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Ki Tetzè: Sposare il proprio stupratore

Se un uomo trova una ragazza vergine che non sia fidanzata, la afferra e giace con lei, e [i due] sono scoperti, l’uomo che ha giaciuto con lei darà al padre della ragazza cinquanta sicli d’argento, ed ella sarà sua moglie, perché egli l’ha violata e non potrà mandarla via finché egli vive (Deuteronomio 22:28-29).

“La Torah di HaShem è perfetta, ristora l’anima”, dichiara il re David (Salmi 19:7). Eppure, questa Legge perfetta stabilisce che una ragazza vergine che è stata violentata sia unita in matrimonio al suo stupratore. Ai nostri occhi di lettori moderni e sensibili ai temi legati ai diritti delle donne e al dramma delle molestie sessuali, l’idea appare a dir poco ripugnante. Ciononostante, bisogna riconoscere che sarebbe inappropriato e anacronistico cercare di proiettare questo nostro giudizio morale anche nel lontano passato. Continua a leggere

Ki Tetzè: La madre nel suo nido

Se, durante il tuo cammino, ti capiterà di trovare su un albero o per terra un nido di uccello con gli uccellini o con le uova e la madre che copre gli uccellini o le uova, non prenderai la madre con i piccoli; ma lascerai andare la madre e prenderai per te i piccoli, affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni (Deuteronomio 22:6-7).

Nella lunga lista di precetti presentata nella sezione centrale del Deuteronomio, fra le leggi sugli oggetti smarriti, sulla costruzione delle case e sulle mescolanze varie, spunta all’improvviso questa curiosa disposizione relativa ai nidi d’uccello. Si tratta di un precetto nuovo, introdotto qui per la prima volta, al cui significato vale la pena dedicare una riflessione.

Per quale motivo la Torah comanda di “lasciar andare la madre e prendere i piccoli”? Molti commentatori si sono posti questa domanda, e hanno risposto affermando che tale precetto è un esempio di compassione nei confronti degli animali. In particolare, questo è ciò che sostiene Maimonide nella Guida dei Perplessi (III, 48):

“Per quanto riguarda il dolore, non c’è alcuna differenza reale tra quello degli uomini e quello degli animali, poiché l’amore e la compassione di una madre per i suoi figli non hanno una motivazione razionale, ma hanno a che fare solo con le emozioni e con gli istinti, i quali si trovano fra gli animali non meno che fra gli uomini”.

A ben vedere, però, la compassione non sembra essere il motivo dominante del precetto. Un commentatore contemporaneo, Rabbi Shlomo Riskin, nota infatti che mandare via la madre non è un esempio di compassione completa: se qui la Torah avesse voluto insegnarci solo a rispettare gli animali, avrebbe dovuto piuttosto proibire totalmente di disturbare gli uccelli nel nido. A questo proposito, Shlomo Riskin ritiene che lo scopo del precetto sia quello di trasmettere un ideale di sensibilità verso le sofferenze degli animali, ma che al contempo, poiché la Torah si occupa di regolare situazioni reali e concrete, la proibizione di non prendere la madre assieme ai piccoli giunga come un compromesso, una limitazione al carattere ingordo e famelico degli uomini.

Ad offrire un’interpretazione particolarmente illuminante è Rabbi David Fohrman, il quale chiarisce anche il motivo per cui, a questo precetto, la Bibbia associ la promessa di una lunga vita (Deut. 22:7).

Bisogna innanzitutto notare che il testo ebraico, tradotto letteralmente, non dice di “non prendere la madre assieme ai figli”, bensì, più precisamente, di “non prendere la madre sui figli”.

Cosa potrebbe mai spingere qualcuno ad appropriarsi anche dell’uccello adulto (impresa di certo non facile), quando sarebbe molto più semplice scacciarlo e afferrare le uova o i piccoli incapaci di volare? La risposta emerge dall’immagine della madre che si trova “sui figli”, cioè che li ricopre per proteggerli dai pericoli esterni. Verosimilmente, chi uccide la madre lo fa dunque per arrivare ai figli che essa difende fino alla morte.

La condanna della Torah si abbatte quindi contro coloro che oltraggiano l’istinto materno per soddisfare i propri bisogni. Trasformare l’impulso protettivo della madre nella causa della sua morte è considerato un atto di dissacrazione. Si tratta di un insegnamento simile a quello che si cela dietro il famoso precetto che recita: “Non cuocere il capretto nel latte della madre” (Esodo 23:19; 24:26; Deut. 14:21). La Torah non ammette che una fonte di vita diventi uno strumento di morte, e questo principio, in quanto universale nel senso più pieno, vale anche nel rapporto tra gli esseri umani e gli animali. Al popolo d’Israele, nazione consacrata, non è lecito mescolare insieme la carne con il latte che le dà vita e sostentamento, né uccidere un uccello mentre è nell’atto di proteggere i suoi piccoli.

A fornirci una conferma di questa interpretazione è la già citata frase che chiude il brano: “affinché tu possa prosperare e prolungare i tuoi giorni”(Deut. 22:7). Come spiega Rabbi Fohrman, esiste solo un altro precetto a cui la Bibbia associa la ricompensa di una lunga vita, e si tratta di uno dei Dieci Comandamenti:

Onora il padre e la madre affinché si prolunghino i tuoi giorni nella terra che Hashem, il tuo Dio, ti darà (Esodo 20:12).

A legare insieme queste due leggi, in apparenza così diverse, è il rispetto dovuto ai genitori, un rispetto che nasce dalla vita e che genera la vita.

“Non odiare l’Egiziano”

Commento alla Parashah di Ki Tetzei (Deuteronomio 21:10 – 25:19) di Rabbi Jonathan Sacks.

Ki Tetzei è la porzione della Torah che contiene il maggior numero di leggi, e con tutta la sovrabbondanza di dettagli che in essa ci vengono presentati si rischia addirittura di essere sommersi. Un versetto, tuttavia, si distingue per la sua pura contro-intuitività:

Non disprezzare l’Edomita, perché egli è tuo fratello. Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra (Deuteronomio 23:7).

Si tratta di due precetti che non ci aspetteremmo di trovare, ma che, una volta compresi, possono trasmetterci un’importante lezione.

Sappiamo che, fra tutti i popoli del mondo, noi Ebrei siamo quelli che hanno dovuto subire il razzismo più a lungo nel tempo e in forma maggiore. Per questo motivo dobbiamo essere anche i più attenti a non renderci noi stessi colpevoli di discriminazione razziale. Crediamo infatti che Dio abbia creato ciascun essere umano a Sua immagine, a prescindere dal colore della pelle, dalla classe sociale, dalla cultura e dalla fede personale. Disprezzare altri popoli per la loro razza significa degradare l’immagine di Dio e non riuscire a rispettare il kavod habriyot (l’onore delle creature), ovvero la dignità umana.

Chi pensa che una persona sia inferiore a motivo del colore della sua pelle, non fa altro che ripetere il peccato di Aaron e Miriam:
“Miriam e Aaron parlarono contro Moshè a causa della moglie etiope che aveva sposato, poiché egli aveva sposato una donna etiope” (Numeri 12:1). Nel Midrash troviamo alcune interpretazioni che intendono questo passo in maniera diversa, ma il suo significato letterale è evidente: Aaron e Miriam discriminarono la moglie di Moshè poiché, come tutte le donne etiopi, aveva la pelle scura. Siamo quindi davanti a uno dei casi più antichi di pregiudizio basato sul colore della pelle. A causa di questo peccato, Miriam fu colpita dalla tzaraat.

Dobbiamo sempre ricordare ciò che è scritto nel Cantico dei Cantici: “Sono nera, ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come le cortine di Salomone. Non guardate me che sono nera, perché il sole mi ha rivolto il suo sguardo” (Cantico 1:5).

Gli Ebrei non possono lamentarsi del razzismo degli altri popoli se essi stessi seguono atteggiamenti razzisti. “Correggi prima te stesso e poi potrai correggere gli altri”, dichiara il Talmud. Anche se il Tanakh esprime giudizi negativi su alcune nazioni, ciò è sempre a causa della loro immoralità, mai della loro etnia o del loro colore.

Il comandamento contro l’odio appare straordinario: “Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra”.
Gli Egiziani  avevano ridotto gli Israeliti in schiavitù per poi sterminarli con un programma graduale di genocidio. Nonostante le piaghe che devastavano il loro paese, essi si erano rifiutati di lasciarli andare in libertà. Tutte queste non sono forse valide ragioni per odiare? Eppure gli Egiziani, secoli addietro, avevano anche permesso agli Israeliti di sopravvivere a una grave carestia. Essi avevano onorato Yosef (Giuseppe, figlio di Giacobbe), divenuto viceré d’Egitto. Le azioni malvagie commesse in seguito erano scaturite dall’istigazione del Faraone, non dall’iniziativa del popolo nella sua collettività. Inoltre, era stata proprio la figlia del Faraone a salvare Moshè e ad adottarlo.

La Torah traccia una chiara distinzione tra gli Egiziani e gli Amalekiti. I secondi erano destinati ad essere gli eterni nemici di Israele, mentre i primi seguirono una strada diversa. Secondo una profezia di Isaia, ci sarebbe stato un tempo in cui anche gli Egiziani avrebbero subito una dura oppressione. Allora essi avrebbero gridato a Dio, che sarebbe intervenuto per salvarli, proprio come aveva fatto con gli Israeliti:

Quando essi grideranno al Signore a motivo dei loro oppressori, Egli manderà loro un salvatore e un potente che li libererà. Il Signore si farà conoscere all’Egitto e gli Egiziani conosceranno il Signore in quel giorno (Isaia 19:20-21).

La saggezza del precetto di Moshè di non disprezzare gli Egiziani conserva la sua luce ancora oggi. Se il popolo ebraico avesse perseverato nell’odiare i suoi vecchi oppressori, Moshè sarebbe riuscito solo a trarre gli Israeliti fuori dall’Egitto, ma avrebbe fallito nel trarre l’Egitto fuori dai cuori degli Israeliti. Il popolo sarebbe rimasto ancora schiavo, non fisicamente, ma dal punto di vista psicologico. Sarebbe rimasto schiavo del passato, imprigionato dalle catene del rancore, incapace di costruire il suo futuro. Per essere liberi, bisogna lasciar andare via l’odio. È una verità difficile, ma anche necessaria.

Articolo originale: www.rabbisacks.org/ki-tetzei-5774-hate

Cosa dice la Torah sulla guerra

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Inter arma silent leges: “tra le armi la legge tace”, dichiara un antico proverbio latino. Fin dalle origini dell’umanità, la guerra è sempre stata vista come una condizione in cui la violenza e gli istinti primordiali regnano incontrastati. I popoli hanno usato la guerra come uno strumento per far esplodere l’aggressività, per imporre il proprio dominio sugli altri e per spogliarsi degli abiti della civilizzazione in nome del diritto alla sopravvivenza.

L’idea secondo cui anche la guerra debba essere regolata  da leggi internazionali e da principi etici condivisi si è imposta, in maniera progressiva, solo negli ultimi due secoli. Tuttavia, la prima vera formulazione di leggi specifiche da applicare al conflitto bellico si trova nella Bibbia ebraica.
Negli ultimi duemila anni, a causa delle circostanze storiche, l’Ebraismo non ha mai avuto la possibilità concreta di applicare queste leggi, le quali hanno assunto un aspetto puramente teorico. La fondazione del moderno Stato di Israele e il divampare del conflitto arabo-israeliano hanno però modificato drammaticamente questa situazione. È nato così il bisogno di chiarire quale sia la vera posizione della Torah sulla guerra e sugli aspetti ad essa collegati.

Prima di addentrarci in questo argomento, è bene partire da una premessa fondamentale. Al contrario di come molti ritengono, l’Ebraismo non esalta la guerra e non glorifica la violenza. Nonostante le espressioni aspre e cruente di molti passi biblici, è importante comprendere che la visione messianica descritta dai Profeti è incentrata sulla pace universale:
Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non insegneranno più la guerra (Isaia 2:4; Michea 4:3).
La pace è la condizione ideale verso cui bisogna tendere: “Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila” (Salmi 34:15).
Le vie [della sapienza] sono vie dilettevoli e tutti i suoi sentieri sono di pace (Proverbi 3:17).
Io farò regnare la pace nel paese (Levitico 26:6).
L’effetto della giustizia sarà la pace, il risultato della giustizia tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace (Isaia 32:17).

Eppure, in ogni epoca, la guerra è sempre stata una realtà da cui a volte è impossibile sottrarsi. In un mondo dominato da popolazioni sanguinarie che bramano conquiste, la Torah ha imposto alcune regole che meritano di essere studiate con la massima attenzione.

Come affrontare la guerra

Quando sarete sul punto di dare battaglia, il sacerdote si farà avanti e parlerà al popolo e gli dirà: “Ascolta, Israele! Oggi voi state per dare battaglia ai vostri nemici. Il vostro cuore non venga meno; non abbiate paura, non vi smarrite e non vi spaventate davanti a loro, perché Hashem, il vostro Dio, è Colui che marcia con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi” (Deuteronomio 20:1-4).

L’orazione del sacerdote in preparazione alla battaglia ha lo scopo di infondere coraggio nei cuori dei soldati. Ma in questo discorso manca qualsiasi esaltazione della forza militare e dello spirito guerresco. Nachmanide infatti spiega: “Il sacerdote ammonisce [i soldati] affinché essi non confidino nel loro valore, credendo di essere eroi e grandi uomini di guerra. Piuttosto, essi devono affidare i loro cuori a Dio e avere fede nella Sua salvezza”.
La preparazione prosegue con il discorso degli ufficiali, i quali, sorprendentemente, esortano alcune categorie di persone a non partecipare alla battaglia:

Poi gli ufficiali parleranno al popolo, dicendo: “C’è qualcuno che ha costruito una casa nuova e non l’ha ancora inaugurata? Se ne vada e ritorni a casa sua, perché non abbia a morire in battaglia e un altro inauguri la casa. C’è qualcuno che ha piantato una vigna e non ne ha ancora goduto il frutto? Se ne vada e ritorni a casa sua, perché non abbia a morire in battaglia e un altro ne goda il frutto. C’è qualcuno che si è fidanzato con una donna e non l’ha ancora presa con sé? Se ne vada e ritorni a casa sua, perché non abbia a morire in battaglia e un altro se la prenda”. Poi gli ufficiali parleranno ancora al popolo, dicendo: “C’è qualcuno che ha paura e a cui viene meno il coraggio? Se ne vada e ritorni a casa sua, perché il coraggio dei suoi fratelli non abbia a venir meno come il suo” (Deut. 20:5-9).

Queste esenzioni dalla guerra, al di là di ogni motivazione pragmatica, hanno anche lo scopo di trasmettere un importante messaggio: i valori della vita, rappresentati dalle azioni di inaugurare una casa, piantare una vigna e costruirsi una famiglia, non devono essere stravolti dalla realtà della guerra. L’intento della Torah sembra essere quello di evitare una delle conseguenze più tragiche dei conflitti bellici: la morte prematura di giovani che non hanno avuto la possibilità di realizzare ciò avevano pianificato per la loro vita. Ciò è confermato anche da un altro passo del Deuteronomio: “Se un uomo si è appena sposato non andrà in guerra e non gli sarà dato alcun incarico; sarà libero a casa sua per un anno e farà lieta la moglie che ha sposato” (24:5).

La pace prima di tutto

Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace (Deut. 20:10).

Nella sua codificazione della Legge ebraica, Maimonide pone enfasi su questo principio e lo applica a qualsiasi conflitto: “Una guerra non può essere mai intrapresa contro alcun popolo prima di aver offerto la possibilità della pace […] ed è vietato violare i patti o ingannare i nemici dopo che essi si sono arresi e hanno accettato i sette precetti noachidi” (Mishneh Torah, Hilchot Melachim 6:1).
A questo proposito, il Sefer Ha-Chinukh afferma: “Poiché la misericordia è una qualità positiva, è appropriato per noi agire [con misericordia] in ogni situazione, anche nei confronti di nemici idolatri”.

Se la nazione avversa non accetta l’offerta di pace e rifiuta di abbandonare le armi, allora bisogna iniziare l’assedio (Deut. 20:11). Tuttavia, una via di fuga per i nemici deve essere sempre lasciata libera. Una città, dunque, può essere assediata soltanto su tre lati. Questo precetto deriva dal Midrash, che lo deduce dal racconto biblico della guerra contro Midian.

L’albero non è un nemico

Quando stringerai d’assedio una città per lungo tempo, combattendo contro di essa per espugnarla, non ne distruggerai gli alberi a colpi di scure; ne mangerai il frutto, ma non li abbatterai, poiché l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba assediarlo? (Deut. 20:19).

La proibizione di distruggere deliberatamente alberi da frutto ha lo scopo di tenere a freno la furia devastante e insensata degli eserciti, e di imporre ai combattenti Israeliti una forma di autocontrollo e di rispetto per la natura anche in un contesto drammatico come quello della guerra. L’albero con i suoi frutti è un simbolo di pace e di crescita, un’immagine che si contrappone al caos distruttivo delle battaglie.

È consentito attaccare civili innocenti?

Il testo del Deuteronomio stabilisce che, nel caso in cui la città nemica non accetti la resa, l’esercito israelita deve procedere nel combattimento uccidendo i maschi adulti, ma non le donne e i bambini (Deut. 20:12-14). Maimonide evidenzia quest’ultima prescrizione affermando che “Le donne e i bambini non devono essere uccisi” (Hilchot Melachim 6:4).

Come si può notare, né il brano della Torah né quello di Maimonide pongono una distinzione tra combattenti e civili. Ciò si spiega alla luce del contesto storico e culturale, che non prevedeva una vera distinzione giuridica tra queste due categorie. Nel mondo antico, infatti, tutta la popolazione adulta di sesso maschile era considerata parte dell’esercito. Da questo punto di vista, non esisteva differenza tra i combattenti e coloro che fornivano sostegno alle truppe. Perciò, secondo l’Encyclopaedia Judaica, un’applicazione delle leggi della Torah nei tempi moderni dovrebbe prevedere la proibizione di attaccare la popolazione civile durante una guerra. I diversi aspetti controversi di tale importante questione, come il problema dei bambini soldato e dei civili coinvolti in attività terroristiche, sono attualmente al centro di un ampio dibattito tra le maggiori autorità rabbiniche.

La “bella prigioniera”

Ai tempi in cui la Torah fu scritta, la tutela dei diritti umani era ben lungi dal venire all’esistenza, e i civili catturati in guerra erano considerati come dei semplici oggetti nelle mani dell’esercito. Le donne, in particolare, erano vittime di stupri e di ogni forma di sopruso da parte dei soldati. La situazione, purtroppo, non è cambiata molto neppure oggi, nonostante l’avanzamento morale della società. Tremila anni fa la Bibbia aveva però già introdotto una novità assoluta: i diritti delle donne prigioniere.

Se vedi tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e ti piace tanto da volerla prendere per moglie, la condurrai a casa tua, ed ella si taglierà i capelli e si taglierà le unghie, si leverà la veste di prigioniera, abiterà in casa tua e farà cordoglio per suo padre e sua madre un mese intero. Se in seguito non ti è più gradita, la lascerai andare dove vuole, ma non potrai affatto venderla per denaro né trattarla da schiava, perché l’hai umiliata. (Deut 21:11-13).

Questa legge vieta di trattare le donne prigioniere come schiave o come prostitute. L’unica via lecita per un soldato d’Israele che vuole avere rapporti con questa donna è quella del matrimonio. È noto che la Torah, in circostanze comuni, non accetta l’unione matrimoniale fra gli Ebrei e i popoli idolatri, ma in questo caso siamo davanti ad una notevole eccezione. Secondo i Maestri del Talmud, si tratta di una “concessione” che la Legge biblica accorda allo yetzer harah, l’istinto del male, ovvero l’impulso carnale dell’uomo. In altre parole, la Torah contempla una situazione non preferibile, ai limiti del consentito, ma che necessita comunque di essere regolata. I Maestri spiegano infatti che, in alcune circostanze, a causa dei desideri naturali degli esseri umani, è meglio porre limiti e restrizioni piuttosto che proibire un’azione del tutto.

Nella Guida dei Perplessi (3:4), Maimonide commenta così il brano relativo alla donna prigioniera:
“È proibito unirsi a lei prima che ella abbia terminato il suo lutto, e che la sua angoscia si sia placata […] Poiché coloro che sono in lutto trovano il loro conforto nelle lacrime e nel vivere il loro dolore […] Per questo motivo la Torah ha misericordia di lei e le ha permesso ciò”.

Di seguito riportiamo la spiegazione di Rav Mordechai Sabato, che analizza l’intero brano del Deuteronomio in maniera dettagliata:

“La condurrai a casa tua” – non unirti a lei nel campo dei prigionieri, come prevede l’usanza miliare, ma portala a casa tua come una normale moglie. “ed ella si raderà i capelli” – Dopo molti mesi di prigionia, i suoi capelli saranno certamente cresciuti in modo disordinato, e perciò devi permetterle di tagliarli. L’autore del Ha-Ketav ve-Ha-Kabbalah dimostra che il termine gilu’ach (radere) non significa che ella deve radersi il capo completamente; piuttosto si riferisce a ciò che nel linguaggio moderno chiameremmo “taglio di capelli”. […] “Si leverà la veste di prigioniera” – la veste di prigioniera è il simbolo più evidente della sua condizione, e il cambio di abito è un chiaro segno di affrancamento. “Abiterà in casa tua e farà cordoglio per suo padre e sua madre un mese intero” – La prigioniera non è un oggetto inanimato da utilizzare per soddisfare i propri desideri. Anche lei ha dei sentimenti, e tu dovrai rispettarli (da: http://www.vbm-torah.org).

Abbiamo visto dunque come la Torah, nel sottoporre a regolamentazioni vari aspetti della guerra, si preoccupi della vita dei combattenti Israeliti, delle sofferenze dei loro nemici, dei diritti dei prigionieri e persino del rispetto dell’ambiente naturale. Tutte queste considerazioni possono aiutarci a comprendere quanto la legge biblica sia lontana dall’idea espressa dal proverbio latino citato all’inizio, ma anche dalle barbarie compiute ogni giorno in nome di un fanatismo religioso che osa santificare le peggiori mostruosità e che eleva la morte al di sopra della vita.