Scintille di Torah: Genesi

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al libro della Genesi pubblicati nel 2017.

bereshit

BERESHIT

“E Dio disse: «Facciamo un uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e abbia il dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo e sul bestiame e su tutta la terra, e su ogni essere che striscia sulla terra»” (Genesi 1:26).

L’uomo è un padrone, un creatore in miniatura. È un essere che parla, dà nomi, stabilisce confini, approva e benedice: tutto ciò che fa anche Elohìm (Dio).
Ma c’è molto di più. In quella culla della civiltà che fu il Vicino Oriente antico, da cui emerse anche il libro oggi noto come “Bibbia”, a essere chiamati “immagine di Dio” erano esclusivamente i sovrani. «O re, signore del mondo abitato, tu sei l’immagine di Marduk» dicevano i Babilonesi salutando il monarca. E in Egitto, lo stesso onore spettò al faraone Tutankhamun, il cui nome significa “immagine vivente del dio Amun” .
Con grandiosa audacia, la Torah conferisce un titolo regale all’intero genere umano, senza distinzioni, riconoscendo a ogni individuo una dignità eccelsa. Siamo davanti a un vero, autentico, straordinario manifesto rivoluzionario, la cui portata è sfuggita e continua a sfuggire a tanti lettori, pur conservando ancora la sua carica agli occhi di coloro che riescono a coglierla.

Tratto dal nostro libro “La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi”, attualmente in fase di scrittura.


NOACH

“E la terra divenne corrotta dinanzi a Dio, e la terra era piena di violenza. 
E Dio vide la terra, ed ecco, essa era corrotta, poiché ogni carne aveva corrotto la sua via sulla terra” (Genesi 6:11-12).

“Violenza” (chamàs): cosa accadeva su questa terra degenerata?
Chamas è ciò che compiono le spade sanguinarie (Genesi 49:5), ma anche l’inganno di un falso testimone (Esodo 23:1). Una violenza non soltanto fisica; la crudeltà di chi vuole il male del prossimo.

“Ogni carne”: espressione del tutto materiale, tipica di un linguaggio ruvido e disincantato. Non sorprende che alcuni traduttori la sostituiscano con parole considerate più decorose. Ma nella Bibbia, talvolta, le creature viventi si riducono alla loro esteriorità corporea: l’uomo, come le bestie, è “carne (basàr), un soffio che passa e non ritorna” (Salmi 78:39). L’enfasi è posta sulla nostra vulnerabilità, la debolezza che ci differenzia da Dio.

Tratto dal nostro libro “La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi”, attualmente in fase di scrittura.


LEKH LEKHÀ

“E HaShem disse ad Avram: «Vai via dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, e vai verso la terra che io ti indicherò»” (Genesi 12:1).

Al contrario di come era avvenuto con Noach (Genesi 6:9), la Torah non presenta Avraham come un uomo “giusto e integro nella sua generazione”. Egli emerge invece da un passato misterioso e si muove verso un futuro ignoto. 
Sia il primo che l’ultimo comando che Dio rivolge ad Avraham iniziano con la parola “Vai” (Lekh), e in entrambi i casi la destinazione del viaggio è sconosciuta (Genesi 12:1; 22:2).
La Rabbanit Sharon Rimmon scrive a questo proposito: “I due comandi illustrano l’essenza della vita di Avraham: la ricerca di una missione indefinita. Durante la sua vita, Avraham cerca di realizzare il volere di Dio senza ricevere alcuna istruzione specifica su dove andare e su cosa fare”.
Non è un caso che, riguardo a Noach, la Torah dichiari che egli “camminava con Dio” (6:9). Al contrario, Dio esorta Avraham dicendo: “Cammina davanti a me e sii integro” (17:1). Noach ha una guida che lo accompagna e gli mostra come procedere ad ogni passo, Avraham no: il suo cammino è incerto, incessante, come una continua scoperta.


VAYERÀ

Dio comanda ad Abramo di rinunciare a un suo amatissimo figlio. Inizia così un viaggio la cui meta è ignota: il genitore accompagna suo figlio verso una sorte incerta. A un tratto, la vita del giovane viene messa gravemente in pericolo: la sua fine sembra vicina, persino inevitabile, finché un inaspettato intervento divino non lo trae in salvo. Il genitore apre gli occhi e scorge qualcosa che gli permette di far sì che la vita del figlio sia risparmiata. Infine, Dio benedice il ragazzo con una promessa, annunciando che egli avrà una progenie numerosa che diventerà una grande nazione.
Di cosa stiamo parlando? Molti avranno subito pensato alla celebre storia dell’Akedat Yitzchak, il mancato sacrificio di Isacco sul Monte Moriah. Tuttavia, tutto ciò che abbiamo detto si applica ugualmente anche a un altro evento della vita di Abramo: l’espulsione di Hagar e Ismaele e la salvezza di quest’ultimo da una morte certa nel deserto.
Per quale motivo le due storie sono legate da tante analogie?
Con il loro “sacrificio”, sia Isacco che Ismaele sperimentano una vera e propria “rinascita”, un’esperienza che segna un cambiamento nella loro personalità e che permette a entrambi, in modo diverso, di realizzare il proprio destino.


CHAYEI SARAH

“E Sarah visse centoventisette anni. Questi furono gli anni della vita di Sarah. E Sarah morì a Kiriat-Arba, che è Chevron, nel paese di Kenaan; e Avraham entrò a far lutto per Sarah e a piangerla. E Avraham si alzò dalla presenza del suo morto e parlò ai figli di Chet, dicendo: «Io sono uno straniero residente fra voi; datemi la proprietà di un sepolcro fra voi, affinché possa seppellire il mio morto»” (Genesi 23:1-4).

La Torah, secondo gli antichi Maestri, non usa parole superflue: ogni singola lettera che si trova in essa è stata inclusa per un motivo preciso. Al di là delle concezioni mistiche, questo principio è oggi condiviso anche dagli studiosi che analizzano la Bibbia dal punto di vista letterario. In molti casi, infatti, si può notare che le parole-chiave di uno specifico brano ricorrono un certo numero di volte nel testo, di solito sette o un multiplo di sette (esempio: le parole “cielo” e “terra”, termini chiave del racconto della Creazione, compaiono in esso ventuno volte ciascuno).

Nel brano della morte e sepoltura di Sarah (Genesi 23), la parola kever (sepolcro) ricorre in tredici occasioni, esattamente lo stesso numero di volte in cui è menzionata anche Sarah, talvolta indicata come “il morto”.
Se da un lato possiamo ritenere che non si tratti di una coincidenza, dall’altro bisogna ammettere che il tredici, al contrario del sette e dei suoi multipli, non è un numero significativo nella Bibbia.
Notando questa stranezza, Rav Elchanan Samet spiega che quello della sepoltura di Sarah è un esempio di “storia divisa”: un racconto che non è narrato in un unico brano, ma che appare formato da due parti separate nel testo. La “parte mancante” della storia, secondo Rav Samet, si trova più avanti, in Genesi 25:7-10:

“E questi sono gli anni della vita di Avraham che egli visse: centosettantacinque anni. E Avraham spirò e morì in prospera vecchiaia, attempato e sazio di giorni, e fu riunito al suo popolo. E i suoi figli Yitzchak e Ishmael lo seppellirono nella grotta di Machpelah […] il campo che Avraham aveva comprato dai figli di Chet. Là furono sepolti Avraham e Sarah sua moglie”.

Se uniamo insieme i due brani, notiamo che i riferimenti a Sarah e al suo sepolcro sono ora entrambi quattordici (7×2), numero altamente significativo. La stranezza, in questo modo, scompare.
In tutto ciò possiamo scorgere un affascinante messaggio: la storia della sepoltura di Sarah raggiunge la sua completezza solo nel momento in cui il marito e la moglie si ricongiungono nella grotta di Machpelah, dove riposano ancora oggi. L’unione dei due brani è anche l’unione eterna dei due coniugi i cui destini, benché temporaneamente separati dalla morte di Sarah, sono legati per sempre.


TOLEDOT

“…Ed Esàv mangiò e bevve, si alzò e se ne andò. Ed Esàv disprezzò la primogenitura” (Genesi 25:34).

Uno dei temi ricorrenti del Libro della Genesi è il perpetuo conflitto tra fratelli, che vede sempre il figlio più giovane prevalere sul primogenito dalla prospettiva del favore divino.
Questa regola non sembra conoscere eccezioni: la stirpe di Caino si estingue, mentre quella del terzogenito Set sopravvive; Ismaele, primogenito di Abramo, viene escluso dal Patto con Dio, il cui depositario è invece Isacco; Esav (Esaù) rinuncia alla primogenitura a favore di Yaakov (Giacobbe), il quale ottiene poi anche la benedizione del padre; il giovane Giuseppe è il favorito tra i suoi fratelli; al secondogenito Efraim è concessa poi una benedizione maggiore rispetto a quella ricevuta dal fratello Manasse.

Nel commentare la parashah di questa settimana, la Rabbanit Sharon Rimmon scrive: “L’intero libro (Genesi) insegna che il fatto di essere fisicamente il figlio più anziano non assicura automaticamente il diritto di ricevere la benedizione del primogenito. Dio sceglie chi benedire sulla base del merito, non della cronologia”.
Si può affermare che l’elezione divina che si manifesta in favore dei figli più giovani in tutti i casi elencati rimandi a un’altra elezione, il cui oggetto è un altro “ultimo nato”: il popolo d’Israele, chiamato da Dio “mio primogenito” (Esodo 4:22). A ricevere la “primogenitura dei popoli” è proprio, paradossalmente, l’ultima delle nazioni bibliche a venire alla luce, il cui nome coincide non a caso con quello del patriarca che tanto dovette lottare per conferire legittimità al proprio titolo di primogenito.


VAYETZÈ

“E Yitzchak chiamò Yaakov, lo benedisse, gli diede quest’ordine e gli disse: «Non prendere moglie tra le donne di Canaan. Alzati, vai a Padan-Aram, […] e prenditi di là in moglie una delle figlie di Lavan, fratello di tua madre. El Shaddai ti benedica, ti renda fruttifero e ti moltiplichi, sì che tu divenga un’assemblea di popoli, e ti dia la benedizione di Avraham, a te e alla tua discendenza con te, affinché tu possieda la terra dove vivi come uno straniero e che Dio donò ad Avraham»” (Genesi 28:1-4).

La partenza di Yaakòv (Giacobbe) dalla casa paterna rappresenta l’inizio di un lungo periodo segnato da sotterfugi, difficoltà e sfide da affrontare. Al termine del suo estenuante viaggio verso la Mesopotamia, Yaakov viene accolto da suo zio Lavàn (Labano), che lo fa lavorare per molti anni con asprezza, e che lo inganna concedendogli in moglie Leah al posto della donna amata, Rachel. Nuove difficoltà sorgono poi dalla sterilità di quest’ultima e dalla lunga rivalità tra le due sorelle. La fine della permanenza di Yaakov nella casa di suo zio non avviene in maniera degna e onorevole, ma tramite una fuga.
Il viaggio provvidenziale intrapreso con la benedizione di Yitzchak (e di Dio) si rivela quindi un’esperienza tormentata e piena di insidie ed eventi fortuiti. Eppure, se si fa un passo indietro e si guarda a questi capitoli della Genesi ricercando una visione d’insieme, si scopre in realtà uno schema tutt’altro che casuale:

A. Partenza dalla patria – visione degli angeli (28:10-14)
B. Arrivo da Lavan (29:1-14)
C. Anni di lavoro per le mogli (29:15-30)
D Nascita dei figli (29:31 – 30:24)
C’ Anni di lavoro per arricchirsi (30:25-42)
B’. Fuga da Lavan (30:43 – 31:55)
A’. Ritorno in patria – visione degli angeli (32:1-2)

Il chiasmo (la struttura di parallelismi invertiti) ci mostra come ogni evento della storia di Yaakov si collochi all’interno di un disegno prestabilito che si sviluppa con armonia. Pur attraverso vie tortuose e nefaste, il destino del patriarca si compie come era stato predetto.
Il racconto della nascita dei figli è posto nel punto focale dello schema per dimostrare che lo scopo centrale dell’esperienza di Yaakov in esilio sia la creazione di una discendenza che formerà poi le dodici tribù di Israele.


VAYISHLACH

“E i figli di Yaakov risposero a Shekhem e a suo padre Chamor, e parlarono loro con astuzia, perché Shekhem aveva disonorato Dinah, loro sorella” (Genesi 34:13).

La parashah di questa settimana contiene l’orrida vicenda dello stupro di Dinah, figlia di Yaakov, e dell’inganno operato dai suoi fratelli Shimon e Levì contro il principe Shekhem e il suo popolo per compiere la loro spietata vendetta.
Il testo narra che Shimon e Levì parlarono a Shekhem e a suo padre “con astuzia” (bemirmah). Questo stesso identico termine, nella stessa forma, compare in un’unica altra occasione nella Torah, e cioè nel racconto del “furto della benedizione” da parte di Yaakov ai danni del suo gemello Esav:

“E Yitzchak rispose: «Tuo fratello è venuto con astuzia (bemirmah) e si è preso la tua benedizione»” (Genesi 27:35).

Benché Yaakov avesse fatto ammenda per quel suo inganno, riconciliandosi con Esav a distanza di vent’anni e restituendogli la benedizione sottratta (“Prendi, ti prego, la mia benedizione” afferma il patriarca in Genesi 33:10), l’influenza della “mirmah” (astuzia) aveva già contagiato i suoi figli, che adottano nel racconto di Shekhem lo stesso tipo di atteggiamento del padre, ma lo fanno per compiere un’azione ben più grave: ingannare un’intera città e sterminare la sua popolazione maschile.
Oggi, nel commentare questi brani della Torah, è purtroppo ampiamente diffusa la tendenza a ridimensionare le colpe dei patriarchi e dei loro figli o a negarle del tutto, ricorrendo con disinvoltura a interpretazioni mistiche o non aderenti al significato letterale del testo. Vogliamo perciò ricordare, attraverso questi esempi lampanti, che gli eroi della Bibbia non sono uomini infallibili o creature dotate della perfezione divina: la Torah ci mostra senza timore i loro errori e i loro fallimenti morali (oltre alla loro giustizia) per permetterci di trarne insegnamenti eterni.


VAYESHEV

“E questa è la discendenza di Yaakov: Yosef, all’età di diciassette anni, pascolava il gregge con i suoi fratelli” (Genesi 37:2).

Questo versetto segna una svolta all’interno della Genesi: da qui in avanti, per tutto il libro, la narrazione si focalizzerà unicamente sulla storia di Yosèf (Giuseppe). Fanno eccezione soltanto l’episodio di Yehudah (Giuda) e Tamar (capitolo 38) e la benedizione di Yaakov sui suoi figli prima di morire (capitolo 49). 
«L’importanza della storia di Yosef» scrive Nahum Sarna nel suo Commentario, «risiede nel fatto che con essa inizia la catena di eventi che condurrà alla discesa in Egitto; essa è quindi il preludio al dramma di oppressione e redenzione che rappresenta il tema principale della teologia biblica».

L’ultimo protagonista della Genesi è molto diverso dai precedenti: al contrario dei tre patriarchi, Yosef non riceve nessuna rivelazione divina in maniera diretta, non costruisce altari e non assiste mai ad alcun intervento soprannaturale. I racconti legati alla sua vita sembrano animati da uno spirito quasi “laico”, in quanto in essi la presenza di Dio risulta nascosta, e la voce narrante non attribuisce alcun discorso o azione alla Divinità. Si tratta però di una laicità solo apparente, perché Yosef stesso riconosce in più occasioni che dietro il corso del proprio singolare destino si celi il piano provvidenziale del Sovrano dell’universo: “Non siete dunque voi che mi avete mandato qui (in Egitto), ma è Dio” (45:7), dirà Yosef ai suoi fratelli al momento di rivelare la sua identità.
Gli antichi Maestri, notando la natura meno esplicitamente religiosa di questi capitoli, dichiarano nel Midrash (Bereishit Rabbah 85):

“A quel tempo i figli di Yaakov erano occupati con la vendita di Yosef, Yosef era occupato con il lutto e il digiuno [per l’angoscia di essere stato venduto dai fratelli], Yaakov era occupato con il lutto e il digiuno [per la perdita di Yosef], Yehudah era occupato a sposare una donna, e l’Altissimo era occupato a creare la luce del Messia”.

Il Midrash insegna quindi che, mentre tutti i personaggi biblici erano indaffarati con le loro vicende terrene e concrete, anche Dio portava avanti la sua opera: quella di gettare i semi della futura redenzione.


MIKKETZ

“Prima che venisse l’anno della carestia, nacquero a Yosef due figli che Asenath, figlia di Potiferah, sacerdote di On, gli partorì. Yosef chiamò il primogenito Menashè, perché disse: «Dio mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno e tutta la casa di mio padre». Al secondo invece pose nome Efraim, perché disse: «Dio mi ha reso fruttifero nel paese della mia afflizione»” (Genesi 41:50-51).

Nel suo Commentario alla Torah, Rabbi Moshe ben Nachman (1194 – 1270), anche noto come Nachmanide, pone una domanda che è poi divenuta fonte di riflessione per tutti i commentatori successivi: perché Yosef (Giuseppe), dopo essere divenuto il viceré d’Egitto, non cerca di contattare suo padre per informarlo di essere ancora in vita? Avendo ottenuto una posizione di prestigio e potere, egli avrebbe certamente potuto inviare una lettera alla sua famiglia nella terra di Canaan e porre fine così al lutto di suo padre che lo credeva morto.
Nachmanide risponde affermando che la scelta di Yosef era motivata dal suo intento di far adempiere il proprio sogno profetico, secondo cui tutta la sua famiglia avrebbe dovuto prostrarsi davanti a lui (37:9-11). Yosef, secondo questa ipotesi, sapeva che tale visione avrebbe potuto realizzarsi solo se egli avesse rinunciato a interferire con il piano divino contattando la sua famiglia.

L’interpretazione di Nachmanide non sembra tuttavia accordarsi al meglio con lo sviluppo della storia. Genesi 42:9 ci dice infatti che Yosef “si ricordò dei suoi sogni” solo quando i suoi fratelli si presentarono a lui in Egitto per acquistare grano. Inoltre, è forse concepibile che Yosef abbia inflitto una grande sofferenza a suo padre solo per realizzare i propri sogni di gloria?

Rav Yoel Bin-Nun spiega che Yosef non poteva in alcun modo sapere che Yaakov lo credesse morto. Egli sospettava invece che tutta la sua famiglia (compreso suo padre) avesse cospirato contro di lui per venderlo come schiavo, rigettandolo come in passato era avvenuto con l’espulsione di Ishmael. Questa interessante ipotesi trova supporto nelle parole di Yosef stesso, che in occasione della nascita del suo primo figlio dichiara: “Dio mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno e tutta la casa di mio padre”. Yosef non mostra quindi alcun desiderio di riunirsi alla propria stirpe, e si illude di aver cancellato dalla sua memoria anche il ricordo del suo amato padre. Tale illusione sarà poi clamorosamente smentita quando il viceré d’Egitto scoppierà in lacrime e rivelerà la sua identità ai fratelli.


VAYIGASH

“E Yehudah si accostò a Yosef e disse: […] «Permetti ora che il tuo servo rimanga schiavo del mio signore al posto del fanciullo, e che il fanciullo se ne torni con i suoi fratelli. Infatti, come potrei ritornare da mio padre, se il fanciullo non è con me? Ah, che io non veda il dolore che coglierebbe mio padre!»” (Genesi 44:18-33).

L’eroico intervento di Yehudah (Giuda) in difesa di suo fratello Binyamin (Beniamino) rappresenta una grande svolta emotiva all’interno della storia della famiglia di Yaakov. Per la prima volta, un figlio di Leah si mostra disposto ad aiutare un figlio di Rachel, fino al punto di rinunciare alla propria libertà per lui. Nel suo discorso, Yehudah riconosce apertamente che Binyamin è il figlio prediletto di suo padre, dichiarando che “l’anima di Yaakov è attaccata all’anima del fanciullo” (44:30). Eppure, i privilegi di cui Binyamin gode non rappresentano una minaccia per Yehudah, il quale non si lascia più condizionare da invidie e gelosie, come era invece avvenuto al tempo in cui egli stesso aveva proposto di vendere Yosef come schiavo ai mercanti Ismaeliti. Yehudah riesce dunque a non ripetere gli errori del passato, e raggiunge una nuova condizione morale attraverso il ravvedimento.

Nella Bibbia, le opere compiute dai patriarchi e dai capostipiti delle tribù hanno spesso conseguenze notevoli sulla storia ebraica successiva, generando una sorta di eco che si protrae nel corso delle generazioni.
Molti secoli dopo l’emozionante discorso che abbiamo appena letto, un discendente di Binyamin ottiene finalmente l’occasione di ripagare la buona azione di Yehudah. Si tratta di Yehonatan, figlio di Shaul, primo re d’Israele, della tribù di Binyamin.
Dopo che il giovane David si è distinto per aver sconfitto il campione filisteo Goliath, il re lo accoglie alla sua corte e lo colma di onori agli occhi di tutto il popolo (1 Samuele 18:2-7). Yehonatan, in quanto erede al trono, avrebbe a questo punto tutto il diritto di sentirsi minacciato dalla fama del nuovo eroe nazionale, che appare già il candidato ideale a regnare dopo Shaul. Eppure, egli non cova alcuna invidia, ma accetta e riconosce i privilegi concessi a David, discendente di Yehudah. In 1 Samuele 18:1 leggiamo che “l’anima di Yehonatan si attaccò all’anima di David”, un’espressione che nella Bibbia era comparsa una sola volta prima di questa occasione, proprio nel discorso di Yehudah in difesa di Binyamin (44:30). Il cerchio dunque si chiude, e l’antico eroismo di Yehudah fa udire il suo eco nella vita del suo più illustre discendente.


VAYECHÌ

“E Yaakov chiamò i suoi figli e disse loro: «Radunatevi perché io vi annunci ciò che vi accadrà nei tempi futuri. Radunatevi e ascoltate, o figli di Yaakov! Date ascolto a Israele, vostro padre»” (Genesi 49:1-2).

Sul letto di morte, Yaakov convoca i suoi dodici figli per benedirli e per comunicare loro aforismi profetici che riguardano il futuro delle tribù che da essi discenderanno.
A un tratto, però, il patriarca sembra interrompere momentaneamente questo suo discorso d’addio per rivolgersi all’Altissimo con una preghiera in prima persona: “La tua salvezza io aspetto, HaShem” (49:18).
Qual è il significato di questo versetto che appare isolato dal resto del capitolo?
Considerando che la breve preghiera si trova subito dopo la benedizione rivolta alla tribù di Dan (49:16-17), il Midrash e alcuni commentatori suggeriscono che Yaakov, avendo previsto profeticamente il tragico destino di Shimshon (Sansone), discendente di Dan, abbia invocato la salvezza di Dio per la triste fine di questo guerriero, o più in generale per la sorte di Israele nell’epoca dei Giudici.
Rav Tamir Granot riporta a questo proposito un’interessante osservazione: la preghiera di Yaakov si trova tra la benedizione di Dan e quella di Gad, le due tribù di cui il patriarca predice il successo nell’ambito militare. Dan è infatti descritto come un serpente che attacca le sue prede, mentre Gad è presentato come colui che inseguirà i suoi assalitori in battaglia. Ponendo la sua preghiera proprio al centro, tra le due benedizioni relative alla guerra, nonché nel punto focale dell’intero capitolo, Yaakov comunica ai suoi figli l’insegnamento della Torah secondo cui l’uomo deve confidare nella salvezza di Dio più che nel valore militare, un’insegnamento che il profeta Zaccaria (4:6) esprimerà con la sua celebre massima: “Non con la forza né con la potenza, ma con il mio Spirito, dice HaShem”.

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