Torah, sesso e autoerotismo: il vero peccato di Onan

Affrontiamo oggi un argomento abbastanza spinoso che potrà forse suscitare ilarità in alcuni lettori e risultare sgradevole ad altri, in quanto legato al rapporto tra religione e sessualità. Vale quindi la pena precisare che, come sempre, il nostro intento non è di prescrivere comportamenti da seguire o principi da accettare, ma proporre uno studio libero e obiettivo del testo biblico e delle altre fonti analizzate.

Possiamo cominciare citando lo Shulchan Arukh, il grande testo normativo ebraico redatto nel XVI secolo da Rabbi Yosef Karo, che dedica parole molto aspre alla masturbazione maschile e ad ogni altra pratica che comporti l’atto di “spargere il seme invano”:

“È proibito spargere il seme invano. E questo peccato è più grave di tutte le trasgressioni della Torah. […] Coloro che commettono adulterio con la propria mano non solo violano una grave proibizione, ma devono essere banditi, e riguardo a costoro è scritto: ‘Le loro mani sono piene di sangue’, ed è come se essi compiano un omicidio” (Even HaEzer 23:1-2).

Questo testo, come altre fonti rabbiniche precedenti e successive, presenta una visione altamente negativa dell’eiaculazione compiuta al di fuori dell’ambito procreativo (parliamo cioè di autoerotismo maschile, rapporti non penetrativi, rapporti anali, uso di contraccettivi, coito interrotto) paragonandola addirittura all’omicidio.

In presenza di una condanna tanto aspra, ci aspetteremmo allora che la Torah vieti le stesse pratiche in maniera altrettanto severa. Eppure, passando in rassegna tutti i Comandamenti contenuti nella Bibbia, non se ne trova nessuno che riguardi la masturbazione o lo “spreco” di seme maschile in generale.

Se davvero questi atti costituiscono “un peccato più grave di tutte le trasgressioni della Torah”, come sostiene lo Shulchan Arukh, com’è possibile che la Torah stessa li abbia tralasciati? Qual è, insomma, l’origine di una simile proibizione?

La storia di Onan

Benché non esista alcun precetto biblico dedicato alla masturbazione, in molti sono convinti che il punto di vista della Torah su questo argomento emerga dal Libro della Genesi, precisamente dalla storia di Onan e Tamar.

Il nesso tra questa narrazione e l’autoerotismo è così noto e radicato che in ambito cristiano è stato persino coniato un termine, “onanismo“, che indica la masturbazione e deriva direttamente dal nome di Onan.

Leggendo in maniera accurata il racconto in questione, non è tuttavia difficile scoprire che l’insegnamento trasmesso qui dalla Genesi riguarda un argomento ben diverso.

Il testo biblico narra:

Yehudah prese una moglie per il suo primogenito Er, il cui nome era Tamar. Ma Er, primogenito di Yehudah, si rese odioso agli occhi di HaShem, e HaShem lo fece morire (Genesi 38:6-7). 

La Torah non rivela né qui né altrove in cosa consistesse la condotta odiosa di Er (un punto su cui torneremo più avanti). Per il lettore, è sufficiente sapere che costui si macchiò di una colpa tanto grave da fargli meritare la morte per mano divina.

Rimasta vedova, Tamar va in sposa a Onan, fratello minore di Er. In accordo con la legge del Levirato (Yibbum), il fratello di un uomo morto senza figli doveva infatti sposare la cognata vedova, in modo da “tenere in vita il nome del fratello” generando un figlio che sarebbe stato legalmente ritenuto progenie del defunto (vedi Deuteronomio 25:5-10).

Tutto ciò sembra oggi alquanto insolito, ma nei tempi antichi questa antica istituzione permetteva di evitare che la stirpe di un uomo scomparso prematuramente si estinguesse, assicurando al contempo protezione alla vedova, la quale sfuggiva così a un futuro di solitudine e povertà mantenendo il suo posto all’interno del clan familiare del marito.

È a questo punto che il testo ci racconta del peccato compiuto da Onan:

E Onan sapeva che la posterità non [sarebbe stata considerata] sua, e quando veniva dalla moglie del fratello, spargeva a terra [il suo seme] per non dare una posterità al fratello. Ciò che egli faceva era male agli occhi di HaShem, che fece morire anche lui (38:9-10). 

Ciò che balza subito agli occhi è il fatto che il racconto non parla affatto di autoerotismo: Onan non si masturbava, ma praticava il coito interrotto (oppure qualche forma di rapporto non penetrativo), versando a terra il suo seme. Dunque, da quanto ne sappiamo, Onan non ha mai praticato l’onanismo.

Cosa c’era quindi di immorale nel suo comportamento? Nonostante avesse accettato di sposare la cognata come previsto dalla legge del Levirato, egli di fatto si rifiutava di dare una discendenza a suo fratello. In questo modo, Onan compiva un vero e proprio abuso e peccava contro la memoria di Er, contro Tamar e contro le norme di una società che egli stesso si era formalmente impegnato a onorare.

Per il suo rifiuto di “mantenere in vita il nome del fratello”, la volontà divina fa sì che anche il suo nome perisca, facendolo morire senza una stirpe.

Come notano Nachmanide e Ibn Ezra, questo è il vero senso del peccato di Onan e della sua pena. Piuttosto che indicare la masturbazione, il termine “onanismo” dovrebbe quindi riferirsi a chi non adempie i propri doveri familiari e sociali o a chi agisce contro la tutela del ricordo dei propri cari.

Possiamo dire che il racconto di Onan abbia avuto un destino simile a quello della distruzione di Sodoma, anch’esso narrato nella Genesi. Il termine “sodomia“, che alla luce delle Scritture dovrebbe indicare chi abusa brutalmente degli stranieri calpestando le norme dell’ospitalità (come cercano di fare gli abitanti di Sodoma nel racconto biblico), è stato invece applicato all’omosessualità maschile in qualsiasi contesto.

In entrambi i casi ha prevalso quindi la tendenza a giudicare l’atto nel suo aspetto superficiale, decontestualizzandolo e ignorando spesso il suo significato offensivo in un ambito specifico.

Il peccato di Onan secondo i rabbini

All’epoca del Secondo Tempio, come è già attestato dal libro dei Giubilei, si diffuse un’interpretazione meno aderente al senso letterale del testo, secondo cui non solo Onan, ma anche il fratello maggiore Er si rifiutò di avere rapporti completi con Tamar, versando il seme a terra.

Da questa prospettiva, se il peccato di Onan si può ancora ricondurre alla legge del Levirato, come spiegare invece quello di Er? I Maestri del Talmud affermano (Yevamot 34b):

“Onan sapeva che la posterità non [sarebbe stata considerata] sua. Tuttavia, nel caso di Er, perché egli agì così? Affinché ella (Tamar) non perdesse la sua bellezza restando incinta”.

Questa interpretazione rappresenta forse un primo passo verso una condanna più generica dell’atto di “versare il seme”, ora non più vincolato necessariamente alla legge del Levirato.

Eppure, siamo ancora lontani dalla visione più radicale adottata da Rabbi Yosef Karo, poiché lo spreco di seme non è considerato qui come peccaminoso di per sé, ma solo in quanto legato al rifiuto egoistico di ingravidare una donna per motivi velleitari (il desiderio di preservare la bellezza della propria moglie).

Versare il seme è come uccidere?

Il Talmud, nel trattato di Niddah (13a-b), riporta una discussione tra i Maestri in cui troviamo condanne molto severe rivolte contro chi “versa il seme invano” (zera levatalah).

Questo brano comprende l’affermazione di Rabbi Yitzchak e Rabbi Ammi secondo cui “Chi versa il seme è come se versasse sangue“, e quella di Rabbi Eliezer che arriva persino a dichiarare: “Chiunque mantenga il proprio membro per urinare [provocando così una stimolazione erotica] è come se portasse il Diluvio nel mondo”. E anche in questi casi, il supporto biblico citato è il racconto di Onan e Tamar.

Sembrerebbe quindi che le parole dello Shulchan Arukh sull’estrema gravità dello spargere il seme riflettano fedelmente queste opinioni rabbiniche riportate già nel Talmud. Tuttavia, al contrario di come potrebbe apparire, esistono validi motivi per ritenere che anche qui il vero scopo dei Maestri non sia quello di esprimere una proibizione assoluta e intransigente, né di equiparare realmente l’autoerotismo all’assassinio, come si evince da alcuni elementi che ora esamineremo in sintesi.

Gli stessi Maestri, in Nedarim 20b dichiarano espressamente che i rapporti anali tra coniugi (Biah Shelo KeDarkah) sono permessi. Allo stesso modo, essi permettono altre pratiche tra cui: l’uso di un contraccettivo nei rapporti con una donna che rischierebbe la sua vita in caso di una gravidanza (Yevamot 12b); l’autostimolazione erotica da parte di un uomo sposato (Niddah 13a); la masturbazione per motivi medici (Yevamot 76a).

Se davvero l’emissione seminale per scopi non procreativi fosse un’azione proibita di per sé, intrinsecamente peccaminosa e paragonabile all’omicidio, i Maestri non la permetterebbero neppure nei casi appena elencati. E invece, persino Rabbi Eliezer, lo stesso che afferma che “chi mantiene il proprio membro è come se portasse il Diluvio nel mondo”, sostiene anche che un uomo possa praticare il coito interrotto con la propria moglie durante i ventiquattro mesi che seguono al parto, in modo da evitare nuove gravidanze in tale periodo (Yevamot 34b).

Tutto ciò ci spinge a credere che la proibizione di “versare seme invano” abbia un significato differente nel pensiero talmudico e non sia da intendere in senso generico e assoluto.

Il Talmud presenta infatti una visione molto meno estrema di quella adottata molti secoli dopo dallo Shulchan Arukh, che condanna i rapporti anali e vieta all’uomo ogni emissione seminale volontaria che non sia volta alla procreazione.

Si deve poi tenere conto del fatto che, secondo l’opinione rabbinica classica maggioritaria, l’aborto, benché di solito vietato, non è considerato un omicidio, poiché al feto non è attribuito lo status giuridico di un essere umano. Come si potrebbe allora ritenere la masturbazione equiparabile all’omicidio, riconoscendo così al liquido seminale maggiore dignità rispetto al feto?

Ma come spiegare allora le affermazioni tanto severe dei Maestri contro chi sparge il seme? La risposta può essere cercata facendo riferimento ad altre massime rabbiniche che appaiono ispirate da un simile rigore morale.

A questo proposito, nel Talmud si legge (Bava Metziah 58b) che chi umilia il proprio prossimo in pubblico “è come se avesse sparso il suo sangue”. In Sotah 46b, è scritto che “chi non accompagna i propri ospiti è come un assassino”. E in Shabbat 105b si dichiara che chi, in preda all’ira, danneggia i propri oggetti deve essere considerato come un adoratore di idoli.

Queste e tante altre esagerazioni retoriche non andrebbero certo intese alla lettera: il loro scopo è quello di mettere in luce i rischi legati ad alcune azioni apparentemente di poco conto che, per quanto non siano mai espressamente vietate nella Torah, possono con il tempo, almeno in casi estremi, far degenerare l’uomo e condurlo a compiere dei gravi peccati.

In altre parole, con le loro condanne iperboliche, gli antichi rabbini intendono mettere in guardia dalle conseguenze a lungo termine di simili azioni, mostrando come esse possano rappresentare un pericolo etico malgrado appaiano superficialmente innocue.

Così come l’ira fa perdere a una persona il suo contegno annebbiando la ragione, con il rischio di portarla a macchiarsi di azioni deplorevoli e proibite, allo stesso modo l’autoerotismo è per i Maestri una potenziale fonte di perdita di autocontrollo e quindi di immoralità.

Da Onan al mondo di oggi

Alcune autorità rabbiniche medievali come Rabbi Isaia da Trani e Rabbi Isaac ben Samuel di Dampierre asseriscono che versare il seme è proibito solo nel caso in cui la pratica sia eseguita abitualmente allo scopo di impedire alla propria moglie di concepire, seguendo la condotta negativa di Er e Onan (Tosfat Rid, Yevamot 12a; Tosafot Yevamot 34b).

È interessante notare come queste opinioni più aperte, benché coerenti con il Talmud, siano state in gran parte eclissate dalle posizioni più estreme adottate da opere come lo Zohar e lo Shulchan Arukh.

L’eiaculazione a scopo non procreativo, menzionata nella Bibbia solo nel caso specifico del Levirato, divenuta oggetto di condanne iperboliche ma non assolute in epoca talmudica, si è progressivamente accresciuta nella sua portata peccaminosa agli occhi dell’Ebraismo, fino a essere definita “il peccato più grave tra le trasgressioni della Torah”.

Crediamo che un argomento tanto sensibile, che nel mondo religioso può generare ansie, scatenare sensi di colpa e influenzare in modo determinante la propria visione della sessualità, non dovrebbe essere ridotto ad imposizioni dogmatiche, ma diventare oggetto di riflessioni che tengano conto della complessità umana di questo tema e del pluralismo che da sempre anima lo studio della Torah.


Per approfondire, consigliamo di leggere l’ottima trattazione di questo tema pubblicata sul sito Rationalist Medical Halacha (in inglese).

5 commenti

  1. Ottimo articolo.

    Mi permetto però di evidenziare che, secondo la Halakhah, il divieto di “versare il seme invano” non si applica al coito anale tra marito e moglie, tranne ovviamente nel caso in cui tale pratica sostituisse in toto il coito vaginale, nel qual caso ovviamente si violerebbe il precetto di procreare. Ciò è chiaramente espresso, sulla base delle fonti talmudiche, da Rambam (Mosè Maimonide) nel suo codice halachico Mishneh Torah, e precisamente nell’Hilchot Issurei Biah 21:10,dove leggiamo :

    “La moglie di un uomo gli è permessa. Pertanto, qualunque cosa un uomo desideri fare con sua moglie, può fare: avere relazioni quando vuole, baciare qualsiasi parte [di lei] che vuole, avere rapporti sia “nel modo consueto” , sia “nel modo inconsueto”, o “tramite organi”.

    L’espressione “rapporto nel modo inconsueto”, in ebraico “biah shelo kedarkah”, indica nella Tradizione Ebraica il coito anale eterosessuale.

    1. In questo caso Rambam, codificando quanto già affermato dai Saggi del Talmud, permette i rapporti anali. Tuttavia lo Shulchan Arukh non concorda e li proibisce sulla base dello Zohar (Rabbi Yosef Karo è uno dei primi a usare la Kabbalah come fonte halakhica, pur contraddicendo in questo modo il Talmud).

      1. Ti confesso che non conosco questo specifico passaggio dello Shulchan Arukh al quale fai riferimento;in tale codice halachico è però presente, su Even Haezer 25:2,il seguente commento del Rema (Rav Moshe Isserles), che come sai costituisce una integrazione dello Shulchan Arukh in base alle tradizioni halachiche degli Ebrei Ashkenaziti:

        “(Il marito) può fare con sua moglie ciò che desidera. Può avere rapporti quando lo desidera, può baciare qualsiasi parte del suo corpo desideri, può avere rapporti vaginali [tipici] o anali [atipici], o stimolare se stesso con altre parti del suo corpo, purché non eiaculi fuori dalla vagina (Tur, alias Arba’ah Turim, l’importante codice halachico redatto da Rav Yacov Ben Asher).Alcune autorità sono indulgenti e dicono che può anche eiaculare durante il rapporto anale, se cio è occasionale e non è sua abitudine (Tur). Sebbene tutto ciò sia lecito, chi vuole santificarsi [astenendosi] dal permesso è chiamato santo”.

        Come correttamente affermi, la Halakhah Tallmudica consente senza dubbio il coito anale tra coniugi.

        È interessante, a mio avviso, notare che la halacha di Rambam che ho sopra citato riporta, in alcune edizioni del Mishneh Torah, l’inciso finale “purché (il marito) non emetta il seme inutilmente” ;tuttavia i manoscritti Yemeniti dell’opera, i più autorevoli sul piano affarente al testo originale, non riportano tale inciso, come evidenziato anche dal grande studioso yemenita Rav Yosef Qafih (Kapach), secondo il quale tale frase è un’aggiunta apocrifa.

      2. I commentari allo Shulchan Arukh hanno cercato immediatamente di conciliare le innovazioni di Rabbi Yosef Karo di stampo kabbalistico con la Halakhah precedente. Ma Rabbi Yosef Karo si opponeva in realtà a qualsiasi rapporto extravaginale. Il Sefer Chareidim riporta che egli stesso fece bandire un uomo da Eretz Israel perché la moglie di costui riferì al suo Bet Din che il marito aveva avuto un rapporto Shelo KeDarkah con lei.

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