La figlia di Iefte: storia di un sacrificio umano

Questo articolo è dedicato alla memoria della Dr. Avigail Rock z”l, grande esperta di Tanakh e insegnante presso l’Herzog College, recentemente scomparsa. Le riflessioni che seguono sono basate su una sua lezione dal titolo “Biblical allusions to the story of the Akeida“.


Yiftach fece voto ad HaShem e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, colui che uscirà per primo dalla porta di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per HaShem e io l’offrirò in olocausto» (Giudici 11:30-31).

Siamo nell’era buia dei Giudici, un tempo di corruzione morale, smarrimento e oppressione per il popolo d’Israele. Yiftach (Iefte), intrepido giudice chiamato a liberare la nazione dai nemici Ammoniti, assume spontaneamente un impegno avventato e non richiesto dinanzi a Dio.

Come deduciamo dal verso precedente, Yiftach pronunciò questo voto quando aveva già raggiunto il campo nemico. Verosimilmente, la promessa non fu espressa in privato, ma al cospetto dell’esercito, per dare forza ai guerrieri dimostrando loro l’assoluta devozione del comandante.

Benché alcuni commentatori abbiano cercato (in parte comprensibilmente) di interpretare il brano in modo da “depurarlo” dai suoi aspetti più aberranti, dal testo è molto chiaro che Yiftach stia parlando di un sacrificio cruento. Il termine olah (“olocausto”) indica un’offerta sacrificale bruciata interamente sull’altare, come descritto dettagliatamente nel primo capitolo del Levitico.

È altrettanto chiaro, per quanto sconvolgente, che Yiftach si riferisca a un essere umano, e in particolare a una donna, non a un animale. Era infatti consuetudine, come si legge ad esempio in 1 Samuele 18:6, che le donne uscissero per andare incontro ai guerrieri celebrando la vittoria in battaglia con danze e canti. Di certo, Yiftach non aveva in mente che una pecora o una mucca potesse sbucare dalla porta di casa sua per accoglierlo al suo ritorno.

La Torah, è bene ricordare, proibisce i sacrifici umani: “Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco […] perché HaShem detesta chiunque faccia queste cose” (Deut. 18:9-12). Tali pratiche, dichiara il Creatore nel libro di Geremia (19:5), sono “una cosa che non ho mai comandato, di cui non ho parlato, né è mai entrata nella mia mente” (Geremia 19:5).

Yiftach, tuttavia, sembra non saperlo. Questo giudice non è presentato come un saggio che medita sulla Legge divina; egli è invece un uomo dedito alle armi, scacciato dai suoi fratellastri in quanto figlio di una prostituta, che aveva vissuto circondandosi di “uomini senza valore” (Giudici 11:3), con cui usciva a fare incursioni. Gli anziani della sua tribù lo avevano scelto come condottiero per le sue abilità militari, non per altre virtù. In un tempo in cui “non c’era alcun re in Israele, e ognuno faceva ciò che era giusto ai propri occhi”, come il libro dei Giudici ripete più volte, sembra che agli occhi di Yiftach sia parso giusto imitare la via idolatrica dei Cananei, popoli che sacrificavano vite umane alle loro divinità sanguinarie.

La svolta drammatica

Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti. E Yiftach tornò a Mitzpah, verso casa sua; ed ecco, gli uscì incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Ah, figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola ad HaShem e non posso ritirare [il mio voto]» (11:34-35).

Quello di stracciarsi le vesti è un inequivocabile segno di lutto, in questo caso un lutto anticipato che precede una morte inevitabile: ecco un’ulteriore conferma del fatto che si parli proprio di un sacrificio umano e non – come pretendono Ibn Ezra e Ralbag con l’intento di salvare la reputazione di questo valoroso giudice d’Israele –, di una “consacrazione a Dio“, cioè di una sorta di vita monastica nel Santuario.

Il verbo shuv (“ritornare”, “ritirare”), compare continuamente in questo capitolo (vedi ad es. vv. 8; 9; 31; 39): tutti nel racconto “ritornano” o “si ritirano”, eccetto, tragicamente e non a caso, la parola data da Yiftach a Dio, che non può essere ritrattata. A questo proposito Rashi, basandosi sul Midrash, attribuisce a Yiftach e ai Saggi dell’epoca la colpa di non aver tentato di annullare il voto a causa del loro orgoglio.

Dopo aver appreso della sua morte imminente, la fanciulla reagisce con sorprendente rassegnazione: “Padre mio, se hai dato la parola ad HaShem, fai di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca” (11:36). A queste parole, la giovane aggiunge un’unica richiesta: “Lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne” (11:37). La verginità è intesa qui come una potenzialità che rimarrà per sempre inadempiuta, lasciando la stirpe di Yiftach senza una discendenza.

Al termine dei due mesi, come leggiamo al v. 39: “ella tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con il voto“. Il testo non si dilunga nel descrivere l’atto orribile, né ci fornisce alcun dettaglio. Persino per il narratore biblico, che altrove non è affatto reticente quando si tratta di narrare uccisioni e aberrazioni, il rito compiuto da Yiftach appare troppo ripugnante per essere raccontato. Ciò che invece il testo riporta, a conclusione del racconto, è la nascita di un’usanza tra le donne d’Israele, che ogni anno commemorano la triste sorte della ragazza per quattro giorni (11:39-40).

Echi del sacrificio di Isacco

Leggendo questa terribile storia, aspettiamo invano che una condanna esplicita emerga dal testo. Scossi dall’ingiustizia compiuta, ci aspetteremmo che la Bibbia affermi, come fa in riferimento ad altri personaggi, che “Yiftach fece ciò che è male agli occhi del Signore”. E invece no: la voce divina, in questo come in altri casi, sembra tacere del tutto dinanzi al degrado etico e spirituale che dilaga nell’epoca dei Giudici, lasciando al lettore il compito di trarre le sue conclusioni.

Per cogliere il punto di vista morale del narratore, possiamo tuttavia servirci del confronto-contrasto con un’altra storia biblica in cui compare il tema del sacrificio umano: la storia dell’Akedat Yitzchak, il (mancato) sacrificio di Isacco. Spesso, infatti, è attraverso l’accostamento tra brani differenti che la Bibbia ebraica rivela ai suoi studiosi più attenti il proprio messaggio.

Yitzchak e la figlia di Yiftach sono designati entrambi come un’olah, un olocausto da offrire a Dio (Genesi 22:2; Giudici 11:31). Questi due giovani, vissuti in tempi e in circostanze tanto diversi, sono i soli in tutta la Bibbia ebraica a essere definiti con il termine yachìd, cioè “unico” (Genesi 22:2; Giudici 11:34), a sottolineare il legame esclusivo con i rispettivi genitori.

Tra Yitzchak e il padre Avraham, proprio come tra la figlia di Yiftach e suo padre, il testo riporta un solo dialogo. In entrambi i casi, il discorso del figlio si apre con la parola avì (“padre mio”), e quello del padre con benì / bitì (figlio mio / figlia mia). Nella Genesi, però, Avraham dichiara prontamente hinnèni (“eccomi”), dimostrando al figlio grande vicinanza affettiva (nonostante la volontà del Creatore gli chieda di sacrificarlo), mentre nel libro dei Giudici emerge una sensibilità del tutto diversa da parte di Yiftach, che si rivolge alla figlia con un’esclamazione di dolore (11:35), attribuendole la colpa della sua rovina.

C’è poi l’immagine dei monti (HeHarìm) che accomuna e al contempo pone in contrasto le due vicende: Avraham e Yitzchak procedono uniti verso il monte prescelto da Dio, lasciando indietro i due giovani servi ad aspettarli (Genesi 22:5-8); la figlia di Yiftach, invece, si reca sui monti con le sue giovani compagne, mentre in questo caso è il padre a essere lasciato indietro ad attendere il suo ritorno (Giudici 11:37).

Al termine del racconto dell’Akedah, Dio promette ad Avraham: “Io ti benedirò grandemente e moltiplicherò la tua discendenza” (Genesi 22:17). E subito dopo, il testo ci mostra già l’inizio dell’adempimento della promessa parlando della nascita della futura moglie di Yitzchak (22:20-23). All’opposto, la vicenda della figlia di Yiftach si conclude con la triste immagine di una vergine, per sempre anonima, morta senza aver mai “conosciuto uomo” (Giudici 11:39).

Il sacrificio di Yitzchak rappresenta la rinuncia, da parte di Avraham, a ciò che Dio gli aveva donato, una privazione totale delle grandi benedizioni e delle promesse ricevute. L’esatto contrario del voto sconsiderato di Yiftach, un voto che egli pronuncia chiedendo la vittoria in cambio, finendo poi per privarsi della sua unica figlia.

Quella di Yiftach è un’Akedah all’inverso, un’Akedah degenerata e malvagia che non tiene conto dell’importanza fondamentale della conclusione del racconto della Genesi, la conclusione che conferisce il senso a tutto il resto: “Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non gli fare alcun male” (22:12).

2 pensieri su “La figlia di Iefte: storia di un sacrificio umano

  1. Antonella

    La spiegazione si può trovare solo nella rozzezza dei costumi e soprattutto nella degradazione delle tradizioni mosaiche, nel torbido periodo dei Giudici in cui “ognuno faceva quello che gli pareva meglio”” sull’esempio delle pratiche pagane dei popoli vicini. E del resto, non per nulla Jefte era figlio di una prostituta. I fratelli lo scacciarono per non dividere l’eredità con lui e lui vagò per il mondo con dei buoni a nulla e sfaccendanti e divenne un bandito. Del resto nel periodo dei Giudici ognuno faceva quello che gli pareva meglio, (un pò come oggi) infatti molti si proclamavano giudici tra cui anche lo stesso Iefte

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  2. Orietta Santamaria

    E’ simile al sacrificio di Ifigenia,solo che in quel caso la fanciulla è sacrificata per propiziare l’evento, cioè la partenza della flotta. E’ una cosa che ai nostri occhi può destare solo orrore, tanto che il commento e la chiusa del racconto di Tito Lucrezio Caro sono queste precise parole:” Tantum potuit religio suadere malorum”.

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