Il terzo giorno, al mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di shofar: tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso da tremore. E Moshè fece uscire il popolo dall'accampamento incontro a Dio, ed essi stettero in piedi sotto il monte (Esodo 19:16-17).
A cosa si potrebbe paragonare la celebre scena della rivelazione di Dio sul Monte Sinai, narrata nel Libro dell’Esodo?
La Divinità che si manifesta nel deserto davanti agli occhi del popolo d’Israele, proclamando i principi della sua Legge: a cosa vi fa pensare questa immagine?
A qualcuno verrà in mente una cerimonia solenne, una liturgia, una lettura pubblica dei testi sacri, come avviene nelle sinagoghe. Dopotutto, secondo il racconto biblico, il Sinai è il primo luogo dove la Torah è stata letta e studiata.
Qualcun altro paragonerebbe l’evento a un connubio tra Dio e l’uomo, la stipulazione di un patto che assomiglia a un matrimonio tra il Creatore e Israele. Questo è ciò che dicono i Maestri nel Midrash (Shemot Rabbah 52:5), che equiparano il Sinai a un baldacchino nuziale e i Dieci Comandamenti a una ketubah (contratto di matrimonio).
In termini ancora più mistici, si potrebbe descrivere la scena come un incontro tra trascendenza e materia: il mondo spirituale si manifesta in quello materiale colmando il divario tra la sfera divina e quella umana.
Tutte queste risposte sono valide e ci insegnano qualcosa su un racconto profondo e complesso che si presta a essere inteso da più prospettive.
Se però ponessimo la stessa domanda agli antichi profeti d’Israele, molto più vicini all’epoca dell’Esodo rispetto ai rabbini e ai pensatori successivi, cosa ci risponderebbero?
Il modo in cui gli autori biblici vedevano la Rivelazione sul Sinai, insieme alle metafore che sceglievano per descriverla, ci conduce in una realtà differente che oggi può sorprendere molti lettori.
Quando la Bibbia stessa rievoca esplicitamente l’evento del Sinai, non parla di una cerimonia liturgica, né di un matrimonio, né di un’esperienza mistica. Vediamo allora in che modo questo solenne avvenimento è ricordato all’interno delle Scritture e scopriamo se ciò può modificare le idee più comuni sulla Rivelazione di Dio nel deserto.
Il Sinai secondo Mosè
Al termine del Deuteronomio, nel pronunciare la sua benedizione sugli Israeliti prima di morire, Moshè richiama il Sinai con parole poetiche:
HaShem è venuto dal Sinai, è spuntato per loro da Seir, è apparso dal monte Paran,
è arrivato tra miriadi di consacrati:
dalla sua destra c'era fuoco per loro. Certo, egli ama i popoli. I suoi consacrati sono nella tua mano, ed essi si sono accampati ai tuoi piedi, ricevono le tue parole (Deut. 33:2-3).
Il linguaggio utilizzato non è semplice. Non è subito chiaro, ad esempio, per quale motivo oltre al Sinai siano menzionate anche le regioni di Seir e Paran come luoghi della rivelazione.
Si può tuttavia dire con certezza che questi versi comunichino un senso di maestosità che atterrisce.
Dio è paragonato a un re vittorioso che avanza da una località a un’altra come in una marcia, accompagnato da un esercito, le “miriadi di consacrati”. Si parla della sua “destra” (immagine di potenza militare) e di truppe riunite ad ascoltare la voce del loro sovrano.
L’evento ha insomma una certa connotazione guerresca: più che un’esperienza puramente religiosa, troviamo qui l’esaltazione di un condottiero temibile.
Il tema della Legge rivelata al popolo è presente nel brano (il verso successivo afferma: “Una Torah ci ha comandato Moshè”), ma l’elemento centrale del discorso è l’acclamazione di Dio riconosciuto dagli Israeliti come loro re (v. 5).
Il Sinai nel Cantico di Devorah
Un altro testo poetico della Bibbia che rievoca il Sinai è la Shiràt Devoràh, il cantico che la profetessa Devorah compose per celebrare la grande vittoria contro i Cananei. Il Libro dei Giudici riporta:
HaShem, quando uscisti da Seir, quando avanzasti dal campo di Edom, la terra tremò, anche i cieli stillarono, le nubi versarono acqua. I monti si sciolsero dinanzi ad Hashem, questo Sinai [tremò] dinanzi ad HaShem, Dio d'Israele (Giudici 5:4-5).
In maniera più esplicita rispetto alla benedizione di Moshè, il cantico presenta la rivelazione divina come una marcia militare: il re glorioso avanza sconvolgendo la terra con tempeste e terremoti, anche qui passando per altre località (Seir/Edom).
In questo caso, il tema della Legge è del tutto assente. Devorah non ricorda il Sinai come il luogo del “dono della Torah”, ma come esempio maestoso della potenza di Dio.
Ciò è funzionale allo scopo del cantico, che vuole esaltare la vittoria in battaglia sui Cananei ottenuta per volere divino, e nel farlo associa tale trionfo proprio alla memoria del Sinai.
La preghiera di Abacuc
Secoli dopo Devorah, il profeta Chavakùk (Abacuc) riprende gli stessi temi e lo stesso linguaggio alludendo ai fatti del Sinai. Non lo fa però per celebrare una vittoria, ma per chiedere a Dio di tornare a manifestarsi come nei tempi antichi per punire gli oppressori d’Israele.
Chavakuk prega affinché Dio faccia “rivivere la sua opera” (Abacuc 3:2) rinnovando le imprese del passato. Il Creatore è descritto come colui che “viene da Teman” (ovvero Edom) e “dal monte Paran” (3:3), le stesse aree vicine al Sinai menzionate da Moshè e Devorah.
Anche qui si parla inoltre di fuoco, terremoti e altri sconvolgimenti. Il profeta aggiunge inoltre che Dio “calpesta il mare” (3:8; 15), immagine che ricorda la disfatta degli Egizi sul Mare delle Canne (Esodo 14-15).
David rievoca il Sinai
Il tema della spaventosa “marcia divina” ricompare anche nei Salmi, in particolare al capitolo 68, in cui Davìd ricorda i grandiosi segni che l’Altissimo mostrò nel deserto:
Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto, la terra tremò, stillarono i cieli dinanzi al Dio del Sinai, dinanzi a Dio, il Dio di Israele. [...]
E il tuo popolo abitò il paese
che nella tua bontà preparasti per il misero, o Dio (Salmi 68:7-10).
Le parole del salmista sono meno enigmatiche e ci permettono di comprendere che la misteriosa marcia è quella degli Israeliti nel deserto, guidati maestosamente dal loro Dio verso la terra promessa.
Deduciamo così che i vari luoghi menzionati negli altri brani insieme al Sinai (Seir/Edom/Teman, Paran, il mare) sono da intendere come le varie aree geografiche attraversare dal popolo nel suo cammino nel deserto.
Anche qui però non si scorge alcun accenno alla rivelazione dei Comandamenti, mentre in tutto il salmo abbondano i richiami alle azioni guerresche di Dio.
La scelta è ancora una volta giustificata dal contesto: David scrive il salmo in occasione del ritorno del suo esercito dalle montagne di Bashan (vv. 23-24), una spedizione vittoriosa che rafforza la fede di Israele nella salvezza divina.
Il Sinai e la guerra
Alla nostra domanda iniziale (a cosa si potrebbe paragonare la rivelazione sul Sinai?) sembra dunque che gli antichi israeliti avrebbero risposto parlando di guerra: l’esperienza del Sinai è simile a un corteo militare, il trionfo di un re che atterrisce i nemici e difende il suo popolo.
L’idea più arcaica associata alla rivelazione era insomma molto più concreta di alcune riflessioni teologiche e mistiche sviluppate in epoche successive: manifestandosi sul Sinai, Dio mostra la sua forza, si fa acclamare come condottiero e sovrano comunicando il proprio volere al popolo che Egli ha appena salvato.
I brani che abbiamo citato riassumono in maniera poetica l’intero periodo trascorso dagli Israeliti nel deserto, un periodo che include il passaggio del Mare della Canne, la rivelazione sul Sinai, il peregrinare degli Israeliti nelle aree di Edom e Paran, un periodo in cui ci furono incredibili vittorie e interventi divini.
La memoria di questi avvenimenti ha fornito al popolo ebraico un motivo di fierezza e una fonte di speranza per il futuro, sia in momenti gloriosi che sembravano rinnovare le imprese passate, sia in tempi funesti in cui si guardava al Sinai come a un’utopia distante a cui aspirare.
Commento al Libro dell’Esodo – Capitolo 19 (Audio)
Buongiorno,, scusatemi per l’intrusione ,seguo da qualche tempo il vs. Sito ,ho letto i libri pubblicati, nelle mie poche ricerche mi sono imbattuto ne “I libri di ENOCH” di Rav.Marco Lupi Speranza Dr. sto cercando di leggerlo e devo riconoscere che per me è “complicato” ,non so se avete trattato tale libri e se si dove , così da avere un confronto,grazie
Buongiorno a te, nessuna intrusione, il tuo commento è molto gradito. Non abbiamo trattato i libri di Enoch ma se ti sorgono domande specifiche possiamo provare ad aiutarti