sviluppando poi ognuna un proprio linguaggio in modo del tutto naturale. Questa sembra essere l’interpretazione più vicina al significato letterale del racconto della Genesi, che riassume in poche parole e con una terminologia semplice un processo ben più complesso e graduale.

L’imperialismo babilonese

Quella di cui parla il racconto di Babele è un’umanità che sembra non conoscere alcuna discordia. Per la prima volta nel Libro della Genesi, l’armonia regna incontrastata nei rapporti umani. Può dunque risultare difficile comprendere il motivo per cui la generazione di Babele sia presentata come un esempio negativo degno della punizione divina. Qual era la colpa dei costruttori della Torre?
La scelta delle genti di radunarsi nella pianura di Shinar (che, non a caso, è il territorio in cui si sviluppò la prima civiltà sedentaria della Storia, quella dei Sumeri), e di costruire  lì una città con una torre “la cui cima sia in cielo”, è stata interpretata dai Maestri del Midrash come una folle rivolta contro il Creatore. Il desiderio di “farsi un nome”, che anima i costruttori durante la loro impresa, può inoltre essere inteso come un segno dell’arroganza umana. “La polemica del racconto”, scrive Robert Alter, “è rivolta contro l’urbanesimo e la fiducia presuntuosa nelle conquiste tecnologia”.

Per riuscire a capire pienamente l’autentico messaggio di questo brano è necessario considerare il contesto storico e culturale a cui esso fa riferimento. Lungi dall’essere un semplice mito sulla nascita della differenziazione linguistica, il racconto di Babele è infatti una critica all’imperialismo babilonese e alle sue elevate pretese politiche e religiose.

Quasi quattromila anni fa, il re Hammurabi (probabilmente citato nella Bibbia con il nome di Amraphel) sottomise tutta la Mesopotamia e conquistò molte città, trasformando così Babilonia nel centro di un grande impero multietnico. Le popolazioni assoggettate, secondo alcune iscrizioni dell’epoca di Ashurbanipal II  e Sargon II, erano costrette ad accettare “un unico linguaggio”.
Il poema mesopotamico noto come Enuma Elish narra che la città di Babilonia fu costruita dalle divinità al termine della creazione del mondo. A mettere in contatto gli esseri umani con le divinità erano alcune maestose costruzioni chiamate ziggurat, le cui rovine possono essere osservate ancora oggi. Molti studiosi hanno identificato la Torre di Babele con l’Etemenanki, un’antichissima ziggurat edificata a Babilonia il cui nome significa “casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Questa imponente struttura, che superava i novanta metri di altezza, ospitava sulla sua cima un tempio consacrato al dio Marduk. Tali edifici rappresentavano l’orgoglio di un potere totalitario volto all’unificazione del mondo sotto il dominio di un solo regno e di una sola cultura.

Contro questa concezione si scaglia l’aspra critica del racconto biblico che, con espressioni satiriche e dissacranti, demolisce letteralmente il mito della supremazia babilonese. Lo studioso Paolo Brusasco, nel suo libro Babilonia, All’origine del mito, spiega in proposito:

“La torre – meraviglia tanto esaltata dal sovrano – il simbolo stesso di Babilonia come capitale multietnica del mondo, diventa emblema di arroganza e prevaricazione di un potere schiacciante che sottomette i popoli, e genera confusione e divisione. La deplorazione della torre si combina quindi con la condanna di Babilonia (e della Mesopotamia tutta) quale archetipo della civiltà urbana e multirazziale, fittizia e viziosa costruzione umana”.

Mentre i costruttori della Torre aspirano ad elevarsi fino al cielo, il testo ci narra che è in realtà il Sovrano dell’universo a “scendere” per giudicare l’operato degli uomini. Un chiaro elemento di satira è costituito da ciò che il brano ci dice sul nome della città:
“Perciò a questa fu dato il nome di Bavèl, perché lì il Signore confuse (balàl) la lingua di tutta la terra” (Genesi 11:9).
La Torah quindi fa derivare Bavèl da balàl (confondere), ma questa semplice affinità fonetica non ha nulla a che fare con la vera origine del nome di Babilonia. In lingua sumera, Bavèl significa infatti “Porta di Dio”. Ciò ci riporta al già menzionato mito sulla fondazione della città mesopotamica da parte delle divinità, un mito che la Bibbia intende negare con forza. Collegare il nome di Babele al verbo confondere significa quindi deridere l’idolatria e screditare le leggende imposte dai sovrani babilonesi.

L’intento della Torah sta dunque nel metterci in guardia dal pericolo (ancora fortemente attuale) di una forzata omogeneità spacciata per armonia, e nel contrastare le pretese di chi vuole sopprimere le legittime differenze attraverso il proprio potere, come è sempre avvenuto in ogni dittatura totalitaria.
Ma a tutto ciò si contrappone la promessa divina di un’epoca futura in cui l’umanità sarà davvero unita, non allo scopo di “farsi un nome” o di raggiungere il cielo con le proprie forze, ma spinta finalmente da intenti lodevoli e sinceri:
“Poiché allora darò ai popoli un linguaggio puro, affinché tutti invochino il Nome del Signore, per servirlo di comune accordo” (Sofonia 3:9).

Bereshit: la Creazione del mondo

Bereshit

La Torah e i miti pagani sulla Creazione

Il racconto dei sette giorni della Creazione nella Genesi descrive il passaggio graduale da una condizione caotica a una di ordine e armonia, attraverso dieci comandi pronunciati da Elohìm (Dio, il Giudice Supremo).

Questo brano non impiega una terminologia scientifica e non mira a trasmetterci nozioni sui segreti della natura o sui meccanismi che regolano l’universo.
Il grande ebraista fiorentino Umberto Cassuto (1883 – 1951), nelle prime pagine del suo commentario, ci offre un’impeccabile spiegazione:

“Lo scopo di questa sezione della Torah è quello di insegnarci che il mondo intero e tutto ciò che esso contiene è stato creato dalla parola dell’Unico Dio, secondo la Sua volontà, senza alcuna limitazione. In questo modo la Torah si oppone alle credenze comuni tra i popoli dell’antico Oriente, in particolare fra quelli confinanti con Israele. Il linguaggio utilizzato, tuttavia, è del tutto privo di spirito di polemica o di disputa; gli aspetti controversi si possono cogliere soltanto indirettamente, attraverso le espressioni sottili e pacate della Scrittura” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Genesis, Vol I, cit. p. 7).

Tramite una critica implicita e silenziosa, il racconto della Creazione intende quindi sradicare le credenze idolatriche sull’origine del cosmo e presentare una visione rivoluzionaria di Dio e del mondo.
Un confronto con gli antichi miti mesopotamici e cananei risulta quindi indispensabile e illuminante.

Il poema epico babilonese noto come Enuma Elish, ritrovato a Mosul (Iraq) nel 1849, narra la formazione dell’universo nei termini di una sanguinosa guerra combattuta tra la dea Tiamat, regina del mare primordiale, e i suoi discendenti divini. La lotta si conclude quando il giovane Marduk, dopo aver superato varie prove, uccide Tiamat per poi tagliare il suo cadavere in due parti e creare con esse il cielo e la terra.
Secondo i testi epici di Ugarit, le fasi iniziali della creazione del mondo furono segnate dalla rivalità di Baal con il dio Mot e dalle sue battaglie contro i temibili mostri marini.

La spiegazione di Umberto Cassuto prosegue:

“Ci furono però alcuni pensatori fra i popoli che riuscirono a formulare concetti più avanzati rispetto a quelli diffusi nel loro ambiente culturale: uomini come Amenhotep IV, il faraone che attribuiva l’intera creazione ad un solo dio (la divinità solare Aton). Eppure anche queste poche menti più elevate riuscirono a concepire il loro dio creatore solo come uno fra i tanti dei, e benché esso fosse considerato il più importante, rimaneva comunque legato alla natura o associato a uno degli elementi dell’universo fisico.
Poi arrivò la Torah, che si innalzò come il volo di un’aquila sopra tutte queste credenze. Invece di tante divinità, essa proclamava infatti l’esistenza di un Unico Dio, privo di origini e di genealogie. Al posto delle guerre e degli scontri fra divinità, la Torah pone una sola Volontà che regna sovrana e incontrastata su ogni cosa. Per la prima volta, il Creatore non è identificato con l’universo o con una sua parte, ma è ritenuto superiore alla natura e separato da essa. Il sole, gli astri e tutti gli altri elementi del cosmo, grandemente esaltati nei racconti degli altri popoli, sono visti soltanto come creazioni dell’Unico Dio”.

Tra la Torah e i poemi epici precedenti possiamo individuare anche un’altra importante differenza. I miti antichi avevano spesso la funzione di legittimare il potere politico: Marduk, l’eroe del poema Enuma Elish, è il dio nazionale di Babilonia, città che, secondo il medesimo testo epico, sarebbe stata costruita proprio dalle divinità. Similmente, secondo il mito di Eridu, furono le divinità a fondare la nazione sumera subito dopo la creazione del mondo. Nei primi undici capitoli della Genesi, al contrario, il racconto ha un carattere chiaramente universale. La Terra d’Israele non è mai menzionata, e il popolo ebraico non compare. Il patriarca Abramo, padre degli Ebrei, entrerà sulla scena soltanto dopo che la Genesi avrà descritto l’origine delle antiche nazioni.

Il numero sette
Il racconto della Creazione è costruito secondo un sistema armonioso di corrispondenze numeriche. In questa struttura, il numero sette appare fondamentale sia nel tema principale che nei suoi dettagli testuali. Si tratta infatti di un numero che gli Israeliti e molti altri popoli dell’antichità associavano all’idea di completezza e all’instaurazione dell’ordine nella natura. Seguendo l’antica simbologia numerica, l’opera del Creatore viene quindi distribuita in sette giorni per evidenziare l’assoluta perfezione e il carattere impeccabile dell’ordine universale.
Nel racconto della Creazione, l’importanza attribuita al numero sette e ai suoi multipli è dimostrata anche dal fatto che essi compaiano continuamente all’interno del testo:
  • Il primo verso è formato da sette parole (Bereshit barà Elohim et HaShamayim veet Haaretz).
  • Dopo il primo verso, che serve da introduzione, il racconto appare diviso in sette paragrafi (uno per ciascun giorno della Creazione), separati dalla frase “E fu sera e fu mattina…” .
  • Il nome Divino Elohim compare trentacinque volte (7×5). I termini Shamayim (cielo) e Haaretz (terra) compaiono entrambi ventuno volte (7×3). Dio, il cielo e la terra sono i tre componenti principali del racconto.
  • La frase “E Dio disse…” (Vayomer Elohim) ricorre sette volte in riferimento al mondo della natura, e tre volte in relazione all’umanità.
  • La parola “acqua” (mayim) compare sette volte nel secondo e nel terzo paragrafo, quelli in cui viene descritta la divisione delle acque e la creazione dei mari.
  • La parola “buono” (tov) ricorre sette volte.
  • Il secondo verso è formato da quattordici parole (7×2).
  • Il settimo paragrafo, dedicato al settimo giorno, è formato da trentacinque parole (7×5), e comprende al suo interno tre frasi consecutive che contengono l’espressione “settimo giorno”; ciascuna di queste tre frasi è formata da sette parole.
  • L’espressione “secondo la loro specie” è usata sette volte in riferimento al mondo animale, e tre volte in riferimento ai vegetali.
La struttura

La cronologia della Creazione riportata nella Genesi è spesso divenuta oggetto di critiche basate su osservazioni razionali e scientifiche, in quanto in essa è possibile riscontrare alcune apparenti illogicità: fra queste ricordiamo in particolare l’esistenza del giorno e della notte prima della creazione dei corpi celesti, e il fatto che la comparsa delle piante sulla superficie terrestre preceda la creazione del sole. Tali critiche, tuttavia, non prendono in considerazione il carattere letterario e teologico del racconto della Genesi, un racconto che non si presenta di certo come un resoconto di carattere scientifico. Quella dei sette giorni della Creazione è infatti una narrazione concettuale che si sviluppa seguendo uno schema basato su un sistema di parallelismi facilmente individuabili:

Prima triade Seconda triade
1 – La luce 4 – I luminari
2 – Il mare e il cielo 5 – Le creature marine e i volatili
3 – La terra asciutta e la vegetazione 6 – Gli animali terrestri e l’uomo

Il lavoro iniziato nei primi tre giorni viene completato nella triade successiva. Alla creazione della luce e alla separazione del giorno dalla notte (primo giorno) corrisponde la costituzione del sole e della luna come segni distintivi di tale separazione (quarto giorno). L’aria e l’acqua, i due spazi creati nel secondo giorno, vengono popolati nel quinto giorno dagli uccelli e dalle creature marine. Allo stesso modo, le terre emerse compaiono nel terzo giorno, e vengono poi popolate dai loro abitanti animali e umani nel sesto giorno. Soltanto lo Shabbat, il settimo giorno, non ha alcuna corrispondenza, poiché segna il completamento dell’opera divina e la sua consacrazione.

Vuoi approfondire l’argomento?
Per un’analisi completa del racconto della Creazione consulta il nostro libro La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi, disponibile su Amazon.

Libro

Bibbia, mostri marini e miti cananei

E Dio creò i taninim ghedolim e tutti gli esseri viventi che si muovono, di cui brulicano le acque, ciascuno secondo la propria specie, ed ogni volatile secondo la propria specie (Genesi 1:21).

I taninim ghedolim, termine tradotto con «grandi mostri marini», «grandi rettili» o «grandi animali marini», sono l’unica specie di animali a cui il racconto biblico della Creazione dedica un riferimento esplicito. Sulla precisa identificazione di questi misteriosi esseri viventi, oltre che sul motivo della loro menzione specifica, studiosi sia religiosi che accademici hanno formulato opinioni diverse. Nel suo notissimo commentario alla Bibbia ebraica, Rashi spiega:

Taninim – I grandi pesci che sono nel mare. Secondo le affermazioni della Aggadah, si tratta qui del Leviathan e della sua consorte, che Il Santo Benedetto Egli sia, creò maschio e femmina”.

Sulla base della tradizione rabbinica dell’Aggadah, Rashi suggerisce quindi che il termine Taninim alluda al Leviathan, il leggendario mostro degli abissi menzionato più volte nella Bibbia e nella letteratura ebraica successiva. Questa antica interpretazione diviene particolarmente interessante se vista alla luce di una comparazione tra le parole della Torah e i miti comuni a diverse culture del Medio Oriente di tremila anni fa. In questo ci viene in aiuto il grande studioso ebraista fiorentino Umberto Cassuto, che nel suo Commentario al Libro della Genesi ha trattato la questione con estrema chiarezza:

“All’interno dell’intera sezione [del racconto della Genesi] sono menzionate solo le categorie generali delle piante e degli animali, ma non le specie distinte, eccetto per quanto riguarda i mostri marini. Possiamo essere certi che tale eccezione sia dovuta ad un motivo preciso. Sembra che anche qui la Torah intenda far risuonare una protesta contro alcuni concetti che erano comuni fra i pagani, e in una certa misura anche fra gli Israeliti, ma che non erano in accordo con lo spirito [dell’insegnamento della Torah]. In Egitto e in Mesopotamia si narravano leggende di ogni genere sulle battaglie tra le grandi divinità e i draghi marini. Secondo l’epica ugaritica, i principali nemici del dio Baal, oltre al dio Mot, erano il signore del mare e alcuni mostri come il Dragone, il Leviathan detto «serpente guizzante» e «serpente tortuoso», e altre creature simili. Negli ambienti israeliti, le tradizioni che riguardano i mostri marini e i loro alleati assunsero un aspetto coerente con lo spirito della fede d’Israele. Perciò non ci sono più potenze divine che si oppongono alla Divinità suprema. […] La Torah esprime la propria protesta in maniera silenziosa, dichiarando: E Dio creò i grandi mostri marini. In effetti, è come se la Torah dicesse: Nessuno osi immaginare che i mostri marini fossero esseri mitologici nemici di Dio o in rivolta contro di Lui; essi erano invece come ogni altra creatura, e furono formati in un tempo e in un luogo già stabiliti dalla Parola del Creatore, affinché potessero adempiere il Suo volere come ogni altro essere creato. Allo stesso modo è scritto nel Salmo 148: Lodate il Signore dalla terra, voi mostri marini e tutti gli abissi. Il salmista invita tutte le creature a lodare il Signore, e fra esse menziona in modo specifico i mostri marini” (U. Cassuto, From Adam to Noah, pp. 49-51).

Dunque, secondo l’eccellente spiegazione di Cassuto, la Torah nomina i taninim ghedolim per contrastare un’idea pagana molto diffusa nell’antichità. Mentre la mitologia dei popoli politeisti parlava delle guerre combattute dagli dei del cielo contro i mostri acquatici, la Bibbia, al contrario, insiste nell’affermare che il mare, con tutte le sue creature, sia stato creato dalla Volontà incontrastata dell’Unico Dio. Le bestie più temibili vengono in questo modo private della loro aura mitica e divina, per essere considerate semplici animali, parte dell’ordine naturale stabilito dal Creatore.

Tuttavia, se da un lato la Torah (ovvero il Pentateuco) rigetta totalmente le storie leggendarie sui mostri marini, dall’altro è anche vero che questi stessi miti ricompaiono in altre sezioni della Bibbia ebraica,  dove le Scritture sembrano persino voler dare credito alle antiche credenze mesopotamiche e cananee:

Con la tua forza dividesti il mare e schiacciasti la testa dei mostri marini nelle acque. Frantumasti le teste del Leviathan e le desti in pasto al popolo del deserto (Salmi 74:13-14).

Risvegliati, risvegliati, rivestiti di forza, o braccio del Signore, risvegliati come nei giorni antichi, come nelle generazioni passate! Non sei tu che hai fatto a pezzi Rahab, che hai trafitto il dragone? Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero?  (Isaia 51:9-10).

In quel giorno il Signore punirà con la sua spada dura, grande e forte il Leviathan, il serpente guizzante, il Leviathan, il serpente tortuoso, e ucciderà il mostro che è nel mare (Isaia 27:1).

Come si spiega tutto ciò? I brani citati intendono forse trasmettere un’idea diversa sulla Creazione del mondo rispetto a quanto narrato dalla Genesi?
È bene partire ancora una volta da quanto afferma Umberto Cassuto a questo proposito:

“I profeti e i poeti biblici, abituati a rivestire i propri concetti in un abito poetico e a comunicarli attraverso similitudini, facendo uso degli strumenti comuni della poesia, non rinunciavano ad utilizzare ciò che si trovava facilmente nei poemi epici dell’epoca. Ma la Torah, che non è scritta in versi ma in prosa, e che impiega in genere un linguaggio semplice, in cui ogni parola è scelta scrupolosamente, è ben attenta a non introdurre alcun elemento che non sia in completo accordo con le sue dottrine” (U. Cassuto, Introduzione al Commentario al Libro della Genesi).

Se analizziamo attentamente i passi di Isaia e dei Salmi nel loro contesto, possiamo comprendere che in essi in realtà non si parla affatto della Creazione o di una vera lotta tra Dio e i mostri marini. Nel Salmo 74, il mare che viene diviso e il “popolo del deserto” (v. 14) sono elementi che alludono chiaramente al passaggio attraverso il Mar Rosso del popolo ebraico dopo l’uscita dall’Egitto. Il Leviathan e i mostri marini uccisi da Dio rappresentano quindi il Faraone e l’esercito egiziano che annegarono e furono sconfitti, come narra il Libro dell’Esodo. Ciò è in perfetto accordo con alcuni brani poetici di Ezechiele, in cui il Faraone è paragonato a un drago acquatico:

Ecco, io sono contro di te, Faraone, re d’Egitto, grande dragone, che giaci in mezzo ai tuoi fiumi (Ezechiele 29:3).

Innalza una lamentazione sul Faraone, re d’Egitto, e digli: […] Tu eri come un dragone nei mari e ti slanciavi nei tuoi fiumi (Ezechiele 32:2).

Gli autori biblici, come spiega Cassuto, sfruttano metafore e similitudini tratte dall’antica mitologia per descrivere la vittoria di Dio sui nemici di Israele. Ciò è evidente anche nei versi di Isaia che abbiamo citato: “…Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero? Così i riscattati del Signore torneranno, verranno a Sion con grida di gioia e un’allegrezza eterna coronerà il loro capo” (Isaia 51:9-11). Qui, come nel Salmo 74, il miracolo della salvezza degli Israeliti richiama poeticamente i miti sulla lotta tra le divinità del cielo e del mare, ma lo fa in un contesto di assoluto monoteismo.
In Isaia 27, invece, come mostra il contesto, l’uccisione del Leviathan rappresenta il giudizio di Dio contro “l’iniquità degli abitanti della terra” (Isaia 26:21). I terribili mostri mitologici diventano così soltanto immagini letterarie dietro cui si celano gli uomini malvagi.