Una riflessione di Rabbi Jonathan Sacks sulla proibizione biblica di disprezzare il popolo egiziano, nonostante la dura schiavitù subita dagli Israeliti a causa del Faraone.
Studi biblici relativi alla lettura settimanale della Torah.
Una riflessione di Rabbi Jonathan Sacks sulla proibizione biblica di disprezzare il popolo egiziano, nonostante la dura schiavitù subita dagli Israeliti a causa del Faraone.
In un mondo dominato da popolazioni sanguinarie che bramano conquiste, la Torah ha imposto alcune regole che meritano di essere studiate con la massima attenzione.
Il Libro di Devarim (“Parole”), più noto con il nome di Deuteronomio, che significa “Seconda Legge”, contiene gli ultimi discorsi che Mosè pronunciò davanti al popolo d’Israele prima di morire. Il discorso del grande condottiero presenta alcune evidenti discordanze con quanto era già stato narrato nei Libri di Esodo e Numeri. Come spiegare tali contraddizioni?
I taninim ghedolim, termine tradotto con «grandi mostri marini», «grandi rettili» o «grandi animali marini», sono l’unica specie di animali a cui il racconto biblico della Creazione dedica un riferimento esplicito. Un confronto tra la Genesi e i miti cananei e mesopotamici può rivelarci qualcosa di davvero essenziale per la comprensione del racconto biblico.
In un mondo dove le leggi elevano l’uomo al di sopra della donna, nel contesto di un’antica società patriarcale, l’audace richiesta delle figlie di Tzelofechad presentata nel Libro dei Numeri può apparire come l’espressione di un desiderio di uguaglianza fra i sessi, con tremila anni di anticipo rispetto alla nascita del femminismo moderno. Ma è davvero così?
La Parashah che leggiamo questa settimana (Numeri 22:2-25:9) ci pone davanti a qualcosa di a dir poco insolito e sorprendente: un asino che parla. Siamo davanti a una fiaba popolare, oppure il racconto ha un significato profondo?