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Il Dio che redime… gli Egiziani!

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Considerando che la festività di Pesach è alle porte, e che milioni di Ebrei stanno per sedersi come ogni anno alla tavola del Seder per celebrare la liberazione dalla schiavitù in Egitto, il titolo di questo articolo potrebbe apparire più che mai una stramba provocazione.

Parlando così spesso della redenzione di Israele, a Pesach come in tante altre occasioni, si corre il rischio di dimenticare che la Torah e i Profeti racchiudono una visione ben più ampia. Tra le pagine della Bibbia ebraica − quasi costantemente incentrate sulla storia del popolo d’Israele − esiste infatti una concezione universale della redenzione che, sebbene talvolta sia poco percepibile, in alcuni casi risplende in modo straordinario.

Vogliamo allora promuovere una riscoperta di tale concezione universale proponendo un commento al capitolo 19 del libro di Isaia, uno dei brani che smentiscono in maniera particolarmente eclatante le convinzioni di chi immagina il Dio della Bibbia ebraica come una “divinità nazionale degli Ebrei”, e l’Ebraismo come un sistema religioso che esclude il genere umano nella sua collettività per favorire un’unica nazione eletta.

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La “buona novella” dell’Ebraismo

Quando si parla di “buona novella” e di “salvezza“, in genere si pensa immediatamente al nucleo fondamentale del Cristianesimo, cioè al messaggio di redenzione spirituale che i seguaci di Gesù di Nazareth iniziarono a predicare circa duemila anni fa. Il termine “Vangelo” (dal greco eu anghélion) ha infatti il significato letterale di “lieto annuncio” o “buona notizia”, a dimostrazione di quanto l’idea di un messaggio salvifico da proclamare sia indissolubilmente legata alla fede cristiana fin dalle sue origini. Eppure, nell’utilizzare tali espressioni, gli autori del Nuovo Testamento non introdussero qualcosa di completamente nuovo, ma rielaborarono concetti già presenti nella Bibbia ebraica per applicarli alla loro dottrina Continua a leggere

L’altro Esodo: Se il Faraone avesse detto “sì”

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Le acque tornarono e coprirono i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del Faraone che erano entrati nel mare per inseguire gli Israeliti, e non ne scampò neppure uno di loro. […] E in quel giorno HaShem salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare (Esodo 14-28-30).

Il passaggio del Mar Rosso rappresenta il momento decisivo della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto, il miracolo della vittoria definitiva degli oppressi sui loro oppressori. Eppure, in questo pur grande trionfo, non è difficile percepire un sapore amaro, come se l’immagine presentata dal racconto biblico non sia del tutto positiva. Mentre infatti gli Israeliti, guidati da Moshè, raggiungono la riva sani e salvi e innalzano un canto di lode, gli Egiziani periscono tra le onde e affiorano in superficie ormai privi di vita. Benché si tratti di una distruzione necessaria per la salvezza d’Israele, e di un giudizio volto contro un tiranno sanguinario e il suo esercito spietato, non si può comunque negare che la Redenzione appaia segnata da un elemento tragico e macabro. Un popolo viene liberato e si avvia a diventare una vera nazione, mentre un altro subisce una grande catastrofe che gli impedirà di riscattarsi dagli errori compiuti. Continua a leggere