Ki Tetzè: Sposare il proprio stupratore

Se un uomo trova una ragazza vergine che non sia fidanzata, la afferra e giace con lei, e [i due] sono scoperti, l’uomo che ha giaciuto con lei darà al padre della ragazza cinquanta sicli d’argento, ed ella sarà sua moglie, perché egli l’ha violata e non potrà mandarla via finché egli vive (Deuteronomio 22:28-29).

“La Torah di HaShem è perfetta, ristora l’anima”, dichiara il re David (Salmi 19:7). Eppure, questa Legge perfetta stabilisce che una ragazza vergine che è stata violentata sia unita in matrimonio al suo stupratore. Ai nostri occhi di lettori moderni e sensibili ai temi legati ai diritti delle donne e al dramma delle molestie sessuali, l’idea appare a dir poco ripugnante. Ciononostante, bisogna riconoscere che sarebbe inappropriato e anacronistico cercare di proiettare questo nostro giudizio morale anche nel lontano passato.

La situazione era infatti ben diversa tremila anni fa, in un mondo in cui la verginità aveva un valore economico, e una giovane disonorata poteva facilmente andare incontro a un futuro di estrema povertà o di prostituzione. In questo quadro sociale arcaico, la Torah offre quindi una garanzia alla donna e alla sua famiglia: il violentatore dovrà pagare un risarcimento e tutelare la vittima come moglie per tutta la vita, senza alcuna possibilità di ripudiarla.

Il contesto storico

La legge, così come elaborata nel Deuteronomio, rappresenta già un notevole passo avanti rispetto alla tradizione giuridica precedente, considerando che il Codice delle leggi Medio-assire (par. 55), oltre a offrire alla vergine un’analoga forma di tutela, stabilisce quanto segue:

“Se un uomo violenta una vergine che risiede in casa di suo padre, il padre della vergine prenderà la moglie dello stupratore e la farà violentare, e non la restituirà al marito”.

Alla brutalità dello stupro, la legge assira fa seguire l’ingiustizia di una pena inflitta contro una persona di fatto estranea al crimine, la moglie dello stupratore, che viene abusata a sua volta. Simili forme di “punizioni vicarie” sono piuttosto comuni negli antichi codici mesopotamici, ma nulla di simile si può trovare all’interno della Torah.

La vicenda di Tamar e Amnon

Un’interessante testimonianza della concezione biblica dello stupro dal punto di vista della vittima nell’epoca biblica ci viene fornita dal libro di Samuele. Secondo il racconto di 2 Samuele 13, la giovane Tamar, figlia del re David, fu violentata dal suo fratellastro Amnon, che si era invaghito di lei. Tamar, cercando di opporsi all’abuso, implora: “No, fratello mio, non umiliarmi così. Questo non si fa in Israele. Non commettere una tale infamia! Io dove andrei a portare la mia vergogna? Tu invece saresti [considerato] uno scellerato in Israele” (v. 12).
Subito dopo, nello stesso verso, la giovane si dichiara però disposta a sposare Amnon nel caso in cui il re avesse acconsentito all’unione. Dopo il misfatto, tuttavia, Amnon le infligge un ulteriore affronto mandandola via (vv. 15-17). Il destino della ragazza appare segnato nel momento in cui il testo ci dice che “Tamar rimase desolata nella casa di suo fratello Avshalom” (13:20).

Dal racconto emerge quindi che i timori di Tamar siano fondati principalmente sull’infamia subita e sull’incertezza del suo futuro dovuta all’umiliazione, non sulla brutalità dell’atto o sulle possibili conseguenze traumatiche. Tutto ciò richiama una percezione dello stupro molto diversa da quella a cui siamo oggi abituati nel mondo occidentale.

La legge attraverso i secoli

Per quanto possa apparire sorprendente, leggi che prevedevano il matrimonio tra la donna vittima di abusi e il suo stupratore erano comuni in molti stati del mondo almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso.

Situazioni come quelle prospettate dal Deuteronomio continuano purtroppo a verificarsi persino ai nostri giorni in alcuni paesi in cui la società è ancora fondata su un sistema rigorosamente patriarcale. Nel 2015, la CNN ha documentato il caso di una donna afgana, rimasta incinta dopo uno stupro, che in seguito a pressioni da parte delle autorità ha acconsentito a contrarre un “matrimonio riparatore”, sposando proprio colui che l’aveva violentata. “Non volevo rovinare la vita di mia figlia o lasciarmi senza aiuti, quindi sono stata d’accordo e l’ho sposato” ha affermato la donna. “Siamo persone tradizionaliste. Quando la nostra reputazione è rovinata, preferiamo morire piuttosto che portare l’onta di quello che è successo vivendo in società”. Queste parole riflettono una mentalità lontanissima dai moderni ideali femministi, ma decisamente più vicina al pensiero della biblica Tamar.

Pensare di poter applicare la legge del Deuteronomio rigidamente in ogni secolo della storia umana significherebbe promuovere un’assurda ingiustizia. Già i Maestri del Talmud (Kiddushin 39b) hanno interpretato tale legge in maniera più compatibile con il nuovo contesto storico, riconoscendo che la donna possa decidere liberamente di propria volontà se sposare o no lo stupratore (mentre nessuna scelta è concessa a quest’ultimo), e che l’uomo deve in ogni caso pagare anche risarcimenti specifici per la vergogna, la sofferenza e il danno alla reputazione subiti dalla donna.

Cosa possiamo dunque imparare oggi dalle antiche parole del Deuteronomio? Nell’evidenziare l’importante necessità di recuperare il “nucleo etico del testo biblico“, Rabbi Zev Farber scrive in proposito:

“Se dovessimo estrarre un principio etico da questa norma, diremmo che la società deve proteggere le donne dal diventare vittime di attività sessuale indesiderata, e tentare di correggere ogni danno da loro subito nel caso ciò accada.
Applicando la norma della Torah a un contesto moderno, potrei affermare che l’uomo dovrebbe pagare per qualsiasi trattamento fisico e psicologico di cui la donna abbia bisogno, e che non dovrebbe esserci alcun limite di tempo per questa pena, esattamente come al marito-stupratore non era mai permesso di abbandonare sua moglie. In altre parole, traducendo la legislazione della Torah nei nostri tempi: cosa dovrebbe fare lo stupratore per riparare al proprio crimine? Tutto ciò che è necessario”.

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