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Tra storia e profezia: l’interpretazione di Nachmanide di Lev. 26 e Deut. 28

tempio
Vi disperderò fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi. La vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte (Levitico 26:33).
HaShem ti darà un cuore tremante, occhi che si struggono e un’anima angosciata (Deuteronomio 28:65).
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All’interno della Torah troviamo due brani differenti che riportano un elenco di maledizioni che Dio minaccia di scagliare contro Israele nel caso in cui il popolo rifiuti ostinatamente di osservare i Comandamenti. Il primo si trova al capitolo 26 del Levitico, mentre il secondo, molto più esteso e dettagliato, compare al capitolo 28 del Deuteronomio.
Questi brani, entrambi noti come Tochachah (“ammonizione” o “rimprovero”), appaiono molto aspri in quanto contengono minacce di sciagure, malattie, pestilenze, guerre, sconfitte, esilio, persecuzioni e disastri di vario tipo. La natura inquietante di tali capitoli è particolarmente amplificata dal fatto che essi rievocano inevitabilmente nelle menti di chi li legge le più nefaste vicende della storia ebraica, dalle più remote alle più recenti.

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Scintille di Torah: Levitico

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro del Levitico pubblicati nel 2018.

VAYIKRA

“Qualsiasi oblazione farinacea che presenterete ad HaShem sarà senza lievito; poiché di nessun lievito, né di alcun miele, dovete ardere un sacrificio per HaShem” (Levitico 2:11).

Quando si parla dei riti sacrificali prescritti dalla Torah, spesso si pensa immediatamente a concetti quali l’espiazione della colpa e il perdono dei peccati. Contrariamente a questa idea tanto diffusa, il Levitico si apre con le disposizioni relative a due tipi di sacrifici che non hanno nulla a che fare con il peccato: il Korbàn Olàh (“offerta elevata”) e il Korbàn Minchàh (“offerta farinacea”). In entrambi i casi, si tratta di sacrifici volontari, liberamente offerti da chiunque desiderasse eseguire questi riti presso il Tabernacolo.
Il Korban Olah, che consisteva nell’offerta di un capo di bestiame o di un volatile, era un’espressione di pura riverenza. L’archetipo di questa tipologia di offerta è l’Akedat Yitzchak, il sacrificio di Isacco (per il quale la Genesi utilizza proprio il termine “olah”), che rappresenta il totale riconoscimento del fatto che la vita umana e l’esistenza di ogni creatura appartengono in definitiva soltanto a Dio. L’animale ucciso nel Santuario svolge perciò una funzione vicaria, subentrando in sostituzione di colui che offre il sacrificio.
Il Korban Minchah, che non prevede spargimento di sangue, comunica un messaggio complementare: non solo la vita, ma anche tutto ciò che l’uomo possiede, il suo nutrimento e le sue fonti di sostentamento, appartengono a Dio. L’oblazione farinacea è quindi un tributo volto a manifestare tale concezione religiosa. Si comprende così il motivo per cui la Torah proibisce di aggiungere lievito e miele a questo tipo di sacrificio: un’espressione di umiltà e di devozione non può essere accompagnata da un elemento come il lievito, che rappresenta copiosità e orgoglio, o dal miele, uno dei simboli della ricchezza della Terra d’Israele.

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Morire nel Santuario: lo strano caso di Nadav e Avihù (e Uzza)

Dopo essere stati impegnati per alcuni mesi nei lavori di costruzione del Tabernacolo (Mishkàn) nel deserto, gli Israeliti possono finalmente celebrare il compimento della loro opera con una solenne cerimonia di inaugurazione. Il Santuario è pronto in ogni suo dettaglio, la gioia cresce e la presenza di Dio si manifesta suscitando la riverenza di tutto il popolo. Ma proprio nel momento di massima euforia, l’atmosfera lieta viene spezzata da un avvenimento sconcertante:

E Nadav e Avihù, figli di Aharon, presero ciascuno il proprio turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra l’incenso e offrirono alla presenza di HaShem un fuoco estraneo, che Egli non aveva loro comandato. E un fuoco uscì dalla presenza di HaShem e li divorò, ed essi morirono alla presenza di HaShem. E Moshè disse ad Aharon: «Questo è ciò di cui ha parlato HaShem, dicendo: “Per mezzo di coloro che mi sono vicini sarò santificato, e davanti a tutto il popolo sarò glorificato”». E Aharon tacque (Levitico 10:1-3).

La tragica morte di Nadàv e Avihù, figli del sommo sacerdote Aharòn, richiede una spiegazione. La brevità del racconto e la presenza di espressioni criptiche nel testo hanno favorito la nascita di molte interpretazioni, anche diametralmente opposte, di questo episodio biblico su cui ci apprestiamo ora a riflettere. Continua a leggere

Azazel e il capro espiatorio

Capro

Aronne prenderà dall’assemblea dei figli d’Israele due capri per il sacrificio per il peccato e un montone per l’olocausto. […] Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti al Signore all’ingresso della Tenda di convegno. Aaronne tirerà quindi a sorte i due capri: uno sarà per il Signore e l’altro “per Azazel” (Levitico 16:5-8).

Il rituale dei due capri prescritto nella Torah è l’elemento centrale della celebrazione di Yom Kippur, il “Giorno dell’Espiazione”, nella forma in cui questa festività era osservata all’epoca in cui esisteva il Tabernacolo, e in seguito il Tempio di Gerusalemme. Continua a leggere

“La terra godrà i suoi Sabati”

eretz

Nella porzione del Libro del Levitico nota come Parashat Bechukotai (26:3-27:34)la Torah elenca le varie benedizioni e maledizioni con cui il popolo d’Israele sarà premiato o punito a seconda della sua condotta. In questo brano, in particolare, troviamo per la prima volta la drammatica minaccia del futuro esilio del popolo ebraico dalla propria terra:

Devasterò il paese, e i vostri nemici che vi abiteranno rimarranno sbalorditi. Disperderò voi fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi. Il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte. Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo in cui rimarrà desolata e voi sarete nel paese dei vostri nemici; così la terra si riposerà e godrà i suoi sabati. Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate (Levitico 26:32-35).

Al tema delle maledizioni divine relative all’esilio e alla dispersione degli Israeliti abbiamo già dedicato un altro articolo (vedi “Ki Tavò: Israele non sarà mai abbandonato”); questa volta ci focalizzeremo invece su un argomento più specifico e altrettanto interessante.

Come è possibile notare dalla lettura del brano, il Levitico evidenzia in modo particolare l’immagine sconfortante della terra che diviene desolata a causa della rovina della nazione. Che l’enfasi sia posta sulla condizione della terra più che su quella del popolo esiliato è confermato dal fatto che, nell’intero passo relativo alle maledizioni, il termine “terra” (eretz) appare sette volte; anche le parole “desolazione” (nella sua radice sh-m-m) e “Sabato” (shabbat) ricorrono sette volte. La ripetizione di uno o più vocaboli in un unico brano per un numero preciso di volte, in particolare in numero di sette, è un espediente letterario comune nella Torah per dare risalto a determinati elementi e concetti all’interno del testo; il caso emblematico si trova nel racconto della Creazione della Genesi, dove le parole-chiave “Dio”, “cielo”, “terra”, “luce” e “buono” ricorrono tutte per un numero di volte che risulta essere multiplo di sette.

Sembra che la Torah intenda mostrare che le sofferenze e le persecuzioni che gli Israeliti subiranno tra i popoli stranieri non sono l’unico elemento importante su cui concentrarsi: anche la condizione della terra, rimasta vedova dei suoi abitanti, è parte essenziale dell’oscuro quadro che il brano dipinge. La desolazione del paese un tempo florido, come dichiarano i Profeti, è una testimonianza della rovina di Israele e dei suoi peccati: “Ridurrò questa città a una desolazione e a un oggetto di scherno; chiunque le passerà vicino rimarrà stupito e si metterà a fischiare per tutte le sue piaghe” (Geremia 19:8). “E questo Tempio, sebbene così imponente, sarà desolato; chiunque poi gli passerà vicino rimarrà stupito e fischierà, e dirà: Perché Hashem ha trattato così questo paese e questo Tempio? Allora gli risponderanno: Perché hanno abbandonato l’Hashem, il loro Dio, che ha fatto uscire i loro padri dal paese d’Egitto e hanno aderito ad altri dèi, si sono prostrati davanti a loro e li hanno serviti; per questo Hashem ha fatto venire su di loro tutta questa calamità” (1 Re 8-9).

Eppure, fra tutte queste tenebre sconfortanti, gli antichi Maestri e i commentatori rabbinici hanno saputo scorgere persino una luce di positività, come si legge nel Midrash noto come Torat Cohanim: ” ‘Devasterò il paese’ – si tratta di una buona cosa, poiché Israele non dirà: «Da quando siamo stati scacciati dal paese, i nostri nemici vi giungono e trovano gratificazione», come è scritto: ‘E i vostri nemici che vi abiteranno resteranno sbalorditi’. Anche i nemici che vi giungeranno in futuro non troveranno gratificazione” (Sifra, 6).

Nachmanide (1194 – 1270), vissuto in un periodo tutt’altro che positivo per il popolo ebraico, elabora il pensiero in chiave ancora più confortante nel suo Commentario alla Torah:

“Quando Dio dice: ‘I vostri nemici resteranno sbalorditi’, porta una buona notizia che riguarda tutti i nostri esili: il paese non accetterà i nostri nemici. Ciò rappresenta una grande prova e una grande promessa per noi, poiché in nessun luogo è possibile trovare una terra tanto buona e preziosa e un tempo abitata che è ora tanto desolata come la Terra d’Israele. Poiché da quando la abbiamo abbandonata, essa non ha accettato alcuna nazione o popolo; tutti hanno cercato di stabilirvisi, ma non hanno avuto successo”

Da questa prospettiva, quella che nella Bibbia è presentata come una maledizione racchiude al suo interno addirittura una benedizione. Se nessun popolo riesce a trarre pieno beneficio dalla Terra d’Israele, ciò significa che la possibilità del ritorno in patria rimane sempre aperta agli occhi degli Ebrei. È come se la terra restasse sempre fedele ai suoi veri possessori, anche in loro assenza, rendendosi arida ed inospitale ai dominatori stranieri. La situazione di cui parlava Nachmanide si è protratta attraverso i secoli, come testimoniano, tra l’altro, le parole di Mark Twain, che visitò il paese nel 1867:

“Tra le regioni atte a fungere da cupo scenario, credo che la Palestina non abbia rivali… Le colline sono sterili… Le valli desertiche e inospitali, orlate da una vegetazione stenta che accentua il senso di tristezza e abbandono… È una contrada deprimente, monotona, derelitta… La Palestina siede col capo cosparso di cenere… Pesa su di lei una maledizione che ne ha inaridito i campi e spento la vitalità”.

E poco più di cinquant’anni prima, lo scrittore francese François-René de Chateaubriand scriveva:

“Il paesaggio che circonda la città (Gerusalemme) è deprimente: da tutte le parti ci sono colline spoglie… l’entroterra è pieno di aride rocce.. ci si chiede se non siano le pietre crollate di un cimitero nel deserto… un’indicibile desolazione”.

Tutti i Profeti, senza eccezioni, non concludono mai i loro libri con annunci di disgrazie. Alle loro profezie di sventura, essi fanno seguire sempre promesse di restaurazione e di salvezza. L’immagine della Terra d’Israele deserta e devastata si dissolve dinanzi dall’annuncio del ritorno in patria degli Israeliti e della rinascita del suolo agricolo e delle antiche città.

“Ma voi, o monti d’Israele, metterete i vostri rami e porterete i vostri frutti per il mio popolo d’Israele che starà per tornare. Poiché ecco, io sono per voi, mi volgerò verso di voi e sarete coltivati e seminati. Farò moltiplicare su di voi gli uomini, tutta la casa d’Israele; le città saranno abitate e le rovine ricostruite. Farò moltiplicare su di voi uomini e bestie; moltiplicheranno e saranno fecondi. Vi farò abitare come nei tempi passati e vi farò del bene più che ai vostri inizi; allora riconoscerete che io sono Hashem” (Ezechiele 36:8-11).

In riferimento a questi versi di Ezechiele, il Talmud (Ketubot 68a) dichiara: “Rabbi Abba ha detto: Non esiste un segno della Redenzione che sia più manifesto di questo, come è scritto:  ‘Ma voi, o monti d’Israele, metterete i vostri rami e porterete i vostri frutti per il mio popolo d’Israele”.

Ma cosa significa l’espressione “la terra godrà i suoi sabati”, con cui il Levitico descrive la desolazione del paese? Proprio come all’uomo è comandato di astenersi dal proprio lavoro nel settimo giorno (Shabbat), così anche la terra necessita di un periodo di riposo: il settimo anno.

“Per sei anni seminerai il tuo campo, per sei anni poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti, ma il settimo anno sarà un sabato di riposo per la terra, un sabato in onore di Hashem. Non seminerai il tuo campo né poterai la tua vigna” (Levitico 25:3-4).

Durante il settimo anno (Shemittah) non è permesso comportarsi da padroni nei confronti dei propri terreni: ciò che il suolo produce spontaneamente deve essere lasciato ai poveri, ai servi, agli stranieri, agli animali e a chiunque voglia usufruirne (vedi Levitico 25:6). Questo precetto è parte della grande rivoluzione egualitaria della Torah, oltre che un’espressione della concezione biblica della natura, ed è strettamente legato allo Yovel (Giubileo), il quarantanovesimo anno, in cui i debiti vengono condonati, i servi ricevono la libertà e tutti i terreni tornano ai proprietari originari. L’insegnamento che queste leggi vogliono trasmettere è ben riassunto in un unico verso: “Le terre non si venderanno per sempre, perché la terra è mia. Voi siete forestieri e miei affittuari” (Levitico 25:23).

Per sei anni è concesso sfruttare i propri terreni per trarne beneficio, ma poi, nel settimo anno, arriva il momento in cui ogni Israelita è chiamato a fermarsi e a riconoscere che la terra non gli appartiene realmente. Dio è l’unico vero padrone dei beni che gli uomini credono di possedere. Nella Terra d’Israele, per il suo carattere sacro di “terra promessa da Dio”, e per il significato spirituale che la Torah attribuisce alle sue caratteristiche geografiche (vedi Deuteronomio 11:10-12), questo concetto universale assume una particolare importanza, tanto che esso si tramuta in legge attraverso le norme dell’anno sabbatico e del Giubileo.

La relazione tra l’esilio del popolo ebraico e il “Sabato della terra” appare dunque piuttosto chiaro: quando gli Israeliti osservano i comandamenti della Torah e comprendono che la terra appartiene solo al Creatore (esprimendo ciò attraverso le leggi dell’anno sabbatico), allora essi meritano davvero di vivere nel paese dove Dio ha condotto i loro antenati. Ma se ciò non avviene, e il popolo si allontana dalla Torah e non riconosce il valore del dono che gli è stato fatto, in tal caso la conseguenza sarà l’abbandono della terra e la dispersione fra le nazioni del mondo.

Quando ci ritroviamo privati di qualcosa che un tempo ci apparteneva, allora comprendiamo di non avere realmente il controllo dei nostri beni, e che l’uomo non è un padrone, ma un ospite forestiero che vive sempre e soltanto in affitto.

Behar – Bechukkotai : L’anno sabbatico

Commento tratto dal sito romaebraica.it

La parashà Behàr Sinài inizia con le seguenti parole: L’Eterno parlò a Moshè (Mosè) dicendogli di parlare con gli israeliti e dire loro “Quando verrete nella terra che che vi do, la terra dovrà ricevere un periodo di riposo, un Sabato per l’Eterno. Per sei anni puoi seminare i tuoi campi, potare i tuoi vigneti e raccogliere il prodotto. E nel settimo anno vi sarà un Sabato dei sabati per la terra; è un Sabato per l’Eterno durante il quale non potrai seminare i campi nè potare le vigne. Non mieterai il prodotto che cresce da solo e non vendemmierai l’uva della vigna non potata, perchè è un anno di riposo per la terra. Il prodotto del Sabato della terra sarà vostro perchè ve ne cibiate, cioè sarà per te, per il tuo servo e per la tua serva, per il tuo dipendente e per il residente che abita con te” (Vayqrà, 25:1-6).

La Terra d’Israele dopo la conquista da parte di Yehoshua’ (Giosuè) era stata divisa per tribù e per famiglie (Yehoshua’, cap. 18-21). La società era costituita da liberi proprietari terrieri. Tuttavia durante l’anno sabbatico i proprietari terrieri dovevano aprire le recinzioni e tutti, ricchi o poveri, potevano venire a prendere quello che volevano. Durante il settimo anno il proprietario non poteva comportarsi da padrone come negli altri anni. Tutti avevano gli stessi diritti di usufruire della terra. Per questo l’anno sabbatico viene chiamato “anno di shemità” , che significa “di abbandono”, nel quale il padrone si deve staccare dal suo campo e lasciarlo riposare come se non fosse più suo (Me-‘am Lo’ez).

Rav Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panim La-Torà spiega che la Torà vuole anche farci sapere che la mitzvà di fare riposare la terra non ha nulla a che fare con l’antico uso di coltivare la terra ad anni alterni per non impoverirla dei nutrienti. La Torà promette che anche coltivando la terra per sei anni consecutivi raccoglieremo il prodotto senza doverla farla riposare negli anni intermedi.

La mitzvà dell’anno sabbatico è in vigore solo in Eretz Israel e non nella Diaspora.

L’autore anonimo del Sèfer Ha Chinùkh (Barcellona, XIII secolo) spiega che lo scopo della mitzvà dell’anno sabbatico è lo stesso della mitzvà di dare prestiti a chi ne ha bisogno. Nella parashà di Mishpatìm (Shemòt – Esodo, 23:24) è scritto: Quando darai un prestito al Mio popolo, al povero che abita con te, non comportarti con lui da creditore e non imporgli il pagamento di interessi. Il motivo di questa mitzvà deriva dal fatto che il Signore vuole che le Sue creature siano abituate a fare del bene (Chèssed) e ad avere compassione del prossimo (Rachamìm). Secondo quanto citato nel Me’am Lo’ez, altri commentatori tra i quali R. Bechaye (Spagna, XIII secolo) nel suo commento alla Torà e R. Avraham Saba (Castiglia, 1440–1508) nella sua opera Tzeròr Ha-Mor, spiegano che lo scopo della mitzvà è di insegnarci che il Santo Benedetto è il padrone del mondo e gli uomini sono solo fittavoli. Queste spiegazioni derivano dal trattato Sanhedrin (39a) del Talmùd babilonese dove è scritto: Il Santo Benedetto disse ad Israele: seminate per sei anni e astenetevi nel settimo in modo che sappiate che la Terra è Mia.

Nel commento alla Torà di R. Mordechai Hacohen di Aleppo (XVI-XVII secolo) è scritto che lo scopo della mitzvà della “Shemità” è quello di rinforzare negli israeliti la fiducia nel Santo Benedetto. Non bisogna pensare che il mondo vada avanti sempre automaticamente nello stesso modo e che l’uomo deve solo occuparsi di guadagnarsi la vita lavorando. La mitzvà dell’anno sabbatico vuole inculcare in noi la consapelovezza che la Provvidenza divina si occupa di noi e che il Creatore può darci da mangiare in tanti modi. Con questa fiducia l’israelita abbandona il lavoro nei campi durante il settimo anno e vi ritorna nell’ottavo anno. Nello stesso modo in cui durante la settimana ci si astiene dal lavorare di Shabbàt per dedicarsi allo studio della Torà e si ritorna al lavoro il giorno successivo con l’inizio della nuova settimana, così pure nel settimo anno non potendo lavorare la terra gli israeliti si dedicavano allo studio della Torà. Un vero “Anno Sabbatico”.

 Donato Grosser

http://www.romaebraica.it/behar-sinai-bechuqqotai-lanno-sabbatico

I sacerdoti e il potere politico

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Nel seguente brano, tratto dall’opera Israele e l’umanità, Elia Benamozegh descrive la natura del sacerdozio nell’antico Israele, affrontando la questione della relazione tra il potere politico e il potere religioso dal punto di vista biblico ed ebraico.

L’opinione secondo cui il governo ebraico nell’antico Israele fosse una teocrazia è ancora ampiamente diffusa. Tale opinione implica che, come nelle teocrazie dell’Egitto e dell’India, il potere supremo, le principali cariche pubbliche e persino la maggior parte del territorio e della ricchezza fossero nelle mani dei sacerdoti. Ma Joseph Salvador ha già dimostrato che nulla potrebbe essere più contrario ai testi delle Scritture e alla storia del popolo ebraico. In Israele, l’unica missione del sacerdote era quella di occuparsi dei sacrifici e di custodire il testo della Torah allo scopo di preservarlo nella sua integrità. Per quanto riguarda i beni materiali, il sacerdote non aveva alcuna proprietà; egli viveva solo delle decime e delle offerte sacrificali. In ogni altro aspetto, tuttavia, i sacerdoti erano soggetti, come diremmo oggi, alla legge comune, e condividevano i medesimi obblighi dei loro connazionali. Erano quindi giudicati dagli stessi tribunali e pagavano anche le stesse tasse.

Chi era dunque il sacerdote in Israele? Per rispondere a questa domanda dobbiamo risalire alle origini di questa istituzione. Non c’è alcun dubbio sul fatto che, fino ad un certo periodo che seguì l’esodo dall’Egitto, le funzioni sacerdotali erano affidate ai primogeniti di ciascuna famiglia. Secondo alcuni Saggi, la situazione rimase tale fino alla costruzione del Tabernacolo; questa è l’opinione della Mishnah. Altri rabbini credono invece che Aronne e i suoi figli assunsero il sacerdozio già al tempo della Rivelazione sul Sinai.
Il cambiamento nel concetto del sacerdozio ha subito lo stesso percorso che porta le semplici famiglie a trasformarsi in federazioni di tribù. Fino a quando Israele era solo un insieme di famiglie, il ruolo di sacerdote spettava al primogenito. Persino tra i figli di Giacobbe, la dignità sacerdotale sarebbe stata attribuita a Ruben (il primogenito), se il suo peccato non lo avesse reso indegno di assumere un tale ruolo. Così un’altra tribù, quella di Levi, subentrò al posto di Ruben, e divenne, all’interno della grande famiglia degli Israeliti, ciò che ogni primogenito era per la propria casa prima che il popolo ebraico diventasse una nazione, cioè la parte di Israele consacrata in modo particolare a Dio e dedita al servizio divino. In altre parole, il primogenito (e in seguito il sacerdote), era il rappresentante di un intero gruppo di persone davanti al Signore. Allo stesso modo, il primogenito del bestiame era offerto come sacrificio a Dio, come anche le primizie dei campi, e come le decime prelevate dai prodotti della terra.
Questa corrispondenza armoniosa fra tutte le fasi dell’evoluzione storica di Israele ha anche un riscontro nella relazione tra il popolo ebraico e l’intero genere umano. In un famoso passo di Geremia, infatti, il popolo eletto è definito come la parte consacrata (terumah) dell’umanità:  “Israele è consacrato al Signore, è la primizia del suo raccolto” (Geremia 2:3).

Possiamo ora comprendere che il sacerdozio ebraico ricopriva una funzione di grande importanza nel proteggere Israele dai pericoli della teocrazia: il sacerdote, piuttosto che essere il rappresentante di Dio fra tutto il popolo, è invece il rappresentante del popolo al cospetto di Dio. I Leviti assunsero questo ruolo rappresentativo al posto dei primogeniti nell’esecuzione dei riti religiosi. Nessuno avrebbe mai potuto pensare che il primogenito fosse il rappresentante di Dio nella famiglia, piuttosto che il membro della casa consacrato all’adorazione di Dio. Colui che aveva il compito di offrire i sacrifici era anche egli stesso un sacrificio: i due ruoli risultano inseparabili. Alcuni critici hanno addirittura suggerito che la consacrazione dei primogeniti fosse subentrata al posto di ciò che prima era un vero sacrificio umano. […]

Per la sua origine e le sue caratteristiche, il sacerdozio israelitico si avvicina maggiormente agli ideali moderni che ai concetti che prevalevano nell’antichità. Un’analisi delle sue funzioni ci mostra quanto esso sia più simile ai valori occidentali che a quelli del mondo orientale. Queste funzioni consistevano nel servizio dei lavori necessari ai riti del Tempio e all’adorazione pubblica. Non esisteva alcun potere sacerdotale o autorità al di fuori di questi doveri particolari; e non dobbiamo perdere di vista il fatto che persino queste stesse funzioni sacerdotali erano eseguite in virtù di una sorta di delegazione dell’autorità da parte dei primogeniti di ciascuna famiglia. […]

Dove risiedeva dunque l’autorità somma in Israele? Apparteneva forse a un uomo o a una stirpe detentori del potere supremo? L’idea stessa di una Rivelazione che abbraccia ogni aspetto della vita, sia pubblico che privato, esclude tale possibilità. Una Rivelazione dal carattere così totale non potrebbe parlare attraverso un’entità singola di qualsiasi genere, sia un re che un sacerdote. La ragione di ciò è già stata dimostrata: né il re né il sacerdote possiedono un’autorità illimitata, poiché entrambi devono agire in una sfera ben definita, e le loro funzioni sono circoscritte da limiti invalicabili.
L’autorità suprema non risiede neppure in una classe privilegiata, un’oligarchia o un’aristocrazia, né tanto meno nella totalità degli Israeliti, o almeno non nel senso di un potere assoluto affidato alla popolazione nella sua interezza, poiché ciò porterebbe alla legittimazione di tutto ciò che il popolo decide. Tuttavia, in qualità di legittimo interprete della Rivelazione, il popolo esercita la propria sovranità nell’ambito in cui ciascun individuo è qualificato ad agire, secondo la regola stabilita.
Se dunque nell’Ebraismo l’autorità somma non spetta ai sacerdoti, ai re, a un’elite, e neppure all’intera comunità, allora a chi appartiene? Unicamente a Dio; il che significa, ricorrendo a un concetto moderno, alla ragione somma e al bene assoluto. Dio è il solo legislatore, e il popolo è il suo unico interprete sulla terra. Non è importante se alcuni scelgono di chiamare questo sistema con il nome di teocrazia. Se il termine viene usato, come spesso avviene, nel senso di “governo dei sacerdoti”, non potrebbe esserci nulla di più remoto dal pensiero ebraico. Ma se comprendiamo la parola teocrazia nel suo significato etimologico, cioè “governo di Dio”, allora appare chiaro, come ha osservato Giuseppe Flavio, che il governo di Israele fosse una vera teocrazia, probabilmente (come noi riteniamo) l’unica che sia mai esistita.
Per avere un’autentica teocrazia, secondo la concezione israelitica, è necessario il riconoscimento di qualcosa che sta al di sopra della semplice volontà umana. Il dispotismo, in tutte le sue forme, deve essere rigettato. Bisogna invece affermare la credenza nell’autorità sovrana dei principi assoluti di giustizia e moralità, indipendenti da qualsiasi tipo di interesse personale, sia da parte dell’individuo che da parte della comunità. […]

Dio è il Re, e il popolo è il Suo profeta: questa è la vera teocrazia ebraica. L’autorità somma appartiene a Dio e non al sacerdote, ed è esercitata dal popolo attraverso i suoi rappresentanti ufficiali nei diversi gradi, assieme ai sacerdoti e al re.

Elia Benamozegh, Israele e l’umanità, tradotto dalla versione inglese.