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“Un bambino è nato per noi”: il vero “natale” nel libro di Isaia

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In questi giorni in cui in gran parte del mondo si celebrano le festività natalizie, nelle chiese saranno letti, come ogni anno, i versi di Isaia 9:1-6 che parlano della nascita di un bambino e di una grande luce che risplende nell’oscurità annunciando la salvezza divina. Questa profezia di consolazione, che il pensiero cristiano ha interpretato come una predizione della nascita di Gesù di Nazareth, conserva però un suo significato originario e autentico che è legato a un avvenimento storico ben diverso. Riscopriamo allora il messaggio che il profeta Isaia intendeva realmente trasmettere ai suoi contemporanei attraverso un commento di questi celebri versi. Continua a leggere

Perché Giona provò a fuggire da Dio?

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E fu [rivolta] la parola di HaShem a Yonah figlio di Amittai, dicendo: «Alzati, va’ a Ninive, la grande città, e predica su di essa, poiché la sua malvagità è salita fino al mio cospetto». Ma Yonah si alzò per fuggire a Tarshish, [lontano] dal cospetto di HaShem (Giona 1:1-2).

Per quale motivo Yonàh (Giona) si sottrae inizialmente alla missione affidatagli da Dio? È una domanda basilare, una domanda che deve necessariamente trovare una risposta se si vuole comprendere la vicenda narrata in questo breve testo della Bibbia ebraica. Eppure non è una domanda facile come si potrebbe credere, né è in alcun modo scontata, come dimostra la varietà di diverse teorie che sono state proposte nei secoli per spiegare l’impossibile fuga di questo profeta dal volere divino. Continua a leggere

La “buona novella” dell’Ebraismo

Quando si parla di “buona novella” e di “salvezza“, in genere si pensa immediatamente al nucleo fondamentale del Cristianesimo, cioè al messaggio di redenzione spirituale che i seguaci di Gesù di Nazareth iniziarono a predicare circa duemila anni fa. Il termine “Vangelo” (dal greco eu anghélion) ha infatti il significato letterale di “lieto annuncio” o “buona notizia”, a dimostrazione di quanto l’idea di un messaggio salvifico da proclamare sia indissolubilmente legata alla fede cristiana fin dalle sue origini. Eppure, nell’utilizzare tali espressioni, gli autori del Nuovo Testamento non introdussero qualcosa di completamente nuovo, ma rielaborarono concetti già presenti nella Bibbia ebraica per applicarli alla loro dottrina Continua a leggere

Saul e l’evocatrice di En-dor

In quei giorni i Filistei radunarono il loro esercito per combattere contro Israele. […]
Quando Saul vide l’accampamento dei Filistei, rimase atterrito e il suo cuore tremò di paura. Saul consultò il Signore e il Signore non gli rispose né attraverso sogni, né mediante gli Urim, né per mezzo dei profeti. Allora Saul disse ai suoi ministri: «Cercatemi una negromante, perché voglio andare a consultarla» (1 Samuele 28:1-7).

L’inizio di questo capitolo del libro di Samuele conduce il lettore in un’atmosfera oscura e tragica. Costretto ancora una volta ad affrontare i Filistei, Saul, primo re d’Israele, è chiamato a vivere un momento decisivo per la sua vita ormai da tempo segnata da un irreversibile declino morale.
Dopo aver disobbedito in più occasioni ai comandi divini, e dopo aver a lungo perseguitato il giovane David con l’inganno e con inaudita violenza, Saul sperimenta l’inquietudine che deriva dall’essere stato abbandonato da Dio. Continua a leggere

Le radici profetiche di Hanukkah

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Il brano dei Profeti (Haftarah) che gli antichi Maestri hanno associato alla festa di Hanukkah è tratto dal libro di Zaccaria (capitoli 2:14 – 4:7). Questo passo, incentrato sulle promesse di Redenzione e sulla restaurazione di Gerusalemme, viene letto in sinagoga durante lo Shabbat di Hanukkah.
Per quale motivo i Saggi hanno selezionato il libro di Zaccaria, e perché la loro scelta è caduta proprio su questi capitoli? La domanda è particolarmente interessante se teniamo conto del fatto che Hanukkah, in quanto commemorazione della vittoria dei Giudei sul regno greco-siriano all’epoca dei Maccabei, è una festività post-biblica, e non possiede quindi una fonte diretta nella Bibbia ebraica. Continua a leggere

Edom: l’eterno nemico di Israele

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«Compirò la mia vendetta su Edòm per mezzo del mio popolo Israele, che tratterà Edòm secondo la mia ira e secondo il mio furore. Così essi conosceranno la mia vendetta» dice il Signore, HaShem (Ezechiele 25:14).

Dopo aver ascoltato questo verso di Ezechiele, secondo un racconto leggendario del Talmud (Ghittin 56a), l’imperatore Nerone, giunto nei pressi di Gerusalemme per distruggere la città, cambiò idea e rinunciò alla sua impresa bellica. Egli temette infatti che, se avesse mosso guerra al popolo ebraico, l’antica profezia si sarebbe adempiuta contro di lui, portandolo così a subire la terribile vendetta divina.
Ma perché mai Nerone, l’imperatore di Roma, intese l’annuncio del profeta sulla rovina di Edom come una minaccia contro sé stesso e contro il suo popolo? Cosa aveva a che fare il più grande impero del mondo con il modesto regno mediorientale degli Edomiti, nazione che all’epoca era già quasi del tutto scomparsa?
In realtà, il racconto talmudico a cui abbiamo fatto riferimento non costituisce un caso eccezionale: in molte occasioni, negli scritti rabbinici, Edom viene utilizzato come “nome in codice” per alludere a Roma, e in seguito anche alla Cristianità (dopo la conversione dei Romani alla nuova fede), all’Europa intera, e in tempi più recenti persino alla civiltà occidentale nella sua totalità. Su cosa si fonda questa misteriosa identificazione?

Edom, che significa “rosso”, era in origine solo il soprannome del primo figlio di Isacco, Esàv (Esaù), l’abile cacciatore che disprezzò la primogenitura, gemello di Yaakòv. (Genesi 25:30; 36:1). Da Esàv nacque poi una nazione, che divenne un regno ed ereditò il suo appellativo: “Rosso”, proprio come il colore delle rocce del paese di Seir, patria degli Edomiti.

Il verso di Ezechiele che terrorizzò Nerone è soltanto uno dei numerosissimi brani biblici in cui viene predetto il giudizio di Dio su Edom. Sorprendentemente, tra gli annunci di sventura e retribuzione divina che troviamo nei libri dei Profeti, quelli rivolti contro la nazione di Edom superano per numero e per asprezza persino le profezie sulla caduta di Babilonia, l’impero che distrusse il Primo Tempio di Gerusalemme.

“Poiché la mia spada si è inebriata nel cielo, ecco, essa sta per piombare su Edom” proclama il Sovrano dell’universo per mezzo di Isaia (34:5). Geremia, parlando degli Edomiti, preannuncia che la loro terra diventerà desolata come Sodoma e Gomorra (49:17-18). Ezechiele, in un altro brano, riporta una profezia analoga: “Così dice il Signore, HaShem: «Io stenderò la mia mano contro Edom, ne sterminerò uomini e bestie e lo renderò una desolazione»” (25:12). Il libro del profeta Ovadyah (Abdia), composto soltanto da ventuno versi, è interamente dedicato all’annuncio della futura rovina di Edom, sia per mano dei suoi ex-alleati (v. 7), sia per mano degli Israeliti (v. 18).

Alcuni commentatori, basandosi sull’identificazione di Edom con Roma proposta dai Maestri del Talmud, applicano tali profezie all’Impero Romano e ai suoi eredi politici e culturali, estrapolandole dall’immediato contesto storico degli antichi Profeti. Isaac Abravanel (1437–1508), in particolare, insiste molto nell’affermare che il giudizio su Edom preannunciato nei testi biblici si compirà soltanto al tempo del Messia e della Redenzione finale. Nel suo commentario al libro di Ovadyah, egli scrive infatti:

“[…] Il profeta non profetizzò solo contro il paese di Edom, che si trova in un territorio confinante con la Terra d’Israele, ma anche contro il popolo che è scaturito da esso, e che si è sparpagliato nel mondo intero, e cioè il popolo dei Cristiani nella nostra epoca, poiché essi sono figli di Edom”.

Alcuni secoli prima, Ibn Ezra (1089–1167), pur accettando la corrispondenza tra Romani ed Edomiti (benché non in senso etnico e biologico, come invece afferma Abravanel), aveva però interpretato i brani di Ovadyah e degli altri Profeti in maniera diversa, ritenendo che tali profezie non facessero riferimento ai tempi messianici, ma alla rovina dell’antica nazione di Edom.
A seguire questa linea è anche Samuel David Luzzatto (1800 – 1865), il quale, commentando il racconto della Genesi sulla “contesa della benedizione” tra Yaakòv ed Esàv, rifiuta tuttavia anche l’identificazione tradizionale di Edom con Roma, spiegandone la probabile origine:

“E sappi che il nome di Edom menzionato nella Torah e negli altri testi sacri si riferisce alla nazione che abitava tra il Mar Rosso e il Mar Morto, e che non vi è alcun intento di riferirsi al regno di Roma o ad alcuna delle nazioni dell’Europa. All’epoca in cui sorgeva il Primo Tempio, e all’epoca del Secondo Tempio, i soli ad essere chiamati Edom erano gli effettivi discendenti di Esav. Tuttavia, dopo la distruzione del [Secondo] Tempio, gli Ebrei iniziarono a chiamare il regno di Roma con il nome di Edom. E ciò avvenne perché, in generale, gli Edomiti afflissero Israele, e dunque il nome Edom era da noi odiato e detestato, specialmente dopo il regno di Erode, che era [di stirpe] edomita e fu molto malvagio in Israele. E quando il Tempio fu distrutto per mano dei Romani, l’odio degli Ebrei passò da Edom a Roma. Per questo (e anche a causa del timore), essi soprannominarono Roma con il nome di Edom“.

Se quindi i Profeti, nelle loro invettive contro Edom non si riferivano affatto al futuro impero di Roma, cosa giustificava il loro aspro accanimento contro questa nazione? Cosa avevano compiuto gli Edomiti di tanto grave per meritare una simile condanna? I Profeti stessi ci forniscono la risposta.
Nel rimproverare il regno di Edom, Ovadyah rivela esplicitamente le sue colpe:

Il giorno in cui te ne stavi in disparte, il giorno in cui gli stranieri conducevano in esilio il suo esercito ed estranei entravano per le sue porte e gettavano le sorti su Gerusalemme, anche tu eri come uno di loro. Ma tu non avresti dovuto guardare con gioia il giorno [della rovina] di tuo fratello, il giorno della sua sventura, né avresti dovuto rallegrarti sui figli di Giuda nel giorno della loro distruzione e neppure parlare con arroganza nel giorno della sventura. Non avresti dovuto entrare per la porta del mio popolo, nel giorno della sua calamità, né guardare anche tu con piacere alla sua afflizione, nel giorno della sua calamità, e neppure stendere le mani sui suoi beni nel giorno della sua calamità.  Non avresti dovuto metterti agli angoli delle strade per massacrare i suoi fuggiaschi, né avresti dovuto dare in mano al nemico i suoi superstiti nel giorno della sventura (Abdia 11-14).

Quando l’esercito babilonese assediò Gerusalemme per distruggerla, gli Edomiti, nonostante il loro antico legame di sangue con gli Israeliti, diedero man forte agli invasori, saccheggiarono la città e catturarono persino i superstiti per consegnarli al nemico. Inoltre, secondo Ezechiele (36:5), Edom cercò anche di impossessarsi del territorio d’Israele rimasto desolato dopo la guerra, avanzando pretese sulle terre degli Ebrei. Questi atti di crudeltà, secondo i Profeti, non sarebbero rimasti impuniti, ma avrebbero invece scatenato la vendetta divina.

Gli storici ritengono che il paese di Edom fu devastato proprio da coloro che gli Edomiti avevano aiutato: i Babilonesi (sotto il regno di Nevukadnetsar o del suo successore Nabonide), spingendo i sopravvissuti ad emigrare nel Negev. Benché su tali avvenimenti esistano poche informazioni, bisogna notare che Malakhì (Malachia), l’ultimo profeta delle Scritture ebraiche, menziona la distruzione di Edom come un evento già avvenuto e ampiamente noto al popolo:

«Esàv non era forse fratello di Yaakov?» dice HaShem. «Tuttavia io ho amato Yaakov e ho odiato Esàv; ho fatto dei suoi monti una desolazione e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto. Anche se Edòm dicesse: “Noi siamo stati distrutti, ma torneremo a ricostruire i luoghi desolati”», così dice HaShem delle schiere, «Essi ricostruiranno, ma io demolirò, e saranno chiamati il territorio dell’iniquità e il popolo contro il quale HaShem sarà per sempre indignato (Malachia 1:2-4).

Anche la sconfitta di Edom per mano ebraica, preannunciata da Ezechiele e Ovadyah, si verificò storicamente, secondo Ibn Ezra e Shadal, con la sottomissione definitiva degli Edomiti ad opera di Giovanni Ircano avvenuta all’epoca dei Maccabei.

Se dunque, dal punto di vista letterale e storico, è giusto escludere ipotetici adempimenti futuri ed escatologici, è però anche vero che l’accostamento di Edom all’Impero Romano accettato dalla tradizione rabbinica non appare del tutto arbitrario, ma si fonda su radici profonde e su una riflessione concettuale.

Roma, secondo le parole di Tito Livio, aspirava ad essere Caput orbis terrarum, “capitale di tutta la terra”, sulla base di una concezione di “popolo eletto” molto diversa da quella espressa nella Torah, in quanto fondata sulla supremazia militare e sulla conquista bellica. Si trattava di una vera minaccia per l’idea utopica ebraica del Monte Sion come centro di adorazione universale, e di Gerusalemme come città di pace a cui affluiscono i popoli per apprendere le vie della giustizia (Isaia 2:3). Il mito della fondazione di Roma, del resto, era basato sulla contesa tra due gemelli, proprio come il racconto biblico di Yaakòv ed Esàv. Romolo, che si ritiene favorito dagli dèi e che uccide suo fratello, appare in fondo come una sorta di versione vittoriosa di Esàv.
Con la conquista della Giudea da parte di Pompeo, e la successiva dominazione romana, agli occhi degli Ebrei dovette sembrare che lo spirito dell’antico Edom, l’eterno avversario di Israele, si fosse reincarnato in una nuova nazione, anch’essa con la pretesa di “innalzarsi come un’aquila e porre il suo nido tra le stelle” (Abdia 4), come il profeta dichiara a proposito dell’orgoglio edomita.

Quando l’Impero Romano abbracciò il Cristianesimo, il binomio Edom-Roma si dimostrò, per i rabbini, ancora più efficace: la Chiesa si proclamava infatti apertamente “nuovo popolo eletto”, pretendendo, con la sua “teologia della sostituzione”, di aver letteralmente preso il posto di Israele agli occhi di Dio. Come Yaakòv ed Esàv, Ebraismo e Cristianesimo divennero perciò due fratelli in perpetua contesa, ciascuno ritenendo sé stesso come l’autentico depositario delle promesse bibliche. Con l’arrivo dell’Islam, professato dai discendenti di Ishmael (Ismaele, figlio di Abramo), il quadro familiare della Genesi sembrò di nuovo completo.
Attualizzando le parole dei Profeti per ricondurle alla nuova situazione politica e religiosa, i rabbini riuscirono ad impiegare antiche immagini bibliche per esprimere significati più ampi in grado di trascendere la storia, e a fornire così al popolo ebraico, in tempi difficili, una conferma delle parole della Torah secondo cui Dio non avrebbe mai privato Israele delle Sue promesse per favorire un nuovo popolo:

Quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li detesterò fino al punto di annientarli del tutto e di rompere il mio Patto con loro; poiché io sono Hashem, il loro Dio. Ma per loro amore mi ricorderò del Patto stabilito con i loro padri, che feci uscire dal paese d’Egitto sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio” (Levitico 26:44-45).

Merkavah: la visione di Ezechiele

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Come l’aspetto dell’arcobaleno nella nuvola in un giorno di pioggia, così era l’aspetto di quello splendore lì intorno. Quella era un’apparizione dell’immagine della gloria di Hashem (Ezechiele 1:28).

Il Maasè Merkavah (letteralmente “Opera del Carro”), la maestosa visione descritta all’inizio del libro di Ezechiele (Yechezkel), è il brano biblico fondamentale per il misticismo ebraico, che fin dai tempi antichi vede nel misterioso carro celeste una sorta di emblema delle realtà spirituali più eccelse e inaccessibili.

Secondo ciò che il testo tramanda, Ezechiele vide una nube incandescente apparire in cielo con grande splendore mentre egli si trovava con altri esuli presso il fiume Kebar. In mezzo al fuoco, egli scorse quattro creature con il corpo composto da un miscuglio di sembianze di varie specie viventi. Accanto ad ognuna delle creature si muovevano strane ruote dotate di occhi, mentre in alto si estendeva una volta su cui poggiava un trono “che sembrava come una pietra di zaffiro, e su questa specie di trono, in alto su di esso, stava una figura dalle sembianze di uomo” (1:26).
L’autore del testo fa un ampio uso di metafore e similitudini, come colto dall’incapacità di esprimere verbalmente le forme incredibili che ha visto, o più probabilmente con l’intento di fornire ai lettori una serie di immagini evocative da decodificare, piuttosto che una descrizione realistica.

Secondo i Maestri del Talmud (Chagigah 13a), la visione contiene molti segreti e nozioni metafisiche che non è lecito divulgare in pubblico, ma che possono essere studiati soltanto dagli uomini più saggi e spiritualmente elevati. Non è nostra intenzione indagare su tali segreti, né fornire una spiegazione di questo capitolo basata su tradizioni mistiche. Ci interessa invece occuparci del p’shat, il senso letterale del testo, seguendo i segnali che Ezechiele stesso ha incluso nel proprio libro.

Benché i sostenitori di stravaganti teorie fantascientifiche abbiano proposto interpretazioni del brano in chiave ufologica, la Merkavah si fonda in realtà su un preciso simbolismo religioso già noto ai popoli mesopotamici e cananei (prima fra tutte, l’immagine della nube come “carro dell Divinità”), rielaborato dalle Scritture ebraiche per trasmettere un messaggio coerente con il monoteismo della fede d’Israele.
Non potendo analizzare qui ogni singolo dettaglio della visione, ci concentreremo in particolare su alcuni elementi che legano implicitamente la Merkavah a un’altra importante immagine biblica: quella del Giardino dell’Eden.

Nel primo capitolo, le quattro creature apparse dentro la nube infuocata sono chiamate da Ezechiele con il nome molto generico di chayòt (esseri viventi). In seguito, nel capitolo 10, il profeta assiste all’apparizione dello stesso carro celeste (cfr. 10:15); tuttavia, in questa occasione, le quattro creature sono definite Keruvim (Cherubini), un termine che, nella Bibbia, compare per la prima volta nel racconto dell’espulsione dell’uomo dal Giardino dell’Eden:

Così Egli scacciò l’uomo e pose ad est del Giardino di Eden i Keruvim, e la spada fiammeggiante che roteava tutt’intorno, per custodire la via dell’albero della vita (Genesi 3:24).

Le immagini di due Cherubini furono poi poste sulla copertura d’oro dell’Arca del Patto, all’interno del Santuario (Esodo 25:18-20), e, successivamente, altre due furono fatte scolpire da Salomone per essere poste nel Tempio di Gerusalemme (1Re 6:23).
Il fatto che i Keruvim compaiano sia nell’Eden che nel Santuario non è affatto casuale: come abbiamo già spiegato nell’articolo intitolato “Il Santuario e il ritorno all’Eden“, la Bibbia traccia un interessante parallelismo tra il Tempio e l’antico Giardino, come se le tavole dei Dieci Comandamenti contenute nell’Arca fossero il nuovo “albero della vita”, protetto dagli stessi guardiani angelici e situato proprio nel luogo più sacro del Tabernacolo, il luogo in cui si realizza quell’unione tra Dio e l’uomo che la cacciata dall’Eden aveva compromesso. La condizione spirituale ideale del mondo delle origini può dunque essere restaurata tramite il Santuario e l’osservanza dei precetti della Torah.
Questo parallelismo è fondamentale per comprendere alcune immagini allegoriche presentate proprio da Ezechiele, il quale, in un’altra visione, descrive fonti di acqua viva che sgorgano dal Tempio ricostruito (Ezechiele 47:1-12), e parla della Terra d’Israele che fiorisce “come il Giardino dell’Eden” (36:35).

La nube della Merkavah sprigiona un fuoco che “si avvolgeva su se stesso” (1:4). Secondo Rav Yitzchak Twersky, questo elemento ci riporta ai Keruvim menzionati in Genesi e alla loro spada di fuoco roteante, come si evince anche dal fatto che, nella parabola dell’incendio che brucia la foresta narrata in Ezechiele 21:1-4, il testo pone una corrispondenza tra la metafora del fuoco e quella della spada che si scaglia contro Gerusalemme (21:8).

La nube, come il profeta afferma già al versetto 1:28, rappresenta la “gloria (kavod) di Hashem”, espressione biblica che indica una manifestazione visibile della Presenza di Dio, la Sua maestosità rivelata attraverso fenomeni tangibili. Nel racconto dell’Esodo, la Torah identifica la gloria di Hashem con la nuvola che discese sul Monte Sinai (Esodo 24:17), la stessa che in seguito ricoprì il Taberncolo nel deserto dopo la sua consacrazione (Esodo 40:34).
Ezechiele, secondo la visione del capitolo 10, vide la nube gloriosa abbandonare il Tempio poco prima che esso fosse distrutto dai Babilonesi:

La gloria di Hashem uscì dalla soglia del Tempio e si fermò sui Keruvim. I Keruvim spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del Tempio, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro (Ezechiele 10:18-20).

Con la profanazione di Gerusalemme e la distruzione del Tempio, il sogno di restaurare l’unione tra Dio e l’uomo sembra sgretolarsi tragicamente: la Presenza del Creatore si ritira dal luogo sacro che ormai sta per essere devastato. Come Adamo, anche gli Israeliti sperimentano quindi un doloroso esilio dal loro Eden faticosamente costruito.

In questo contesto si può comprendere il significato di alcuni dettagli oscuri della visione della Merkavah:

  • L’aspetto dei Keruvim, con le facce di uomo, leone, bue e aquila, indica la sovranità di Dio che regna sull’intera Creazione anche quando le sorti di Israele e del Tempio sembrano compromesse e il popolo non confida più nel Creatore. Ciascuna delle quattro specie menzionate, infatti, possiede il dominio nel proprio regno: l’uomo domina su tutte le creature, il leone sulle bestie selvatiche, il bue su quelle domestiche e l’aquila sui volatili. Sopra di loro è posto il trono della gloria, che domina sull’universo intero.
  • Le ruote che si muovono accanto ai quattro esseri viventi (1:14-16), e che possono volgersi in qualsiasi direzione (1:17), costituiscono un’immagine di piena mobilità: la gloria di Dio non è fissa, non risiede eternamente in un luogo prestabilito. In questo modo il testo si contrappone alle parole ingannevoli dei falsi profeti, secondo i quali il Tempio era la dimora definitiva di Dio, e in quanto tale non poteva essere distrutto.
  • Gli occhi posti sopra le ruote (1:18) smentiscono l’opinione degli Israeliti che in preda allo sconforto affermavano: “Hashem ha abbandonato il paese, Hashem non vede” (9:9).

Da un lato, il messaggio di Ezechiele è aspro e drammatico: non c’è più speranza per il Tempio, Gerusalemme sta per essere distrutta e la Presenza di Dio si allontana dal Santuario. Il Creatore regna ancora sulla natura, ma Egli stesso ha decretato di abbandonare la dimora edificata da Israele e di mandare il popolo in esilio. D’altro canto, però, il profeta insegna anche che Dio, pur in mancanza del Tempio, non resterà completamente inaccessibile agli Israeliti dispersi, ma li seguirà nel loro esilio come un mikdash me’at (“piccolo santuario”):

Così dice il Signore, Hashem: Benché io li abbia allontanati fra le nazioni e li abbia dispersi in paesi stranieri, io sarò per loro come un piccolo santuario nei paesi dove sono andati (11:16).

E all’afflizione dell’esilio seguirà, in futuro, un ritorno nella terra dei padri, come dichiara il versetto seguente:

Così dice il Signore, Hashem: Vi raccoglierò fra i popoli, vi radunerò dai paesi in cui siete stati dispersi e vi darò la Terra d’Israele (11:17).

Coerentemente con questa speranza, nella sezione conclusiva del suo libro, Ezechiele racconta di aver visto nuovamente il carro celeste, questa volta nel corso di una visione sul futuro messianico di Gerusalemme:

Ed ecco, la gloria del Dio d’Israele veniva dall’est. La sua voce era come il rumore di molte acque e la terra risplendeva della sua gloria. […] E la gloria di Hashem entrò nel Tempio per la porta che guarda a est. E lo spirito mi levò in alto e mi portò nel cortile interno; ed ecco, la gloria di Hashem riempiva il Tempio (43:2-5).

Il messaggio profetico possiede una caratteristica costante, qui confermata ancora una volta: quella di essere severo e sgradevole al principio, ma lieto e confortante se appreso fino in fondo. Per chi sa andare oltre il dolore, la durezza e la condanna dei profeti si trasformano a poco a poco in una luce rasserenante. È forse proprio questo che Dio voleva far comprendere a Ezechiele quando gli disse, presentandogli una richiesta curiosa ma dal grande significato metaforico: “Mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele” (3:1). Il rotolo su cui erano scritti “lamenti, gemiti e guai” (2:9), che non doveva apparire per nulla piacevole da ingerire, si rivelò invece, inaspettatamente, “dolce come il miele” (3:3).