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La figlia di Iefte: storia di un sacrificio umano

Questo articolo è dedicato alla memoria della Dr. Avigail Rock z”l, grande esperta di Tanakh e insegnante presso l’Herzog College, recentemente scomparsa. Le riflessioni che seguono sono basate su una sua lezione dal titolo “Biblical allusions to the story of the Akeida“.


Yiftach fece voto ad HaShem e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, colui che uscirà per primo dalla porta di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per HaShem e io l’offrirò in olocausto» (Giudici 11:30-31).

Siamo nell’era buia dei Giudici, un tempo di corruzione morale, smarrimento e oppressione per il popolo d’Israele. Yiftach (Iefte), intrepido giudice chiamato a liberare la nazione dai nemici Ammoniti, assume spontaneamente un impegno avventato e non richiesto dinanzi a Dio.

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Miriam e le acque nel deserto

miriam

E tutta l’assemblea dei figli d’Israele arrivò al deserto di Sin nel primo mese, e il popolo si fermò a Kadesh. Là morì Miriam e là fu sepolta, e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e contro Aaron (Numeri 20:1-2).

I racconti della Bibbia non sono semplici storie da leggere in maniera superficiale, né banali annotazioni raccolte per tramandare la memoria di eventi del passato. La Torah nasconde spesso segnali e dettagli la cui rilevanza per la comprensione del testo risulta essenziale. A volte, concetti che sembrano non avere alcun legame fra loro, o frasi accostate in modo apparentemente casuale, celano in realtà un disegno che si dispiega a poco a poco agli occhi del lettore attento.

È il caso del brano che abbiamo appena citato: subito dopo averci parlato della morte di Miriam, sorella maggiore di Moshè, il testo inizia a narrare della crisi che sconvolse il popolo a causa della mancanza d’acqua. La frase “Là morì Miriam e là fu sepolta” è unita alla seguente (“non c’era l’acqua per l’assemblea”) da una lettera vav, equivalente alla congiunzione e italiana, che non a caso moltissimi traduttori eliminano, inserendo al suo posto un punto, per separare nettamente le due frasi.
Gli antichi Maestri, invece, non si sono lasciati sfuggire questo particolare, e hanno suggerito l’esistenza di una connessione tra la morte di Miriam e la mancanza d’acqua:

“Rabbi Yose bar Yehuda ha detto: Il popolo d’Israele ha avuto tre capi eccellenti: Moshè, Aaron e Miriam. Tre grandi doni furono concessi al popolo d’Israele grazie a costoro: l’acqua (lett. “il pozzo”), le nubi e la manna. L’acqua è stata fornita grazie al merito di Miriam, le nubi della gloria grazie ad Aaron, e la manna grazie a Moshè. Quando Miriam morì, l’acqua scomparve, come è scritto: ‘Là Miriam morì e fu sepolta’, e subito dopo è scritto: ‘e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e Aaron’ “(Talmud, Ta’anit 9a).

“Il pozzo”, le nubi e la manna, i tre doni elencati da Rabbi Yose, rappresentano i tre elementi fondamentali di cui ogni viaggiatore nel deserto ha bisogno per sopravvivere: l’acqua da bere, un riparo all’ombra, e qualcosa da mangiare. Associare ciascuno di questi elementi a uno dei tre leader del popolo ebraico durante l’epoca che precede l’ingresso nella Terra promessa, significa evidenziare l’importanza che questi grandi personaggi ebbero durante la lunga esperienza del viaggio nel deserto.

Il fatto che Moshè e Aaron siano fortemente esaltati e considerati indispensabili per la salvezza del popolo è tutt’altro che sorprendente. Ricordare le loro imprese e i loro meriti sarebbe di certo superfluo. Che Aaron sia associato alle nubi di gloria si spiega probabilmente alla luce del fatto che egli era il Cohen Gadol (Sommo Sacerdote), e che la Presenza di Dio in forma di nube ricopriva il Santuario, i cui riti erano amministrati proprio da Aaron e dai suoi figli. Il Talmud stesso, inoltre, fa notare che, in seguito alla morte di Aaron, gli Israeliti vennero attaccati dal re di Arad, a dimostrazione del fatto che la dipartita del Sommo Sacerdote avesse reso il popolo vulnerabile.
Che Moshè abbia avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza fisica di Israele – di cui la manna è immagine rappresentativa – è  indiscutibile.
Ciò che appare molto meno chiaro è il motivo per cui anche a Miriam sia riservato l’onore di essere citata tra i redentori di Israele e di essere persino associata a un elemento tanto importante come l’acqua.

Chi è Miriam, e in cosa consiste il suo merito? La Torah non ci rivela molto su questo interessante personaggio femminile. Il contesto storico, un’epoca in cui, in linea generale, alle donne non spettavano posizioni di potere, ha impedito a Miriam di emergere in maniera prominente, come è stato invece concesso ai due fratelli maschi. Tuttavia, il suo valore traspare ugualmente, se si riesce ad entrare nelle profondità del testo.
A legittimare l’associazione proposta dai Maestri del Talmud tra Miriam e l’acqua è il fatto che questa misteriosa profetessa compaia costantemente (non sempre in maniera esplicita) proprio nelle occasioni in cui Moshè o l’intero popolo si trovano ad avere a che fare con l’acqua, in situazioni anche molto diverse fra loro:

  • Quando Moshè, ancora bambino, è affidato da sua madre alle acque del Nilo, Miriam interviene in suo favore (Esodo 2:4-8).
  • In seguito, quando è l’intera nazione ad essere stata appena salvata dalle acque (con il passaggio del Mar Rosso), Miriam compare di nuovo, questa volta per cantare un inno di ringraziamento a Dio (Esodo 15:20-21).
  • Subito dopo, il popolo si ritrova in un’oasi le cui acque sono troppo amare (marim, in ebraico) per essere bevute. Considerando che la lingua ebraica non possiede le vocali nella grafia, marim (amare) è identico a Miriam (מרים).
  • In Numeri 20:1-2, come abbiamo visto, il testo accosta la morte di Miriam alla mancanza d’acqua.
  • Rivolgendosi agli Israeliti assetati, Moshè dichiara: “Ascoltate, ribelli!” (Numeri 20:10). Anche il termine “ribelli” (morim), graficamente identico a Miriam, può essere inteso come un’allusione velata al nome della profetessa.

Anche se figlia di un mondo in cui il sesso femminile era messo ai margini della società, Miriam riesce ad essere presente nei momenti cruciali della storia della redenzione d’Israele e a lasciare un segno indelebile nella vita del popolo, come testimoniano le parole del profeta Michea, che dopo molti secoli non mancherà di menzionare Miriam tra i liberatori della nazione, assieme ai suoi illustri fratelli (Michea 6:4). Non bisogna poi dimenticare che l’acqua, a cui Miriam è associata, è uno dei simboli della Torah (vedi Deuteronomio 3:22; Isaia 55:1) e che essa, nei rituali che si svolgevano nel Tempio, rappresentava la vita e la rigenerazione. Tutto ciò getta le basi affinché il ruolo della donna, nell’ambito della vita nazionale e della preservazione dei valori spirituali, sia riconosciuto come tutt’altro che secondario.

L’Esodo di Hagar

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Dio udì la voce del ragazzo e l’angelo di Dio chiamò Hagar dal cielo e le disse: «Che hai, Hagar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del ragazzo là dov’è.  Alzati, prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione (Genesi 21:17).

Hagar, la serva egiziana della casa di Abramo, è un personaggio che può apparire alquanto marginale all’interno del quadro delle vicende dei patriarchi della Genesi, ma che in realtà, con la sua storia, ci conduce a un’importante riflessione sui valori morali della Torah. Continua a leggere

Pinchas: I diritti delle donne

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Le figlie di Tzelofechad si presentarono davanti a Moshè, davanti al sacerdote Eleazar, davanti ai principi e a tutta l’assemblea all’ingresso della tenda di convegno e dissero: «Nostro padre morì nel deserto, ma non fu nel gruppo di coloro che si radunarono contro Hashem nel gruppo di Korach, ma morì a motivo del suo peccato senza avere figli [maschi]. Perché dovrebbe il nome di nostro padre scomparire dal mezzo della sua famiglia per non aver avuto figli? Dacci un’eredità tra i fratelli di nostro padre» (Numeri 27:1-4).

In un mondo arcaico dove le leggi elevano l’uomo al di sopra della donna, nel contesto di un’antica società patriarcale, l’audace richiesta delle figlie di Tzelofechad presentata in questo brano può apparire come l’espressione di un desiderio di uguaglianza fra i sessi, con tremila anni di anticipo rispetto alla nascita del femminismo moderno. Un desiderio che, dopo essere stato manifestato al cospetto dei capi del popolo, trova anche l’approvazione della voce imparziale di Dio, come si legge nel continuo del racconto: “E Hashem parlò a Moshè dicendo: «Le figlie di Tzelofechad dicono bene. Sì, tu darai loro in eredità una proprietà tra i fratelli del loro padre e farai passare ad esse l’eredità del padre” (Numeri 27:8). E così cinque donne intraprendenti ottengono il diritto ad ereditare i possedimenti del padre defunto, un diritto dal quale, se avessero taciuto, sarebbero state invece escluse a causa dell’arcaico sistema patriarcale.

Ma c’è davvero uno spirito femminista ad animare questa vicenda? È forse lecito tentare di proiettare valori e concetti del mondo di oggi sulle pagine di un testo che ha visto la luce in tempi più che remoti?
Se si legge attentamente l’intero racconto, risulta piuttosto facile comprendere che l’intento delle figlie di Tzelofechad non era quello di conquistare l’uguaglianza dei diritti per donne e uomini. La richiesta viene infatti presentata solo in conseguenza del fatto che Tzelofechad era morto senza aver generato figli maschi (Numeri 27:3). Se dunque fossero esistiti dei legittimi eredi di sesso maschile, le cinque donne non avrebbero avanzato alcuna rivendicazione. Il loro obiettivo non era neppure di natura economica: non cercavano di ottenere un guadagno per sé stesse, ma di mantenere in vita il nome del loro genitore (Numeri 27:4).

Il nome, nella Bibbia e nella cultura di molti popoli, rappresenta spesso ciò che rimane dell’uomo sulla terra dopo la sua morte, cioè la sua memoria, la continuità della sua esistenza nella società. Secondo questa antica concezione, un padre che muore lasciando la propria terra ai figli riesce nell’intento di far sopravvivere il suo nome attraverso la discendenza. Chi invece abbandona questo mondo senza aver generato eredi non riceve il privilegio di tramandare la propria memoria alla generazione successiva.
I primi ad essere esclusi da un onore tanto ambito erano ovviamente gli sterili e i castrati, in quanto impossibilitati a riprodursi. Proprio per dare conforto agli eunuchi che osservano fedelmente la Legge divina, Dio promette attraverso il Profeta Isaia: “Darò loro nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome, che varranno meglio di quello dei figli e delle figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Isaia 56:5).

L’istituzione del Levirato e le leggi relative al riscatto delle terre vendute dai proprietari originari sono due vie prescritte dalla Torah per venire incontro all’esigenza umana di perpetuare il proprio nome attraverso le generazioni. Vicende e tematiche legate a queste usanze ricorrono in molti luoghi della Bibbia, in particolare nel libro di Ruth: “Allora Boaz disse agli anziani e a tutto il popolo: «Voi siete oggi testimoni che io ho acquistato dalle mani di Naomi tutto ciò che apparteneva a Elimelech, a Kilion e a Machlon. Inoltre ho preso per moglie Ruth, la Moabita, moglie di Machlon, per far rivivere il nome del defunto nella sua eredità, perché il nome del defunto non si estingua tra i suoi fratelli»” (Ruth 4:9-10).

Qual era il ruolo della donna in tutto ciò? Nei casi più comuni, dopo il matrimonio, la donna lasciava la casa di suo padre ed entrava a far parte della famiglia del marito. Quando ella dava alla luce dei figli, questi prendevano il “nome” del loro padre e ne ereditavano i possedimenti. Mentre l’onore del marito consisteva nel tramandare la propria terra e la propria memoria ai posteri, l’onore della moglie stava invece nel generare una discendenza che perpetuasse il nome della famiglia dell’uomo, della quale la donna era divenuta parte integrante.
La storia delle figlie di Tzelofechad ci pone tuttavia davanti a un caso particolare. A causa della mancanza di eredi maschi, il nome dell’uomo defunto sembra destinato inevitabilmente a dissolversi nelle sabbie della storia, poiché i suoi possedimenti sarebbero passati per legge nelle mani dei suoi fratelli e delle loro famiglie. Le cinque donne comprendono che ciò non è giusto, e si impegnano per tutelare la memoria del loro padre: “Perché dovrebbe il nome di nostro padre scomparire dal mezzo della sua famiglia per non aver avuto figli?”. Secondo quanto suggeriscono le figlie di Tzelofechad, garantire la continuità del “nome” è più importante del rispetto delle tradizionali leggi sull’eredità. La loro situazione rivela il conflitto che esiste tra l’assetto della società patriarcale e il principio della pari dignità dei due sessi in quanto creati da Dio. Di conseguenza, la Torah accoglie la loro richiesta e concede alle cinque sorelle (e a tutte le donne che si ritroveranno in casi analoghi) di poter diventare eredi, proprio come gli uomini.

L’opera di esegesi rabbinica denominata Sifrei dedica una riflessione profonda alla questione che abbiamo analizzato:

Quando le figlie di Tzelofechad udirono che la terra stava per essere divisa tra i maschi e non tra le femmine, si riunirono insieme per consultarsi e dissero: «La misericordia degli uomini non è come la misericordia di Dio. La misericordia degli uomini si volge più verso i maschi che verso le femmine. Ma Colui che ha creato il mondo non agisce allo stesso modo. La sua misericordia è ugualmente per i maschi e per le femmine. la sua misericordia è per tutti, come è scritto [nei Salmi]: Dio è buono con tutti e la Sua misericordia è per tutte le Sue creature»“.

Naftali Tzvi Yehuda Berlin, noto come Netziv, commenta il brano del Sifrei con queste parole:

“La  logica [delle figlie di Tzelofechad] potrebbe apparire fallace poiché esse sapevano già che le donne non ereditano in presenza di un discendente maschio. Ciò non rappresenta una mancanza di misericordia, poiché le figlie sposeranno degli uomini e condivideranno la loro eredità. Ma la vera spiegazione è la seguente: un uomo prova un grande dolore nel vedere che la propria eredità è consegnata agli estranei e che il suo nome viene eliminato dall’eredità. Quando esiste un figlio maschio, le figlie non provano dispiacere nel vedere che questi ricevono l’intera eredità. Ma se non ci sono figli maschi, e gli estranei ottengono l’intera porzione, allora ne scaturisce un grande dolore”.

Da tutte queste riflessioni sembra scaturire un principio di grande rilevanza: le consuetudini sociali, in primo luogo quelle legate al sistema patriarcale, valgono finché non diventano causa di ingiustizia. Se le usanze e le norme della società oscurano i valori della Torah, allora esse non possono essere applicate in maniera fissa, come invece imporrebbe una rigida applicazione della legge. Per questo, fin dai tempi dei Maestri del Talmud, l’Ebraismo ha rinunciato a seguire alla lettera le disposizioni sull’eredità che erano comuni in epoca biblica, e ha sviluppato procedure legali che consentono di distribuire l’eredità in modo equo tra maschi e femmine, sempre rimanendo all’interno dei parametri della normativa religiosa.

Beshallach: Miriam e la leadership femminile

Commento di Ernesto Pintore alla Parashah di Beshallach (Esodo 13:7 – 17:16).

E Miriam, la profetessa, sorella di Aaron, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con dei timpani, e danzando. E Miriam rispondeva ai figli d’Israele: Cantate ad HaShem, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere (Esodo 15:20-21).

La figura di Miriam non ha ricevuto molta attenzione dai commentatori tradizionali. Cionondimeno, questi versi meritano di essere presi in considerazione, per comprendere sia il ruolo di Miriam che il ruolo e l’indipendenza dell’azione femminile nei tempi biblici.
Questo passaggio è il primo nel quale, non solo Miriam viene chiamata con il proprio nome, ma viene definita “Profetessa”.
All’inizio del Libro di Shemot (Esodo) si allude a Miriam parlando della “sorella di Moshè”, che sta sulle rive del fiume ad osservare che cosa accadrà al bambino nella cesta, ma la Torah deliberatamente non ne menziona il nome e non fornisce ulteriori dettagli riguardo alla famiglia (padre, madre, sorella), forse perché sono particolari di secondo piano rispetto all’evento principale che è il ritrovamento di Moshè nelle acque del Nilo. Una descrizione della famiglia di Moshè sarà data solo successivamente (Numeri 26:58.59). 
Attualmente Miriam è presentata come ”La Profetessa”, “sorella di Aaron”.
Il titolo di “Profeta” era stato conferito per la prima volta a Avraham “Poiché egli è un Profeta” (Bereshit 20:7) e per la prima volta viene attribuito a una donna. Definire “Profetessa” Miriam lascia sorpresi, poiché non sono evidenti le sue prerogative profetiche. I Maestri spiegano questa definizione, riportandosi a prima della nascita di Moshè, quando Miriam disse a suo padre:
“Alla fine tu avrai un figlio che libererà Israel dall’Egitto” (Mekhiltà Shemot 15:20).
Questa profezia convinse Amram ad unirsi a sua moglie, nonostante il pericolo per i figli maschi d’Israel a causa del decreto di morte di Par’ò.
La Torah stessa conferma successivamente lo spirito profetico di Miriam, allorché ella stessa testimonia che HaShem comunica con lei e con Aaron, allo stesso modo in cui Egli comunicava con Moshè:
” E dissero: Il Signore ha parlato unicamente con Mosè? Egli ha pure parlato anche con noi” (Devarim 12:2).
Ciò implica che il potere profetico di Miriam, attestato dalla Torah stessa, trova espressione in molte circostanze a proposito delle quali la Torah non fornisce spiegazioni. La dimostrazione di questa affermazione può essere ritrovata in vari momenti in cui Miriam dà un importante contributo personale alla leadership durante il periodo dell’ esodo.
Prendiamo in considerazione due circostanze nelle quali viene attestato l’elevato rango spirituale di Miriam agli occhi del popolo.
– Nel momento in cui Miriam viene colpita da lebbra (come punizione per aver parlato contro il capo Moshè), il popolo mostra devozione a lei, arrestando la marcia nel deserto, fino a quando non viene riammessa nell’accampamento. (Bamidbar 12:15)
– Sia la Torah scritta che la Torah orale attestano una antica tradizione che vedeva Miriam come una delle tre figure centrali di leadership:
“Io vi ho condotti fuori dalla terra d’Egitto, Io vi ho redenti dalla casa degli schiavi e ho inviato davanti a voi Moshè. Aaron e Miriam” (Micah 6:4); 
“Israele ebbe tre grandi capi: Moshè, Aaron e Miriam” (Ta’anit 9a).
Non sappiamo quindi molto per quali meriti Miriam godesse di questo speciale ruolo profetico, a parte l’ “anonima” assistenza alla nascita e alla salvezza di Moshè e la descrizione della “ribellione” al fratello. L’unico punto in cui la Bibbia attesta il ruolo di Miriam è appunto il momento in cui intona il canto in questa Parashà, allorché, con poche parole, precisa la sua speciale posizione tra le donne d’Israele.
Salta in evidenza innanzi tutto l’iniziativa personale: “ E Miriam la Profetessa, sorella di Aaron, prese in mano il timpano”
Il Midrash commenta: “Prendere l’iniziativa è la cosa principale” (Lekah tov, loc.sit.).
Miriam infiamma il cuore delle Israelite che la seguono: “ E TUTTE le donne andarono dietro di lei con dei timpani e danzando”.
Affermando che “TUTTE” le donne la seguirono, la Torah sottolinea appunto che Miriam occupava un ruolo di primo piano e di considerazione presso le donne d’Israel. Inoltre, lodare HaShem con canti, danze e strumenti musicali, conferisce una dimensione artistica e poetica sia a Miriam che alle altre donne israelite.

Soffermandoci sul testo possiamo trarre altre considerazioni, anche dalla scelta delle parole di lode, che non devono essere considerate come una semplice ripetizione delle parole di Moshè:
“Cantate ad HaShem, perché si è sommamente glorificato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”.
Vi è una differenza significativa tra queste parole e quelle di Moshè: innanzitutto questi parla in prima persona:
“Canterò ad HaShem, poiché Egli si è sommamente glorificato”, mentre Miriam si rivolge direttamente alle donne incitandole alla lode di D-O: “Cantate (tutte) ad HaShem, poiché Egli ha trionfato gloriosamente”.
Potremmo dire quindi che la Torah identifichi diversi tipi di leadership: quella di Moshè che dedica la maggior parte della sua vita al rapporto con D-O; quella di Miriam che è la leadership del contatto con il Popolo, con la massa degli individui e quella di Aaron, Sommo Sacerdote e quindi a contatto diretto con D-O, ma anche in stretto contatto con le esigenza di vita ordinaria del popolo.
Paragonando i due canti intonati ad HaShem emerge la figura di Moshè come quella di un Leader di élite, molto più in diretto contatto con D-O di quanto non lo sia il popolo. A questo proposito è lecito riflettere sui vari conflitti tra la massa degli Israeliti e il loro capo, che più volte insorgono nel corso della Storia. Moshé non ha un rapporto alla pari con gli altri: egli è il rappresentante di HaShem ed è il suo portavoce. La sua parola è la parola di D-O, con il conseguente e necessario distacco dagli altri. Miriam, al contrario, è una donna del popolo e strettamente connessa a questo: le parole della cantica di Moshé sono versi di elevata poesia, con uno stile letterario molto diverso, elegante e forbito, rispetto al resto della narrazione. Ci si può chiedere, legittimamente, se quel popolo di schiavi, reduci da una schiavitù di secoli in terra straniera, fosse in grado di capire quelle espressioni. I brevi versi di Miriam sono chiari e incisivi e certamente più semplici da ripetere come ritornello nel canto.
Miriam quindi parlava un linguaggio più vicino al popolo e la sua estrazione e la sua caratterizzazione di donna perfettamente integrata nel suo popolo e amata e stimata da questo, viene enfatizzata da Rashì che la identifica in una delle due levatrici: Puah (Shifrà è identificata con Yocheved) (commento a Shemot 1-15).
Rashì sottolinea il legame con il neonato: “Puah era Miriam che parlava dolcemente (“po’ah”) e mormorava al neonato, come fanno le donne per calmare un bambino che piange”.
Il legame di Miriam con i bimbi del popolo sarà poi continuato anche durante la loro età adulta. Ella sceglie di rivolgersi a loro in un linguaggio semplice e comprensibile e non con un linguaggio di elevato stile profetico e religioso, affinché possa essere ripetuto e cantato con semplicità.
Miriam è la prima figura femminile attiva nella vita pubblica e della cui vita privata e familiare la Torah non dice nulla. Da questo punto di vista, indubbiamente, ella rassomiglia di più a suo fratello Aaron che, essendo il sommo sacerdote, è per definizione, secondo la tradizione ebraica, a stretto contatto con le problematiche quotidiane della vita della gente (oltre al suo rapporto con D-O) essendo responsabile della pace fra di loro e del loro benessere.
Questo spiegherebbe forse, perché Miriam è presentata come “sorella di Aaron” e non come “sorella di Moshè” o “sorella di Moshè e Aaron”, enfatizzando l’esempio di Aaron come leadership da rappresentare per se stessa.

Fonte: Forum Biblico

Shemot: e le donne sconfissero l’Egitto

egitto
Commento alla Parashah di Shemot (Esodo 1:1 – 6:1) di Rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e del Meridione.
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Il re d’Egitto si rivolse alle levatrici ebree, che si chiamavano l’una Shifra e l’altra Puà, e disse loro: “Quando assisterete le ebree nel parto, osservate nel luogo dove si trova il neonato e se è un maschio lo ucciderete, se è una femmina la lascerete in vita. Le levatrici ebbero timore di Dio, non fecero come aveva detto loro il re d’Egitto e lasciarono in vita i bambini (Esodo 1: 16-17).
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Il racconto della persecuzione degli ebrei in Egitto stupisce per le scelte politiche e strategiche del Faraone: qual è il motivo per cui l’incarico di uccidere i bambini fu assegnato alle levatrici, anziché a funzionari di Stato? Nahmanide afferma che l’obiettivo del Faraone era quello di assuefare lentamente la popolazione egiziana a un’ingiustizia manifesta nei confronti di una minoranza che era stata accolta benevolmente e che aveva grandemente contribuito al benessere dell’Egitto. Un repentino e totalizzante decreto antiebraico – fatto direttamente dallo Stato – avrebbe potuto incontrare forti resistenze: sappiamo bene come abbia operato l’antisemitismo nel corso dei secoli, partendo dalla soppressione dei diritti civili, trasformando gli ebrei in cittadini di seconda categoria, fino ad arrivare all’eliminazione pura e semplice.
I maestri Rav e Shemuel pongono una domanda – quella sull’identità delle levatrici – che sembra irrilevante. Rashi di norma cita il Midrash solo quando serve a spiegare il significato letterale del testo e lo riporta nel suo commento, spiegando che si tratta di soprannomi: Shifrà – perché abbelliva il bambino – Puà perché ripeteva il verso onomatopeico che fanno le donne ai bambini quando piangono.
Il Mizrahi ritiene che Rashi riporti questo Midràsh perché pensa si tratti di un’antica tradizione sull’identità delle levatrici, mentre il Mahrshà sostiene che sarebbe richiesto dallo stile biblico: infatti, dovendo introdurre due nuovi personaggi, il testo avrebbe dovuto usare la formula “due levatrici, il nome dell’una era …, il nome dell’altra…”. Tuttavia, nel nostro caso, nonostante le levatrici fossero soltanto due, il testo parla genericamente di levatrici; non resta quindi che andare a cercare tra i nomi delle uniche donne citate nel testo dell’Esodo: i veri nomi sarebbero quelli di Jokhèved e Miriàm oppure di Jokhèved ed Elishèva, mentre Shifrà e Puà sarebbero quindi solo soprannomi.
Ma queste levatrici, che ebbero timor di Dio, erano davvero ebree?
La risposta è affermativa se ci limitiamo al Midrash e all’opinione di una parte seppur consistente dei commentatori. Ma, se riflettiamo più a fondo, dobbiamo dare ragione a Shadal (Shemuel David Luzzatto, ma della stessa opinione sono anche Filone di Alessandria, Giuseppe Flavio, Don Itzkhak Abrabanel e Malbim). L’espressione hamjaledoth haivriot andrebbe quindi interpretata nel senso che si trattava delle hamjaledoth et haivriot , “le levatrici delle ebree”. Sarebbe infatti impossibile pensare che il Faraone avesse conferito un incarico così delicato proprio a donne ebree che, per amore del proprio popolo (e non solo per timor di Dio), si sarebbero facilmente potute rifiutare di obbedire. Il programma del Faraone di mettere sotto silenzio tutta l’operazione (secondo la già citata spiegazione del Nahmanide) sarebbe fallito, perché sarebbe anche sorto un movimento di opposizione a livello popolare. Quindi le levatrici erano egiziane e questo sia per i motivi già detti e sia perché – affinché l’operazione che prevedeva l’eliminazione dei bambini ebrei avesse successo – era necessario far uso di personale non ebraico perché più affidabile e perché non avrebbe diffuso la notizia. Infine questa interpretazione trova sostegno nel fatto che il Faraone – di fronte all’insuccesso ottenuto con le sole levatrici – decise di dare l’ordine a tutto il suo popolo.
Se leggiamo con attenzione il testo biblico, notiamo che esso loda chi ha Irath Elohim (timor di Dio) o biasima chi non ce l’ha: questo concetto viene applicato quando si tratta del caso di uno straniero che viene ingiustamente attaccato o discriminato. Ecco qualche esempio: per non essere ucciso, Abramo afferma che Sara è sua sorella e questo solo perché presupponeva che, nel luogo in cui si trovava, non ci fosse timor di Dio; la colpa di ‘Amalek è quella di non avere avuto timor di Dio, aggredendo dei deboli in viaggio di trasferimento lungo una “strada internazionale” che godeva del diritto di extraterritorialità (Deut. 25:18).
Irath Elohim non è una caratteristica che riguardi solo il popolo d’Israele. La Irath Elohim (dalla quale discende anche il rispetto dello straniero) è uno dei capisaldi sui quali si devono fondare la vita di tutti i popoli e i rapporti tra un popolo e l’altro a livello internazionale, e a Israele viene ordinato in ben 36 punti della Torà di amare lo straniero e di proteggerlo da ogni discriminazione (una sola legge sarà per lo straniero e per il cittadino del paese).
Opporsi alle ingiustizie, anche quando è lo Stato a perpetrarle, si può: in questo episodio abbiamo, da una parte, l’ingiustizia dello Stato, dall’altra il successo della reazione di pochi singoli a un decreto ingiusto della sua autorità.
Un’ultima domanda: è forse un caso che la reazione al decreto del Faraone provenga solo dalle donne: le levatrici, la madre di Mosè e la figlia del Faraone?
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