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“Popolo eletto”: siamo sicuri di sapere cosa significa?

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Oggi molto più che in passato, parlare di “popolo eletto” non è per niente facile. Gli orrori compiuti dai regimi totalitari nel secolo scorso, insieme alla crescente sensibilità egualitaria sbocciata nel mondo occidentale, ci mostrano infatti quanto possa essere aberrante credere che una nazione, ma anche una qualsiasi comunità, sia intrinsecamente “superiore”, “eletta” o degna di dominare sulle altre.

Se da un lato il concetto ha fatto sì che gli Ebrei preservassero la loro identità durante i secoli di dispersione e di persecuzione, custodendo con orgoglio le proprie tradizioni, dall’altro esso è stato (ed è tuttora) motivo di astio e di disprezzo da parte degli altri popoli, che da sempre accusano gli Ebrei di considerarsi la stirpe suprema.

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La Sukkà dei popoli

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La festività ebraica di Sukkot (che significa “Capanne”) ricorda il cammino degli Israeliti in seguito alla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nell’intraprendere il suo viaggio verso la terra promessa, infatti, il popolo ebraico dimorò all’interno di strutture fragili e provvisorie, in una situazione di precarietà che ogni anno si è chiamati a rivivere e a celebrare. La Torah comanda:

Celebrerete questa festa in onore del Signore per sette giorni, ogni anno. È una legge perpetua, per tutte le vostre generazioni. La celebrerete il settimo mese. Dimorerete in capanne per sette giorni. Tutti quelli che sono nativi d’Israele dimoreranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci dimorare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dal paese d’Egitto (Levitico 23:41-43).

Questa festa, che per il suo significato principale sembra essere legata unicamente al popolo ebraico e alla sua storia, assume nella Bibbia e nella tradizione rabbinica anche un sorprendente valore universale che coinvolge l’umanità intera. Continua a leggere

“Secondo il numero dei figli d’Israele”

Ha'azinu

La Shirat Ha’azinu (Cantico dell'”ascolto”), contenuta nel capitolo 32 del Deuteronomio, è il componimento poetico che Moshè scrisse per trasmettere un ultimo messaggio di ammonimento a tutte le generazioni future del popolo d’Israele. In questo lungo cantico dal linguaggio elevato si mescolano insieme elementi diversi: l’esaltazione della giustizia del Creatore, la severità delle punizioni inflitte a coloro che abbandonano la Torah e l’amore di Dio per la nazione ebraica.

In questo articolo vogliamo focalizzarci in particolare su due versi della Shirat Ha’azinu, la cui comprensione può risultare alquanto problematica:

Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figli degli uomini, Egli fissò i confini dei popoli, secondo il numero dei figli d’Israele. Poiché la parte di Hashem è il suo popolo, Giacobbe è la sua eredità (Deuteronomio 32:8-9).

L’idea di base sembra essere piuttosto chiara: Dio (come narra il Libro della Genesi) ha diviso l’umanità sulla terra, e ha decretato che ciascun popolo possieda un determinato territorio, per poi scegliere Israele come Sua nazione consacrata a cui rivelare la Torah. Fino a qui nulla di nuovo in relazione a ciò che il racconto biblico ci ha già insegnato in passato. Tuttavia, il brano ci dice anche che l’Altissimo stabilì i confini dei popoli lemispar benè Israel (letteralmente: “per il numero dei figli di Israele”). Che cosa significa?

La citazione del Deuteronomio che abbiamo riportato si basa sul testo ebraico masoretico, la versione della Bibbia ritenuta ufficiale ed autorevole all’interno dell’Ebraismo, nonché la più utilizzata dai traduttori di altre religioni. Se però consultiamo la traduzione greca dei LXX, scopriamo che, al posto di “figli di Israele”, tale versione ha invece “angeli di Dio” (ἀγγέλων θεοῦ). Questa variante testuale ha acquisito notevole credito nel mondo accademico in seguito alla scoperta di un antico frammento appartenente ai celebri “manoscritti di Qumran“, in cui la frase enigmatica appare nella forma: lemispar benè El; cioè: “secondo il numero dei figli di Dio”, da identificare con gli “angeli” di cui parla la LXX greca.
Sulla base di questa scoperta, molti critici hanno adottato un’interpretazione in netto contrasto con quanto affermato dalla tradizione ebraica: l’Altissimo (Elyon) sarebbe una divinità suprema che divise l’umanità e affidò ciascuna nazione a uno dei suoi figli (i benè El), divinità minori già presenti nel pantheon cananeo. Il popolo di Israele sarebbe stato assegnato ad Hashem (Y-H-V-H, il Nome divino), il quale avrebbe anch’egli ricevuto la sua eredità da Elyon.
Questa interpretazione politeistica, benché pretenda di chiarire il significato di un brano di difficile comprensione, presenta due grandi difficoltà:

  1. Il passo di Deuteronomio 32:8-9 fa riferimento al racconto della divisione dei popoli dopo il Diluvio (riprendendo anche alcuni termini di Genesi 10:32); tuttavia, nella Genesi non troviamo alcuna traccia dei “figli di Dio” a cui Elyon assegnò le nazioni. L’interpretazione dei critici appare quindi priva di un fondamento biblico su cui appoggiarsi. Al contrario, essa asserisce l’esatto opposto di quanto è espresso in alcuni versi della Torah, come Esodo 19:5, in cui Hashem dice agli Israeliti: “Voi sarete per me una proprietà speciale tra tutti i popoli, perché tutta la terra è mia.
  2. Il contesto della Shirat Ha’azinu è chiaramente monoteistico. Al versetto 39 dello stesso capitolo, Dio dichiara infatti: “Ora vedete che io, io sono Egli, e che non vi è altro Dio all’infuori di me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano, e non vi è nessuno che possa liberare dalla mia mano”. Inoltre, nonostante il cantico menzioni “altri dèi”, questi sono definiti “idoli vani” (Deut. 32:21), ovvero false divinità e oggetti privi di potere. Nessun altro passo del Pentateuco, fatta eccezione per la professione di fede dello Shemà (Deut. 6:4), presenta il monoteismo in maniera così esplicita.

Sulla base di quanto abbiamo spiegato, possiamo affermare che Elyon (l’Altissimo) sia certamente da identificare con Hashem (Y-H-V-H). L’impiego di due nomi divini differenti in un unico brano rientra nell’uso comune del linguaggio biblico, ma può avere anche un significato ben preciso. Elyon è infatti un titolo divino universale che risulta idoneo ad essere utilizzato nel contesto della relazione tra Dio e l’intera umanità (v.8). Il Tetragramma sacro, cioè il Nome di Dio vero e proprio, compare invece in rapporto al popolo ebraico (v.9), l’unico popolo che custodisce la rivelazione di questo nome.

Se la variante “figli di Dio” fosse realmente da preferire, sarebbe più coerente intendere questi benè El come emissari del Dio unico e identificarli perciò con i malachim (inviati, angeli) menzionati in vari racconti della Bibbia, piuttosto che con le divinità minori descritte nei testi dei Cananei. La tradizione rabbinica sostiene che ogni nazione possieda un rappresentante metafisico al cospetto del Creatore, eccetto Israele, a cui è associato soltanto Dio. Questa credenza si accorderebbe perfettamente con la variante benè El. Proprio in riferimento alla Shirat Ha’azinu, Nachmanide scrive:

“Israele non ha alcun sorvegliante o governatore tra le creature angeliche che lo guidi o lo assista, eccetto Dio stesso, poiché Egli è la sua eredità e la sua porzione”.

Una volta chiarito quale potrebbe essere il significato del testo secondo la versione della LXX e dei manoscritti di Qumran, non possiamo però esimerci dall’interpretare il passo così come esso è stato tramandato dall’autorevole versione masoretica.

Secondo Rashbam (Rabbi Shmuel ben Meir), l’espressione “secondo il numero dei figli di Israele” allude al fatto che Dio stabilì i confini della Terra di Canaan decretando che in futuro quel territorio sarebbe appartenuto al popolo ebraico. Seguendo un’interpretazione di carattere più universale, Rashi spiega che il “numero dei figli di Israele” si riferisce ai settanta membri della famiglia di Giacobbe che discesero in Egitto (vedi Esodo 1:5), e che poi costituirono il nucleo da cui ebbe origine il popolo d’Israele. Questo numero, secondo quanto si apprende dalle tavole genealogiche riportate in Genesi 10, corrisponde infatti a quello dei settanta discendenti di Noè che fondarono le nazioni del mondo. È utile citare a questo punto la spiegazione di Umberto Cassuto:

“Il numero settanta denota abitualmente la perfezione di una famiglia che è stata benedetta con una discendenza, sia nella tradizione israelitica che in quella precedente. I Cananei, come sappiamo grazie ai testi ugaritici, parlavano dei settanta figli degli dèi, mentre la tradizione degli Israeliti menziona i settanta discendenti di Noè. […]
Proprio come le nazioni del mondo intero, secondo il capitolo 10 di Genesi, sono in numero di settanta, così anche i figli di Israele sono settanta. Essi compongono un piccolo mondo in parallelo con il mondo più grande, un microcosmo che corrisponde al macrocosmo” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Exodus).

Settanta Israeliti che diedero vita a un popolo e settanta nazioni originarie da cui si formò l’intera civiltà. Questa è la corrispondenza numerica che il Deuteronomio sembra indicare, seppure in maniera criptica. Ma una nuova domanda prende forma nella mente: qual è il senso di tutto ciò? Ovvero: perché Israele dovrebbe rappresentare un microcosmo delle nazioni del mondo?
Sappiamo che gli Ebrei sono stati scelti per essere”un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6). Citando le parole di Elia Benamozegh, possiamo dire che “come il primogenito era nella famiglia il vicario paterno, il sacerdote, l’insegnante, il conservatore del culto di Dio, così e non altrimenti è Israele nell’umanità”.
Il sacerdote, secondo l’antica concezione biblica, è il rappresentante di un gruppo di persone dinanzi a Dio. Questa è l’idea della funzione del sacerdozio e della primogenitura così come appare nella Torah. Se quindi Israele è il «sacerdote dei popoli», uno dei suoi compiti è indubbiamente quello di rappresentare le nazioni del mondo al cospetto del Sovrano dell’universo, esattamente come il Sommo Sacerdote, quando esisteva il Tempio, entrava all’interno del Santuario portando sul suo petto le pietre su cui erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele, delle quali egli era rappresentante durante i riti.
Alla luce di queste riflessioni, da un passo problematico della Shirat Ha’azinu abbiamo tratto una lezione sulla centralità di Israele nel piano di Dio secondo la Torah, ma abbiamo anche appreso come questa centralità non escluda il resto del genere umano, ma riesca a conciliare particolarismo e universalismo nella maniera più completa.

“Non odiare l’Egiziano”

Commento alla Parashah di Ki Tetzei (Deuteronomio 21:10 – 25:19) di Rabbi Jonathan Sacks.

Ki Tetzei è la porzione della Torah che contiene il maggior numero di leggi, e con tutta la sovrabbondanza di dettagli che in essa ci vengono presentati si rischia addirittura di essere sommersi. Un versetto, tuttavia, si distingue per la sua pura contro-intuitività:

Non disprezzare l’Edomita, perché egli è tuo fratello. Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra (Deuteronomio 23:7).

Si tratta di due precetti che non ci aspetteremmo di trovare, ma che, una volta compresi, possono trasmetterci un’importante lezione.

Sappiamo che, fra tutti i popoli del mondo, noi Ebrei siamo quelli che hanno dovuto subire il razzismo più a lungo nel tempo e in forma maggiore. Per questo motivo dobbiamo essere anche i più attenti a non renderci noi stessi colpevoli di discriminazione razziale. Crediamo infatti che Dio abbia creato ciascun essere umano a Sua immagine, a prescindere dal colore della pelle, dalla classe sociale, dalla cultura e dalla fede personale. Disprezzare altri popoli per la loro razza significa degradare l’immagine di Dio e non riuscire a rispettare il kavod habriyot (l’onore delle creature), ovvero la dignità umana.

Chi pensa che una persona sia inferiore a motivo del colore della sua pelle, non fa altro che ripetere il peccato di Aaron e Miriam:
“Miriam e Aaron parlarono contro Moshè a causa della moglie etiope che aveva sposato, poiché egli aveva sposato una donna etiope” (Numeri 12:1).

Nel Midrash troviamo alcune interpretazioni che intendono questo passo in maniera diversa, ma il suo significato letterale è evidente: Aaron e Miriam discriminarono la moglie di Moshè poiché, come tutte le donne etiopi, aveva la pelle scura. Siamo quindi davanti a uno dei casi più antichi di pregiudizio basato sul colore della pelle. A causa di questo peccato, Miriam fu colpita dalla tzaraat.

Dobbiamo sempre ricordare ciò che è scritto nel Cantico dei Cantici: “Sono nera, ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come le cortine di Salomone. Non guardate me che sono nera, perché il sole mi ha rivolto il suo sguardo” (Cantico 1:5).

Gli Ebrei non possono lamentarsi del razzismo degli altri popoli se essi stessi seguono atteggiamenti razzisti. “Correggi prima te stesso e poi potrai correggere gli altri”, dichiara il Talmud. Anche se il Tanakh esprime giudizi negativi su alcune nazioni, ciò è sempre a causa della loro immoralità, mai della loro etnia o del loro colore.

Il comandamento contro l’odio appare straordinario: “Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra”.
Gli Egiziani  avevano ridotto gli Israeliti in schiavitù per poi sterminarli con un programma graduale di genocidio. Nonostante le piaghe che devastavano il loro paese, essi si erano rifiutati di lasciarli andare in libertà. Tutte queste non sono forse valide ragioni per odiare? Eppure gli Egiziani, secoli addietro, avevano anche permesso agli Israeliti di sopravvivere a una grave carestia. Essi avevano onorato Yosef (Giuseppe, figlio di Giacobbe), divenuto viceré d’Egitto. Le azioni malvagie commesse in seguito erano scaturite dall’istigazione del Faraone, non dall’iniziativa del popolo nella sua collettività. Inoltre, era stata proprio la figlia del Faraone a salvare Moshè e ad adottarlo.

La Torah traccia una chiara distinzione tra gli Egiziani e gli Amalekiti. I secondi erano destinati ad essere gli eterni nemici di Israele, mentre i primi seguirono una strada diversa. Secondo una profezia di Isaia, ci sarebbe stato un tempo in cui anche gli Egiziani avrebbero subito una dura oppressione. Allora essi avrebbero gridato a Dio, che sarebbe intervenuto per salvarli, proprio come aveva fatto con gli Israeliti:

Quando essi grideranno al Signore a motivo dei loro oppressori, Egli manderà loro un salvatore e un potente che li libererà. Il Signore si farà conoscere all’Egitto e gli Egiziani conosceranno il Signore in quel giorno (Isaia 19:20-21).

La saggezza del precetto di Moshè di non disprezzare gli Egiziani conserva la sua luce ancora oggi. Se il popolo ebraico avesse perseverato nell’odiare i suoi vecchi oppressori, Moshè sarebbe riuscito solo a trarre gli Israeliti fuori dall’Egitto, ma avrebbe fallito nel trarre l’Egitto fuori dai cuori degli Israeliti. Il popolo sarebbe rimasto ancora schiavo, non fisicamente, ma dal punto di vista psicologico. Sarebbe rimasto schiavo del passato, imprigionato dalle catene del rancore, incapace di costruire il suo futuro. Per essere liberi, bisogna lasciar andare via l’odio. È una verità difficile, ma anche necessaria.

Articolo originale: www.rabbisacks.org/ki-tetzei-5774-hate

Introduzione al Noachismo

Riportiamo di seguito una breve introduzione ai concetti di Noachismo e universalesimo ebraico, scritta dal rabbino Elio Toaff.

L’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, alla prova dei fatti non si dimostrò degno della fiducia che Dio aveva riposto in lui e quindi non meritava di continuare a vivere. Il diluvio universale fu il castigo che colpì un’umanità perversa e sanguinaria, e solo Noè con la sua famiglia venne risparmiato perché, dice il testo della Genesi: “Noè era un uomo giusto per i tempi che correvano”. E a lui il Signore si rivela per la prima volta dopo la rivelazione ad Adamo nel giardino dell’Eden, per fare un patto: non manderà più un diluvio sterminatore per punire gli uomini anche se malvagi e l’arcobaleno nel cielo ricorderà questo suo impegno. Continua a leggere

La Torah e i popoli del mondo

Un’introduzione al concetto di universalismo ebraico

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Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo. I capi dei popoli si riuniscono insieme al popolo del Dio di Abramo (Salmi 47:7-9).

Qual è il ruolo dei popoli del mondo secondo la Bibbia ebraica? Che posto occupano tutti coloro che non sono Ebrei all’interno della Torah?
A questi interessanti interrogativi, che sorgono constatando l’indiscussa centralità di Israele all’interno della Bibbia ebraica, sono state date spesso risposte poco accurate, frutto di un’interpretazione riduttiva e fuorviante delle Scritture.

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