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Il mistero del serpente di rame

E HaShem mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono (Numeri 21:6).

Nel nostro ultimo commento alla Parashah di Chukkat, abbiamo visto come gli Israeliti, a causa del loro sprezzante rifiuto del piano divino della Redenzione, siano divenuti vittime dell’attacco dei nechashìm serafìm, ossia i “serpenti ardenti” del deserto. In questo articolo proseguiremo l’analisi della vicenda per soffermarci su ciò che accade nel momento in cui Dio concede al popolo sofferente un rimedio alla terribile piaga. Continua a leggere

Hanukkah, Natale e il segreto delle luci

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L’alternanza del giorno e della notte, il più scontato dei fenomeni naturali agli occhi dell’uomo moderno, è anche quello che più di ogni altro è sempre stato caricato di significati simbolici e religiosi. Il trionfo della luce sulle tenebre, dopo il periodo delle lunghe notti d’autunno in cui l’oscurità prevale, ha affascinato popoli di culture differenti fin dalle origini dell’umanità. La festività cristiana del Natale, come è ormai ampiamente noto, ha le sue radici proprio nelle antiche celebrazioni legate al solstizio d’inverno e al culto del sole. Dal 17 al 23 dicembre, in occasione dei Saturnalia, i Romani tenevano grandi banchetti, si scambiavano doni e accendevano lampade e candele. Il 25 dicembre, si ricordava poi il Dies Natali del Sol Invictus, che segnava la “rinascita del sole” e il prevalere delle ore di luce su quelle di buio. Ancora oggi, nel periodo che comprende il solstizio d’inverno, decorazioni luminose di ogni tipo riempiono le case e le strade in moltissimi paesi del mondo, poiché le celebrazioni natalizie hanno ereditato l’antica simbologia astronomica del paganesimo romano.

Non si può allora fare a meno di notare che anche l’Ebraismo possieda una “festa delle luci” (chiamata così per l’accensione delle candele), la festa di Hanukkah, e che essa abbia inizio il 25 di Kislev, che corrisponde proprio al tempo di dicembre nel calendario gregoriano. Esiste forse un legame tra questa solennità ebraica e le tradizioni degli altri popoli? La risposta sembra dover essere negativa. Hanukkah commemora la vittoria degli Ebrei sull’esercito greco-siriano di Antioco Epifane, al tempo in cui l’identità spirituale della nazione d’Israele rischiava di essere schiacciata dal dominio culturale ellenistico. Questa festività, come afferma il libro dei Maccabei, il Talmud e lo storico Giuseppe Flavio, fu dunque istituita in ricordo di un evento storico, e ciò dovrebbe escludere qualsiasi riferimento al solstizio invernale. La data del 25 di Kislev ha poi un significato ben noto: si tratta infatti del giorno in cui i greco-siriani profanarono il Tempio di Gerusalemme con i loro riti idolatrici, nonché la data della purificazione del medesimo Tempio dopo la rivolta dei Maccabei. Dal libro del profeta Chaggai (Aggeo) alcuni deducono inoltre che l’altare del Secondo Santuario, duecento anni prima della profanazione ellenistica, fosse stato inaugurato proprio il 25 di Kislev.

Tuttavia, il fatto che sia gli Ebrei che i Romani (ma anche i Babilonesi, gli Egiziani e le popolazioni nordiche) celebrassero nello stesso periodo dell’anno festività incentrate sul tema della luce e spesso caratterizzate dall’accensione di candele, sembra essere una coincidenza notevole che richiederebbe una spiegazione. Nel caso di Hanukkah, le luci e le candele richiamano la riconsacrazione del Tempio e l’accensione del lume perpetuo della Menorah (candelabro), ma siamo sicuri che non ci siano altri significati?

In riferimento ai Saturnalia e alle festività pagane invernali, il Talmud racconta una storia sorprendente:

“Rav Hanan bar Habba ha detto: Il capodanno [romano] cade otto giorni dopo il solstizio; i Saturnalia cadono otto giorni prima del solstizio. […] I Saggi hanno insegnato: Quando Adamo vide che [in autunno] i giorni si accorciavano, disse: «Guai a me! Forse il mondo diviene buio a causa del mio peccato e sta tornando al caos primordiale; forse questa è una sentenza divina di morte». Ed egli trascorse otto giorni digiunando e pregando. Quando egli vide che nel mese di Tevet i giorni si allungavano, disse: «Dunque questa è la via del mondo [cioè: si tratta semplicemente di un fenomeno naturale]», ed egli fece festa per otto giorni. L’anno successivo egli celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo. Adamo istituì queste feste per amore del Cielo, mentre essi [i pagani] li commemorano come giorni di idolatria” (Avodah Zarah 8a).

Attraverso questo semplice racconto, i Saggi del Talmud intendono trasmettere un’idea ben precisa: fin dalla sua origine, l’umanità ha avvertito il bisogno di celebrare il solstizio d’inverno e il trionfo della luce sulle tenebre. Tale bisogno universale, benché originariamente lecito, è stato sfruttato dai pagani per istituire feste di idolatria. Mentre Adamo, secondo la parabola rabbinica, aveva deciso di fare festa “per amore del Cielo”, ovvero in onore di Dio che ha disposto i fenomeni astronomici, i popoli hanno stravolto questo nobile proposito per adorare il sole al posto del suo Creatore.
Il fatto che nel racconto si parli di celebrazioni di otto giorni ci rimanda immediatamente alla festa di Hanukkah, che ha la stessa durata e cade nello stesso periodo. Inoltre, la frase secondo cui “l’anno successivo egli [Adamo] celebrò sia il primo periodo [di otto giorni] che il secondo […] in onore del Cielo” è molto simile a ciò che il Talmud afferma a proposito dell’istituzione di Hanukkah da parte dei Maccabei: “L’anno successivo essi stabilirono questi giorni come celebrazione per la lode e il ringraziamento” (Massekhet Shabbat).
Il parallelismo è evidente. L’intento dei Saggi è quello di mettere in relazione Hanukkah con le solennità del solstizio d’inverno.

In questa prospettiva, come osserva Rav Yoel Bin-Nun, Hanukkah rappresenta una festa capace di segnare due purificazioni diverse: quella del Tempio, riconsacrato dopo la contaminazione idolatrica degli ellenisti, e quella dell’antichissima e universale commemorazione della vittoria della luce, in termini sia astronomici che metaforici, che grazie al monoteismo ebraico viene privata di tutti i suoi aspetti connessi al culto degli astri. Anche Hanukkah, in armonia con le feste bibliche (in particolare Pesach, Shavuot e Sukkot) assume quindi due significati complementari: uno di natura storica e uno legato invece al ciclo della natura, divenendo così una completa espressione di uno degli insegnamenti più importanti della Torah: l’assoluta necessità di sradicare gli idoli dal mondo, dalla storia e dall’anima.

Il vitello d’oro

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Il celebre e tragico episodio del vitello d’oro, narrato nella Parashah di Ki Tissà (Esodo 30:1 – 34:35)  presenta alcuni dettagli che da sempre sorprendono i lettori e stimolano i critici a formulare nuove congetture.

Dopo aver assistito agli eventi più grandiosi di tutta la storia biblica (la liberazione dal Faraone, l’attraversamento del Mar Rosso e la Rivelazione della Torah sul Monte Sinai), il popolo ebraico, giunto al massimo livello spirituale, si corrompe volgendosi all’adorazione di una semplice scultura, proprio come una sposa che tradisce il marito sotto il baldacchino nuziale. Com’è possibile che si sia verificata una caduta così improvvisa e clamorosa?
Particolarmente significativa è la frase pronunciata dagli Israeliti, subito dopo la fabbricazione del vitello d’oro: “O Israele, questi sono i tuoi dèi, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto” (Esodo 32:4).
È forse plausibile che il popolo abbia davvero identificato il vitello appena creato come l’autore della liberazione dall’Egitto? Da un punto di vista superficiale, la risposta non può che essere negativa: l’avvenimento risulta assurdo e appare come il frutto di pura follia. Eppure, alla luce del contesto narrativo della Torah e della concezione culturale diffusa nell’antichità pagana, il racconto può aprirsi ad una comprensione più complessa e completa.

Bisogna innanzitutto considerare i motivi che spingono gli Israeliti a richiedere la realizzazione dell’idolo:
“Allora il popolo, vedendo che Moshè tardava a scendere dal monte, si radunò intorno ad Aaron e gli disse: «Facci un dio (elohim) che vada davanti a noi, perché quanto a Moshè, l’uomo che ci ha fatto uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa gli sia accaduto»” (Esodo 32:1).
La prolungata assenza di Moshè fa nascere nel popolo il bisogno di una guida e la necessità di avere un segno tangibile della Presenza della Divinità; un segno che, secondo le disposizioni della Torah, doveva essere rappresentato dal Tabernacolo non ancora costruito.  Gli Israeliti, del resto, avevano già ricevuto la promessa di una guida che li avrebbe condotti alla loro meta:
“Ecco, io mando un malach (emissario, angelo) davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato” (Esodo 23:20).
Ora, senza il loro profeta condottiero, gli Ebrei temono che questa promessa non possa giungere a compimento, e chiedono perciò ad Aaron che venga realizzato qualcosa di concreto che vada davanti a loro.

Come notano molti studiosi, la scelta del vitello come immagine sacra non è casuale. Nel Medio Oriente antico, le divinità erano molto spesso raffigurate sopra ad un animale (belve feroci o animali domestici) che le trasportava. I bovini, in particolare, erano venerati soprattutto in Egitto.
Sembra quindi che il vitello d’oro sia da intendere come un emblema della Presenza di Dio, una sorta di alternativa blasfema all’Arca dell’Alleanza, il cui coperchio d’oro sormontato dalle figure dei cherubini simboleggiava proprio il Trono di Dio (vedi Esodo 35:22; 1Samuele 4:4). la differenza sostanziale tra i cherubini dell’Arca e il vitello d’oro sta nel fatto che i primi, in quanto esseri spirituali ed astratti, rappresentavano il dominio del Creatore del mondo sulla natura (vedi l’articolo “I segreti dell’Arca dell’Alleanza”), mentre il secondo non era altro che l’immagine di una creatura comune, adorata dalle nazioni idolatre dalle quali gli Israeliti sono chiamati a separarsi.

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Abbiamo dunque chiarito che l’intento iniziale della gente del popolo non era quello di abbandonare il loro Dio per seguire una divinità diversa, ma di ottenere piuttosto un sostituto di Moshè e della guida Divina, come si deduce anche dal plurale usato nella frase: “Questi sono i tuoi dèi, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto”.
Un bisogno comprensibile, nato da un sentimento di impazienza e di smarrimento, ma che purtroppo conduce gli Ebrei a commettere un grave errore, cioè la realizzazione di un’immagine indegna da associare a Dio, che in seguito degenera ulteriormente portando gli adoratori del vitello a sviarsi del tutto.

Davanti alla richiesta del popolo (“Facci un dio che vada davanti a noi”), Aaron, non essendo in grado di opporsi da solo ai ribelli, reagisce cercando di guadagnare tempo: “Aaron rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie e portatemeli»” (Esodo 32:2). La sorprendente solerzia degli Israeliti nel raccogliere l’oro necessario rende però vano il tentativo di temporeggiare.
In seguito, quando la scultura era già stata forgiata, Aaron si impegna ad indirizzare il culto del popolo esclusivamente verso il Creatore, proclamando: “Domani sarà festa in onore del Signore” (Esodo 32:5). Ma ormai la nascente nazione ebraica si mostra interamente corrotta, come ricorda il Salmo: “Fecero un vitello sul Chorev e adorarono un’immagine di metallo fuso, e mutarono la loro gloria con l’immagine di un bue che mangia l’erba. Dimenticarono Dio, loro Salvatore, che aveva fatto cose grandi in Egitto” (Salmi 106:19-21).

Sarà solo il severo intervento di Moshè a ristabilire l’ordine, trasmettendo in maniera chiara la lezione fondamentale dell’etica religiosa della Torah: la completa delegittimazione di ogni forma di idolatria.
“E [Moshè] prese il vitello che essi avevano fatto, lo bruciò col fuoco e lo ridusse in polvere; e sparse la polvere sull’acqua e la fece bere ai figli d’Israele” (Esodo 32:21).

Avodah Zarah (Idolatria)

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È proibito rendere culto a qualsiasi divinità diversa dall’Unico Dio. Questo divieto comprende l’adorazione degli idoli e di qualunque immagine, creatura, elemento naturale, persona, oggetto e ideologia. Non è permesso mostrare segni di riverenza (inchini, sacrifici, preghiere) davanti all’immagine di una divinità.  È proibito inoltre fabbricare e vendere idoli. Le pratiche di magia, stregoneria e superstizione sono considerate forme di idolatria.

Questo precetto, nella forma in cui è espresso, costituisce una proibizione e non include l’obbligo positivo di credere nell’esistenza di Dio.
Benché l’Ebraismo non imponga ai popoli del mondo di convertirsi o di accettare determinate dottrine teologiche, il rifiuto dell’idolatria è da considerarsi essenziale per l’uomo che non vuole essere schiavo della natura e che non accetta di degradare la propria dignità con la venerazione di oggetti inanimati o di false divinità. La proibizione non riguarda soltanto il culto delle statue o delle immagini adorate dai pagani, ma anche le forme più moderne di idolatria come la sottomissione alle ideologie nazionaliste e totalitariste, o la divinizzazione del denaro e di se stessi.
Secondo un principio espresso da Rabbi Hiyya nel Talmud (Chullin 13b), i pagani che vivono al di fuori della Terra d’Israele non sono considerati colpevoli di idolatria, poiché essi non fanno altro che praticare i riti ereditati dai loro antenati. Tuttavia, al non-ebreo che decide consapevolmente di osservare i precetti noachidi, è richiesto l’abbandono di ogni atteggiamento religioso contrario al culto del Dio Unico.

Origine biblica del precetto

Il principale intento del racconto della Creazione nel Libro della Genesi è quello di trasmettere la concezione dell’unicità di Dio, sradicando così le credenze politeistiche sull’origine del mondo. Secondo la Torah, l’universo è dominato da un unico Essere Supremo, mentre gli astri e tutti gli elementi naturali adorati dai popoli pagani non sono altro che strumenti del Creatore, privi di qualsiasi potere indipendente.
La prima condanna esplicita dell’idolatria compare in Genesi 35:2, nell’esortazione che Giacobbe rivolge a tutti gli uomini del suo seguito: «Togliete gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi».

I sacrifici umani, i riti occulti e le varie forme di stregoneria nella Torah vengono definite abominazioni sia per gli Ebrei che per gli altri popoli, come è scritto in Deuteronomio 18:9-14:
«Non imparerai a imitare gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco, né chi esercita la divinazione, né astrologo, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la fortuna, né negromante, perché il Signore detesta chiunque fa queste cose, e a motivo di queste pratiche abominevoli, il Signore, il tuo Dio, sta per scacciare quelle nazioni dinanzi a te».

I Profeti biblici preannunciano l’abbandono dell’idolatria da parte di tutte le nazioni:
«A te verranno I popoli dalle estremità della terra e diranno: I nostri padri hanno ereditato solo menzogne, vanità che non giovano a nulla. Può l’uomo fabbricarsi dèi? Ma questi non sono dèi» (Geremia 16:19-20).