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Satana secondo la Bibbia ebraica – Parte 2

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Nel precedente articolo abbiamo chiarito il significato del vocabolo satàn nella Bibbia ebraica e presentato alcune riflessioni sul personaggio dell’accusatore nel libro di Giobbe. Proseguiamo quindi il nostro studio sulla figura di Satana nel Tanakh occupandoci del terzo capitolo del libro di Zaccaria, in cui il termine HaSatàn (l’avversario) è nuovamente utilizzato per indicare una figura arcana che la tradizione cristiana ha identificato con il demonio. Citeremo poi altri brani in cui la parola satàn non compare, ma che sono stati comunque interpretati come riferimenti alla creatura spirituale nota come Lucifero o Satana. Continua a leggere

Le radici profetiche di Hanukkah

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Il brano dei Profeti (Haftarah) che gli antichi Maestri hanno associato alla festa di Hanukkah è tratto dal libro di Zaccaria (capitoli 2:14 – 4:7). Questo passo, incentrato sulle promesse di Redenzione e sulla restaurazione di Gerusalemme, viene letto in sinagoga durante lo Shabbat di Hanukkah.
Per quale motivo i Saggi hanno selezionato il libro di Zaccaria, e perché la loro scelta è caduta proprio su questi capitoli? La domanda è particolarmente interessante se teniamo conto del fatto che Hanukkah, in quanto commemorazione della vittoria dei Giudei sul regno greco-siriano all’epoca dei Maccabei, è una festività post-biblica, e non possiede quindi una fonte diretta nella Bibbia ebraica.

Prima di tutto, cerchiamo di riassumere il testo di Zaccaria 2:14 – 4:7 per comprenderne il significato.
L’Haftarah si apre con l’invito a gioire per il ritorno della Presenza divina nella città santa e con l’annuncio della conversione a Dio da parte di “nazioni numerose” (2:15).
Viene poi descritta una visione incentrata sulla figura del Sommo Sacerdote Yehoshua, chiamato a purificarsi dai suoi peccati per poter diventare il custode del nuovo Tempio che sta per essere costruito. In seguito, il profeta descrive un grande candelabro d’oro (Menorah) con sette bracci, affiancato a destra e a sinistra da due olivi. Un emissario divino proclama poi un messaggio per il governatore della Giudea Zerubavèl, discendente del re David: “Non con la potenza né con la forza, ma con il mio Spirito, dice HaShem Tzevaot” (4:6). Dalla conclusione del capitolo si deduce che i due olivi simboleggiano proprio Zerubavel e Yehoshua, rappresentanti del potere politico e di quello religioso, nonché fondatori del Secondo Tempio.

Un primo legame con la festa di Hanukkah appare subito chiaro: il Santuario di Gerusalemme, la cui ricostruzione è il tema principale del brano di Zaccaria, è lo stesso che fu poi restaurato e riconsacrato dai Maccabei dopo la vittoria sui profanatori ellenistici. L’immagine della Menorah, inoltre, costituisce l’elemento caratteristico di Hanukkah, come è evidente soprattutto dal rito dell’accensione dei lumi.

Tuttavia, come spiega Rabbi Menachem Leibtag, esiste un motivo più importante e profondo alla base della scelta di questo brano da parte dei Saggi, ed è un motivo che può essere compreso solo tenendo conto della missione profetica di Zaccaria e del contesto storico in cui egli visse e operò.

Zaccaria (in ebraico Zechariah), insieme ad Aggeo (Chagai), guidò la coscienza religiosa del popolo d’Israele durante il periodo del ritorno in patria dopo l’esilio in Babilonia. I profeti precedenti, testimoni della rovina di Gerusalemme, avevano preannunciato una grande redenzione e un ritorno glorioso che avrebbero posto fine alle sofferenze subite. Geremia, in particolare, aveva espresso anche una precisa scadenza temporale all’esilio:

“Così parla HaShem: Quando saranno compiuti per Babilonia settanta anni, vi visiterò e realizzerò per voi la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. Poiché io conosco i progetti che ho fatto per voi – dice HaShem – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. […] Cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso – dice HaShem – vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio” (Geremia 29:10-14).

Secondo Geremia, questa redenzione sarebbe dovuta avvenire in maniera tanto grandiosa da eclissare persino l’evento di liberazione per eccellenza, cioè l’uscita dall’Egitto (vedi Geremia 23:7-8).

Il libro di Esdra (1:1-3) narra che, al compimento dei settant’anni previsti da Geremia, il re Ciro di Persia concesse agli Ebrei di ritornare a Sion e di ricostruire il Tempio. Ciò, tuttavia, avvenne con molte asprezze e difficoltà: la maggior parte degli esuli, infatti, preferì restare a Babilonia, mentre coloro che tornarono nella terra dei padri furono osteggiati dalla popolazione locale (vedi Esdra 4; Nehemia 4). I lavori per ricostruire il Santuario furono interrotti più volte, e il popolo si macchiò inoltre di vari peccati. (Nehemia 5-6). La restaurazione d’Israele preannunciata dai profeti avvenne, secondo le parole di Daniele (9:25), “in tempi angosciosi”.
È all’interno di questo scenario sconsolante che Aggeo e Zaccaria fanno udire il proprio messaggio. Secondo questi profeti, le antiche promesse di gloria e di redenzione non erano state annullate: la loro non realizzazione dipendeva soltanto dall’apatia del popolo nel compiere il volere divino.
“Vi aspettavate molto, ma in realtà c’è stato poco”, proclama Aggeo in nome di Dio, e subito dopo rivela: “Perché ciò avviene? […] A motivo del mio Tempio che giace in rovina, mentre ognuno di voi corre alla propria casa” (1:9).
Pur mettendo in luce le colpe d’Israele, i due profeti esortano il popolo a non abbattersi, ma a correggere la propria condotta per meritare le benedizioni tanto attese:
“E ora sii forte, Zerubavel – dice HaShem -, sii forte, Yehoshua figlio di Yehotsadak, Sommo Sacerdote; sii forte, o popolo tutto del paese – dice HaShem -, e mettetevi al lavoro, perché io sono con voi” (Aggeo 2:4).
“Le mie città avranno sovrabbondanza di beni, HaShem avrà ancora compassione di Sion ed eleggerà di nuovo Gerusalemme” (Zaccaria 1:7).

Nonostante l’ottimismo per il futuro che emerge da queste profezie, Zaccaria afferma chiaramente che il loro adempimento è comunque legato a una condizione:
“Questo avverrà se obbedirete diligentemente alla voce di HaShem, il vostro Dio” (6:15).

Dal punto di vista biblico, un profeta non è dunque colui che predice il futuro anticipando con i suoi oracoli i decreti di un destino inesorabile. Al contrario, il profeta insegna agli uomini come plasmare l’avvenire attraverso le proprie azioni, cogliendo le opportunità concesse da Dio.
Storicamente, la Redenzione maestosa annunciata da Zaccaria non divenne mai realtà: la Giudea rimase infatti una provincia sottomessa al regno di Persia, e il popolo ebraico non raggiunse mai uno splendore paragonabile a quello descritto dai profeti.

Eppure, quasi trecento anni dopo, l’eco di queste profezie rimaste senza adempimento dovette risuonare alle orecchie dei Maccabei quando il loro piccolo esercito trionfò sulle potenti schiere dei Greco-siriani e dei loro alleati. La riconsacrazione del Tempio e la conquista dell’indipendenza dal dominio straniero apparvero, già agli occhi dei contemporanei, come i primi importanti segni della gloria messianica promessa.
L’idea trova espressione nelle parole dei commentatori medievali. Rashi, in riferimento al libro di Aggeo (2:6), parla dei “miracoli avvenuti al tempo degli Asmonei (Maccabei)”; e Ibn Ezra, commentando il libro di Zaccaria, spiega che molte delle profezie in esso contenute si compirono con la vittoria sui Greci.

Anche la redenzione germogliata con la rivolta dei Maccabei finì però per appassire ben presto. A far infrangere il sogno di un regno ebraico libero e indipendente fu il declino morale e la corruzione della stessa dinastia che aveva portato il popolo alla vittoria. Eppure, questo sgradevole epilogo non può compromettere la validità del messaggio che i Saggi hanno voluto trasmettere nell’associare le parole di Zaccaria alla storia di Hanukkah, né può cancellare la speranza, sempre viva nel cuore dell’Ebraismo, secondo cui il futuro riserverà ancora un’altra occasione per dare adempimento alle promesse che non si sono mai pienamente compiute.

La Sukkà dei popoli

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La festività ebraica di Sukkot (che significa “Capanne”) ricorda il cammino degli Israeliti nel deserto in seguito alla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nel corso del lungo viaggio verso la terra promessa, infatti, il popolo ebraico dimorò all’interno di strutture fragili e provvisorie, in una situazione di precarietà che ogni anno si è chiamati a rivivere e a celebrare. La Torah comanda:

Celebrerete questa festa in onore del Signore per sette giorni, ogni anno. È una legge perpetua, per tutte le vostre generazioni. La celebrerete il settimo mese. Dimorerete in capanne per sette giorni. Tutti quelli che sono nativi d’Israele dimoreranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci dimorare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dal paese d’Egitto (Levitico 23:41-43).

Questa festa, che per il suo significato principale sembra essere legata unicamente al popolo ebraico e alla sua storia, assume nella Bibbia e nella tradizione rabbinica anche un sorprendente valore universale che coinvolge l’umanità intera.

Per il primo giorno di Sukkot, la liturgia ebraica prevede la lettura del capitolo conclusivo del libro di Zechariah (Zaccaria), un brano profetico in cui la festa delle Capanne è menzionata esplicitamente. In questo capitolo, Zaccaria preannuncia una terribile guerra futura in cui un gran numero di nazioni si coalizzeranno per attaccare Israele e conquistare Gerusalemme.

Ecco, viene il giorno del Signore. Allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. Io radunerò tutte le nazioni per combattere contro Gerusalemme. La città sarà presa, le case saranno saccheggiate e le donne violentate (Zaccaria 14:1-2).

Secondo la profezia, questa guerra sanguinosa sarà interrotta dall’intervento diretto di Dio, che si manifesterà per proteggere il popolo d’Israele e per punire i suoi nemici. Il giudizio contro le nazioni porterà quindi all’instaurazione di un regno universale in cui l’idolatria cesserà di esistere:

Poi il Signore uscirà a combattere contro quelle nazioni, come combattè altre volte nel giorno della battaglia.  […] Il Signore sarà re su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà uno e il Suo Nome sarà uno (Zaccaria 14:3-9).

Lo stesso evento escatologico è descritto in tutta la sua grandiosità nel libro di Yekhezkel (Ezechiele), nella famosa profezia di Gog uMagog (capitoli 38-39), che non a caso il Talmud comanda di leggere durante lo Shabbat di Sukkot. I due profeti, tuttavia, si focalizzano su aspetti diversi del medesimo avvenimento. Ezechiele, vissuto in un periodo storico in cui i pagani schernivano la religione degli Israeliti a causa della recente distruzione del Tempio, pone enfasi sulla santificazione del Nome di Dio come una forma di riscatto definitivo. Zaccaria, coerentemente con il tema principale del suo libro, mette invece al centro della scena Gerusalemme e la liberazione finale della città santa.
Proprio in questo contesto il profeta predice che, nell’era messianica, la festività di Sukkot dovrà essere celebrata da tutti i popoli, e diventerà così una festa di pellegrinaggio universale:

E avverrà che ogni sopravvissuto di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme salirà di anno in anno ad adorare il Re, il Signore degli eserciti, e a celebrare la festa di Sukkot. E avverrà che, se qualche famiglia della terra non salirà a Gerusalemme per adorare il Re, il Signore degli eserciti, su di essa non cadrà alcuna pioggia (Zaccaria 14:16-17).

Le nazioni che prima avevano invaso Gerusalemme per sterminare i suoi abitanti, ora invece si recano nella città santa per celebrare una festività in onore di Dio. La situazione appare capovolta, così come il rapporto tra Israele e il resto dell’umanità.
Ma perché, tra le tante solennità e celebrazioni istituite dalla Torah, è proprio Sukkot ad essere citata da Zaccaria come festa universale? Che legame può esistere tra Sukkot e le nazioni del mondo?

Nel Libro dei Numeri (capitolo 29), la Bibbia elenca i vari sacrifici da offrire nel Santuario durante la festa delle Capanne. La Torah ordina di sacrificare complessivamente settanta tori nel corso dei sette giorni di Sukkot. All’ottavo giorno (la festa di Sheminì Atzeret), veniva poi offerto un unico toro. Nel Talmud (Sukkah 55b), Rabbi Elazar rivela il significato di questi sacrifici e del loro numero:

“A cosa corrispondono questi settanta tori? Essi corrispondono alle settanta nazioni del mondo. Perché allora [all’ottavo giorno] è offerto un solo toro? Per rappresentare un popolo unico (Israele). Ciò si può paragonare al caso di un re che ordinò ai suoi servi di allestire una grande festa. Nell’ultimo giorno della festa, egli disse ai suoi cari: Preparate un piccolo banchetto affinché io possa godere della vostra compagnia”.

Il passo del Talmud appena citato fa riferimento alle settanta nazioni originarie menzionate nel Libro della Genesi (capitolo 10), che nella tradizione ebraica rappresentano il genere umano nella sua totalità. Dunque Sukkot, secondo l’interpretazione dei Maestri, era anche la festività in cui nel Tempio venivano compiuti riti a favore di tutti i popoli della terra. La stessa idea è elaborata nel Midrash Shir HaShirim:

“…Israele espia i peccati di tutti i popoli, poiché i settanta tori sacrificati sull’altare durante la festa di Sukkot erano offerti per il bene delle nazioni, affinché la loro esistenza fosse mantenuta nel mondo. Perciò è scritto:  «In cambio dell’amore che ho per loro, essi mi accusano, ed io mi volgo alla preghiera» [Salmi 109:4]”.

Il popolo consacrato adempie le sue funzioni sacerdotali nei confronti dell’umanità in modo particolare durante la festività di Sukkot. Ma nell’era messianica, con l’estensione della conoscenza di Dio su tutta la terra, anche le nazioni sono chiamate ad avere una parte attiva in tutto ciò e a vivere consapevolmente una festa in cui la Torah ordina a Israele di preoccuparsi per il bene di tutti i popoli. Nella sua straordinaria opera Israele e l’umanità, Elia Benamozegh spiega:

“L’aspetto universale della celebrazione di Sukkot appare più chiaro se riflettiamo sul periodo del calendario designato per la festività, cioè l’inizio dell’anno. Sappiamo che gli Ebrei avevano due modi di calcolare gli anni: il mese di Nissan, in primavera, reso sacro dalla commemorazione dell’uscita dall’Egitto, segnava l’inizio del calendario religioso esclusivo di Israele. L’anno secolare, invece, che iniziava nel mese di Tishri, apparteneva sia al popolo ebraico che agli altri popoli. Questo ciclo dei mesi, che si apre con l’equinozio d’autunno, era l’unico calendario riconosciuto anche dai Gentili. Era perciò naturale che l’Ebraismo lo consacrasse con riti che erano essenzialmente di carattere universale”.

Chag Sukkot Sameach lechol HaOlam! 
Felice festa di Sukkot a tutto il mondo.

Vedi anche:
Informazioni sulla festività dal sito romaebraica.it
Sukkot, festa dell’umanità, lezione audio di Rav Gianfranco Di Segni