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Gli angeli: chi sono?

Riportiamo una sintetica ma accurata analisi della concezione dell’angelologia biblica tratta dal Commentario di Nahum Sarna al Libro della Genesi (JPS, 2001), da noi tradotta in italiano.

Colui che porta la parola divina è descritto nella Torah con l’espressione “angelo del Signore”. La parola ebraica mal’akh proviene dalla radice l-‘-k, che significa “inviare”, e che è utilizzata come verbo in lingua ugaritica, araba ed etiope. Mal’akh, come il greco angelos, da cui deriva il termine “angelo”, significa semplicemente “messaggero”. È un vocabolo impiegato per designare comuni esseri umani, come in Genesi 32:4, Giudici 9:31 e 1 Re 19:2, o per indicare esseri spirituali. Anche un profeta o un sacerdote può talvolta essere chiamato “angelo del Signore”, come avviene in Aggeo 1:13 e in Malachia 2:7. Continua a leggere

Bibbia, mostri marini e miti cananei

E Dio creò i taninim ghedolim e tutti gli esseri viventi che si muovono, di cui brulicano le acque, ciascuno secondo la propria specie, ed ogni volatile secondo la propria specie (Genesi 1:21).

I taninim ghedolim, termine tradotto con «grandi mostri marini», «grandi rettili» o «grandi animali marini», sono l’unica specie di animali a cui il racconto biblico della Creazione dedica un riferimento esplicito. Sulla precisa identificazione di questi misteriosi esseri viventi, oltre che sul motivo della loro menzione specifica, studiosi sia religiosi che accademici hanno formulato opinioni diverse. Nel suo notissimo commentario alla Bibbia ebraica, Rashi spiega:

Taninim – I grandi pesci che sono nel mare. Secondo le affermazioni della Aggadah, si tratta qui del Leviathan e della sua consorte, che Il Santo Benedetto Egli sia, creò maschio e femmina”.

Sulla base della tradizione rabbinica dell’Aggadah, Rashi suggerisce quindi che il termine Taninim alluda al Leviathan, il leggendario mostro degli abissi menzionato più volte nella Bibbia e nella letteratura ebraica successiva. Questa antica interpretazione diviene particolarmente interessante se vista alla luce di una comparazione tra le parole della Torah e i miti comuni a diverse culture del Medio Oriente di tremila anni fa. In questo ci viene in aiuto il grande studioso ebraista fiorentino Umberto Cassuto, che nel suo Commentario al Libro della Genesi ha trattato la questione con estrema chiarezza:

“All’interno dell’intera sezione [del racconto della Genesi] sono menzionate solo le categorie generali delle piante e degli animali, ma non le specie distinte, eccetto per quanto riguarda i mostri marini. Possiamo essere certi che tale eccezione sia dovuta ad un motivo preciso. Sembra che anche qui la Torah intenda far risuonare una protesta contro alcuni concetti che erano comuni fra i pagani, e in una certa misura anche fra gli Israeliti, ma che non erano in accordo con lo spirito [dell’insegnamento della Torah]. In Egitto e in Mesopotamia si narravano leggende di ogni genere sulle battaglie tra le grandi divinità e i draghi marini. Secondo l’epica ugaritica, i principali nemici del dio Baal, oltre al dio Mot, erano il signore del mare e alcuni mostri come il Dragone, il Leviathan detto «serpente guizzante» e «serpente tortuoso», e altre creature simili. Negli ambienti israeliti, le tradizioni che riguardano i mostri marini e i loro alleati assunsero un aspetto coerente con lo spirito della fede d’Israele. Perciò non ci sono più potenze divine che si oppongono alla Divinità suprema. […] La Torah esprime la propria protesta in maniera silenziosa, dichiarando: E Dio creò i grandi mostri marini. In effetti, è come se la Torah dicesse: Nessuno osi immaginare che i mostri marini fossero esseri mitologici nemici di Dio o in rivolta contro di Lui; essi erano invece come ogni altra creatura, e furono formati in un tempo e in un luogo già stabiliti dalla Parola del Creatore, affinché potessero adempiere il Suo volere come ogni altro essere creato. Allo stesso modo è scritto nel Salmo 148: Lodate il Signore dalla terra, voi mostri marini e tutti gli abissi. Il salmista invita tutte le creature a lodare il Signore, e fra esse menziona in modo specifico i mostri marini” (U. Cassuto, From Adam to Noah, pp. 49-51).

Dunque, secondo l’eccellente spiegazione di Cassuto, la Torah nomina i taninim ghedolim per contrastare un’idea pagana molto diffusa nell’antichità. Mentre la mitologia dei popoli politeisti parlava delle guerre combattute dagli dei del cielo contro i mostri acquatici, la Bibbia, al contrario, insiste nell’affermare che il mare, con tutte le sue creature, sia stato creato dalla Volontà incontrastata dell’Unico Dio. Le bestie più temibili vengono in questo modo private della loro aura mitica e divina, per essere considerate semplici animali, parte dell’ordine naturale stabilito dal Creatore.

Tuttavia, se da un lato la Torah (ovvero il Pentateuco) rigetta totalmente le storie leggendarie sui mostri marini, dall’altro è anche vero che questi stessi miti ricompaiono in altre sezioni della Bibbia ebraica,  dove le Scritture sembrano persino voler dare credito alle antiche credenze mesopotamiche e cananee:

Con la tua forza dividesti il mare e schiacciasti la testa dei mostri marini nelle acque. Frantumasti le teste del Leviathan e le desti in pasto al popolo del deserto (Salmi 74:13-14).

Risvegliati, risvegliati, rivestiti di forza, o braccio del Signore, risvegliati come nei giorni antichi, come nelle generazioni passate! Non sei tu che hai fatto a pezzi Rahab, che hai trafitto il dragone? Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero?  (Isaia 51:9-10).

In quel giorno il Signore punirà con la sua spada dura, grande e forte il Leviathan, il serpente guizzante, il Leviathan, il serpente tortuoso, e ucciderà il mostro che è nel mare (Isaia 27:1).

Come si spiega tutto ciò? I brani citati intendono forse trasmettere un’idea diversa sulla Creazione del mondo rispetto a quanto narrato dalla Genesi?
È bene partire ancora una volta da quanto afferma Umberto Cassuto a questo proposito:

“I profeti e i poeti biblici, abituati a rivestire i propri concetti in un abito poetico e a comunicarli attraverso similitudini, facendo uso degli strumenti comuni della poesia, non rinunciavano ad utilizzare ciò che si trovava facilmente nei poemi epici dell’epoca. Ma la Torah, che non è scritta in versi ma in prosa, e che impiega in genere un linguaggio semplice, in cui ogni parola è scelta scrupolosamente, è ben attenta a non introdurre alcun elemento che non sia in completo accordo con le sue dottrine” (U. Cassuto, Introduzione al Commentario al Libro della Genesi).

Se analizziamo attentamente i passi di Isaia e dei Salmi nel loro contesto, possiamo comprendere che in essi in realtà non si parla affatto della Creazione o di una vera lotta tra Dio e i mostri marini. Nel Salmo 74, il mare che viene diviso e il “popolo del deserto” (v. 14) sono elementi che alludono chiaramente al passaggio attraverso il Mar Rosso del popolo ebraico dopo l’uscita dall’Egitto. Il Leviathan e i mostri marini uccisi da Dio rappresentano quindi il Faraone e l’esercito egiziano che annegarono e furono sconfitti, come narra il Libro dell’Esodo. Ciò è in perfetto accordo con alcuni brani poetici di Ezechiele, in cui il Faraone è paragonato a un drago acquatico:

Ecco, io sono contro di te, Faraone, re d’Egitto, grande dragone, che giaci in mezzo ai tuoi fiumi (Ezechiele 29:3).

Innalza una lamentazione sul Faraone, re d’Egitto, e digli: […] Tu eri come un dragone nei mari e ti slanciavi nei tuoi fiumi (Ezechiele 32:2).

Gli autori biblici, come spiega Cassuto, sfruttano metafore e similitudini tratte dall’antica mitologia per descrivere la vittoria di Dio sui nemici di Israele. Ciò è evidente anche nei versi di Isaia che abbiamo citato: “…Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero? Così i riscattati del Signore torneranno, verranno a Sion con grida di gioia e un’allegrezza eterna coronerà il loro capo” (Isaia 51:9-11). Qui, come nel Salmo 74, il miracolo della salvezza degli Israeliti richiama poeticamente i miti sulla lotta tra le divinità del cielo e del mare, ma lo fa in un contesto di assoluto monoteismo.
In Isaia 27, invece, come mostra il contesto, l’uccisione del Leviathan rappresenta il giudizio di Dio contro “l’iniquità degli abitanti della terra” (Isaia 26:21). I terribili mostri mitologici diventano così soltanto immagini letterarie dietro cui si celano gli uomini malvagi.

Avodah Zarah (Idolatria)

idolatry

È proibito rendere culto a qualsiasi divinità diversa dall’Unico Dio. Questo divieto comprende l’adorazione degli idoli e di qualunque immagine, creatura, elemento naturale, persona, oggetto e ideologia. Non è permesso mostrare segni di riverenza (inchini, sacrifici, preghiere) davanti all’immagine di una divinità.  È proibito inoltre fabbricare e vendere idoli. Le pratiche di magia, stregoneria e superstizione sono considerate forme di idolatria.

Questo precetto, nella forma in cui è espresso, costituisce una proibizione e non include l’obbligo positivo di credere nell’esistenza di Dio.
Benché l’Ebraismo non imponga ai popoli del mondo di convertirsi o di accettare determinate dottrine teologiche, il rifiuto dell’idolatria è da considerarsi essenziale per l’uomo che non vuole essere schiavo della natura e che non accetta di degradare la propria dignità con la venerazione di oggetti inanimati o di false divinità. La proibizione non riguarda soltanto il culto delle statue o delle immagini adorate dai pagani, ma anche le forme più moderne di idolatria come la sottomissione alle ideologie nazionaliste e totalitariste, o la divinizzazione del denaro e di se stessi.
Secondo un principio espresso da Rabbi Hiyya nel Talmud (Chullin 13b), i pagani che vivono al di fuori della Terra d’Israele non sono considerati colpevoli di idolatria, poiché essi non fanno altro che praticare i riti ereditati dai loro antenati. Tuttavia, al non-ebreo che decide consapevolmente di osservare i precetti noachidi, è richiesto l’abbandono di ogni atteggiamento religioso contrario al culto del Dio Unico.

Origine biblica del precetto

Il principale intento del racconto della Creazione nel Libro della Genesi è quello di trasmettere la concezione dell’unicità di Dio, sradicando così le credenze politeistiche sull’origine del mondo. Secondo la Torah, l’universo è dominato da un unico Essere Supremo, mentre gli astri e tutti gli elementi naturali adorati dai popoli pagani non sono altro che strumenti del Creatore, privi di qualsiasi potere indipendente.
La prima condanna esplicita dell’idolatria compare in Genesi 35:2, nell’esortazione che Giacobbe rivolge a tutti gli uomini del suo seguito: «Togliete gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi».

I sacrifici umani, i riti occulti e le varie forme di stregoneria nella Torah vengono definite abominazioni sia per gli Ebrei che per gli altri popoli, come è scritto in Deuteronomio 18:9-14:
«Non imparerai a imitare gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco, né chi esercita la divinazione, né astrologo, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la fortuna, né negromante, perché il Signore detesta chiunque fa queste cose, e a motivo di queste pratiche abominevoli, il Signore, il tuo Dio, sta per scacciare quelle nazioni dinanzi a te».

I Profeti biblici preannunciano l’abbandono dell’idolatria da parte di tutte le nazioni:
«A te verranno I popoli dalle estremità della terra e diranno: I nostri padri hanno ereditato solo menzogne, vanità che non giovano a nulla. Può l’uomo fabbricarsi dèi? Ma questi non sono dèi» (Geremia 16:19-20).