Adorare Baal: che c’è di male?

All’interno della Torah, l’aspetto politico e militare del conflitto tra Israeliti e Cananei si intreccia con quello specificamente religioso.

Nella società occidentale contemporanea, ispirata ai valori della laicità dello Stato e della libertà di culto, dove da secoli si è prodotta una netta separazione tra la sfera politica e quella religiosa, a chi legge la Bibbia può risultare difficile comprendere la severità e l’intransigenza con cui il Dio d’Israele, per mezzo dei suoi profeti, esige esclusività e condanna i culti delle nazioni straniere come forme di idolatria da rigettare con assoluto rigore.

Per superare tale difficoltà occorre tenere conto del fatto che, nel mondo biblico, l’idea stessa di religione è qualcosa di molto diverso da ciò che oggi siamo abituati a pensare. Nelle Scritture, il rapporto con la Divinità non riguarda l’interiorità del singolo individuo, la spiritualità personale, né tantomeno credenze astratte che ciascuno può accettare per fede. Riguarda invece la vita nazionale, la collettività, il rispetto di un Patto, una vera e propria alleanza tra un popolo e il suo Redentore.

Nel deserto, secondo il racconto biblico, il popolo ebraico si era già allontanato in più occasioni da questo Patto, abbandonando il puro monoteismo e volgendosi prima al vitello d’oro e poi, più tardi, agli dèi dei Moabiti. Ora, con l’insediamento nella Terra di Kenaan, a sedurre il cuore degli Israeliti sono le divinità di Baal (plur. Ba’alìm), Ashtoret (plur. Ashtaròt) e Asherah (plur. Asheròt).

Invano si cercherebbero nelle Scritture informazioni dettagliate su questi dèi: nel corso dei secoli, basandosi sulle vaghe e frammentarie allusioni del testo biblico, i commentatori hanno potuto soltanto immaginare quali potessero essere le caratteristiche degli idoli dei cananei e dei loro culti. Nel XIII secolo, ad esempio, Radak (Rabbi David Kimchi) ipotizzò che i Baalim fossero divinità considerate come “signori” dai loro devoti, e che le Ashtarot avessero la forma di pecore. Egli dedusse ciò dal fatto che ba’al, in ebraico, significa genericamente “padrone” o “proprietario”, e che la parola ashtarot è talvolta impiegata per indicare i “piccoli del gregge” (Deut. 7:13).

Grazie all’archeologia, oggi disponiamo di conoscenze molto più solide sulla religione dei popoli di Kenaan e sui culti del Vicino Oriente antico in generale. Sappiamo che Ashtoret (Astarte), come Ishtar a Babilonia, era la dea della guerra e della caccia, ma anche dell’amore e della fertilità. Asherah era invece la dea madre, la creatrice, consorte di El, dio del cielo; il suo nome è usato spesso nella Bibbia per indicare un albero (o un palo) sacro, simboli di vita e prosperità.

Le informazioni più rilevanti per noi riguardano però Baal, il dio della pioggia e delle tempeste, armato di saette e celebrato come colui che fa rifiorire la terra arida dopo le lunghe estati mediorientali. Per questo motivo, presso i Cananei e i Fenici, proprio Baal si guadagnò il titolo di divinità più venerata: in una terra che, diversamente dall’Egitto e dalla Mesopotamia, non è benedetta dalla presenza di grandi fiumi, la pioggia è per i suoi abitanti la chiave del benessere, o persino l’unica speranza di sopravvivenza.

Ma cosa era richiesto ai fedeli per ingraziarsi questi dèi e ottenere l’acqua, la vita e la fertilità? Da quanto ne sappiamo, Baal e gli altri membri del pantheon cananeo non esigevano altro che sacrifici animali, offerte concrete, riti propiziatori. A volte, i loro adoratori li imploravano in modi particolarmente teatrali, lacerandosi il corpo con una lama “fino a grondare sangue” (1 Re 18:28), oppure praticando la prostituzione sacra, in modo che Baal, osservando dall’alto gli amplessi dei suoi fedeli, fosse spinto a imitarli, fecondando a sua volta la madre terra.

Come Baal, anche il Dio d’Israele promette la pioggia al suo popolo. Lo sanno bene gli Ebrei religiosi, che nella lettura dello Shemà recitano ogni giorno questi versi:

E avverrà, se avrete cura di ascoltare i miei precetti che io vi comando oggi, per amare HaShem, vostro Dio, e per servirlo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, che io vi darò la pioggia per la vostra terra nella sua stagione, quella dell’autunno e della primavera, e tu raccoglierai il tuo grano, il tuo mosto e il tuo olio. e farò crescere l'erba nei tuoi campi per il tuo bestiame, e tu mangerai e sarai saziato (Deut. 11:13-15).

Da questa prospettiva, potremmo dunque chiederci, quale differenza sostanziale esiste tra Y-H-V-H, Dio degli Ebrei, e Baal? Non promettono forse entrambi la stessa benedizione?

Il divario è in realtà profondo, e risiede in particolare nella logica con cui i doni divini sono elargiti agli uomini nell’una e nell’altra fede.

Se Baal concede la pioggia in cambio di offerte, o si fa convincere con rituali cruenti e atti sessuali, il Dio d’Israele pretende qualcosa di molto più impegnativo: l’osservanza dei suoi comandamenti, leggi che regolano la condotta morale oltre che il culto. “La giustizia, [solo] la giustizia seguirai, affinché tu viva ed erediti la terra che HaShem, il tuo Dio, ti dà” (16:20).

La Torah introduce in questo modo un’innovazione di enorme portata nella storia delle religioni: la Divinità non chiede soltanto di essere servita con cerimonie e preghiere, ma impone innanzitutto di agire bene nei confronti dei propri simili, sostenere i poveri e costruire una società equa. Nella fede ebraica si realizza insomma un connubio fino ad allora inedito fra l’etica e la religione.

La Bibbia va però anche oltre e concepisce una Divinità che non ha neppure bisogno dei riti e dei sacrifici. Mentre gli dèi dei popoli vicini, come i miti mesopotamici ci raccontano a chiare lettere, si sfamavano grazie ai sacrifici offerti dagli uomini, il Dio d’Israele dichiara: “Se avessi fame, non te lo direi, perché mio è il mondo e ciò che contiene. Mangio forse la carne dei tori e bevo il sangue dei capri?” (Salmi 50:12-13).

Si tratta di un tema su cui insistono a lungo i profeti, denunciando l’ipocrisia di quegli Israeliti che si illudevano di poter ottenere la grazia divina ostentando fervore nel Tempio, per poi calpestare i diritti dei deboli e infrangere ogni legge morale. Così tuona a questo proposito Isaia: “Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice HaShem. Smettete di portare oblazioni inutili! […] Il vostro incenso io lo detesto. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).

E Amos, portavoce dello stesso messaggio, proclama: “Io odio, disprezzo le vostre feste, non provo piacere nelle vostre assemblee solenni. Anche se mi offrite i vostri olocausti e le vostre oblazioni di cibo, io non le gradirò. […] Ma scorra il diritto come acqua e la giustizia come un corso d’acqua perenne” (Amos 5:21-24).

Ciò non equivale ad affermare che i rituali e i sacrifici non abbiano alcuna importanza nella religione di Israele: essi godono di un posto di rilievo nella Torah in quanto consentono all’individuo e alla comunità di dare espressione ai sentimenti di devozione o penitenza, di manifestare in una forma concreta il bisogno di comunione con una realtà superiore; e tuttavia, come ha scritto Rabbi Jonathan Sacks, il sacrificio diviene nell’Ebraismo «un rito che crea un effetto sull’uomo, non su Dio».

Si comprende allora quanto dovesse apparire infinitamente più semplice e più conveniente per un antico israelita seguire la via di Baal piuttosto che quella della Torah. Il politeismo fa leva sulla natura umana e sul nostro bisogno innato di sicurezza in un mondo che ci appare ostile e instabile; i suoi miti avvincenti colpiscono il nostro animo, e i suoi rituali intriganti conciliano le pulsioni carnali con la sete di misticismo che è insita in qualsiasi individuo. Il monoteismo biblico, sul fronte opposto, ci spinge a guardare dentro di noi, a diffidare di facili scorciatoie e a vedere il mondo non per come appare, ma per come dovrebbe essere.

Si aggiunga a tutto ciò che Baal e gli altri membri del suo pantheon erano adorati da nazioni potenti e grandi regni, la cui prosperità era vista come una prova della benedizione concessa da tali divinità, mentre la fede degli Ebrei non era che l’eredità spirituale di un piccolo popolo di pastori, alle prese con il rischio costante di amalgamarsi tra le genti e scomparire dalla Storia.

La contrapposizione tra politeismo e monoteismo non è dunque una mera questione di numeri, da una parte tanti dèi e dall’altra un solo Dio. Non si tratta neppure di quale nome dare alla Divinità, con il Dio geloso della Bibbia che non ammette che qualcun altro si sieda sul proprio trono. Il cuore di questo contrasto non ha insomma a che fare con quella che oggi chiamiamo “fede”, ma con lo scontro tra due sistemi di pensiero incompatibili: uno ben radicato, diffuso da tanti secoli, attraente, eppure privo di veri contenuti morali; e un altro ignoto alle genti, controintuitivo, utopico, ma colmo di una carica rivoluzionaria che alla fine gli ha permesso di prevalere[1].


[1]Si noti che, mentre nei confronti di Israele la Torah esige assoluta fedeltà al Patto del Sinai, non tollerando alcuna forma di idolatria, lo stesso rigore non si applica agli altri popoli. Benché i profeti preannuncino un futuro ideale in cui tutte le nazioni abbandoneranno i loro idoli per servire in armonia l’unico Dio (Isaia 2:3; Ezechiele 37:28; Sofonia 3:9; Zaccaria 8:22), a Israele non è mai comandato di imporre il monoteismo al resto del mondo. Le nazioni pagane sono condannate per i loro riti immorali, come i sacrifici umani e l’occultismo, ma non per la semplice fede in altre divinità. Il testo biblico riconosce pacificamente una realtà in cui “tutti i popoli camminano ciascuno nel nome del suo dio, ma noi cammineremo nel nome di HaShem, nostro Dio, per sempre” (Michea 4:5). Nel Talmud (Chullin 13b), Rabbi Hiyya esprime la stessa idea affermando: “Non ci sono idolatri al di fuori della Terra d’Israele, essi non fanno altro che seguire le usanze dei loro padri”.

7 commenti

  1. Buongiorno, grazie per la lezione, come al solito molto bella. Vorrei porre una questione. Per quale motivo alcuni non ebrei sentono che il loro D-o è HaShem? Ho letto di reincarnazioni, ma personalmente temo di commettere peccato dando credito a una ipotesi che non ha traccia nella Torah o nel Talmud. Oppure ne parlano? Che posto hanno i Noachidi, secondo lei, nella religione ebraica?

    1. Grazie del tuo commento. Ritengo che non occorra pensare alla reincarnazione per spiegare un fenomeno non così sorprendente. La Bibbia è un testo sacro diffuso nel mondo da millenni, e il rinnovato interesse per l’Ebraismo nella nostra epoca conduce molti a sperimentare un forte legame con la fede d’Israele. Persone non ebraiche si sono sempre volte all’adorazione del Dio unico fin dai tempi biblici, basti pensare alla preghiera di Salomone a favore dello straniero che “sentirà parlare del tuo grande Nome”.

  2. Rabbi Hiyya dice: “Non ci sono idolatri al di fuori della Terra d’Israele, essi non fanno altro che seguire le usanze dei loro padri”. E’ corretto e anche giusto! Ma è anche vero però, che tutti i popoli (gentili) possono aspirare a diventare “Giusti” come gli ebrei, avendo un loro posto nel mondo a venire, se riconosceranno la regalità di HasHem ( cioè di un unico Dio, tanto per capirci) sulla terra avendo timore di Lui e rispettando le sette leggi noachidi.

  3. Caro redattore, so che ti ricorderai di me e del libro che stavo scrivendo. Finalmente l’ho finito e sarà anche pubblicato a metà di questo mese. Ma sono pubblicazioni a pagamento e non saprei come fare la promozione. Il libro è molto lungo ( 800 pagine) e credo sia interessante per chiunque anche se forse un pò tutti mi criticheranno. O forse nessuno lo leggerà o lo prenderà in considerazione, non lo posso mai sapere prima. Ma parla della Bibbia, e tu lo sai che non sono uno sprovveduto, perché anche tu credo che a volte hai avuto piacere di discorrere con me, anche se non condividevi alcune tesi. Ma nel libro tutto è trattato in maniera compiuta ed esaustiva per quanto ho potuto, e credo che anche tu avresti piacere nel leggerlo ( anche se ci vuole pazienza e tempo, prestando attenzione al contenuto anche quando è scritto male). Potrei fartelo avere se vuoi ( per ora in formato PDF) magari aiutandomi nella promozione, ma anche solo fartelo avere mi piacerebbe. Fammi sapere

    Un caro saluto

    1. Buonasera anonimo, sono contento per la tua pubblicazione, anche se come sai non condivido il tuo credo. Comunque, se ti fa piacere, puoi inviarmi ciò che desideri via email (vedi la pagina “Contattaci” in alto)

  4. Bibbia…. mentre il credo è personale…

    Il libro si dovrebbe leggere dall’inizio, passo passo, ma se non hai tempo e pazienza, e sarai comunque curioso, potresti leggere il cap 6 ( il popolo eletto). Ma ti consiglio di leggerlo tutto, magari sotto l’ombrellone

    Un caro saluto

  5. Scusami, ma non so cosa è successo ed ho visto che il messaggio ti è arrivato spezzettato. E’ saltata la prima parte in cui dicevo che ho molto piacere ad inviartelo, perché se lo leggerai vedrai che mi sei stato utile in alcune analisi e per le verifiche che mi hai fatto di cui ti ringrazio ancora.

    Il credo è personale… mentre il mio libro è un’analisi della Bibbia a dir così.

    Ti ho inviato il libro in formato PDF da una mia email

    Un caro saluto

Scrivi una risposta a Sguardo a Sion Cancella risposta