Non cuocere il capretto nel latte della madre. Perché no?

Uno dei comandamenti della Torah dalla formulazione più curiosa è quello che recita “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre” (in ebraico Lo tevashèl ghedì bachalèv immò).

Troviamo questa particolare frase tre volte nella Bibbia: due in Esodo (23:19; 34:26) e una in Deuteronomio (14:21). Ma cosa significa?

Le fonti rabbiniche, a cominciare da quelle più antiche (Targum Pseudo Yonatan e Onkelos), interpretano il precetto in modo più ampio e meno letterale, come il divieto di cuocere e di mangiare carne e latte insieme.

Nel suo commento a Esoso 23:19, Ibn Ezra scrive che l’intento della Torah era di proibire letteralmente solo di cuocere il capretto nel latte di sua madre; tuttavia gli antichi saggi, mossi da giusto zelo, estesero il precetto alla carne e al latte in generale.

In seguito, allo scopo di salvaguardare l’osservanza del divieto, i rabbini hanno istituito una serie di norme volte a renderne più difficile la violazione (come la separazione completa tra carne e latticini, l’uso di stoviglie distinte e l’obbligo di attendere alcune ore tra il consumo dei due alimenti).

Al di là della sua applicazione pratica, possiamo però chiederci: perché il comandamento è espresso in questo modo singolare? E quale sarebbe il motivo di un simile divieto?

C’è poi un’altra questione che richiede di essere chiarita, e riguarda il contesto in cui la frase in questione compare. Per due volte, la proibizione del capretto nel latte è inserita all’interno delle leggi relative alle tre feste di pellegrinaggio, quando il popolo era chiamato a presentarsi al Santuario con offerte sacrificali.

Durante queste festività, dice il Libro dell’Esodo (cap. 23 e 34), non si potrà aggiungere alcun lievito ai sacrifici, bisognerà offrire le primizie dei prodotti della terra, e inoltre non si dovrà cuocere il capretto nel latte della madre.

Se tale precetto è una norma alimentare valida in ogni tempo, come sostiene l’Ebraismo, perché allora la Torah lo colloca proprio nel contesto dei riti del pellegrinaggio?

Il senso del comandamento

Maimonide, in linea con il suo pensiero razionalista, suggerisce che questo precetto, come molti altri, abbia lo scopo di contrastare l’idolatria e distanziare gli Israeliti da antiche usanze pagane:

“Riguardo la proibizione di nutrirsi di carne e latte, io ritengo non sia improbabile che — oltre a trattarsi di un cibo molto pesante e difficile da digerire — essa abbia a che fare con l’idolatria. Forse un nutrimento simile veniva consumato [dai pagani] durante una delle loro cerimonie di culto o delle loro feste” (Guida dei Perplessi, 3:48).

Alcuni, tra cui il grande ebraista Umberto Cassuto, hanno visto una conferma dell’ipotesi di Maimonide all’interno del “Poema degli dei graziosi e belli”, un testo ugaritico scoperto nel secolo scorso.

Qui si trova infatti una frase che potrebbe essere letta come “cuoci il capretto nel latte”, seppure oggi molti studiosi contestino questa lettura.

Un’altra interpretazione sostiene che, a prescindere dalle possibili usanze idolatriche, la proibizione biblica riguardi la crudeltà, come spiega Rashbam commentando Esodo 23:19:

“È qualcosa di sgradevole, ripugnante, nonché un atto rapace, quello di consumare il latte materno insieme al piccolo animale che quel latte era destinato a nutrire. […] La Torah insegna un principio di cultura elementare: il rispetto per la vita”.

Più conciso è Rabbenu Bachya (in loco): “Il significato semplice del precetto sta nel fatto che cuocere un capretto nel latte può sopprimere la compassione del cuore”.

Questi commentatori attribuiscono quindi al divieto una dimensione non puramente rituale e religiosa, ma soprattutto etica.

La vita e la morte

“Non cuocere il capretto nel latte” suona come una frase curiosa, ma in realtà non si tratta di un caso unico all’interno della Torah.

L’idea di impedire la fusione tra i due opposti per eccellenza, la vita e la morte, sembra essere alla base di altri comandamenti simili:

  1. Il divieto di sacrificare un animale quando si trova ancora “sotto la madre”, cioè nella sua prima settimana di vita (Levitico 22:27);
  2. Il divieto di scannare nello stesso giorno un animale e il suo piccolo (Levitico 22:28).
  3. Il divieto, in riferimento a un nido di uccelli, di “prendere la madre insieme ai piccoli” (Deut. 22:6-7);
  4. Il divieto di mangiare “la carne con la sua vita, il suo sangue” (Genesi 9:4).

Tutte queste leggi appaiono ispirate al medesimo principio: il rifiuto dell’idea che la forza vitale e la cura di un genitore per il sostentamento dei suoi figli diventino un’occasione di morte o di sfruttamento egoistico.

Secondo la concezione della Torah, è la vita a essere considerata sacra, non la morte. Infrangere il confine tra le due realtà sarebbe una dissacrazione, qualcosa a cui la legge biblica guarda con disgusto.

Il senso di questo e degli altri precetti analoghi andrebbe dunque ricercato prima di tutto nella protezione del valore divino della vita, non solo umana.

Da tale principio possono poi scaturire i due insegnamenti di cui si è parlato: la messa al bando della crudeltà (Rashbam) e il contrasto all’idolatria (Maimonide), dal momento che il culto della morte è da sempre alla base dei sistemi di fede più oscuri e oppressivi.

Esodo vs Deuteronomio

Come abbiamo anticipato, in due occasioni il Libro dell’Esodo pone il comandamento sul capretto tra le norme che ogni Israelita dovrà seguire quando si presenterà al Santuario durante le feste di pellegrinaggio.

Se questa legge comparisse solo nell’Esodo, sarebbe logico pensare che la Torah intenda proibire la mescolanza di carne e latte soltanto nel contesto dei riti sacrificali e delle festività, dunque si tratterebbe di un divieto limitato a un ambito specifico.

Ecco che arriva però il Deuteronomio, che include lo stesso precetto in un contesto che non riguarda più i sacrifici e il pellegrinaggio, bensì le norme alimentari:

Non mangerai nulla di abominevole. [...] Non mangerete alcuna carcassa: la darai al forestiero che è fra le tue porte ed egli la mangerà, o la venderai a uno straniero, perché tu sei un popolo consacrato ad HaShem, tuo Dio. Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre (Deut. 14:3-22).

A ben vedere, questa svolta non appare così sorprendente, poiché riflette la tipica tendenza del Deuteronomio ad ampliare e generalizzare determinate leggi che nei libri precedenti erano invece limitate alla sfera sacerdotale o al culto. Riportiamo alcuni esempi:

  • In Levitico 17, la macellazione e il consumo di carne sono consentiti solo nel caso di sacrifici da presentare al Tabernacolo. In Deut. 12, mangiare carne è concesso in qualsiasi luogo.
  • Levitico 19:27-28 vieta ai sacerdoti di deturparsi i capelli e la barba e di farsi incisioni nella pelle. In Deut. 14:1, la stessa proibizione è estesa a tutti gli Israeliti.
  • In più occasioni, il Deuteronomio afferma che le offerte e le decime presentate ai sacerdoti devono essere condivise anche con i poveri, gli stranieri e gli schiavi (12:12; 16:11), elemento assente dagli altri libri della Torah.

Come si vede, siamo davanti a un fenomeno ricorrente nel quinto Libro della Torah: quelle che in precedenza erano solo prerogative sacerdotali o norme legate al Santuario, sono estese qui alla nazione per abbracciare un ambito più ampio e “democratico”.

Un obbligo relativo ai sacrifici diviene così un precetto più generico. Questa evoluzione non è frutto del pensiero rabbinico, ma risale alla Bibbia stessa, nel passaggio dall’accampamento nel deserto intorno al Tabernacolo alla creazione di una nazione stabilitasi nella sua terra.

Il rispetto per la sacralità della vita e di chi la genera, che non può essere tramutato cinicamente in uno strumento di morte, diventa quindi nel Deuteronomio un principio che supera i confini del Tempio e abbraccia l’intera comunità.

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