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Ki Tetzè: La madre nel suo nido

Se, durante il tuo cammino, ti capiterà di trovare su un albero o per terra un nido di uccello con gli uccellini o con le uova e la madre che copre gli uccellini o le uova, non prenderai la madre con i piccoli; ma lascerai andare la madre e prenderai per te i piccoli, affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni (Deuteronomio 22:6-7).

Nella lunga lista di precetti presentata nella sezione centrale del Deuteronomio, fra le leggi sugli oggetti smarriti, sulla costruzione delle case e sulle mescolanze varie, spunta all’improvviso questa curiosa disposizione relativa ai nidi d’uccello. Si tratta di un precetto nuovo, introdotto qui per la prima volta, al cui significato vale la pena dedicare una riflessione.

Per quale motivo la Torah comanda di “lasciar andare la madre e prendere i piccoli”? Molti commentatori si sono posti questa domanda, e hanno risposto affermando che tale precetto è un esempio di compassione nei confronti degli animali. In particolare, questo è ciò che sostiene Maimonide nella Guida dei Perplessi (III, 48):

“Per quanto riguarda il dolore, non c’è alcuna differenza reale tra quello degli uomini e quello degli animali, poiché l’amore e la compassione di una madre per i suoi figli non hanno una motivazione razionale, ma hanno a che fare solo con le emozioni e con gli istinti, i quali si trovano fra gli animali non meno che fra gli uomini”.

A ben vedere, però, la compassione non sembra essere il motivo dominante del precetto. Un commentatore contemporaneo, Rabbi Shlomo Riskin, nota infatti che mandare via la madre non è un esempio di compassione completa: se qui la Torah avesse voluto insegnarci solo a rispettare gli animali, avrebbe dovuto piuttosto proibire totalmente di disturbare gli uccelli nel nido. A questo proposito, Shlomo Riskin ritiene che lo scopo del precetto sia quello di trasmettere un ideale di sensibilità verso le sofferenze degli animali, ma che al contempo, poiché la Torah si occupa di regolare situazioni reali e concrete, la proibizione di non prendere la madre assieme ai piccoli giunga come un compromesso, una limitazione al carattere ingordo e famelico degli uomini.

A offrire un’interpretazione particolarmente illuminante è Rabbi David Fohrman, il quale chiarisce anche il motivo per cui, a questo precetto, la Bibbia associ la promessa di una lunga vita (Deut. 22:7).

Bisogna innanzitutto notare che il testo ebraico, tradotto letteralmente, non dice di “non prendere la madre assieme ai figli”, bensì, più precisamente, di “non prendere la madre sui figli”.

Cosa potrebbe mai spingere qualcuno ad appropriarsi anche dell’uccello adulto, quando sarebbe molto più semplice scacciarlo e afferrare le uova o i piccoli incapaci di volare? La risposta emerge dall’immagine della madre che si trova “sui figli”, cioè che li ricopre per proteggerli dai pericoli esterni. Verosimilmente, chi uccide la madre lo fa dunque per arrivare ai figli che essa difende fino alla morte.

La condanna della Torah si abbatte quindi contro coloro che oltraggiano l’istinto materno per soddisfare i propri bisogni. Trasformare l’impulso protettivo della madre nella causa della sua morte è considerato un atto di dissacrazione. Si tratta di un insegnamento simile a quello che si cela dietro il famoso precetto che recita: “Non cuocere il capretto nel latte della madre” (Esodo 23:19; 24:26; Deut. 14:21). La Torah non ammette che una fonte di vita diventi uno strumento di morte, e questo principio, in quanto universale nel senso più pieno, vale anche nel rapporto tra gli esseri umani e gli animali. Al popolo d’Israele, nazione consacrata, non è lecito mescolare insieme la carne con il latte che le dà vita e sostentamento, né uccidere un uccello mentre è nell’atto di proteggere i suoi piccoli.

A fornirci una conferma di questa interpretazione è la già citata frase che chiude il brano: “affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni”(Deut. 22:7). Come spiega Rabbi Fohrman, esiste solo un altro precetto a cui la Bibbia associa la ricompensa di una lunga vita, e si tratta di uno dei Dieci Comandamenti:

Onora il padre e la madre affinché si prolunghino i tuoi giorni nella terra che Hashem, il tuo Dio, ti darà (Esodo 20:12).

A legare insieme queste due leggi, in apparenza così diverse, è il rispetto dovuto ai genitori, un rispetto che nasce dalla vita e che genera la vita.

Sheminì: Il cibo secondo la Torah

Nell’articolo “Lo Shabbat, il Santuario e lo scopo della Creazione“, abbiamo già parlato del profondo legame che la Torah instaura tra la Creazione del mondo e la costruzione del Tabernacolo. Se l’universo è il luogo che Dio ha stabilito per le Sue creature, il Santuario è la sua esatta controparte, ovvero il luogo che gli uomini devono edificare per far risiedere la Presenza del loro Creatore. Il testo biblico, come abbiamo visto, pone in evidenza la relazione tra il cosmo e il Tabernacolo attraverso un parallelismo linguistico ben individuabile.
Il Libro del Levitico riprende questo legame e continua a svilupparlo ulteriormente.

Dopo la Creazione originaria, secondo il racconto della Genesi, le prime norme trasmesse all’umanità riguardano l’alimentazione:
“E Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo»” (Genesi 1:29).
La stessa cosa avviene al termine della seconda creazione, in seguito al Diluvio universale, questa volta con la concessione di mangiare carne, a condizione che si rispetti la sacralità della vita degli animali:
“Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come ogni erba verde. Ma non mangerete la carne con la sua vita, con il suo sangue” (Genesi 9:4).
L’intento sembra essere quello di disciplinare i bisogni primari dell’uomo per sottomettere le semplici esigenze naturali ad un principio etico. Non bisogna dunque stupirsi nel constare che, dopo la costruzione del Santuario (presentato come il completamento della Creazione), la Torah pone  ancora una volta al primo posto le leggi sull’alimentazione. Nel brano che segue immediatamente il racconto della consacrazione del Tabernacolo, non a caso, si legge:
“Hashem disse a Moshè e ad Aaron: «Riferite agli Israeliti: Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra» (Levitico 11:1).

Viene introdotta così la complessa lista di prescrizioni per distinguere gli animali permessi (kasher) da quelli proibiti (taref) al popolo d’Israele. Nechama Leibowitz mette a confronto le restrizioni alimentari della Torah con quelle note alle altre popolazioni del mondo antico. Mentre molte culture tendono a disprezzare o a demonizzare gli animali di cui è vietato cibarsi, nessuna discriminazione di questo tipo è accolta dall’Ebraismo. Nella Torah, gli animali proibiti non sono creature malefiche o maledette; la distinzione riguarda infatti soltanto l’ambito dell’alimentazione umana.

Chayot

Alcuni animali non kasher

La Kasherut, cioè l’insieme delle regole alimentari ebraiche, è da sempre oggetto di ampie riflessioni da parte di molti rabbini, studiosi e commentatori, che hanno cercato di comprendere le ragioni alla base dell’istituzione di tali norme tanto dettagliate. Per quale motivo alcuni animali non sono ammessi nella dieta degli Israeliti? La Bibbia non lo spiega e non fornisce indicazioni esplicite, eccetto una generica esortazione alla santità (che in ebraico significa «separazione»).
Pur ammettendo che la Kasherut vada osservata solo in quanto comandata da Dio, a prescindere dai suoi significati, il variegato mondo dell’Ebraismo ha proposto nel corso dei secoli varie teorie a riguardo:

  • Secondo Maimonide e altri pensatori, le regole alimentari della Torah sono motivate da ragioni igienico-sanitarie. Molluschi, insetti, vermi e crostacei sono animali spesso associati a varie malattie ed infezioni. Eliminare il grasso e il sangue (come prescrive la Torah in Levitico 7:22-26) porta notevoli benefici alla salute. Per quanto riguarda il maiale, Maimonide asserisce che esso è proibito in quanto animale che ama la sporcizia, e il cui allevamento comprometterebbe le condizioni di igiene. Anche le regole di macellazione e preparazione dei cibi, essendo molto scrupolose ed avanzate, rappresentano una garanzia di salubrità degli alimenti kasher. È chiaro però che questa linea di pensiero, per quanto affascinante, non permette di spiegare tutte le norme alimentari bibliche, e sono perciò molti a considerarla tutt’altro che soddisfacente, nonché riduttiva.
  • Secondo Abravanel e le correnti ebraiche orientate verso la mistica, la motivazione deve essere ricercata nel mondo spirituale, in accordo con la concezione secondo cui tutto ciò che accade nella realtà fisica ha una correlazione con le forze mistiche e trascendenti. La Kabbalah insegna infatti che un’alimentazione non conforme alle regole ebraiche ostacola le potenzialità dell’anima, mentre l’aderenza alla Kasherut porta alla santificazione della materia.
  • Altri ritengono che, indipendentemente da eventuali benefici salutari o spirituali, le norme dietetiche siano volte soprattutto a creare una distinzione tra il popolo ebraico e le nazioni pagane, e ad insegnare agli Israeliti una forma di autocontrollo e di continenza nel soddisfacimento dei bisogni fisici elementari. Ciò tuttavia non spiega per quale motivo ad essere proibite siano proprio determinate specie e non altre.
  • Nachmanide pone l’attenzione sul fatto che i mammiferi e i volatili permessi dalla Torah sono tutti generalmente mansueti, mentre tra quelli proibiti troviamo soprattutto predatori, carnivori e rapaci. Secondo Nachmanide, dal momento che il cibo che ingeriamo diviene parte di noi, la Torah comanda di non assumere i comportamenti aggressivi degli animali proibiti.

Merita inoltre attenzione il fatto che tra gli animali non kasher troviamo le specie più sensibili e dalle facoltà intellettive più sviluppate, come canidi, felini, roditori e anche suini.

Nell’ambito del dibattito sulla macellazione rituale ebraica, alcuni studiosi hanno messo in luce persino una distinzione sul piano dell’anatomia del sistema nervoso e circolatorio tra gli animali permessi e proibiti:
“Negli animali la cui consumazione è permessa dalla Legge ebraica, ossia nei ruminanti con lo zoccolo fesso, le arterie vertebrali appaiono meno sviluppate e non raggiungono la Rete Mirabile. In altri termini, esse si drenano nella carotide. […] Diversamente, negli animali la cui consumazione è vietata dalla Torah, le arterie vertebrali rivestono una funzione essenziale nel flusso del sangue al cervello. Il cavallo, il cane, il maiale e l’essere umano presentano una struttura arteriale molto simile. […] Ciò significa che in questi animali la perdita di coscienza al momento della shechittà (macellazione rituale) richiede più tempo che in quelli kashèr, rischiando di causare loro dolore” (Dott. Norberto Netanya Klein; vedi Zamir Cohen, La Grande Svolta, Mamash).

Qualunque sia il significato più autentico da attribuire alla Kasherut, è certo che essa ha da sempre caratterizzato l’identità ebraica in maniera determinante. Dunque quale valore può avere questo complesso sistema di regole al di fuori del popolo d’Israele?
Se da un lato la Torah impone all’intera umanità solo una norma basilare nell’approccio con il cibo e con il mondo animale (il precetto noachide noto come “Ever Min HaChai“), dall’altro è anche vero che la società moderna sta sviluppando sempre maggiore coscienza nella necessità di un’etica che possa rendere l’alimentazione qualcosa di più di un semplice bisogno naturale.

Ever Min HaChai (Crudeltà verso gli animali)

ever min hachai

È consentito mangiare carne, a condizione che non ci si cibi di parti di un animale ancora in vita, o di un animale che è stato smembrato brutalmente. È inoltre proibito cibarsi del sangue e agire in modo crudele con gli animali.

Il tipo di alimentazione inizialmente prescritto all’umanità era, secondo la Torah, il vegetarianismo. Accanto alla concessione successiva di mangiare carne, appare tuttavia anche l’obbligo di rispettare dei principi etici basilari nel rapporto con gli animali.
Il Sefer haChinùkh spiega che lo scopo della proibizione di Ever Min Ha Chai (“organo di un animale vivo”) è quello di insegnare all’uomo la compassione verso le altre creature.
Il significato principale del precetto sembra però legato soprattutto al rispetto per la sacralità della vita. Smembrare un animale (o un essere umano) e bere il suo sangue sono infatti azioni che in una mentalità pagana primitiva possono essere associate al tentativo di impossessarsi dello spirito vitale della creatura uccisa. Oltre a condannare queste antiche pratiche selvagge, la proibizione di Ever Min HaChai può farci riflettere anche sugli atteggiamenti che l’uomo deve tenere in relazione al problema del maltrattamento degli animali.

Questo precetto basilare costituisce l’unica norma dietetica che la Torah impone all’intera umanità. Adottare almeno in parte le numerose regole alimentari ebraiche può tuttavia essere la maniera giusta per aumentare il grado di consapevolezza nel rapporto con il proprio cibo.

Origine biblica del precetto

La proibizione è chiaramente espressa in Genesi 9:4:
«Non mangerete la carne con la sua vita, con il suo sangue».

In aggiunta, la Torah comanda agli Israeliti di non cibarsi della carne di un animale non macellato secondo il rito prescritto, ma di donarla al residente straniero (non-ebreo), o di venderla ad altri popoli (vedi Deuteronomio 14:21). Al contrario, la carne di un animale «sbranato nei campi» è proibita a chiunque, e deve essere lasciata ai cani (vedi Esodo 22:31).