L’uscita nelle sale cinematografiche del nuovo film Odissea di Christopher Nolan ha riacceso l’interesse di molti verso l’appassionante storia dell’eroe Ulisse e il suo mondo mitologico.
Mentre è ancora vivo il dibattito sulle differenze tra il film e l’opera originale di Omero, potrebbe essere utile cogliere l’occasione per proporre un confronto tra il poema greco e il Tanàkh, la Bibbia ebraica.
Perché un confronto simile? Agli occhi di una parte del mondo religioso, l’idea di accostare le Scritture a un testo pagano è di per sé inappropriata: cosa mai potrebbero avere in comune la rivelazione del Dio unico con le vicende degli “dèi falsi e bugiardi” dei Greci?
Questo atteggiamento dogmatico è però tipico di chi ignora il valore letterario dei testi biblici e il loro posto nella storia e nella cultura.
Come l’Odissea, l’Iliade e altri classici immortali dell’antichità, la Bibbia è infatti un’opera (o meglio un insieme di opere) che costituisce l’epica di una nazione, il racconto collettivo delle radici di un popolo specifico, il popolo d’Israele.
Pur appartenendo a culture diverse e distanti, la Bibbia e l’Odissea sono entrambi esempi di memoria collettiva e nazionale, testi che costruiscono e tramandano l’identità di popoli influenzando al contempo il presente.
Proprio mettendo a confronto testi antichi e monumentali è possibile inoltre comprendere e far risaltare le differenze, scoprendo così le specificità che ciascuno di essi racchiude.
Divinità in contrasto
Un primo enorme divario che separa la Bibbia dall’Odissea consiste nella natura delle divinità. Non parliamo soltanto del numero (un Dio o tanti dèi), ma dell’idea stessa e più profonda che distingue monoteismo e politeismo.
Il mondo greco concepisce divinità che si confrontano in un concilio, si scontrano e si ostacolano a vicenda. Ciò è evidente nel racconto dell’Odissea, dove Zeus e Atena mettono in atto il piano di permettere a Ulisse di tornare in patria approfittando della temporanea assenza di Poseidone, (nemico dell’eroe di Itaca), occupato a far visita alle genti dell’Africa.
Poseidone, offeso da ciò, in seguito si lamenta più volte con Zeus e prova ancora a danneggiare Ulisse, mentre altri dèi invece lo soccorrono.
Questa idea di una pluralità di voleri divini dà vita a una concezione dell’universo come un teatro di battaglie continue dove non esiste una sola legge o un unico disegno. A essere esaltato è quindi l’uomo astuto, colui che riesce a volgere a proprio favore le mutevoli forze del cosmo.
Nella Bibbia ebraica troviamo un immaginario del tutto diverso: qui Dio è sovrano e non esiste alcun potere (divino, spirituale o terreno) che possa davvero rivaleggiare con Lui. La sua volontà si compie ed Egli è il padrone di ogni ambito della natura.
Come dichiarano i Salmi, Dio domina sopra le acque (29:3), Egli è colui che “ha stabilito un decreto che non passerà” (148:6); per questo “il vento di tempesta compie la sua parola” (148:8) e “i cieli raccontano la sua gloria” (19:1).
L’universo è visto in questo caso come il luogo dove si sviluppa a poco a poco il disegno divino, sebbene dalla prospettiva umana (limitata per definizione) esso possa temporaneamente apparire aspro e crudele.
Giustizia o devozione?
Nel pensiero greco, gli dèi apprezzano e premiano l’onestà e l’umiltà degli uomini. Zeus, in particolare, protegge gli ospiti e i viandanti punendo chi li maltratta, un’idea che ricorre spesso nell’Odissea e che ricorda l’idea biblica secondo cui Dio “fa giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero dandogli pane e vestito” (Deut. 10:18).
Rav Pierpaolo Pinchas Punturello ha scritto a questo proposito su Shalom: “Sia per l’antico mondo greco che per il mondo ebraico, l’ospitalità è una dimensione morale di relazioni sacre che non andrebbero mai ignorate, perché non rispettare l’ospitalità significa distruggere la dimensione sacra della vita, della società, del mondo in cui viviamo”.
Tuttavia, dalla prospettiva greca, per ottenere il favore degli dèi è molto più importante mostrarsi devoti e offrire loro sacrifici piuttosto che seguire principi morali.
Le divinità favoriscono alcuni uomini in virtù delle offerte rituali o di preferenze personali soggettive, vere e proprie simpatie arbitrarie, talvolta accanendosi contro persone eticamente rette per motivi legati all’onore o a passioni molto umane.
Ciò è in contrasto con le qualità che la Torah e i Profeti attribuiscono a Dio, che “non usa parzialità e non accetta doni” (Deut. 10:17), “gradisce chi ascolta la sua voce più di sacrifici e offerte” (1 Samuele 15:22) e chiede all’uomo di “imparare a fare il bene e cercare la giustizia” (Michea 6:6-8).
L’assoluta centralità dell’etica nel rapporto con la Divinità è una delle innovazioni che la fede d’Israele ha introdotto nella storia delle religioni. Il Dio degli Ebrei è il solo ad aver rivelato precetti di natura morale e un codice di leggi la cui osservanza è il fondamento del suo Patto.
Interventi divini e prodigi
All’interno dell’Iliade e dell’Odissea, il soprannaturale è una costante: gli dèi assumono spesso una forma umana per interagire con i mortali, forniscono oggetti magici agli uomini, influenzano in modo diretto e prodigioso gli eventi per compiere il loro volere.
Nel corso del suo viaggio, Ulisse si imbatte spesso in giganti, draghi, semidèi, ibridi leggendari. Nelle sue vicende avvengono sortilegi, visioni e trasformazioni fisiche di persone o oggetti.
Alcuni di questi elementi sono presenti anche nei racconti biblici, soprattutto nei primi capitoli della Genesi, che hanno un tono più leggendario. Man mano che la storia biblica prosegue, questi aspetti appaiono però in misura sempre minore e con una portata più limitata.
La narrazione biblica è insomma nel complesso molto più sobria e concreta rispetto a ciò che avviene nell’Odissea e nella tradizione mitologia greca in generale.
Nei poemi omerici non esiste neppure un confine netto tra elementi ordinari e “miracoli”: luoghi reali e fantastici si mescolano e si confondono, e gli eventi portentosi non suscitano spesso alcuno stupore nei personaggi, ma sono visti come fatti ricorrenti la cui esistenza è palese a chiunque.
Nella Bibbia, i prodigi sono intesi di solito come segni divini e strumenti che il testo utilizza per trasmettere un messaggio teologico. La loro presenza è limitata, mentre la narrazione si focalizza primariamente sulle vicende di individui, famiglie e popoli reali.
Figli degli dèi ed eroi immortali
L’idea che un dio possa unirsi sessualmente a un essere umano e generare figli semidivini o immortali è molto presente e piuttosto comune nell’Odissea, così come fra i miti di molti popoli.
Ulisse stesso ha rapporti carnali con due celebri figure di natura divina: Calipso e Circe. Il poema ricorda anche l’unione tra Eos e Titono e quella tra Demetra e Giasone, menzionando anche vari personaggi di stirpe divina come i Feaci ed Elena di Troia.
La Bibbia ebraica non contempla una simile possibilità: il Creatore è talvolta poeticamente descritto come uno sposo (nel suo rapporto con Israele), o come padre (nei confronti delle sue creature); ma al di là di queste semplici metafore non gli è mai e in alcun modo attribuita una natura sessuale.
L’unico brano in cui è possibile scorgere un’allusione a unioni carnali tra esseri divini e mortali si trova in Genesi 6:1-4, dove si legge: “I Nefilim erano sulla terra in quei giorni, e anche dopo, quando i figli di Dio (Elohim) si accostavano alle figlie dell’uomo, e queste generavano per loro [dei figli]. Essi sono gli eroi dei tempi antichi, uomini rinomati”.
Il linguaggio del testo è però in questo caso volutamente equivoco: i Maestri del Talmud hanno inteso, senza alcuna forzatura, i “figli di Elohim” non come “figli di Dio” o creature ultraterrene, ma come i giudici e i potenti della terra, comuni esseri umani che, nella loro superbia, si consideravano di stirpe divina (ne abbiamo parlato dettagliatamente nel nostro commento alla Genesi).
Il testo biblico stesso prende le distanze da concetti mitologici nel sottolineare che questi “eroi dei tempi antichi” erano comunque mortali, come afferma la voce divina nel racconto: “Il mio spirito non risiederà per sempre nell’uomo, poiché egli è carne” (6:3).
La mitologia che riemerge
Dal nostro breve confronto tra la Bibbia e l’Odissea viene fuori qualcosa di interessante e non scontato.
Molti degli elementi che abbiamo appena analizzato, comuni nei poemi omerici e nei miti greci ma assenti dalla Bibbia, diventano invece marcatamente presenti all’interno dei Midrashìm, le interpretazioni rabbiniche delle Scritture messe per iscritto nel Talmud e in altre raccolte successive.
Non si tratta in realtà di semplici interpretazioni bibliche, ma di vere e proprie aggiunte e rielaborazioni che, partendo da un dettaglio del testo o da una lacuna narrativa, inseriscono elementi estranei alla Bibbia e talvolta veri e propri racconti, anche molto complessi.
Parliamo di un esempio concreto: la Torah parla di Og, re di Bashàn, un temuto sovrano cananeo che attaccò gli Israeliti nel deserto e che, secondo Deut 3:11, era uno dei Refaìm (un popolo dalla statura eccezionale) e aveva un letto lungo circa 4 metri.
La Bibbia allude quindi al fatto che Og fosse un gigante, o almeno un uomo di dimensioni non ordinarie. La tradizione rabbinica però va molto oltre: il Talmud e il Midrash Rabbah affermano che questo re nacque ancora prima del Diluvio, al quale sopravvisse aggrappandosi all’arca; e che egli fosse in grado si sradicare e lanciare intere montagne.
Un altro esempio emblematico è costituito dal celebre bastone di Moshè. Secondo il Libro dell’Esodo, questo era un semplice bastone da pastore, un oggetto privo di qualsiasi potere, finché Dio non cominciò a usarlo per compiere prodigi in Egitto.
Pur diventando così un importante simbolo dell’autorità divina, questo strumento non viene mai presentato come se fosse dotato di un potere indipendente: è sempre il Creatore che, di propria volontà, agisce attraverso il bastone, come fa un re muovendo il proprio scettro.
I rabbini trasformano però questo bastone in un oggetto leggendario: il Pirkè Avot ci dice che esso fu creato già nel sesto giorno della Creazione, mentre il Pirkè DeRabbì Eliezer racconta come esso fu trasmesso in eredità tra i primi uomini, passando poi ai patriarchi, al Faraone e in seguito a Yitrò, che lo piantò nel terreno. Soltanto Moshè fu poi in grado di estrarlo, proprio come la famosa “spada nella roccia” del mito di Artù.
Che dire poi dell’immagine greca del “concilio divino” e dei violenti contrasti fra le divinità? Sebbene i Maestri dell’Ebraismo non possano certo accogliere concetti simili, l’idea di forze spirituali in contrasto con il volere divino si fa strada all’interno dei Midrashim, laddove si legge di dibattiti e contestazioni nella corte celeste. Non si parla in questi casi di altre divinità, ma di angeli, elementi naturali personificati o attribuiti divini, come la Bontà o la Verità.
Persino l’idea dell’unione tra esseri umani ed entità ultraterrene, pressoché esclusa dalle Scritture, viene ammessa da alcuni testi mistici e kabbalistici di epoca medievale, con le figure oscure di Lilith e Samael.
Da un lato abbiamo dunque la Bibbia che prende le distanze dai miti (quelli del Vicino Oriente, che condividono però molte caratteristiche con i successivi miti greci), e dall’altro la tradizione rabbinica che utilizza spesso un linguaggio mitologico, accrescendo gli elementi soprannaturali e leggendari delle storie bibliche, pur restando entro i limiti del monoteismo ebraico.
Siamo convinti che i Midrashim non vadano intesi alla lettera né sminuiti come versioni fiabesche e mitizzate dei racconti della Torah. Al contrario, nei nostri articoli e podcast abbiamo più volte mostrato la loro ricchezza e complessità.
Tuttavia, è sempre necessario saper distinguere il testo biblico dalle sue interpretazioni, comprese quelle antiche, profonde e autorevoli. Se anche i Maestri talmudici, che vivevano in un mondo da tempo ellenizzato, avessero davvero tratto di proposito elementi dai miti per trasmettere i loro insegnamenti, ciò non può eclissare il divario tra Bibbia e mitologia, un divario che merita di essere più che mai studiato e riscoperto.