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Il “doppio rapimento” di Sarah

Avram scese in Egitto per soggiornarvi, perché nel paese vi era una grande carestia. E avvenne che, come stava per entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: «Ecco, io so che tu sei una donna di bell’aspetto; così avverrà che, quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: “Costei è sua moglie”, uccideranno me, mentre lasceranno te in vita. Ti prego, dì che sei mia sorella, perché io sia trattato bene a motivo di te, e la mia vita sia salva per amor tuo» (Genesi 12:10-13).

La vita di Avraham (Abramo) è un’avventura piena di prove e difficoltà. Il suo viaggio non si ferma mai: non molto tempo dopo essere giunto nella terra promessagli da Dio come eredità eterna, il futuro padre degli Ebrei è già costretto a spostarsi in Egitto, dove sua moglie Sarah (all’epoca chiamata Sarai), creduta sua sorella, viene condotta alla corte del Faraone, diventando una vittima silente di una cultura che non ha pietà per le donne. Il lieto fine della vicenda è noto: un flagello divino si abbatte sulla casa reale, la verità celata viene scoperta, e Avraham e Sarah lasciano il paese sani e salvi.
Più avanti, tuttavia, al capitolo 20, la Torah ci narra una vicenda molto simile, questa volta ambientata a Gherar, città dei Filistei Continua a leggere

La gioventù di Abramo: quando la Torah tace, il Midrash parla

E HaShem disse ad Avràm: «Va’ via dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu diventerai una benedizione (Genesi 12:1-2).

Chi è quest’uomo di nome Avràm (Abramo), a cui Dio si rivela con grandi promesse e benedizioni? Quale merito gli ha permesso di essere scelto per un ruolo tanto importante? La Bibbia sembra tacere.
Il racconto della Genesi ci dice che Abramo aveva un padre chiamato Terach, due fratelli (Nachor e Haran), un nipote (Lot) e una moglie sterile (Sarai). Sappiamo inoltre che l’intera famiglia era emigrata dalla città di Ur Kasdim, in Mesopotamia, e si era stabilita a Charan, dove Terach era morto (Genesi 12:24-32). Nient’altro ci viene rivelato dalle Scritture sul misterioso passato di colui che sarebbe diventato il padre del popolo ebraico, né sul motivo per cui Dio lo scelse. Tuttavia, come è noto, gli “spazi vuoti” lasciati dal testo biblico vengono puntualmente colmati dagli antichi Maestri della tradizione rabbinica. Il Midrash racconta infatti in maniera dettagliata alcuni eventi inediti della vita di Abramo, e in particolare:

  1. La vicenda del giovane Abramo che distrusse gli idoli di suo padre Terach per fargli comprendere l’assurdità dell’idolatria.
  2. Il racconto di come Abramo sopravvisse miracolosamente dopo essere stato gettato in una fornace di fuoco dal re Nimrod, a causa del suo rifiuto del politeismo.

Come affermò la studiosa Nechama Leibowitz, queste due storie sono talmente conosciute fra gli Ebrei che in molti sono persino convinti che esse si trovino nella Bibbia, mentre in realtà compaiono soltanto in varie fonti rabbiniche.
Ma da dove sono venuti fuori questi racconti? Continua a leggere

Pesach al tempo di Abramo

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“Le azioni dei padri sono un segno di ciò che avverrà ai loro figli”. Questo principio, noto da sempre alla tradizione rabbinica, è la chiave per comprendere a pieno i vari racconti che la Torah narra sulle vicende dei patriarchi del popolo ebraico. Le imprese dei padri, nella prospettiva biblica, non sono soltanto una fonte di esempi ed insegnamenti per i loro discendenti, ma anche vere e proprie prefigurazioni degli avvenimenti della futura storia ebraica.

Se ciò è vero, allora è ragionevole pensare che l’uscita degli Ebrei dall’Egitto, l’evento fondamentale della Torah, debba aver avuto una sorta di anticipazione profetica nel Libro di Bereshìt (Genesi). Continua a leggere

Lekh Lekhà: La vocazione di Abramo

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Da un commento alla Parashà di Lekh Lekhà di Rav Riccardo Pacifici.

Va per conto tuo dalla tua terra, dalla tua città, dalla casa di tuo padre, va verso la terra che ti mostrerò (Genesi, 11:1).

Tutta la storia di Abramo e della sua progenie è già racchiusa in questo verso, in questo solenne imperativo che mette subito a dura prova la preparazione di Abramo: lasciare tutto, proprio tutto, la patria, la famiglia, l’ambiente per andar dove? dove egli non sapeva, ma dove Iddio l’avrebbe guidato; non è già questa una prova di illimitata fiducia in Dio?

Quando, come ci espone la Parashà, Abramo riceve l’annuncio della discendenza che da lui avrà origine, di questa discendenza della quale per legge di natura, egli ormai credeva di essere privo, il Signore gli ordina di uscir fuori dalla tenda e di rivolgere lo sguardo verso il Cielo stellato: là egli dovrà guardare, non alla terra e alle vicende che si svolgono secondo gli umani accorgimenti e le umane leggi, ma al Cielo, alle leggi del Cielo dovrà essere rivolto il suo sguardo, perché la sua discendenza avrà una origine e una storia che sarà fuori dalla legge degli uomini, e sarà creazione diretta di Dio. Questo il comando. Abramo ubbidisce a quel comando e volge il suo sguardo verso il Cielo: il suo cuore – dice la Torà – fu fiducioso e sicuro nella forza di Dio. In quello sguardo, in quella forza sta tutta la vita di Abramo.

Fonte: http://www.archivio-torah.it/ebooks/discorsiRP/RP03.htm