“Sta succedendo, la Scrittura lo aveva profetizzato. […] Nissan è il mese della Redenzione e noi ci siamo proprio ora, sta avvenendo molto rapidamente”.
Con queste parole, pronunciate in un recente video, il famoso rabbino americano Tovia Singer ha espresso la sua ferma convinzione sull’imminente venuta del Messia.
Secondo Rabbi Singer, l’attuale guerra in Iran, insieme ai vari conflitti che hanno coinvolto Israele negli ultimi due anni e mezzo, rappresenterebbe l’adempimento delle antiche promesse bibliche sulla Redenzione finale e l’avvento dell’era messianica.
La principale profezia che si starebbe avverando sotto i nostri occhi sarebbe quella della “guerra di Gog e Magog” (Ezechiele 38-39), che descrive un futuro in cui il popolo ebraico sarà attaccato da molte nazioni, le quali cadranno però sconfitte da Dio.
Ad attribuire un forte significato messianico al conflitto in corso sono stati anche altre altri rabbini sul web, facendo riferimento non solo alla Bibbia, ma anche ad altre fonti ebraiche, come un Midrash escatologico in cui si parla del “Re di Persia”.
Oggi vogliamo provare ad analizzare in maniera obiettiva queste audaci affermazioni, chiedendoci se davvero i drammatici eventi che stanno sconvolgendo il Medio Oriente abbiano qualche attinenza con le antiche predizioni sui “tempi della fine”.
Ezechiele 38-39 e la guerra in Iran
Verrai contro il mio popolo Israele, come una nube per coprire la terra. Alla fine dei giorni io ti manderò sulla mia terra affinché le nazioni mi conoscano quando per mezzo tuo, o Gog, manifesterò la mia santità davanti ai loro occhi (Ezechiele 38:16-17).
Della profezia di Ezechiele su Gog e Magog ci siamo già occupati in un nostro articolo intitolato “Oracoli sulla fine dei giorni“.
Questa volta torneremo ad affrontare l’argomento concentrandoci sulla possibile connessione fra tale il brano e le vicende attuali che coinvolgono lo Stato d’Israele e l’Iran.
In questi due capitoli, Ezechiele preannuncia che il popolo ebraico, dopo aver fatto ritorno nella sua terra, subirà un attacco da parte di molte nazioni agguerrite, guidate dal misterioso re Gog.
All’interno di questa coalizione ostile, insieme a popoli bellicosi del nord (Magog, Gomer), regni africani (Kush, Put) e altre nazioni non ben identificabili, compare anche la Persia (Iran), un elemento su cui insiste molto chi ritiene che la profezia sia in corso di adempimento.
Gli invasori, secondo Ezechiele, attaccheranno la terra santa “come una nube” (38:9), scagliandosi contro gente pacifica che vive al sicuro (38:11), ma saranno annientati grazie a un intervento di Dio.
La sconfitta dei nemici avverrà attraverso catastrofi come fuoco dal cielo (39:6), terremoti (38:19-20) e una sorta di panico che spingerà gli alleati a colpirsi tra loro (38:21).
Rabbi Singer sostiene che in questi capitoli si possa riconoscere senza difficoltà una predizione dell’attuale conflitto tra Israele e la coalizione composta dall’Iran e dalle varie milizie islamiche che circondano lo Stato ebraico. E la prova principale, secondo lo stesso video, sarebbe questa:
“Abbiamo un appuntamento con il destino. Gli oracoli che Ezechiele ha pronunciato, ad esempio, Ezechiele 38 e 39, erano controintuitivi a quel tempo: la Persia non era un problema per gli Ebrei. È davvero chiaro che questa è una parola di Dio, perché non è qualcosa che qualcuno avrebbe mai potuto intuire”.
Qui Tovia Singer ha davvero centrato il punto, traendo però conclusioni a nostro parere sbagliate: il fatto che Ezechiele includa la Persia tra i nemici, una nazione che a quel tempo non costituiva una minaccia per gli Israeliti, è in effetti sorprendente. Ma è proprio questo l’intento del profeta.
Ezechiele vuole infatti presentare un quadro improbabile, molto difficile da concepire: non solo la Persia in realtà, ma tutte le nazioni elencate non hanno mai rappresentato una minaccia per Israele in epoca biblica.
In altre parole, sembra che il profeta abbia scelto questi popoli esattamente perché non erano nemici d’Israele, ed erano anzi regni remoti, genti pressoché sconosciute con cui gli Israeliti non avevano contatti reali.
La Persia, Magog, Kush, ma anche i mercanti di Tarshish menzionati nel brano, sono tutte nazioni che, dalla prospettiva degli antichi Israeliti, erano situate “ai confini del mondo“, in regioni lontanissime e talvolta leggendarie.
Parlando dei Persiani, l’oracolo non vuole alludere all’odierna Repubblica islamica dell’Iran, ma richiamare alla mente le culture più distanti e sconosciute.
(La situazione cominciò a cambiare già pochi decenni dopo, quando l’impero persiano si affermò come grande potenza, con l’ascesa di Ciro di Persia che divenne il liberatore degli Ebrei).
Come abbiamo già suggerito nel nostro articolo sul tema, lo scopo di Ezechiele non è quindi di puntare il dito contro nazioni specifiche, descrivendo eventi precisi in maniera letterale, ma di tracciare un orizzonte universale attraverso un linguaggio che riflette i timori e le speranze dei contemporanei.
Il profeta non vuole svelare l’identità di nemici futuri, ma affermare che la prosperità di Israele, dopo il ritorno in patria, sarà tale da attirare persino le brame dei regni più oscuri e remoti, saccheggiatori e conquistatori che proveranno a trarre vantaggio dalle benedizioni ottenute dagli Israeliti scampati all’esilio.
La disfatta provvidenziale di questi invasori ha in definitiva lo scopo di diffondere il messaggio della gloria del Creatore il più possibile, fino ai confini della terra. Ciò al fine di restaurare l’onore del nome di Dio, che era stato a lungo infangato a causa della miseria in cui erano sprofondati gli Ebrei nel periodo buio della loro dispersione (vedi Ezechiele 36:20).
Il fatto che nel testo si parli proprio della Persia ci dice insomma ben poco sulla rilevanza attuale della profezia. Ciò su cui bisogna concentrarsi è invece il messaggio del brano nel suo contesto, ossia la grande Redenzione che sconvolge i piani dei malvagi ed esalta la gloria divina fra tutta l’umanità:
Io mostrerò la mia potenza e la mia santità e mi rivelerò davanti a nazioni numerose, e tutti sapranno che io sono HaShem (38:23).
Focalizzarsi su dettagli isolati per proporre corrispondenze con la realtà geopolitica del presente non ci aiuta dunque a comprendere il testo biblico, e rischia anzi di allontanarci dal suo senso complessivo, che è altamente poetico e solenne.
“Il re di Persia distruggerà il mondo”
Forse persino più suggestivo se accostato alla realtà di oggi è un altro brano messianico, questa volta non tratto dalla Bibbia ma dal Midrash (Yalkut Shimoni, Yeshayah 60):
“Rabbi Yitzchak disse: Nell’anno in cui si manifesterà il Re Messia, tutti i re delle nazioni del mondo si accuseranno a vicenda. Il re di Persia accuserà un re arabo, e il re arabo andrà da Edom per chiedere consiglio. Allora il re di Persia ritornerà e distruggerà il mondo intero.
E tutte le nazioni del mondo saranno sconvolte, impaurite, cadranno con la faccia a terra e saranno prese da un dolore simile alle doglie del parto. E Israele si turberà e sarà spaventato e dirà: «Dove potremo andare? Dove potremo andare?»
E [Dio] dirà loro: «Figli miei, non temete! Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per voi. Perché avete paura? Non temete! È giunto il tempo della vostra Redenzione»”.
Il re di Persia è qui presentato come un terribile avversario di Israele e di altri popoli, capace addirittura di “distruggere il mondo”, espressione che oggi richiama la potenza delle armi atomiche.
Edom (o in alternativa Aram), nel linguaggio rabbinico, è il “nome in codice” di Roma e, per estensione, del mondo romano poi divenuto cristiano, quello che oggi è generalmente inteso come l’Occidente, compresi gli Stati Uniti.
Alla luce di ciò, Yoseph Janowski scrive su Times of Israel:
“Nella recente guerra con l’Iran, un re persiano […] ha lanciato missili e droni contro i paesi arabi del Golfo. L’Arabia Saudita e altri leader arabi si sono consultati freneticamente con gli Stati Uniti. Poi l’Iran ha annunciato la chiusura dello stretto, attraverso il quale transita gran parte delle petroliere mondiali. Ciò sta creando caos, minacciando di danneggiare gravemente l’economia mondiale. Le nazioni sono nel panico e sembrano non sapere cosa fare”.
Ma possiamo davvero affermare che in questo antico testo rabbinico venga predetta la guerra a cui stiamo assistendo oggi? Per noi la risposta è no.
Prima di affrettarsi a scorgere riferimenti alla realtà presente, infatti, è bene tenere conto del contesto storico in cui questo inquietante brano fu composto.
Il discorso sul re di Persia è attribuito nel Midrash a un certo “Rabbi Yitzchak“, da identificare verosimilmente con Rabbi Yitzchak bar Avdimi.
Nello stesso brano, vengono menzionati anche Rabbi Shimon ben Pazi e Rabbi Hoshaiah. Si tratta di maestri vissuti intorno al III secolo, l’epoca in cui l’impero romano era impegnato in una serie di scontri e campagne militari contro il temuto impero persiano, governato a quel tempo dalla dinastia sasanide.
Il Midrash potrebbe persino fare riferimento a fatti storici precisi: nel 244, l’imperatore Filippo, detto “L’Arabo”, dopo essere stato costretto a sottoscrivere un trattato di pace con la Persia, si recò a Roma per consolidare il suo potere. Dopo pochi anni, però, i Persiani ripresero la guerra devastando la Mesopotamia e la Siria e arrivando persino, nel 260, a fare prigioniero l’imperatore Valeriano.
Questi avvenimenti traumatici e sconvolgenti, quasi una “distruzione del mondo” dal punto di vista dei contemporanei, potrebbero essere stati intesi da alcuni rabbini come segni di un potenziale avvento dell’era messianica.
Bisogna ricordare in proposito che i Midrashim non contengono oracoli o profezie, bensì interpretazioni rabbiniche raccolte nel corso di secoli di studio e di dibattiti sulla Torah. Trattare simili opere come se fossero messaggi in codice su un futuro lontanissimo significa quindi snaturarle e travisarle.
In generale, è sicuramente legittimo e corretto che il mondo religioso ricerchi nei suoi libri sacri una “chiave di lettura” per comprendere i grandi eventi del presente, traendo insegnamenti dalla storia umana e riscoprendo la rilevanza di antiche rivelazioni.
Nel fare ciò occorre tuttavia mantenere la giusta prudenza, evitando dichiarazioni trionfalistiche e rispettando il senso originario di brani che, proprio in quanto sacri, non andrebbero letti con superficialità, ma colti nella loro eterna ricchezza.