La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
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Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi.
Hanukkah, in quanto festività post-biblica, non possiede una fonte diretta nella Bibbia ebraica. I Saggi d’Israele, però, hanno associato a questa festa un brano del libro di Zaccaria. Per quale motivo?
Sarah, moglie di Abramo, subisce per due volte il dramma di essere presa in sposa forzatamente da un re straniero. I due racconti del “rapimento di Sarah”, molto simili fra loro, creano da sempre perplessità nei lettori. Qual è il senso di questa apparente “duplicazione”?
Nel raccontare la nascita di Enosh, il Libro della Genesi ci dice che “Allora si cominciò a chiamare (altri traducono “invocare”) con il nome di HaShem”. Qual è il significato di questa frase? È forse possibile che il Nome divino non fosse conosciuto dall’umanità prima dell’epoca di Enosh?