“Popolo eletto”: siamo sicuri di sapere cosa significa?

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Oggi molto più che in passato, parlare di “popolo eletto” non è per niente facile. Gli orrori compiuti dai regimi totalitari nel secolo scorso, insieme alla crescente sensibilità egualitaria sbocciata nel mondo occidentale, ci mostrano infatti quanto possa essere aberrante credere che una nazione, ma anche una qualsiasi comunità, sia intrinsecamente “superiore”, “eletta” o degna di dominare sulle altre.

Se da un lato il concetto ha fatto sì che gli Ebrei preservassero la loro identità durante i secoli di dispersione e di persecuzione, custodendo con orgoglio le proprie tradizioni, dall’altro esso è stato (ed è tuttora) motivo di astio e di disprezzo da parte degli altri popoli, che da sempre accusano gli Ebrei di considerarsi la stirpe suprema.

Cercando di risalire all’origine dell’idea di “popolo eletto” nella Bibbia, è bene comprendere innanzitutto che essa non coincide con quella di “razza eletta” professata dai nazisti nel secolo scorso, o da altri gruppi xenofobi ancora attivi ai nostri giorni. La Bibbia non parla mai, in nessun caso, di una superiorità etnica, o di una gerarchia fra i popoli.

E Dio creò l’uomo a sua immagine“, afferma la Genesi (1:27) senza fare distinzioni di razza o di sesso. Lo stesso Libro, del resto, insiste nell’illustrare l’origine comune di tutte le nazioni e il legame di fratellanza che unisce l’intera umanità. Questo è infatti il messaggio fondamentale delle varie genealogie (vedi Genesi 5 e 10) spesso tralasciate in quanto percepite come poco avvincenti dai lettori.

Rimanendo nel campo delle ipotesi che sembrano avere le loro basi nelle Scritture ebraiche, vogliamo allora mettere alla prova le teorie più diffuse sul significato del concetto di “popolo eletto”, verificando la loro fondatezza biblica.

Ipotesi 1: Il popolo ebraico è “eletto” in quanto si tratta dell’unico popolo a cui Dio si è rivelato

La frase, espressa in questa maniera, non corrisponde alla verità. I primi 11 capitoli della Genesi raccontano di come il Creatore del mondo si rapporti all’intero genere umano, cominciando con la benedizione “Siate fruttiferi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela” (1:28), fino all’intervento divino contro i costruttori della Torre di Babele.

Proseguendo oltre, lungo la linea della storia biblica, scopriamo che Dio parla ad Abramo, ma anche (almeno in sogno) ad Avimelekh, re pagano. Egli comunica il suo volere a Mosè, ma anche a Bilam, profeta straniero. Il non-ebreo Giobbe, presentato come l’uomo più giusto della terra, assiste a una manifestazione divina (Giobbe 38:1). Il re Ciro di Persia, chiamato “messia” (cioè “unto”) in Isaia 45:1, dichiara in un suo editto: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha dato tutti i regni della terra” (Esdra 1:2). “Poiché da occidente a oriente, grande è il mio nome fra le nazioni”, è scritto nel libro di Malachia (1:11).

Ipotesi 2: Il popolo ebraico è “eletto” poiché ha stretto un’alleanza con Dio

È vero, Dio ha stipulato un patto con Abramo e con i figli d’Israele ai piedi del Monte Sinai, e questo è senza dubbio uno dei temi centrali dell’intera Bibbia ebraica. Tuttavia, ancora prima, la Genesi parla già di un altro patto, stabilito con “ogni creatura” subito dopo il Diluvio (9:9-17).

È forse a questa alleanza che fa riferimento Isaia quando scrive: “La terra è stata profanata dai suoi abitanti, perché hanno trasgredito le leggi, hanno disobbedito al decreto, hanno infranto il Patto perpetuo” (24:5). Inoltre il profeta Zaccaria, in un passo molto enigmatico, parla di un “patto con tutti i popoli” (secondo Rashi, si tratta in questo caso di un patto stipulato tra Dio e le nazioni nemiche di Israele affinché queste non attacchino il popolo ebraico).

Anche questa seconda ipotesi, nel modo in cui è stata formulata, risulta dunque essenzialmente falsa. Non è sufficiente considerare l’esistenza di un patto se non si comprende il significato e il contenuto dello stesso.

Ipotesi 3: Il popolo ebraico è “eletto” in quanto ha ricevuto delle promesse divine

Per mostrare quanto anche questa ipotesi sia errata, o almeno incompleta, citiamo un commento di Rabbi Jonathan Sacks:

“Un tema ricorrente delle storie dei patriarchi è quello delle due promesse che Dio fece a ciascuno di essi: una discendenza numerosa e l’eredità della terra di Canaan. Ma Dio fece [simili] promesse anche a Ismaele e a Esaù, e la Torah sembra insistere nel volerci dire che tali promesse furono adempiute per loro ancora prima che per i figli del Patto (vedi Genesi 25:12-18 per quanto riguarda i figli di Ismaele, e il cap. 36 per quelli di Esaù). Riguardo i figli di Esaù, ad esempio, è scritto: ‘Questi sono i re che regnarono nella terra di Edom prima che un re regnasse sui figli d’Israele’ (36:31)” (Covenant and Conversation, Vayeshev 5772).

Ipotesi 4: Il popolo ebraico è “eletto” poiché Dio l’ha liberato dalla schiavitù in Egitto

A smentire apertamente (e persino in modo provocatorio) questa idea è il profeta Amos, che ricorda come Dio abbia liberato altre popolazioni oltre agli Israeliti: “Non siete forse per me come i figli degli Etiopi, voi  figli d’Israele? – dice il Signore –, Non ho forse condotto Israele fuori dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e i Siri da Chir?” (9:7).

“Se gli Egiziani grideranno al Signore a motivo dei loro oppressori, Egli manderà loro un salvatore e un potente che li libererà. Il Signore si farà conoscere all’Egitto e gli Egiziani conosceranno il Signore in quel giorno”, è scritto in Isaia 19:20-21 (vedi l’articolo “Il Dio che redime… gli Egiziani!“). Oltre a questi esempi particolarmente chiari, esistono altri brani utili a confutare la presunta esclusività ebraica della redenzione (vedi “L’esodo di Hagar” e “Pesach al tempo di Abramo“).

In cosa consiste, allora, questa misteriosa “elezione”? La risposta biblica che più ci colpisce e ci sorprende è riportata ancora una volta da Amos: “Ascoltate questa parola che il Signore pronuncia su di voi, figli d’Israele, su tutta la stirpe che ho fatto salire dalla terra d’Egitto, dicendo: Solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

In questo verso, l’elezione appare come un peso più che come un privilegio: su Israele gravano maggiori responsabilità rispetto alle altre nazioni, e il popolo ebraico corre perciò il rischio di rendersi colpevole e meritevole di una pena molto più del resto dell’umanità, come se Dio richiedesse agli Ebrei un livello di giustizia e di osservanza particolarmente alto in virtù del loro ruolo di “custodi della Torah” e di “regno di sacerdoti e nazione santa”  (Esodo 19:6).

Tale ruolo, è bene ricordare, rappresenta una missione morale volta a far sì che “tutte le famiglie della terra siano benedette” (Genesi 12:3) e ad adempiere le parole di Isaia secondo cui “i popoli cammineranno alla tua luce, e i re allo splendore del tuo sorgere” (60:3). Si tratta, potremmo dire, di un’esclusività che ha lo scopo di includere, di una dimensione nazionale che racchiude paradossalmente una visione universalistica.

Tutte le ipotesi che abbiamo esaminato sono in parte corrette: la Bibbia ci parla di una “rivelazione collettiva” senza pari, ricevuta solo da Israele in quanto nazione; del Patto fondato sull’osservanza della Torah, che rappresenta “un’eredità dell’assemblea di Giacobbe” (Deut. 32:4); di promesse divine irrevocabili rivolte specificamente a Israele; della liberazione dall’Egitto come fondamento di un rapporto speciale tra il popolo e il suo Redentore.

Ma le stesse ipotesi, come abbiamo visto, hanno anche un aspetto universale che non deve essere ignorato, se non si vuole fraintendere il concetto di “elezione” e trasformare la Torah in un sistema ingiustamente limitato e persino discriminatorio.

Per un’interessante riflessione sull’argomento rimandiamo a un articolo di Rabbi Nathan Lopes Cardozo, tradotto in italiano da Joimag.

5 pensieri su ““Popolo eletto”: siamo sicuri di sapere cosa significa?

  1. Orietta Santamaria

    La ringrazio Sguardo a Sion di avermi inviato via e mail l’interessante post sulla elezione del popolo d’Israele. Lei è sempre molto informato, chiaro, preciso ed estremamente gentile.

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  2. Antonella

    Il popolo ebraico è detto “popolo eletto” non perchè si è eletto da se stesso, ma perchè Dio lo ha eletto. Israele porta il peso di questa elezione e riceve doppio castigo, doppia diaspora, benedizioni e castighi che gli altri popoli non hanno ricevuto.
    Israele non è il popolo di Dio per i propri meriti o per una presunta purezza della razza, bensì per Volontà divina. L’elezione è un mandato, una missione da compiere che non è stata affidata a nessun altro popolo. Gli ebrei sono persone “elette” perché in qualche modo sono più vicino ad Hashem rispetto a tutte le altre nazioni :
    “Il Santo Benedetto Egli sia disse a Israele: «Io sono Dio per tutti coloro che vengono al mondo, ma soltanto a te ho associato il mio Nome. Non sono chiamato il Dio degli idolatri, ma il Dio d’Israele”….

    La Torah, tramandata fedelmente da migliaia di anni, ci racconta che Hashem scelse e formò tra le genti, il suo popolo sacerdotale, cioè il popolo ebraico. Poi il fatto che gli ebrei siano il popolo sacerdotale dell’umanità non vuole assolutamente dire che sono superiori agli altri uomini, ma è semplicemente il loro incarico universale, la loro missione come nazione che ha dato origine alla loro esistenza ed elezione. Questo è un fatto inconfutabile, perché così è scritto! E se si crede che la Torah sia storia vera, non c’è da dire molto altro. Diverso invece il discorso se non si presta fede alla Torah.

    E infine….
    L’ebreo è il simbolo dell’eternità. Egli è colui che ha custodito il messaggio profetico e lo ha trasmesso a tutta l’umanità. Un popolo come questo non può mai sparire. L’ebreo è eterno. Egli è l’incarnazione dell’Eternità. (Leo Tolstoy)

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  3. anonimo

    bravissima e complimenti ad Antonella, chiara e sintetica Cosi è scritto e cosi è, Eletto grazie all’amore di Dio, che dovrà far conoscere al mondo la potenza e l’amore misericordioso di DIO;

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  4. Marco

    Mi chiedo: si può eleggere un intero popolo alla missione sacerdotale? Normalmente si elegge solo chi si candida perché desidera essere eletto, altrimenti è improprio parlare di elezione (non mi riferisco solo alla politica ma a qualsiasi ambito sociale, sacerdozio compreso che dovrebbe richiedere vocazione e volontarietà). Certo, il popolo eletto stipulò un patto con Dio… Ma, sorge la domanda, quella massa di gente aveva una sola testa? Sembra di sì, avendo votato all’unanimità quel patto e lo aveva rigettato, sempre unanimemente, appena quaranta giorni dopo. Fu proprio Dio a sostenere con senso di amarezza e delusione che gli israeliti avessero in comune… una dura cervice!

    Vorrei rilevare che c’erano non pochi vizi di forma in quel tipo di patto. In primo luogo esso avvenne tra due contraenti dei quali uno (il popolo) era in assoluto dipendente per la propria sopravvivenza dall’altro (da Dio). In secondo luogo questa situazione di dipendenza forzata del popolo era stata creata da Dio che lo aveva condotto nel deserto, un luogo terribile le cui scarsissime e inaccessibili risorse a malapena basterebbero per pochi beduini mentre quegli ebrei erano almeno tre milioni di bocche da dissetare e da sfamare! A ciò, infatti, Dio provvide con i suoi prodigi. In terzo luogo, dopo l’esodo dall’Egitto, gli israeliti non avevano un altro posto dove stabilirsi all’infuori di quella terra promessa verso cui solo Dio poteva guidarli: non si trattava di una terra libera perché era già abitata da sette potenti nazioni e loro erano ex schiavi non abituati alla vita nomade e a combattere, tanto che Dio stesso evitò che prendessero la via più breve, quella dei filistei, dove avrebbero dovuto battersi.
    Aggiungerei che gli israeliti erano stati, in Egitto, ospiti di riguardo e vivevano in una valle tutta per loro, ma questo finché Dio, con la sua onnipotenza, non moltiplicò all’inverosimile e in pochissimo tempo i primi settanta ebrei portandoli a tre milioni di individui, il che destò l’inevitabile terrore di chi li ospitava. Dio aveva quindi creato situazioni estreme fin dall’inizio: e le situazioni estreme costringono a reazioni estreme. Gli egiziani, infatti, non avevano possibilità di scelta; o schiavizzavano gli ebrei, o presto sarebbero stati resi schiavi da loro… oppure sterminati, come Dio aveva già programmato ma a spese degli abitanti di un’altra terra: Canaan.

    Dopo tre mesi di marcia, quella massa umana si fermò nell’Oreb, vale a dire nel cuore del deserto arabo. Allora Dio propose il suo patto d’alleanza; ma come avvenne la consultazione? In cabine singole con voto segreto anche all’occhio stesso di Dio, così da garantire a ognuno l’assoluta libertà di scelta? Oppure apertamente, come negli storici plebisciti avvenuti nel diciannovesimo e ventesimo secolo in Europa? In quei plebisciti, ovvero consultazioni-farsa dove si doveva votare per il sì o per il no, non essendo segreto il voto, il risultato per il sì era immancabilmente nel rapporto allucinante di mille contro uno.

    Comunque sia, pur volendo immaginare un’impossibile consultazione identica a quella che avviene nei nostri giorni, quali pensieri, potremmo chiederci, avrebbero agitato quegli ipotetici elettori? Pensieri angosciosi del tipo: “Se rifiutiamo la proposta, che ne sarà di noi? Dio ci abbandonerà a morire nel deserto? Oppure ci ricondurrà in Egitto? E qui la schiavitù non sarà assai più crudele e insopportabile dopo gli immensi lutti, patimenti e flagelli subiti dagli egiziani a causa nostra?”

    Se pure si potesse parlare di libera scelta, questa era una scelta vincolante per l’eternità, anche per tutte le future generazioni. In passato era normale che i figli dovessero esercitare la medesima professione del padre, poco importa che avessero o no la sua stessa vocazione. Pertanto, anche ammesso che la maggioranza (e sottolineo la maggioranza, dal momento che gli individui non hanno una testa in comune) di quegli israeliti avesse liberamente accettato di divenire i sacerdoti dell’umanità, le arcaiche logiche patriarcali imponevano che i loro figli e i figli dei figli seguissero le medesime orme dei propri ascendenti. Orme, tra l’altro, molto difficili da seguire essendo non più sette (come i precetti noachidi) ma più di seicento, le leggi da osservare.
    Non c’è quindi da stupirsi che gli israeliti non osservassero volentieri quel “patto”, apparentemente proposto, nella realtà imposto.

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  5. anonimo

    Si vede che lo rispetta Dio perché lui non può mai venir meno al suo patto, Sono io che scelto voi viene detto e sarà lui a portare tutto a compimneto

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