Satana secondo la Bibbia ebraica – Parte 2

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Nel precedente articolo abbiamo chiarito il significato del vocabolo satàn nella Bibbia ebraica e presentato alcune riflessioni sul personaggio dell’accusatore nel libro di Giobbe. Proseguiamo quindi il nostro studio sulla figura di Satana nel Tanakh occupandoci del terzo capitolo del libro di Zaccaria, in cui il termine HaSatàn (l’avversario) è nuovamente utilizzato per indicare una figura arcana che la tradizione cristiana ha identificato con il demonio. Citeremo poi altri brani in cui la parola satàn non compare, ma che sono stati comunque interpretati come riferimenti alla creatura spirituale nota come Lucifero o Satana.

Zaccaria 3: il Satàn accusa Yehoshua

E [Dio] mi fece vedere il sommo sacerdote Yehoshua, in piedi davanti all’angelo del Signore, e il Satàn era alla sua destra per accusarlo. E il Signore disse al Satàn: «Ti rimproveri il Signore, o Satàn! Ti rimproveri il Signore che ha scelto Gerusalemme! Non è forse costui un tizzone sottratto al fuoco?». E Yehoshua era rivestito di vesti sporche e stava in piedi davanti all’angelo, il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti sporche». E disse a Yehoshua: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato e ti farò indossare abiti magnifici». E dissi: «Mettetegli sul capo un turbante puro». E gli misero un turbante puro sul capo, lo rivestirono di candide vesti alla presenza dell’angelo del Signore. E l’angelo del Signore ammonì Yehoshua: «Dice il Signore degli eserciti: Se camminerai nelle mie vie e osserverai le mie leggi, tu governerai la mia casa, custodirai i miei cortili e ti darò accesso fra questi che stanno qui» (Zaccaria 3:1-7).

Il libro di Zaccaria, in modo particolare nei suoi primi capitoli, contiene molte descrizioni di visioni profetiche ricche di simboli ed elementi surreali: cavalli di vari colori che percorrono la terra (1:7-17); quattro corna abbattute da quattro fabbri (1:18-21); un candelabro d’oro affiancato da due ulivi (capitolo 4); un rotolo volante (5:1-4); donne dotate di ali da uccello (5:5-11) e altre immagini enigmatiche, la cui decodificazione è in parte già fornita dal profeta stesso (vedi 4:14; 5:3). Tra queste visioni allegoriche si colloca anche la scena del sommo sacerdote Yehoshùa (Giosuè) che sta alla presenza di un angelo e del misterioso avversario mentre indossa vesti sudice.
Come nel brano di Giobbe, anche in questo caso il testo richiama un contesto giuridico. Qui non abbiamo però un’assemblea che si riunisce, ma un vero e proprio processo in cui Yehoshua appare come l’imputato. Alla sua destra si erge il rappresentante dell’accusa, il Satàn, al quale si oppone il Malàch HaShem (“l’angelo del Signore”), che prende invece le difese del sommo sacerdote.

Nel suo commentario al libro di Zaccaria (pubblicato recentemente), Rabbi Hayyim Angel scrive:

“L’Accusatore, o hasatan in ebraico, compare anche nei primi due capitoli del Libro di Giobbe come un angelo che dubita della giustizia di Giobbe […]. L’Accusatore non è un angelo demoniaco e malvagio, ma il rappresentante dell’accusa nella corte celeste” (H. Angel, Haggai, Zechariah and Malachi: Prophecy in an Age of Uncertainty, p. 51).

In effetti, dal testo risulta chiaro che il Satàn, qui come in Giobbe, non si oppone alla Divinità ma all’uomo: il suo ruolo è nuovamente quello di sollevare dubbi sulla giustizia dei servi di Dio, non quello di entrare in contrasto con l’autorità del Creatore. In altre parole, l’avversario non è malvagio: egli non rinnega affatto i valori morali e spirituali in nome di un potere oscuro; al contrario, questo personaggio incarna il principio della giustizia assoluta e inflessibile, una giustizia a cui l’uomo non può conformarsi a causa delle proprie debolezze.

Quale significato possiamo dunque attribuire alla scena del processo?
Alcuni commentatori, tra cui Rabbi Yosef Kara e Ibn Ezra, spiegano che Yehosua, in quanto sommo sacerdote, non rappresenta qui soltanto sé stesso, ma anche e soprattutto l’intero popolo d’Israele, esattamente come nella cerimonia di Yom Kippur (Levitico 16:16-17), in cui il compito del Cohen Gadol (sommo sacerdote) era quello di eseguire il rito di espiazione per i propri peccati e per quelli dell’intera nazione ebraica. È dunque altamente plausibile che, nella visione di Zaccaria, l’imputato non sia un singolo individuo ma il popolo d’Israele, o almeno la sua leadership religiosa.
Benché il testo non conceda al Satàn l’opportunità di esprimersi, il contenuto della sua accusa può essere dedotto dalle parole che la voce divina gli rivolge: “Ti rimproveri il Signore, o Satàn! Ti rimproveri il Signore che ha scelto Gerusalemme!” (3:2). Secondo la logica del Satàn, Gerusalemme non può essere redenta poiché il popolo ebraico versa in uno stato di impurità dovuto al peccato (le vesti sporche che Yehoshua indossa). Il testo confuta questa argomentazione dichiarando che Dio ha scelto irrevocabilmente Gerusalemme e ha fatto scampare Israele alla distruzione come un “tizzone sottratto al fuoco” per purificarlo. Se dunque Yehoshua, e con lui tutta la nazione, osserveranno la giustizia della Torah (3:17), la redenzione giungerà nonostante le colpe del passato.
La visione risponde quindi ai timori di coloro che, a causa dello sconforto della distruzione del Tempio, credevano che la città santa fosse destinata a restare in rovina per sempre. Contro tale opinione (di cui il Satàn si fa portavoce), Zaccaria offre il suo messaggio di conforto, un messaggio già espresso altrove con queste parole: “Così dice il Signore: Io mi volgo di nuovo a Gerusalemme con compassione, il mio Tempio sarà ricostruito, dice il Signore degli eserciti, e la corda sarà stesa su Gerusalemme. […] Il Signore consolerà ancora Sion e sceglierà ancora Gerusalemme” (1:16-17).

Vedere Satana dove non c’è

L’idea di un angelo ribelle scacciato dal cielo per essere precipitato sulla terra, tanto cruciale nella cosmologia adottata da Dante Alighieri, non ha alcun fondamento nella Bibbia ebraica. I passi che vengono spesso citati a supporto di tale dottrina non contengono in realtà nessun riferimento a una creatura spirituale nemica di Dio. Una nota tradizione cristiana, inaugurata probabilmente da Tertulliano (155 – 230 e.v.), sostiene che nel capitolo 14 del libro di Isaia si parli della caduta di Lucifero, lo splendido angelo divenuto il diavolo in seguito alla sua ribellione.

Il nome “Lucifero” (Lucifer, in latino “portatore di luce”) è impiegato nella Vulgata per tradurre l’ebraico helel ben shachar (“splendente figlio dell’aurora”) che, come spiega Rashi, è un termine con cui era anticamente designato il pianeta Venere. Non si tratta quindi del nome proprio di un personaggio o di un’entità, benché nel Medioevo “Lucifero” sia divenuto uno degli appellativi più comuni del diavolo.
Ma in quale contesto Isaia parla della caduta di questo astro, e in riferimento a quale evento? La semplice lettura del capitolo 14, e in particolare dei versi 4-15, potrà dissipare i dubbi in merito a questo antico equivoco:

Tu pronunzierai questa parabola sul re di Babilonia e dirai: Come è finito l’oppressore, l’esattrice d’oro è finita. il Signore ha spezzato il bastone degli empi, lo scettro dei tiranni. Colui che nel suo furore percuoteva i popoli con colpi incessanti, colui che dominava con ira sulle nazioni è inseguito senza misericordia. Tutta la terra riposa tranquilla, la gente erompe in gridi di gioia. […] Come mai sei caduto dal cielo, o splendente  figlio dell’aurora? Come mai sei stato gettato a terra, tu che atterravi le nazioni? Tu dicevi in cuor tuo: “Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio, mi siederò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del nord, salirò sulle parti più alte delle nubi, sarò simile all’Altissimo”. Invece sarai precipitato nella fossa, nelle profondità del sottosuolo.

Nei versi in cui Tertulliano e molti altri dopo di lui hanno visto l’immagine del diavolo scacciato dal cielo, Isaia parlava in realtà del re di Babilonia, sovrano superbo contro cui questo testo si scaglia in maniera satirica e derisoria. Il re che terrorizzava le nazioni con furore, e che si faceva adorare come una divinità, è caduto invece in rovina come una stella precipitata dal cielo, e la sua sconfitta porta sollievo a tutta la terra. Scorgere allusioni a una figura soprannaturale in questa semplice ma audace critica a un tiranno umano significa introdurre nel libro di Isaia un elemento religioso e culturale del tutto estraneo alla concezione teologica dei profeti d’Israele.
Un simile discorso si applica ugualmente anche al brano di Ezechiele 28:1-19, in cui il testo deride le pretese superbe e blasfeme del re di Tiro, anch’egli indebitamente trasformato in Satana dall’esegesi medievale[1].

Conclusione

Come abbiamo visto, il Satàn nella Bibbia ebraica, quando non è un semplice oppositore umano o un comune ostacolo, appare in soli due casi nella forma di un accusatore impertinente che mette in evidenza le mancanze dei servi di Dio secondo un principio di giustizia senza compromessi. Questa figura non possiede un potere indipendente, non si oppone all’autorità di Dio, non mostra alcuna perfidia e non comanda schiere di demoni malefici. Si può affermare quindi che tutti questi elementi non derivino direttamente dagli scritti del Tanakh, ma dall’influenza esterna di altre culture iniziata all’epoca del Secondo Tempio, e dalla successiva rielaborazione medievale operata dal Cristianesimo.

Il sito ufficiale di un celebre movimento religioso americano riporta: «La Bibbia rivela che Satana il Diavolo è una persona reale la quale, come un potente boss del crimine, fa in modo che si compia il suo volere attraverso segni e portenti di menzogna e l’inganno».

Sebbene la Bibbia menzionata in questa frase non sia la Bibbia ebraica, ma l’intero canone cristiano delle Sacre Scritture (Antico e Nuovo Testamento), è bene sottolineare che una simile dottrina che vede Satana come l’origine del male e il nemico metafisico di Dio non trova riscontro tra le pagine del Tanakh; essa è persino in aperto contrasto con la concezione ebraica che non conosce alcun dualismo tra bene e male, intesi come forze spirituali opposte e in lotta tra loro. Rivolgendosi al re di Persia, il quale, in quanto seguace dello Zoroastrismo, credeva che il mondo fosse il teatro di un eterno scontro tra una divinità benevola e una malvagia, il libro di Isaia (45:6-7) dichiara solennemente:

Io sono il Signore e non c’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio la pace e creo il male. Io, il Signore, faccio tutte queste cose.

[1] Sull’identificazione del serpente del giardino dell’Eden con il diavolo vedi il nostro articolo a riguardo.

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