Il figlio deviato e ribelle

Cosa c’è di più innaturale, terribile e mostruoso di un genitore che uccide il proprio figlio? Un tale crimine appare inconcepibile ed estraneo a qualsiasi etica, forse ancor più quando viene compiuto per motivi religiosi o ideologici, cioè nel caso in cui il figlio rifiuti di conformarsi ai valori imposti dalla cultura dei genitori.

Eppure, simili atti appartengono alla realtà e non alla fantasia, e non riguardano solo epoche remote, come la cronaca talvolta ci ricorda. Proprio per questo motivo, ciò che la Bibbia afferma nel brano del Ben sorèr uMorèh (“il figlio deviato e ribelle”) risulta particolarmente doloroso da apprendere.

Se un uomo avrà un figlio deviato e ribelle, che non ascolta la voce di suo padre e la voce di sua madre, e quando essi lo disciplineranno egli non li ascolterà, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno agli anziani della sua città e alle porte del suo luogo, e diranno agli anziani della città: «Questo nostro figlio è deviato e ribelle, non ascolta la nostra voce, è uno sfrenato e un bevitore». E tutti gli uomini della città lo lapideranno con le pietre ed egli morirà. Ed estirperai il male in mezzo a te e tutto Israele ascolterà e avrà timore (Deuteronomio 21:18-21).

Come si può non provare orrore leggendo questi versi? I Maestri del Talmud, dal canto loro, ci rassicurano con un’affermazione a dir poco radicale: “Il figlio deviato e ribelle non è mai esistito e non esisterà mai in futuro. Per quale motivo allora [questo brano] è stato scritto [nella Torah]? Affinché tu possa studiarlo e ottenerne un merito” (Sanhedrin 71a).

Proprio partendo dalla visione rabbinica tradizionale vogliamo apprestarci ora a riflettere sul significato di questo antico precetto e sulla sua rilevanza nella società dell’epoca biblica.

Il punto di vista dell’Ebraismo

Come abbiamo appena visto, la tradizione rabbinica attribuisce a questa legge un valore puramente teorico, intendendo che essa sia volta a evidenziare la gravità del comportamento dei figli corrotti, non potendo però mai essere realisticamente messa in pratica alla lettera. Gli stessi Maestri si sono del resto impegnati per rendere tale legge di fatto inapplicabile, espandendola con requisiti tanto stringenti da sfociare nell’assurdo.

Innanzitutto, il Talmud sostiene che la legge in questione non possa riferirsi a un bambino (che è per definizione esente da ogni pena per la mancata osservanza dei precetti), né a un adulto (che non è più soggetto all’autorità dei genitori). Solo nel brevissimo periodo di tre mesi che nell’Ebraismo segna la transizione tra la pubertà e l’inizio della maturità religiosa, dunque, il precetto potrebbe essere rilevante.

In base alla legislazione rabbinica, il figlio ribelle non può essere condannato senza un preavvertimento ufficiale, né può essere condotto in tribunale contro il proprio volere. Per incorrere nella pena, è necessario poi che il figlio abbia consumato una quantità considerevole e ben definita di carne e vino, avendo rubato denaro ai suoi genitori per procurarsi tali vivande.

Il figlio non può inoltre essere messo a morte se i suoi genitori sono disabili, né se il padre o la madre non sono assolutamente concordi nell’accusarlo. Rabbi Yehudah arriva addirittura ad affermare: “Se sua madre non è uguale a suo padre nella voce, nell’aspetto e nella statura, egli non è considerato un figlio deviato e ribelle. Per quale ragione? Il verso dichiara: ‘Egli non ascolta la nostra voce’ (Deut. 21:20). E se la loro voce è la stessa, devono esserlo anche l’aspetto e la statura” (Sanhedrin 71a).

Cosa ha condotto i Saggi d’Israele a ridurre l’applicabilità di questa legge fino a tal punto? È stato forse il semplice desiderio di abolire un precetto che appariva già ai loro occhi come barbaro e inumano? Torneremo su questi interrogativi dopo che avremo analizzato la legge del figlio ribelle alla luce del suo significato originario.

Il contesto storico

Per giungere a una vera comprensione dei precetti della Torah, è spesso essenziale tenere conto del contesto storico e culturale in cui essi furono formulati originariamente, piuttosto che esaminarli dalla prospettiva della nostra sensibilità moderna così distante dall’universo biblico.

Lo sapeva bene Maimonide, che nella sua Guida dei Perplessi attinge ampiamente a fonti non ebraiche che egli riteneva riportassero informazioni attendibili sui riti e le usanze degli antichi popoli idolatri, nella convinzione che conoscere tali pratiche significasse capire meglio lo scopo delle leggi bibliche volte a sradicare l’idolatria.

Nel Vicino Oriente antico, la società patriarcale concedeva al capofamiglia un’autorità immensa. All’interno di ogni clan o nucleo familiare, i figli erano considerati proprietà del padre, il quale poteva spesso disporne a suo piacimento. Benché tra i codici di leggi precedenti alla Torah finora scoperti non si trovi una norma che contempli un caso di “figlio ribelle” assimilabile a quello del Deuteronomio, un paragone pertinente può essere tratto dalla legge romana sulla Patria potestas. Nella progredita Roma repubblicana, almeno nelle famiglie dei patrizi, era infatti ancora lecito per un padre togliere la vita al proprio figlio, esercitando il cosiddetto Ius vitae necisque (diritto di vita e di morte).

Rispetto a una concezione patriarcale tanto radicata nel mondo antico, la Torah introduce tre innovazioni:

  • Il testo biblico non chiama in causa solo il padre: la legge coinvolge ugualmente entrambi i genitori in modo esplicito.
  • I genitori non possono uccidere liberamente il proprio figlio ribelle; devono invece condurlo in tribunale, al cospetto dell’intera comunità, ponendo così la questione nelle mani delle istituzioni locali. Questo requisito, come scrive il Prof. Michael Avioz, “implica che il figlio è un essere umano indipendente del quale non si può disporre in privato”.
  • La condotta immorale del figlio ribelle, segnata da quelle che oggi chiameremmo “dipendenze”, è considerata dannosa per la società nella sua interezza (“Ed estirperai il male in mezzo a te…”).

Vogliamo a questo punto riportare una riflessione dello studioso Barry L. Eichler sull’argomento:

“Quando gli Israeliti udirono questa legge, erano consci della natura assoluta dell’autorità patriarcale nella loro epoca. Considerando il contesto del Vicino Oriente di cui anche noi siamo ora consapevoli, alcuni aspetti di questa legge ora appaiono molto più chiari. Il problema della disobbedienza dei figli non è più una questione privata della famiglia in cui il padre poteva disporre di un’autorità assoluta. La partecipazione della madre entra in gioco, così come il ruolo pubblico ricoperto dagli anziani della comunità, nel limitare l’autorità paterna. Solo gli uomini della comunità hanno il diritto di giustiziare il figlio dopo la delibera degli anziani. In questa luce, lo scopo fondamentale della Torah è di proteggere il figlio dall’arbitrio assoluto e capriccioso del padre, pur cercando al contempo di rafforzare l’autorità genitoriale scoraggiando l’insubordinazione dei figli, che minaccia la stabilità sociale e la trasmissione dei suoi valori” (B. L. Eichler, “כי תצא: Enhancing our Appreciation of Torah: The Law of the Wayward and Defiant Son).

A confermare questa lettura è la collocazione della legge sui figli ribelli all’interno del Deuteronomio: essa si trova subito dopo la legge sulla primogenitura (21:15-17), che proibisce a un uomo di scegliere liberamente chi tra i propri figli sia riconosciuto come il primogenito (generando così forti rivalità nella famiglia), obbligandolo a rispettare l’ordine di nascita. Si tratta quindi di un altro limite posto all’autorità patriarcale nel contesto delle dinamiche familiari.

“Il figlio ribelle non è mai esistito”

Possiamo a questo punto tornare all’affermazione rabbinica secondo cui la legge sui figli ribelli riguarda il mondo degli insegnamenti teorici e non quello della pratica giuridica. Anche in questo caso, il contesto storico può rivelarci qualcosa di sorprendente.

L’idea di una “legge teorica“, di fatto mai applicabile, è estranea alla nostra concezione moderna di diritto, ma non a quella del Vicino Oriente antico, che ammetteva invece un divario tra i principi ideali generali (o “linee guida”) messi per iscritto negli antichi codici di leggi, e l’applicazione concreta della giustizia, che prendeva in considerazione gli aspetti più concreti e le circostanze particolari. Citando un articolo del Prof. Joshua Berman, possiamo dire che “Raccolte [di leggi] come il Codice di Hammurabi rappresentavano un modello di giustizia volto a fornire ispirazione; dei trattati con esempi sull’esercizio del potere giuridico”.

L’interpretazione talmudica, con i suoi tanti requisiti, può essere intesa allora come una trasposizione della legge biblica dal piano ideale o teorico a quello pratico; in questo senso andrebbero perciò comprese le limitazioni imposte dai Maestri, come quella secondo cui i genitori che accusano il figlio non possono essere disabili né in disaccordo tra loro. Eichler spiega:

“Queste limitazioni [imposte dal Talmud] introducono degli aspetti sociali relativi all’ambiente familiare del figlio che potrebbero aver condotto alla sua ribellione o alla mancanza di riverenza nei confronti dei genitori. La discordia tra i genitori, come anche gravi disturbi fisici e mentali, sono visti dalla Legge Orale come circostanze attenuanti che potrebbero aver portato il figlio ad assumere atteggiamenti sovversivi non basati unicamente sulle sue tendenze”.

Che dire poi dell’assurda pretesa secondo cui, per poter accusare il figlio, i genitori dovrebbero avere la stessa voce, lo stesso aspetto fisico e la stessa statura? È ragionevole pensare che, almeno in questo caso, i Maestri abbiano portato la discussione giuridica sul piano della metafora, quasi a dire che gli unici genitori in grado di ergersi a giudici del proprio figlio siano dei genitori perfetti, dotati cioè di una perfezione irrealistica mai davvero raggiungibile, come sostiene Rabbi Yosef Yitzchak Jacobson:

“Solo se le voci che risuonano nella vita del figlio sono state unificate da genitori che condividono un identico sistema di valori; solo se questo figlio può osservare un padre e una madre le cui stature spirituali sono simili; solo se il figlio ha visto entrambi i suoi genitori proiettare su di lui una visione simile di sé stessi, solo in tal caso possiamo forse concludere che questo figlio, che ha dimostrato inclinazioni terribili e distruttive, si stia trasformando in un mostro. Il suo futuro potrebbe essere senza speranze”.

5 commenti

  1. “Il figlio ribelle non è mai esistito”… Ecco un esempio di come il Talmud addolcisce certi versi amari della Torah.
    La Torah fu scritta nel sesto secolo a.C., cioè in un’poca molto antica, quando Roma era solo un villaggio sul Tevere e la sua storia mista a leggenda; il Talmud, invece, sorse in epoca imperiale, quando ormai, dopo le tre guerre giudaiche, tutta la Palestina era ridotta a essere una colonia romana e i giudei superstiti erano dispersi in piccole comunità sparse nell’impero.
    A causa della diaspora, i rabbini talmudici, costretti a confrontarsi con concetti morali che dopo circa mille anni dalla stesura della Torah si erano notevolmente evoluti nell’area mediterranea, dovettero iniettare grandi quantità di miele nelle norme mosaiche, sostituendo la loro interpretazione dolcificata alla crudezza arcaica di dette norme.
    Non stupisce, quindi, che riguardo alla legge contenuta nei citati versi di Deuteronomio 21:18-21, i Maestri affermino sia una legge che tratta qualcosa… d’inesistente (!!!), con ciò offendendo il legislatore che l’ha dettata, vale a dire HaShem.
    Al contrario, tale legislatore è del tutto concreto e coerente in tutti i suoi codici: la norma in questione è tutt’altro che isolata e campata in aria, ma è suffragata da altre disposizioni simili, il cui scopo era di garantire l’autorità patriarcale:

    “Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte.” Esodo 21:15.

    “Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte.” Esodo 21:17.

    “Chiunque maltratta suo padre o sua madre dovrà essere messo a morte; ha maltrattato suo padre o sua madre: il suo sangue ricadrà su di lui.” Lv 20:9.

    La Torah parla spesso di doveri legali e morali dei figli nei riguardi dei genitori, mai, però, di responsabilità dei genitori verso i figli. Questi ultimi sono in tutto loro proprietà, tanto che possono venderli oppure donarli per un voto ai sacerdoti. Nel secondo caso il valore dei figli donati è perfino monetizzato in Levitico 27:5-6: “Dai cinque ai venti anni, la tua stima sarà di venti sicli per un maschio e di dieci sicli per una femmina; da un mese a cinque anni, la tua stima sarà di cinque sicli d’argento per un maschio e di tre sicli d’argento per una femmina.”

    Oltre che venderli come schiavi, all’occorrenza i genitori erano legittimati a nutrirsene e di far valere tale diritto presso il giudice supremo, cioè il re:
    “Il re aggiunse: «Che hai?». Quella rispose: «Questa donna mi ha detto: Dammi tuo figlio; mangiamocelo oggi. Mio figlio ce lo mangeremo domani. Abbiamo cotto mio figlio e ce lo siamo mangiato. Il giorno dopo io le ho detto: Dammi tuo figlio; mangiamocelo, ma essa ha nascosto suo figlio».” 2Re 6:28-29.

    Questo episodio riflette l’avverarsi della maledizione divina:

    “Durante l’assedio e l’angoscia alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figli e delle tue figlie, che il Signore tuo Dio ti avrà dato.” Deuteronomio 28:53.

    Il diritto di vita o di morte patriarcale verso i propri figli è emblematico nel caso di Lot e delle sue figlie. Su questo episodio, che la Torah pone come esempio di grande abnegazione per onorare l’ospitalità, il miele che i rabbini vi hanno versato offende, più che HaShem, il normale buon senso. Per loro questa storia non insegna nulla perché narrerebbe nient’altro di un crimine assurdo che Lot, stando alla loro esegesi, fu sul punto di consumare. Al contrario, vi è l’insegnamento biblico che l’ospitalità va onorata a qualsiasi prezzo, e Lot era dispoto a pagare un altissimo prezzo pur di salvare i suoi ospiti.
    Il buon senso dice che il criminale agisce malvagiamente per ottenere un vantaggio egoistico, NON UN DANNO PERSONALE. Col suo gesto, Lot avvantaggiava – altruisticamente – quelli che per lui erano viandanti di passaggio; a se stesso non veniva nulla di buono. Anzi, lui ci rimetteva quel “prezzo della sposa” che avrebbe guadagnato maritando le due ragazze vergini, e in più perdeva la popolarità sociale a Sodoma giacché, contrastando le velleità dei sodomiti, se li era inimicati. Quelli, infatti, lo minacciarono:
    “«Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!»”. Genesi 19:9.
    Per me la logica che i rabbini attribuiscono al gesto di Lot (colpevolizzandolo con la loro interpretazione adattata a una morale universale più evoluta) è paragonabile alla logica dell’automobilista che, prima di intraprendere un viaggio, invece di riempire il serbatoio della sua macchina di carburante, lo svuota del tutto, con ciò pretendendo di partire.
    La “logica” dell’incontrario.

    Per quanto ne so, presso i romani il diritto di vita o di morte verso i propri figli era limitato ai neonati: se il bambino non appariva sano o era deforme, il padre lo rifiutava e lasciava che morisse. Il diritto romano, però, non consentiva ai padri di uccidere arbitrariamente i figli ormai cresciuti. Non a caso, nelle odierne facoltà di giurisprudenza, si studia il diritto romano e non quello mosaico.

    La normativa di Deuteronomio che è il tema dell’articolo, credo riguardi i figli adulti che ancora vivevano sotto il tetto paterno e quindi soggetti all’autorità patriarcale.
    Prendiamo il caso di Isacco che, quarantenne, era obbligato a sposare una donna scelta da suo padre Abramo. Quest’ultimo, però, era troppo vecchio per cercargli moglie, e voleva che questa non fosse una cananea. La moglie per lo stagionato Isacco l’avrebbe quindi scelta l’amministratore dei beni di famiglia, e Isacco non avrebbe potuto rifiutarla anche se la donna impostagli avesse avuto baffi da tricheco e la stazza di una balena o, peggio, se fosse stata una donna del luogo… una cananea! Per questo Abramo COSTRINSE il suo amministratore a giurare di ammogliare suo figlio con una donna “comprata” in luoghi lontani dai confini di Canaan.

    Finché i figli erano piccoli, il padre poteva educarli con l’uso abbondante del bastone e della verga, secondo i consigli profusi in merito nei Proverbi biblici. Ma quando il genitore era divenuto vecchio e debole, mentre il figlio era ben cresciuto, l’autorità patriarcale veniva meno essendoci ora un ribaltamento delle forze reciproche. Perché il potere genitoriale fosse rispettato dai figli indisciplinati, interveniva a favore dei genitori l’autorità degli Anziani, e quindi la FORZA della comunità. Non è detto che il figlio ribelle fosse in tutti i casi lapidato, ma certo il potere della comunità costituiva un valido ammonimento e un freno per i figli che intendevano far valere la propria forza di adulti su genitori indeboliti dall’età e dagli acciacchi.

    I citati versi di Deuteronomio, pertanto, non miravano a contenere l’autorità patriarcale, secondo l’interpretazione rabbinica, ma, al contrario, a preservarla nel tempo.

    1. Comincio a rispondere partendo da ciò che hai scritto qui: “Oltre che venderli come schiavi, all’occorrenza i genitori erano legittimati a nutrirsene e di far valere tale diritto presso il giudice supremo, cioè il re”.
      Questa è un’affermazione scorretta e meschina, dal momento che il brano da te citato (2 Re 6) non attesta alcun diritto di nutrirsi del proprio figlio, e meno che mai di far valere un simile diritto presso le autorità. Al contrario, l’immagine della madre che mangia il proprio figlio è l’esempio biblico più orridamente eloquente della disumanizzazione che il popolo poteva subire durante un assedio prolungato. Il re, quando viene a conoscenza del misfatto compiuto dalle due madri, si straccia le vesti e poi dice: “Quanto male ci viene da HaShem!”. Un monarca corrotto non si sarebbe umiliato così pubblicamente per un semplice “diritto” riconosciuto in Israele. Si tratta di una situazione paradossale in un contesto di grave disperazione. Per capire quanto la Bibbia consideri un simile atto come inumano e contrario all’istinto materno, basta leggere in ebraico il verso di Lamentazioni 4:10, in cui il profeta scrive: “Yedei nashim rachmaniot bishlù yaldehen” – Mani di donne misericordiose hanno cotto i loro bambini. “Misericordiose” in ebraico è “rachmaniot” che deriva da “rechem” (utero). Il legame naturale tra essere madre e avere compassione, ci dice il testo con questo gioco di parole, è stravolto dalla disumanità dell’assedio di Gerusalemme.

      L’idea di una legge teorica, come scritto già nell’articolo, può apparire assurda a noi, con il nostro concetto moderno di “legge statuaria”. Nell’universo biblico, come nel Vicino Oriente antico in generale, una simile idea non offende in alcun modo il legislatore. Quando cerchiamo di comprendere la legge biblica dobbiamo sforzarci di mettere da parte la nostra mentalità e di risalire al contesto storico. Sulla natura “teorica” della legge nel Vicino Oriente antico è stato scritto molto dai critici e dagli studiosi negli ultimi decenni.

      Lo ius vitae necisque era valido nell’antica Roma fino all’età adulta, non si limitava solo agli infanti deformi. Ciò non significa che per i patrizi romani fosse una pratica comune quella di uccidere il proprio figlio, tutt’altro, ma il diritto in questione rappresentava un ideale (anche a Roma pressoché teorico) che nella Torah invece non c’è, dal momento che i due genitori (non soltanto il padre) che accusano il figlio affinché sia messo a morte sono assimilabili a semplici testimoni che denunciano un male della società, ponendo la questione nelle mani delle autorità giuridiche (“gli anziani”) e della comunità (“gli uomini della città”).
      Inoltre, il fatto che oggi nelle nostre facoltà di giurisprudenza si studi il diritto romano e non quello mosaico non significa certo che il diritto romano sia di per sé eticamente più elevato della Torah. A Roma per lungo tempo si poteva condannare liberamente il proprio schiavo “ad bestias”, era lecito divertirsi a vedere esseri umani sbranati nelle arene, e tante altre cose oggi inconcepibili. Piuttosto, studiamo il diritto romano perché da esso discende in maniera diretta il diritto in gran parte delle società occidentali, attraverso millenni di riforme, codificazioni e influenze esterne (compresa naturalmente quella del Cristianesimo).

      I versi del Deuteronomio mirano certamente a conservare nel tempo l’autorità paterna, come dici, ma anche a limitarla in maniera significativa rispetto allo standard del mondo antico. Questa non è l’interpretazione rabbinica (i Maestri poco potevano ricordare del Vicino Oriente antico), ma quella di studiosi moderni che hanno messo a confronto la Torah con i codici più antichi o coevi.

      Per quanto riguarda il caso delle figlie di Lot, che tiri in ballo praticamente in ogni commento da anni, non è vero che secondo i Maestri il racconto “non insegna nulla”. Il racconto rivela, tra l’altro, il motivo per cui la stirpe di Lot (Ammon e Moav) non rientra nel Patto con Dio, mostrandoci come l’uscita di Lot da Sodoma non sia mai davvero completa. C’è anche e soprattutto il tema dell’ospitalità, certo, ma l’esempio perfetto in questo caso è fornito da Avraham nella scena precedente, non dall’ipocrisia di Lot.
      Per chi vuole approfondire, riporto il link di tutti gli articoli in cui è stato trattato l’argomento:

      “Come interpretare la Bibbia – Le parole guida”: https://sguardoasion.com/2020/09/08/come-interpretare-la-bibbia-le-parole-guida/

      “Ruth: redimere il passato” (si vedano in particolare i commenti): https://sguardoasion.com/2016/05/23/ruth-redimere-il-passato/

      “Sodoma e Gomorra: città di omosessuali?”: https://sguardoasion.com/2016/03/07/sodoma-e-gomorra-citta-di-omosessuali/

  2. Grande Marco. Logica all incontrario volendo sostituire il pensiero umano a quello di Dio. Ma il vero e dolce miele verrà solo dal Signore

  3. Caro redattore, scrivi:

    “Questa è un’affermazione scorretta e meschina, dal momento che il brano da te citato (2 Re 6) non attesta alcun diritto di nutrirsi del proprio figlio, e meno che mai di far valere un simile diritto presso le autorità.”

    Io non ho affermato che in Israele fosse lecito mangiare abitualmente la propria prole, magari nei giorni di festa al posto di un capretto. Era lecito farlo nelle situazioni disperate e disumanizzate di grave carestia, come negli assedi. Se, in tali circostanze estreme, non fosse stato lecito, quella donna non si sarebbe rivolta al re per chiedergli di comandare alla sua vicina di cuocere a sua volta il proprio figlio. Una tale richiesta l’avrebbe fatta, tutt’al più, a qualche boss malavitoso, non al giudice supremo che, invece di accontentarla, l’avrebbe condannata. Quella donna reclamava il rispetto di un suo preciso diritto.
    Il re si straccia le vesti perché costata che è in atto quella condizione di disumanizzazione in cui il popolo può esigere da lui l’adempimento di atti così mostruosi. Egli esclama: “Quanto male ci viene da HaShem!”, memore delle maledizioni divine che annunciavano il cannibalismo dei figli da parte dei loro genitori. Beninteso, solo dei figli, non dei caduti in combattimento sulle mura, oppure degli individui più deboli, ossia di quelle bocche in più da sfamare ma utili come cibo per i più forti.
    La Torah non sancisce l’antropofagia, ma di certo stabilisce il diritto assoluto dei genitori sui propri figli, intesi come oggetti di proprietà finché vivevano sotto l’autorità paterna.

    I Proverbi della Torah incitano il padre a fustigare pesantemente i figli, ma… raccomandando di non eccedere fino ad ammazzarli:

    “Correggi tuo figlio finché c’è speranza, ma non ti trasporti l’ira fino a ucciderlo.” Proverbi 19:18.

    Non vi è una norma, nella Torah, che condanna il padre irascibile o ubriaco che ha ucciso il proprio figlio per eccesso di bastonate. Non vi è una sola sanzione per i maltrattamenti in famiglia da parte del padre, ma ve ne sono molte per i figli che maltrattano o soltanto maledicono i loro genitori. Torno a citare i seguenti versi:

    “Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte.” Esodo 21:15.

    “Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte.” Esodo 21:17.

    “Chiunque maltratta suo padre o sua madre dovrà essere messo a morte; ha maltrattato suo padre o sua madre: il suo sangue ricadrà su di lui.” Levitico 20:9.

    La normativa di Deuteronomio 21:18-21 esaminata nell’articolo si aggiunge semplicemente a queste tre.

    In quanto a Lot, che tiro in ballo a ogni commento, tutto ciò che i rabbini hanno scritto su di lui, e che è stato oggetto di diversi articoli pubblicati in questo sito, è fondato su una base logica che sta a testa in giù, una logica da me definita dell’incontrario: da che mondo è mondo, il malvagio, il criminale, il reo, è soltanto colui che compie azioni dannose col fine di ottenere vantaggi per se stesso. Se uno, invece, agisce a proprio danno per avvantaggiare terzi, allora si deve parlare di altruismo.
    Prendiamo il caso del carabiniere Salvo d’Acquisto, il quale nella seconda guerra mondiale si fece fucilare volontariamente dai nazisti per salvare la vita a un gruppo di civili. Egli compì un’azione dannosa, immolandosi, ma diretta solo verso se stesso e finalizzata al bene di terzi. Il suo gesto è definito altruistico, per cui egli è ricordato come un eroe.
    Ugualmente Lot stava per compiere un atto dannoso, ma solo nei propri riguardi poiché perdeva il cospicuo “prezzo della sposa” di ben due figlie vergini, e in aggiunta si inimicava tutti gli abitanti di quella città, e ciò per salvare due sconosciuti. Dunque compiva un gesto altruistico. Le circostanze particolari di quel momento, però, non richiedevano che immolasse la sua vita bensì che sacrificasse due preziosi oggetti di sua proprietà: le sue figlie. Il concetto di figlio-oggetto era del tutto scontato in quei tempi, ma divenne raccapricciante appena qualche secolo dopo poiché tutte le idee, anche quelle sull’etica, si evolvono col tempo.
    Consentimi di suffragare quanto dico facendo mie le tue stesse parole:

    ” Nell’universo biblico, come nel Vicino Oriente antico in generale, una simile idea non offende in alcun modo il legislatore. Quando cerchiamo di comprendere la legge biblica dobbiamo sforzarci di mettere da parte la nostra mentalità e di risalire al contesto storico.”

    Se il gesto di Lot va visto unicamente come un atto malvagio e quindi egoistico (col nostro metro), anziché disinteressato e pertanto altruistico (inquadrando il fatto nel suo contesto storico), terrei che si rispondesse a questa semplice domanda:
    Che cosa ci guadagnava, quel patriarca, per meritarsi la qualifica di egoista e malvagio, a far violentare a morte le sue figlie?

    Tento io delle possibili risposte:
    1) Lot, nella sua perversione, voleva gustarsi anche lui la festa di uno stupro collettivo, ma lo attizzava di più vedere due femmine possedute invece di due maschi sodomizzati… I gusti son gusti.
    2) Sapeva che i suoi ospiti erano in realtà due pezzi grossi in incognito… per esempio due potentissimi re travestiti da viandanti, o proprio degli emissari divini. Salvandoli, a spese delle due ragazze, si aspettava da loro favolosi compensi. Ma nel testo biblico è scritto che i due angeli rivelarono la propria identità solo dopo il discorso di Lot ai sodomiti.
    3) Voleva ingraziarsi gli abitanti di Sodoma per ottenere influenza e potere in quella città offrendo loro qualcosa di meglio da violentare, cioè due ragazze vergini al posto di due maschi. Ma il testo smentisce questa congettura poiché i sodomiti erano interessati solo ai due uomini.

    A me non viene in mente altro. Il nostro redattore cosa suggerisce?

    1. Il problema, caro Marco, sta nel tentare di far passare un atto che nella Bibbia è un esempio estremo di orrore e disumanità per qualcosa di lecito. Forse non hai considerato le conseguenze che può comportare scrivere su internet una cosa simile, dal momento che l’idea degli Ebrei che bevono il sangue dei bambini è uno dei cavalli di battaglia dell’antisemitismo più becero fin dal 1200. Se la madre snaturata di 2 Re 6 credeva di poter far valere un proprio diritto al cospetto del re, anche questo comportamento fa parte della sua disumanizzazione e follia. Qualcosa di simile ci viene riportato da Giuseppe Flavio in riferimento all’assedio di Gerusalemme da parte di Tito, quando una certa Miriam cucinò il proprio figlio e ne mangiò una parte, e più tardi (ormai uscita di senno, proprio come le due donne del racconto biblico) offrì ciò che rimaneva agli zeloti che erano giunti in casa sua attratti dall’odore. Gli zeloti, per quanto fossero violenti e sanguinari, fuggirono inorriditi, mentre in tutta la città, scrive Giuseppe Flavio, “il popolo non poté smettere di pensare a tale crimine abominevole”. Ora dirai che questo esempio non è pertinente perché riguarda un’epoca successiva, eppure in tale resoconto i personaggi si comportano esattamente come nel racconto biblico di secoli prima, animati evidentemente dalla stessa sensibilità. Ricordo inoltre che in Lamentazioni 2:20 l’atto di mangiare i propri figli è posto in parallelo a quello di uccidere profeti e sacerdoti nel Tempio: è chiaro che anche per l’autore biblico si tratta di due crimini sacrileghi tali da poter essere accostati nello stesso verso.

      La Torah non stabilisce il diritto assoluto dei padri sui figli. Tale diritto esisteva già dall’alba dei tempi in tutto il mondo antico. La Torah, che adotta il linguaggio, lo stile e le categorie giuridiche preesistenti (nel Vicino Oriente antico), non ci presenta il figlio come un soggetto giuridico autonomo (come fortunatamente è oggi riconosciuto), eppure comincia a porre limiti all’autorità patriarcale la cui portata non può essere ignorata. Una legge come quella del “figlio deviato e ribelle”, che oggi suona così brutale, agli occhi degli antichi poneva invece dei vincoli prima inesistenti all’autorità del padre, ma di questo ho già scritto abbastanza nell’articolo.

      Per quanto riguarda Lot, c’è una differenza di fondo nei metodi che adottiamo per interpretare questo racconto (e spesso la Scrittura in generale). Tu ne fai una lettura realistico-pragmatica, come se stessi parlando di fatti storici. Io invece leggo la Bibbia come ciò che è, ossia un’opera letteraria, che in quanto tale comunica il suo messaggio al lettore anche e soprattutto attraverso parallelismi, giochi di parole, figure di suono, parole chiave. E dal punto di vista letterario, non c’è dubbio per me che il testo biblico condanni l’offerta di Lot, mostrandoci anche il contrappasso da lui subito con l’incesto e la nascita di due popoli che più avanti saranno paragonati proprio a Sodoma. Quello di Lot non è un atto egoista, ma neppure altruista, è semplicemente l’esempio perverso di un uomo che non tiene in nessun conto la propria famiglia. Che nei tempi antichi si considerasse la scelta di mettere a rischio la vita dei propri figli per il bene degli ospiti, a mio parere, è un’interpretazione di alcuni apologisti cristiani che hanno provato a giustificare “il giusto Lot” (espressione esclusivamente neotestamentaria) rendendolo un figlio del suo tempo.

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