Il massacro dei Midianiti e il lato oscuro di Mosè

Midian

HaShem disse a Moshè: «Compi la vendetta degli Israeliti contro i Midianiti, poi sarai riunito ai tuoi padri» (Numeri 31:1).

L’ultima impresa che Moshè è chiamato a compiere ora che la sua vita volge al termine è la guerra contro i Midianiti, colpevoli di aver aver tentato di annientare il popolo d’Israele cominciando dalle sue basi spirituali, pur non essendo stati in alcun modo minacciati dalla marcia degli Ebrei verso la terra promessa.

Se il racconto della guerra, con le immagini delle stragi e del territorio midianita arso con il fuoco (31:7-11), evoca già un certo sgomento, ciò che accade in seguito non può che suscitare orrore in chiunque possieda anche solo un frammento di sensibilità nel suo animo.

E Moshè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Moshè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le donne? Furono esse, dietro suggerimento di Bilam, a far peccare i figli d’Israele contro HaShem nella faccenda di Peor, per cui scoppiò la calamità nell’assemblea di HaShem. Ora dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che ha avuto rapporti con un uomo, ma tenete in vita per voi tutte le fanciulle che non hanno avuto rapporti con uomini (31:14-19).

Leggere parole tanto spietate, pronunciate dal più grande profeta della Bibbia, crea in noi un grande senso di disagio, soprattutto se ricordiamo che altrove la Torah esalta la pace (Levitico 26:6), comanda l’amore per il prossimo e per lo straniero (Levitico 19:18; 19:34; Deut. 10:18) e nobilita l’essere umano definendolo “immagine di Dio” (Genesi 1:26-28). Robert Alter, spiegando che stragi come quella descritta in questi versi erano compiute comunemente nel mondo antico, afferma con una certa amarezza: “È dolorosamente evidente che siamo davanti a un caso in cui purtroppo la visione biblica non riesce a trascendere dal suo contesto storico” (The Five Books of Moses, in loco).

Non sorprende allora che, nell’ambito dei molti studi e commenti sulla parashah, questo brano sia molto spesso ignorato e tralasciato, come se evitando di parlarne fosse possibile farlo passare inosservato. Chiudere gli occhi su ciò che la Torah afferma non è tuttavia una scelta ammissibile, e non è di certo la nostra scelta.

Non sono mancate del resto neppure le letture apologetiche volte a mitigare l’asprezza della narrazione, come quella di Rabbi Naftali Tzvi Yehudah Berlin (Netziv), che nel suo commentario asserisce che la Torah si riferisca solo all’uccisione dei bambini e delle donne che avevano in qualche modo preso parte alle ostilità. Il testo, però, non riporta in verità nulla di simile.

Che questo racconto sia incompatibile con la sensibilità moderna è senza dubbio innegabile, e discuterne sarebbe persino superfluo. Ciò di cui invece si può e si deve discutere è il fatto che, sorprendentemente, il brano sembra contraddire anche la Torah stessa. Secondo le leggi sulla guerra di cui parla il Deuteronomio, infatti, ai combattenti Israeliti è concesso uccidere soltanto i maschi adulti delle forze nemiche (Deut. 20:12-14). Nella sua codificazione della Legge ebraica, Maimonide afferma in proposito che  “Le donne e i bambini non devono essere uccisi” (Hilkhot Melachim 6:4).
Come può allora la Torah, che in Deut. 20:19 vieta addirittura di sradicare un albero da frutto durante la guerra (poiché “l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba assediarlo?“) ammettere che dei bambini innocenti siano uccisi?

È vero che, in alcuni casi controversi che meriterebbero di essere analizzati in un articolo separato, la Torah comanda di annientare completamente alcune civiltà corrotte e immorali. Questo comando tuttavia non può riguardare la guerra contro Midian per due motivi:

  1. Tale misura drastica si applica soltanto nei confronti delle città di Canaan e di Amalek (nel caso di un esplicito comando divino), come i Maestri del Talmud sottolineano dichiarando così l’irrilevanza di queste leggi nell’epoca post-biblica.
  2. In queste “guerre di annientamento”, gli Israeliti non agivano come conquistatori, ma come semplici esecutori di una sentenza divina rivelata. Ad essi non era quindi concesso trarre vantaggi materiali dall’impresa, cioè appropriarsi del bottino di guerra o del bestiame dei nemici, cosa che invece avvenne nel caso della guerra contro Midian (31:26).

La contraddizione richiede dunque di essere spiegata.

Nella vastità dei discorsi sconfortanti che scaturiscono da questa parashah, un’interessante interpretazione, benché comunque non priva di difficoltà, ha catturato la nostra attenzione. A formularla è Rabbi David Kasher, autore del blog Parsha Nut, sulla base del commento di Rashi.

L’esortazione a uccidere le donne e i bambini di Midian, come nota già Robert Alter, non è pronunciata da Dio, ma da Moshè. Nel racconto leggiamo infatti che “Moshè si adirò (vayiktzof)”, e che solo in quel momento egli esprime il comando di sterminare i superstiti, comando a proposito del quale il racconto non ci rivela se sia stato effettivamente eseguito oppure no.

Subito dopo, il testo ci presenta le norme della purificazione a cui doveva sottoporsi l’esercito a causa delle uccisioni compiute in battaglia. Al contrario di come ci si aspetterebbe, però, questa volta a illustrare tali norme non è Moshè, ma Eleazar, caso unico in tutta la Torah. Com’è possibile? Rashi spiega in proposito che “Moshè era in uno stato d’ira, perciò cominciava a sbagliare, e la legge sulla purificazione gli sfuggì dalla mente”.
Lo stesso verbo “adirarsi”, aggiunge ancora Rashi, era già stato impiegato in riferimento a Moshè nel Levitico, poco dopo la tragica vicenda della morte dei figli di Aharon nel Santuario:

Moshè si adirò (vayiktzof) contro Eleazar e contro Itamar, i figli di Aharon che erano rimasti, dicendo: «Perché non avete mangiato il sacrificio per il peccato nel luogo santo? […] voi avreste dovuto mangiarlo nel luogo santo, come avevo comandato!» (Levitico 10:16-18).

Anche qui Moshè sembra perdere la sua lucidità: l’ira gli annebbia la mente e lo conduce a ignorare il dramma del lutto di suo fratello in nome dell’osservanza del protocollo rituale. Qui, però, la risposta di Aharon lo porta a comprendere subito il proprio errore (10:19-20).

La rabbia, con le azioni impulsive che da essa derivano, sembra essere del resto alla base della punizione divina inflitta a Moshè, con la condanna a morire nel deserto prima dell’ingresso del popolo nella terra promessa.

Accettando questa interpretazione, il racconto conserva comunque la sua asprezza, ma appare meno problematico dal punto di vista teologico, poiché l’ingiusto comando sanguinario è attribuito a una perdita di lucidità da parte di Moshè, e non alla volontà del Creatore. La guerra contro Midian si aggiungerebbe così alla lista di episodi biblici in cui azioni umane discutibili o aberranti sono presentate senza un’esplicita condanna da parte del testo, come nel caso della proposta di Lot di offrire le sue figlie alla folla inferocita di Sodoma, del massacro degli abitanti di Shechem a causa dello stupro di Dinah, o del sacrificio della figlia di Iefte nel libro dei Giudici. In tutti questi esempi, il silenzio enigmatico del testo non impedisce però ai lettori di cercare risposte che facciano riaffiorare la giustizia da queste storie oscure.

Un pensiero su “Il massacro dei Midianiti e il lato oscuro di Mosè

  1. Alessio Rando

    Essendo cristiano, parlo da cristiano. La teologia cristiana afferma chiaramente che la Bibbia è ispirata da Dio, non dettata, come il Corano per la teologia islamica. Questo vuol dire che nella Scrittura troviamo elementi propri della cultura in cui è stata scritta che a noi ci sono estranei, e sembrano essere persino contraddittori col carattere di Dio, che comanda l’amore e la pace. Dobbiamo ricordarci che la nostra cultura è molto, troppo distante da quella dell’età del bronzo, e comportamenti che a noi ci sembrano immorali, nel mondo antico erano la normalità.

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