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Il “doppio rapimento” di Sarah

Avram scese in Egitto per soggiornarvi, perché nel paese vi era una grande carestia. E avvenne che, come stava per entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: «Ecco, io so che tu sei una donna di bell’aspetto; così avverrà che, quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: “Costei è sua moglie”, uccideranno me, mentre lasceranno te in vita. Ti prego, dì che sei mia sorella, perché io sia trattato bene a motivo di te, e la mia vita sia salva per amor tuo» (Genesi 12:10-13).

La vita di Avraham (Abramo) è un’avventura piena di prove e difficoltà. Il suo viaggio non si ferma mai: non molto tempo dopo essere giunto nella terra promessagli da Dio come eredità eterna, il futuro padre degli Ebrei è già costretto a spostarsi in Egitto, dove sua moglie Sarah (all’epoca chiamata Sarai), creduta sua sorella, viene condotta alla corte del Faraone, diventando una vittima silente di una cultura che non ha pietà per le donne. Il lieto fine della vicenda è noto: un flagello divino si abbatte sulla casa reale, la verità celata viene scoperta, e Avraham e Sarah lasciano il paese sani e salvi.
Più avanti, tuttavia, al capitolo 20, la Torah ci narra una vicenda molto simile, questa volta ambientata a Gherar, città dei Filistei Continua a leggere

Sodoma e Gomorra: città di omosessuali?

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A causa di quale peccato furono punite le antiche città di Sodoma e Gomorra? Agli occhi di molti, la risposta a questa domanda apparirà ovvia e scontata: l’omosessualità.

Già nei primi secoli della sua storia, la civiltà cristiana ha infatti associato la condotta omosessuale agli empi abitanti della due città bibliche, influenzando in tal modo la cultura occidentale fino ai nostri giorni. Basti pensare al termine “sodomita“, usato oggi in ambito di discorsi moralistici senza alcun riferimento etnico o geografico, o al verbo “sodomizzare”, dal significato molto noto e concreto.

Se tuttavia ponessimo la stessa domanda agli antichi profeti, la loro risposta potrebbe sorprenderci.

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Chi erano i tre uomini che apparvero ad Abramo?

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E Hashem apparve [ad Avraham] presso le querce di Mamrè, mentre egli stava seduto all’ingresso della tenda, alla calura del giorno.  Alzò gli occhi e vide, ecco tre uomini in piedi davanti a lui; li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò al suolo. Disse: «Mio signore, ti prego, se ti sono gradito, non oltrepassare il tuo servo! Si prenda per favore un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e trovate riposo sotto l’albero. Prenderò un pezzo di pane e vi rifocillerete, poi riprenderete la vostra via, essendo passati dal vostro servo» (Genesi 18:1-5).

Questo famoso episodio della vita di Avraham (Abramo) si apre con una frase che sembra introdurre una rivelazione divina: “E Hashem (Y-H-V-H) gli apparve presso le querce di Mamrè” (v.1); eppure, nel verso successivo, non si legge di un annuncio profetico o di un dialogo tra il patriarca e Dio, come avviene in molte altre occasioni nella Genesi. Al contrario, ciò a cui Avraham assiste è la visita di tre personaggi sconosciuti, chiamati semplicemente anashìm (“uomini”). Nel capitolo successivo, due di questi individui si recheranno anche a Sodoma, dove incontreranno Lot prima della distruzione della città. Al verso 19:1, il testo biblico indica i personaggi misteriosi con il termine malakhìm (cioè “inviati”, “angeli” o “messaggeri”). Continua a leggere

L’Esodo di Hagar

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Dio udì la voce del ragazzo e l’angelo di Dio chiamò Hagar dal cielo e le disse: «Che hai, Hagar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del ragazzo là dov’è.  Alzati, prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione (Genesi 21:17).

Hagar, la serva egiziana della casa di Abramo, è un personaggio che può apparire alquanto marginale all’interno del quadro delle vicende dei patriarchi della Genesi, ma che in realtà, con la sua storia, ci conduce a un’importante riflessione sui valori morali della Torah. Continua a leggere

Pesach al tempo di Abramo

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“Le opere dei padri sono un segno di ciò che avverrà ai loro figli”. Questo principio, noto da sempre alla tradizione rabbinica, è la chiave per comprendere a pieno i vari racconti che la Torah narra sulle vicende dei patriarchi del popolo ebraico. Le imprese dei padri, nella prospettiva biblica, non sono soltanto una fonte di esempi ed insegnamenti per i loro discendenti, ma anche vere e proprie prefigurazioni degli avvenimenti della futura storia ebraica.

Se ciò è vero, allora è ragionevole pensare che l’uscita degli Ebrei dall’Egitto, l’evento fondamentale della Torah, debba aver avuto una sorta di anticipazione profetica nel Libro di Bereshìt (Genesi). Continua a leggere

Vayerà: La grande prova

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Dopo questi fatti Dio mise alla prova Avraham e gli disse: “Avraham!” Egli disse: “Eccomi”. Dio gli disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, quello che ami, Yitzkhak, va’ alla terra di Moriyà e là fallo salire in olocausto su uno dei monti che ti dirò”. 
Avraham si alzò presto al mattino, sellò il suo asino e prese con sé i suoi due aiutanti e suo figlio Yitzkhak; spaccò la legna per l’olocausto e si alzò per andare al luogo che Dio gli aveva detto (Genesi 22:1-3).

La prova più dura di Avrahàm

Tra le dieci prove che Avraham ebbe a sostenere, quest’ultima è senza dubbio la più dura. La lettura del capitolo 22 di Bereshit mette in evidenza quella che è una caratteristica di tutta la Torà: l’estrema concisione nel narrare per esprimere solo ciò che è strettamente necessario. In questo caso, per esempio, non traspare nulla riguardo allo stato d’animo di Avraham, non viene raccontato come il patriarca sciolse le contraddizioni interiori che pure emergono leggendo il testo biblico in cui, da un lato, gli viene promesso che Yitzkhak sarà il suo unico erede, dall’altro gli viene chiesto di sacrificare proprio questo figlio. E ancora: come è risolta la contraddizione che emerge fra il versetto della Torà in cui si vieta lo spargimento del sangue umano (Bereshit 9:5-6) e il sacrificio che viene richiesto ora?

Il Midrash (raccolta di riflessioni rabbiniche omiletiche che scrutano il testo biblico in profondità, n.d.r.) colma le lacune introducendo la figura di un interlocutore. Ad Avraham si fa incontro un vecchio che lo tenta sottoponendogli diversi problemi e tutta una serie di obiezioni. Chi è questo vecchio? Non è altro che lo yetzer harà (istinto cattivo) di Avraham stesso.

Per tutti i tre giorni di cammino verso il luogo indicato da Hashem, il patriarca viene tormentato da dubbi insistenti, ma nonostante gli interrogativi e il dilemma, resterà fermo nella sua decisione di eseguire il comando divino. Nella Torà, però, di tutto questo travaglo interiore non viene fatto cenno; vi è solo un breve colloquio fra il padre e il figlio.

E quest’ultimo in che posizione si trova? Come riesce a superare anch’egli la prova? Dal testo della Torà non risulta con chiarezza. Il Midrash fa incontrare Yitzkhak con un giovane che gli pone delle domande. È interessante notare come ad Avraham sia comparsa la figura di un vecchio, mentre ad Yitzkhak quella di un giovane, come a dire che chi pone le domande non è altro che la proiezione dell’istinto. I quesiti, i dubbi, le problematiche, sono perciò diversi perché diversa è l’età del personaggio. Si vede anche come il giovane Yitzkhak abbia bisogno dell’aiuto paterno per scacciare definitivamente i pensieri che lo turbano. Anche se tutto ciò non compare nel testo della Torà, quali siano i dubbi che tormentano l’animo di Yitzkhak lo si evince da come sono esposte le domande e dalla breve conversazione fra padre e figlio: Yitzkhak parlò a suo padre Avraham e disse: “Padre mio!” E Avraham disse: “Eccomi, figlio mio!” Yitzkhak disse: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” Avraham disse: “Dio provvederà per sé l’agnello per l’olocausto, figlio mio! (Bereshit 22:7-8).

Il padre invita il figlio, che ha coscienza del proprio dramma, a sottomettersi e ad avere fede in Dio che li ha posti su quella strada. Che Yitzkhak accetti le parole del padre lo si deduce dall’espressione: I due camminarono insieme (Beresit 22:8), altrimenti superflua poiché già presente nel versetto 6. La ripetizione della stessa espressione, dopo il colloquio tra padre e figlio, dimostra che, secondo il Midrash, sia Avraham che Yitzkhak sono concordi nell’eseguire il comando divino.

Tratto dall’edizione tradotta e commentata del Libro di Bereshit, pubblicata da Mamash.