La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
Studi biblici relativi alla lettura settimanale della Torah.
La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi.
Sarah, moglie di Abramo, subisce per due volte il dramma di essere presa in sposa forzatamente da un re straniero. I due racconti del “rapimento di Sarah”, molto simili fra loro, creano da sempre perplessità nei lettori. Qual è il senso di questa apparente “duplicazione”?
Nel raccontare la nascita di Enosh, il Libro della Genesi ci dice che “Allora si cominciò a chiamare (altri traducono “invocare”) con il nome di HaShem”. Qual è il significato di questa frase? È forse possibile che il Nome divino non fosse conosciuto dall’umanità prima dell’epoca di Enosh?
Benché sia noto con il nome di “Seconda Legge”, il Deuteronomio non è una semplice “ripetizione” dei precetti rivelati nei libri precedenti. Analizziamo il caso delle leggi sui servi ebrei e quello dei Dieci Comandamenti per capire la vera natura di questo libro.
Commento alla Parashah di Shoftim (Deuteronomio 16:18 – 21:9) di Rav Aharon Lichtenstein zt”l, sul misterioso rituale della eglah arufah e la sua posizione all’interno del Deuteronomio.