Quando si parla di fine del mondo e flagelli divini scagliati contro l’umanità, una delle immagini più note è senza dubbio quella dei “quattro cavalieri dell’Apocalisse“, figure misteriose e temute, entrate da millenni nell’immaginario popolare.
Questi personaggi fanno parte di una visione allegorica descritta nel capitolo 6 del libro dell’Apocalisse (o Rivelazione) di Giovanni, uno dei libri più enigmatici del Nuovo Testamento cristiano.
Ognuno dei cavalieri ha un suo colore specifico e delle qualità che lo caratterizzano. Mentre sul primo cavaliere (bianco) esistono diverse interpretazioni, gli altri tre sono solitamente identificati con la guerra (rosso), la carestia (nero) e la morte (verdastro).
In generale, tali personaggi sono intesi come quattro forze potentissime destinate a stravolgere tutta la terra prima del giudizio finale.
I cavalieri dell’Apocalisse hanno tuttavia radici lontane che precedono il Cristianesimo e il Nuovo Testamento: essi appaiono ispirati infatti a due brani della Bibbia ebraica, precisamente del Libro del profeta Zaccaria (Zechariàh).
Leggendo tali brani è possibile risalire all’origine di queste celebri immagini che tanto hanno appassionato lettori di testi sacri, artisti e pensatori, arrivando a scoprire un messaggio che non riguarda un futuro apocalittico, ma un affascinante passato.
Le visioni di Zaccaria
Io ebbi una visione di notte, ed ecco un uomo in groppa a un cavallo rosso, ed egli stava fra i mirti in una valle profonda. E dietro a lui cavalli rossi, fulvi e bianchi (Zaccaria 1:8).
Nella prima delle sue visioni allegoriche, il profeta Zechariah descrive cavalli di diversi colori e un misterioso cavaliere. Un angelo, che appare nello stesso luogo, gli rivela poi che “questi sono coloro che HaShem ha inviato a percorrere la terra” (1:10).
Dopo aver appreso che “la terra è tutta tranquilla” (1:10), l’angelo si rivolge a Dio e lo prega di avere pietà di Gerusalemme, rimasta desolata per settant’anni. L’Altissimo gli risponde con parole di conforto, preannunciando la ricostruzione della città santa e del Tempio.
L’immagine dei cavalli ricompare poi in un’altra visione, al capitolo 6:
Tornai ad alzare gli occhi e guardai, ed ecco quattro carri uscire in mezzo a due montagne, e le montagne erano di bronzo. Il primo carro aveva cavalli rossi, il secondo cavalli neri, il terzo cavalli bianchi e il quarto cavalli pezzati, screziati (6:1-3).
Anche in questo caso, un angelo aiuta il profeta a comprendere ciò che vede, e gli spiega quindi che i quattro carri “sono i quattro venti del cielo che partono dopo essersi presentati al Signore di tutta la terra” (6:5).
Rispetto alla più celebre visione dell’Apocalisse, si notano alcune differenze: in Zaccaria i cavalieri non sono quattro; nel libro è menzionato infatti esplicitamente un unico cavaliere, mentre i cavalli sono in numero indefinito. Tuttavia, il numero quattro è menzionato con enfasi al capitolo 6, con l’immagine dei quattro carri che corrispondono ai quattro venti.
Quale significato assumono queste figure nel Libro di Zaccaria? Cosa si cela dietro i simboli usati dal profeta?
Al contrario di quanto avviene nel testo cristiano, è chiaro che la profezia non riguarda sciagure globali o eventi legati alla “fine dei tempi”: in entrambi i capitoli, Zechariah parla dei cavalieri nel contesto dell’annuncio positivo dell’imminente restaurazione di Gerusalemme.
I dettagli metaforici e criptici dei due brani richiedono perciò di essere spiegati in modo da giungere a una vera comprensione del testo biblico e del suo messaggio.
Messaggeri divini
Secondo un’interpretazione riportata da alcuni commentatori rabbinici tradizionali come Rashi e Radak, le figure descritte da Zechariah rappresenterebbero i quattro grandi imperi che dominarono su Israele.
Questa idea è basata sul Libro di Daniele, che attraverso varie visioni allegoriche tratta il tema dei “quattro regni” destinati a susseguirsi sulla terra fino al trionfo definitivo del regno di Dio.
Tuttavia, in mancanza di elementi comuni tra i due testi (al di là del numero quattro), non esiste alcun motivo valido per interpretare Zaccaria alla luce di Daniele.
In base alla spiegazione fornita dall’angelo, come abbiamo visto, i cavalli del capitolo 1 sono “coloro che HaShem ha inviato a percorrere tutta la terra” (1:10), cioè messaggeri o ispettori divini, mentre i cavalli del capitolo 6 sono “i quattro venti del cielo” (6:5).
I due concetti sono in realtà molto vicini, come si evince dal verso dei Salmi (104:4) secondo cui Dio “fa dei venti i suoi emissari”. In base alla concezione biblica, Dio usa le forze della natura (tra cui appunto il vento) come strumenti e come messaggeri per controllare l’universo e compiere il proprio volere.
Nella simbologia del profeta, i cavalli, i cavalieri e i carri non simboleggiano dunque regni o potenze ostili, ma forze al servizio della Divinità che percorrono la terra come suoi agenti ed emissari.
Dio contro Dario
Se a questo punto riflettiamo sul contesto storico e sull’epoca di composizione del Libro di Zaccaria, possiamo arrivare a intuire il senso delle metafore impiegate nei due brani.
La prima profezia dei cavalli, secondo il testo, fu rivelata “nel secondo anno di Dario”, re di Persia (1:7). Si tratta dell’epoca di massimo splendore dell’impero persiano, che a quel tempo aveva esteso il suo dominio in tre continenti, dai Balcani fino all’India, e che riusciva ad amministrare un territorio tanto vasto grazie al suo efficientissimo sistema di intelligence.
La Persia aveva infatti sviluppato un complesso apparato di spie, commissari e messaggeri che si muovevano di continuo fra le molte province dell’impero per supervisionare l’operato di funzionari e governatori, in modo da stroncare prontamente eventuali ribellioni.
In un mondo senza tecnologie digitali, satelliti e sistemi informatici, queste spie in perpetuo movimento rappresentavano la massima espressione del controllo rigoroso da parte del potere, tanto che esse divennero celebri come “gli occhi e le orecchie del re”.
Gerusalemme e il territorio della Giudea erano a quel tempo parte del vastissimo impero di Dario. Pur avendo ottenuto il permesso di ritornare nella loro patria e di ricostruire il loro Tempio, gli Ebrei erano comunque sudditi della Persia, vivendo così all’ombra di una potenza idolatrica che appariva invincibile.
La profezia, come scrive Rabbi Hayym Angel, contiene dunque un messaggio di speranza in questo scenario sconfortante:
“Da una prospettiva superficiale, gli Ebrei erano scoraggiati a causa della loro mancanza di potere, in contrasto alla schiacciante potenza della Persia. A un livello più profondo, essi erano frustrati poiché percepivano l’assenza di Dio; la gloria divina era infatti eclissata mentre nel mondo si assisteva al crescente dominio persiano. La prima visione di Zaccaria è quindi una risposta a tale sconforto: essa suggerisce che Dio è onnisciente ed è raffigurato perciò nell’atto di impiegare un sistema di sorveglianza in stile persiano per governare la terra. Mentre il popolo ebraico non poteva fare a meno di percepire che il mondo fosse pieno della gloria persiana, la visione profetica afferma che esso è, in verità, pieno della gloria di Dio” (H. Angel, Haggai, Zechariah and Malachi: Prophecy in an Age of Uncertainty).
Da quest’ottica è possibile allora intendere il significato di alcuni interessanti dettagli della visione: i colori diversi dei cavalli permettono alle “spie divine” di mimetizzarsi al meglio tra la vegetazione variopinta che sboccia durante il mese di Shevàt, il mese in cui fu rivelata la profezia (1:7).
I riferimenti in Zaccaria 1:8 alla notte e alla “valle profonda” richiamano anch’essi il tema della segretezza di queste pattuglie, così come la presenza dei mirti, che con il loro fogliame fitto e i colori opachi costituiscono un ottimo nascondiglio naturale.
Tutto contribuisce insomma a comunicare il messaggio della superiorità del Creatore rispetto al re di Persia: Dio ha un dominio immensamente più grande di quello di Dario, ed esercita il suo controllo per mezzo dei quattro venti e delle forze naturali, suoi agenti e informatori infallibili.
L’idea espressa in Zaccaria non è in realtà nuova, ma si inserisce all’interno di una tradizione biblica ben consolidata che pone in contrasto l’autorità divina suprema con le arroganti pretese dei sovrani mortali.
Se gli Egizi celebravano il Faraone come il re guerriero che sbaraglia i nemici con il suo “braccio potente” (Poema di Pentaur), la Torah afferma che il vero eroe vittorioso è l’Altissimo, che agisce con “mano potente e braccio disteso” proprio contro l’Egitto. Mentre gli Assiri e i Babilonesi esaltavano il potere universale del loro monarca, i Salmi acclamano Dio come “re grande su tutta la terra”.
E se il sovrano di Persia comanda squadre di ispettori, chiamati “gli occhi e le orecchie del re”, il Dio d’Israele ha cavalieri instancabili al suo servizio; e ha inoltre, secondo un’altra visione di Zaccaria (4:10), sette occhi che “percorrono tutta la terra“. Un messaggio che è dunque di speranza e devozione, non certo di castigo e sciagura.