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L’Ebreo a corte: Giuseppe, Daniele, Ester

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“Disse Rav Yehuda a nome di Shmuel: Il libro di Ester non rende le mani impure (cioè non è un libro sacro). […] Rabbi Eliezer disse: Il libro di Ester fu scritto con l’ispirazione dello Spirito Santo” (Talmud, Megillah 7a).

In riferimento al libro di Ester (Meghillàt Estèr), il Talmud registra un lungo dibattito tra i Saggi d’Israele sull’idoneità di questo testo ad essere incluso nel canone delle Scritture. Alcuni Maestri, infatti, non ritenevano che tale libro dovesse essere considerato come parte integrante della Bibbia, e sollevarono perciò alcuni dubbi sul suo valore sacro.
Benché questa opinione scettica non sia risultata infine vincente, non è difficile comprendere il motivo per cui il libro di Ester sia divenuto oggetto di un simile dibattito tra i rabbini. Cosa ha a che fare questa narrazione a tratti fiabesca e a tratti romanzesca, dove non si parla né di Dio né dei suoi precetti, con la grande storia biblica del popolo del Patto? Continua a leggere

Vayechì: Rivalità tra fratelli nel Libro di Bereshit

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Con la Parashah di Vayechì (Genesi 47:28 – 50:26) si conclude la lettura del Libro di Bereshit (Genesi) secondo il ciclo annuale stabilito dalla tradizione ebraica.

Uno dei temi principali che unisce le varie storie narrate in Bereshit è senza dubbio quello della rivalità tra fratelli. I conflitti fra Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e infine fra Giuseppe e i suoi fratelli, si susseguono formando un vero e proprio filo conduttore che contribuisce a creare una struttura coerente nel racconto biblico. Tutte queste accese rivalità si sviluppano secondo uno schema preciso che rappresenta un’evoluzione graduale.

Il primo scontro, quello fra Caino e Abele, è il tragico prototipo del fratricidio. Il primogenito (Caino), credendo di essere stato rifiutato dal favore Divino, arriva addirittura ad uccidere suo fratello minore.
Dopo questa vicenda dal carattere universale, la contesa successiva tra i due figli di Abramo segna l’inizio del processo di elezione nel quale un figlio viene accettato nell’Alleanza stabilita da Dio, mentre l’altro ne risulta escluso. Sia nel caso di Isacco che in quello di Giacobbe, la promessa dell’elezione Divina viene attribuita al figlio minore, in contrasto con l’antica usanza secondo cui i compiti sacerdotali spettavano solo al primogenito.
Nella rivalità tra Giuseppe e i suoi fratelli la situazione cambia, perché nessuno dei figli di Giacobbe viene escluso dall’Alleanza, e dunque ciascuno di essi sarà destinato a fondare una delle tribù di Israele. Tuttavia, anche in questo caso, sono i figli più giovani (Giuseppe e Beniamino) a ricoprire il ruolo dei prediletti del padre, e da tale situazione emerge ancora una volta l’invidia dei fratelli più anziani.
Il primo conflitto, come abbiamo visto, si conclude nel modo peggiore possibile: con un omicidio. Il secondo porta invece ad una drammatica separazione, poiché Ismaele e sua madre vengono allontanati dalla famiglia. Ad un ipotetico riavvicinamento successivo tra i due fratelli la Torah dedica soltanto un brevissimo accenno (Genesi 25:9).
Il terzo conflitto, quello tra Giacobbe ed Esaù, termina con un incontro di riconciliazione, in seguito al quale i due fratelli prendono però strade diverse (Genesi 33:12-16), e i Maestri non fanno a meno di notare alcuni elementi del testo che rivelano la poca sincerità dell’atteggiamento di Esaù.
La riconciliazione tra Giuseppe e i suoi fratelli è radicalmente diversa. Qui, per la prima volta, ciò che pone fine alla rivalità è il perdono:

E i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?». Allora mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre prima di morire ha dato quest’ordine: Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!». Giuseppe pianse quando gli si parlò così. E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!». Ma Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò e parlò al loro cuore con dolcezza (Genesi 50:15-21).

Eppure, poco prima di questa lieta e commovente conclusione, la Torah descrive una nuova scena in cui un secondogenito risulta favorito a discapito del fratello maggiore. L’anziano Giacobbe, ormai vicino alla morte, si appresta a benedire i suoi nipoti, Efraim e Menashè, figli dell’amato Giuseppe. Nel momento in cui Giacobbe mostra di voler attribuire al figlio più giovane (Efraim) una posizione privilegiata, all’improvviso un nuovo conflitto sembra sul punto di  affiorare:

Giuseppe disse quindi a suo padre: «Non così, padre mio, perché il primogenito è questo; metti la tua mano destra sul suo capo». Ma suo padre si rifiutò; e disse: «Lo so, figlio mio, lo so; anche lui diventerà un popolo, e anche lui sarà grande; tuttavia il suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua discendenza diventerà una moltitudine di popoli» (Genesi 48:18-19).

Nessuno più di Giacobbe doveva essere conscio del rischio che si celava dietro una predilezione di questo tipo. Egli stesso, molti anni prima, era fuggito da suo fratello Esaù proprio a causa di una benedizione sottratta. In seguito, il suo amore per Rachele, sorella minore di Lea, aveva fatto nascere nuove tensioni. Infine, l’odio dei suoi figli verso Giuseppe aveva arrecato a Giacobbe enormi sofferenze. È forse plausibile che da tutte queste esperienze il patriarca non avesse imparato quanto sia pericoloso esprimere preferenze per un figlio piuttosto che per un altro?
La Torah ci mostra che in questo caso Giacobbe non commise alcun errore. Al contrario, grazie al suo gesto, il dramma del continuo scontro tra fratelli poté chiudersi definitivamente.  Tra Efraim e Menashè, infatti, non si sviluppò alcuna contesa. Tutta la famiglia sembrava aver ormai imparato la lezione: i fratelli possono vivere insieme, nonostante le differenze dei loro destini. Secondo la visione biblica, la storia non è dunque soltanto un ciclo che si ripete all’infinito, ma un percorso che deve essere volto al miglioramento, alla continua rettifica degli errori passati. È per questo che, ancora oggi, nel giorno di Shabbat, nelle famiglie ebraiche il padre benedice i figli con le parole: “Possa Dio rendervi come Efraim e Menashè”, facendo sì che l’idea del superamento delle rivalità tra fratelli sia trasmessa a tutte le generazioni.

Yehudah e la potenza del ravvedimento

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Yosef è il personaggio che emerge maggiormente nelle vicende narrate nell’ultima parte del Libro di Genesi. Le complicate vicende della sua vita gli permettono di essere riconosciuto meritatamente come un vero leader. Yosef viene infatti prima venduto come schiavo dai suoi fratelli, poi rinchiuso ingiustamente nelle prigioni d’Egitto, e infine eletto dal Faraone come viceré grazie alla sua saggezza. Nel corso di tutti questi eventi, nonostante le difficoltà e le tentazioni, Yosef non si allontana mai dalla via della giustizia. Il suo atteggiamento verso i fratelli giunti in Egitto (vedi Genesi 42), benché dall’esterno appaia come quello di un tiranno insensibile, è tuttavia finalizzato ad uno scopo ben preciso. I Maestri ci fanno notare che il vero intento di Yosef è di fare in modo che i suoi fratelli si trovino in una situazione simile a quella che, vent’anni prima, li aveva portati ad agire empiamente nei suoi confronti. Per questo egli si impegna a mettere il giovane Binyamin in cattiva luce agli occhi dell’intera famiglia, fino al punto di spingere i fratelli ad abbandonarlo e a consegnarlo come schiavo, che in fondo è esattamente ciò che essi avevano fatto con Yosef quando lo avevano venduto ai mercanti ismaeliti. Dunque, in realtà, questa messa in scena non rappresenta una punizione o una vendetta, ma una vera e propria verifica volta a far sbocciare la forma più completa di ravvedimento. Come spiegano i Maestri, infatti, per essere davvero liberati dai una grave colpa, è necessario trovarsi in una situazione analoga a quella che aveva portato a commettere il peccato la prima volta.

Il test pianificato da Yosef risulta superato nel momento in cui Yehudah si fa avanti e chiede addirittura di essere condannato alla schiavitù al posto di Byniamin, pur di risparmiare all’anziano padre la sofferenza della perdita del suo figlio più giovane (Genesi 44:33). Non a caso, proprio Yehuda, che ora mostra un grande spirito di sacrificio, è colui che in passato aveva proposto di vendere Yosef come schiavo (Genesi 37:26-27). L’incredibile dimostrazione di pentimento spinge il viceré d’Egitto a commuoversi e a rivelare la sua vera identità:
E Yosef disse ai suoi fratelli: «Io sono Yosef; mio padre è ancora vivo?». Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere perché erano impauriti alla sua presenza (Genesi 45:3).

Il cambiamento nell’animo di Yehudah era in realtà già iniziato nei capitoli precedenti della Torah. Davanti a sua nuora Tamar, che stava per essere condannata a morte, egli aveva ammesso: «Ella è più giusta di me» (Genesi 44:26). In seguito, per placare le ansie del padre Yaakov, Yehudah si era addossato enormi responsabilità nei confronti di suo fratello Binyamin:
E Yehudah disse a Israele suo padre: «Lascia venire il fanciullo con me, e ci leveremo e andremo perché possiamo vivere e non morire, sia noi che tu e i nostri piccoli. Io mi rendo garante di lui; ne domanderai conto alla mia mano. Se non te lo riconduco e non te lo rimetto davanti, ne porterò la colpa davanti a te per sempre» (Genesi 43:8-9).

È proprio la capacità di ravvedersi completamente che permette a Yehudah di diventare il leader del popolo ebraico, e di essere perciò innalzato persino al di sopra dello stesso Yosef. Il principio espresso nel Talmud (Berachot 34b), secondo cui chi si pente è superiore a chi è sempre rimasto nella giustizia, si applica perfettamente alla vicenda di Yosef e di Yehudah. Il primo, nonostante i grandi onori conseguiti in Egitto, avrà una discendenza corrotta che sparirà dalla storia ebraica dopo la deportazione ad opera degli Assiri; Yehudah, invece, riceverà dal padre il comando del popolo e sarà l’antenato del re David e della stirpe regale.
Tuttavia, alla fine, il destino della nazione d’Israele renderà giustizia ai meriti di entrambi i fratelli. Il profeta Ezechiele (nel brano scelto come Haftarah di Vayigash) parla infatti della promessa secondo cui il “bastone di Yosef” sarà riunito in futuro al “bastone di Yehudah”, per la realizzazione della speranza messianica:
Così dice Hashem il Signore: Ecco, io prenderò i figli d’Israele dalle nazioni fra le quali sono andati, li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese, e farò di loro una sola nazione nel paese, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro. Non saranno più due nazioni né saranno più divisi in due regni (Ezechiele 37:21-22).