L’eclissi di luna vista dalla Bibbia

eclissi

Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e terribile giorno di HaShem (Gioele 2:31).

Negli ultimi giorni, in occasione della straordinaria eclissi del 27 luglio, la luna è tornata protagonista del mondo dei media e dei social network, prima di tutto dal punto di vista scientifico, culturale o semplicemente fotografico. Su alcune pagine web di argomento religioso, com’era prevedibile, non sono mancati però articoli che hanno interpretato il fenomeno astronomico alla luce delle Scritture, spesso proponendo anche un collegamento con alcune profezie bibliche specifiche.

Al di là di speculazioni e suggestioni fuorvianti, i recenti discorsi sull’eclissi lunare possono realmente fornirci uno spunto utile per indagare sul significato biblico della luna e dei fenomeni astronomici.

I corpi celesti secondo la Torah

La Bibbia ebraica ha un rapporto complesso e problematico con gli astri: la luna, insieme al sole e alle stelle, compare nel racconto della Creazione della Genesi piuttosto in ritardo, dopo che l’universo ha già visto l’apparizione del cielo, della terra, della luce, del mare, del suolo asciutto e persino dei vegetali. In maniera alquanto illogica da una prospettiva scientifica, il testo narra che Dio creò gli astri solo nel quarto giorno: ciò significa che i primi tre giorni erano in qualche modo trascorsi senza che il sole e la luna fossero venuti all’esistenza.

Nel nostro libro La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi, abbiamo trattato questo argomento spiegando le ragioni letterarie e teologiche di tale apparente incongruenza. Benché tale discorso non possa essere trattato esaustivamente in questo articolo, possiamo affermare però che il motivo principale vada ricercato nella polemica che la Genesi rivolge pacatamente al culto dei corpi celesti,  tanto diffuso ed esaltato nel mondo antico. Mentre tutti i popoli della terra assegnavano agli astri un ruolo centrale nel cosmo, considerandoli divinità e adorandoli nei loro templi, la Torah proclama l’esistenza di un unico volere divino incontrastato, e priva perciò gli astri dei loro onori tradizionali allo scopo di trasmettere il suo messaggio in antitesi con il paganesimo.
Il primo capitolo della Genesi presenta dunque il sole e la luna come semplici oggetti creati da Dio con uno scopo ben definito (1:16-18); non li chiama per nome, ma li definisce meorot (“luminari”), senza attribuire loro alcun potere o personalità.

L’idolatria sempre in agguato

Nel Libro del Deuteronomio, Moshè parla agli Israeliti rievocando la grande rivelazione sul Monte Sinai e pronunciando un monito contro l’adorazione di false divinità:

“…e badate bene per le vostre vite, affinché non vi corrompiate e vi facciate qualche immagine scolpita, nella forma di qualche figura: la rappresentazione di un maschio o di una femmina, la rappresentazione del bestiame che è sulla terra, la rappresentazione di un uccello che vola nel cielo, la rappresentazione di ogni essere strisciante, la rappresentazione di un pesce che è nelle acque sotto la terra; perché alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito del cielo, tu non sia attirato a prostrarti davanti a queste cose e a servirle” (Deut. 4:16-19).

Il divieto dell’idolatria è qui esposto in maniera particolarmente dettagliata. Moshè, infatti, non si limita a dichiarare che è proibito rappresentare la Divinità in una qualsiasi figura materiale, ma si dilunga nell’elencare tutte le categorie di creature esistenti che non è lecito adorare. Per quale motivo il testo non adotta una formulazione più sintetica e generica, come quella che troviamo nei Dieci Comandamenti (Esodo 20:4)?

Esaminando attentamente queste parole di Moshè, notiamo che esse fanno riferimento proprio al racconto della Creazione. Il testo parla infatti di zakhar uNekevah (“maschio e femmina”), behemah (“bestiame”), tzippor (“uccello”), romes (“essere strisciante”), dagah (“pesce”) – tutti termini presenti in Genesi 1 –, a cui segue la menzione del sole, della luna e delle stelle.
L’ordine con cui Moshè elenca i vari termini non è causale. Nel racconto della Creazione, questi elementi erano comparsi secondo la seguente cronologia:

  1. Astri
  2. Animali
  3. Esseri umani (“maschio e femmina”)

Nel Deuteronomio ritroviamo lo stesso ordine, benché invertito: si parte dalla figura degli esseri umani per giungere ai corpi celesti. Anche l’ordine in cui sono menzionati gli animali appare ugualmente significativo, poiché segue una disposizione artistica alternata basata proprio sulla Genesi:

A. Bestiame (sesto giorno)

     B. Uccelli (quinto giorno)

A. Esseri striscianti (sesto giorno)

     B. Pesci (quinto giorno)

Moshè ripropone dunque il messaggio della Creazione in una nuova forma, illustrando i rischi dell’idolatria in maniera crescente. Il suo elenco parte dal rischio più immediato, l’adorazione della nostra stessa specie, passando poi a quella rappresentata dagli animali, le creature a noi più vicine, per arrivare fino alla maggiore tentazione idolatrica, quella dei corpi luminosi che ogni uomo può ammirare volgendo lo sguardo al cielo.

Questo approccio nei confronti del culto pagano si riflette tuttora fedelmente nella liturgia ebraica. Il rito del Kiddush Levanah (“santificazione della luna”), eseguito per benedire l’arrivo della luna nuova, si conclude con la preghiera Aleinu leshabeach, che recita: “È nostro dovere lodare il Signore di tutto, riconoscere grandezza all’Autore del Principio”. In questo modo, si enfatizza fortemente, onde evitare qualsiasi equivoco, che la benedizione è rivolta soltanto a Dio. Un’opinione rabbinica (Mishnah Berurah 426:13), sostiene inoltre che non dovrebbe essere consentito eseguire il rito guardando verso la luna, proprio per non generare l’impressione erronea che si tratti di un atto di adorazione degli astri.
Da un lato, dunque, l’Ebraismo sottolinea l’importanza di attribuire una certa sacralità ai corpi celesti e ai fenomeni naturali (in quanto creazioni di Dio), ma dall’altro mette costantemente in guardia i suoi fedeli dalle derive idolatriche che possono scaturire da simili atti.

Gli astri secondo i Profeti

Mentre il racconto della Creazione si fa portavoce di una visione serena e armoniosa dei “luminari”, il linguaggio poetico e altamente metaforico dei libri dei Profeti dedica talvolta agli astri espressioni più drammatiche e violente:

Poiché le stelle del cielo e le loro costellazioni non daranno più la loro luce. Il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce (Isaia 13:10).

Isaia usa queste parole apocalittiche per annunciare in realtà non la fine del mondo, ma la caduta di Babilonia (13:1), descritta poeticamente nei termini di uno sconvolgimento cosmico. In contrasto, la restaurazione di Gerusalemme è definita come la creazione di “nuovi cieli e una nuova terra” (65:17-18). Nella Guida dei Perplessi, Maimonide interpreta allegoricamente questi versi, spiegando che essi vanno intesi come semplici esagerazioni retoriche volte a esaltare la portata straordinaria dell’intervento divino. Lo stesso re di Babilonia, del resto, è paragonato da Isaia a un astro precipitato dal cielo (14:12).

Sulla stessa linea espressiva, Gioele parla del giudizio di Dio sulle nazioni come “un giorno di tenebre e di densa oscurità, giorno di nubi e di caligine” (2:2), e in questo contesto preannuncia che “Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue” (2:31). Queste immagini vanno probabilmente intese anche alla luce della concezione biblica del Dio unico che mostra la sua superiorità rispetto agli dèi adorati dai popoli idolatrici, cioè gli elementi della natura. L’idea si trova già nel Libro dell’Esodo, in cui la piaga delle tenebre (10:21-29) è presentata come il penultimo dei flagelli scagliati non solo contro il Faraone e il suo popolo, ma anche “contro tutti gli dèi dell’Egitto” (12:12), fra i quali primeggiava il sole.

Un significato positivo

Finora abbiamo riflettuto sul fatto che la Genesi sminuisce l’importanza degli astri nell’universo per contrastare i miti delle nazioni, che il Deuteronomio associa i corpi celesti al pericolo dell’idolatria e che i profeti invocano le tenebre nei cieli nel predire la rovina dei malvagi. Esiste però anche un significato del tutto incoraggiante che la Bibbia ebraica assegna ai fenomeni astronomici. A esprimerlo è Geremia, che conforta il popolo d’Israele con queste parole:

Così parla HaShem, che ha dato il sole per la luce di giorno e le leggi alla luna e alle stelle per la luce di notte, che solleva il mare e ne fa mugghiare le onde, il cui nome è HaShem Tzevaot. «Se quelle leggi venissero meno davanti a me», dice HaShem, «anche la progenie d’Israele cesserebbe di essere una nazione davanti a me per sempre» (Geremia 31:35-36).

Così come le leggi della natura che il Creatore ha stabilito per gli astri sono state fissate immutabilmente per sempre, allo stesso modo, afferma Geremia, le promesse di Dio a Israele resteranno valide in perpetuo, nonostante i periodi bui attraversati dal popolo nelle tante vicissitudini della sua storia.

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