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Il Messia – Lezione 3: E se il Messia fosse…

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La terza lezione del nostro ciclo dedicato al tema del Messia ci farà entrare nel vivo dell’argomento, mettendo in discussione le idee più diffuse sulle promesse messianiche della Bibbia ebraica. Se non temete la perplessità e il confronto con una verità diversa da quella che conoscete, vi invitiamo a proseguire insieme a noi questo percorso per scoprire in che modo gli antichi profeti d’Israele hanno parlato della Redenzione e della figura del re messianico. Continua a leggere

Il Messia – Lezione 2: Una stella spunta da Giacobbe

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Continua la nostra ricerca del brano della Torah in cui si parla per la prima volta della venuta del Messia. In questa lezione esamineremo il passo del Deuteronomio (18:15-19) in cui Dio promette di suscitare per gli Israeliti “un profeta come Moshè”. Poi ci concentreremo sul famoso oracolo di Bil’am sulla “stella” che sorge da Giacobbe (Numeri 24:17).

Questa ricerca ci porterà a scoprire il significato autentico dei versi biblici che le varie tradizioni ci hanno abituato nei secoli a leggere al di fuori del loro contesto, e a comprendere le vere origini dell’idea messianica nelle Scritture. Continua a leggere

Ebraismo e Cristianesimo: la Disputa di Barcellona

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Il brano che riportiamo di seguito è tratto dal resoconto della Disputa di Barcellona scritto da Rabbi Moshe ben Nachman (noto anche come Nachmanide o Ramban). La disputa fu un dibattito teologico svoltosi alla presenza del re Giacomo d’Aragona nel 1262, che vide contrapposti Moshe ben Nachman e il monaco Pablo Christiani (un ebreo convertito al Cristianesimo e divenuto tenace avversario dell’Ebraismo).
Il testo del resoconto mette in luce in modo chiaro e diretto le differenze tra l’Ebraismo e il Cristianesimo nell’ambito della fede e dell’interpretazione della Bibbia, costituendo così un importantissimo documento che è utile conoscere anche oggi, nell’era del dialogo inter-religioso e del rinnovamento dell’interesse cristiano per gli argomenti ebraici. Continua a leggere

Il perdono dei peccati senza sacrifici

I testi sacri del Cristianesimo stabiliscono un nesso fondamentale tra l’espiazione dei peccati e l’offerta dei sacrifici. Nel Nuovo Testamento si afferma infatti che senza spargimento di sangue non c’è perdono (Lettera agli Ebrei, 9:22).
I sacrifici animali prescritti dalla Torah, secondo la dottrina cristiana, erano però soltanto una prefigurazione incompleta di un sacrificio più elevato, quello di Gesù sulla croce, che rappresenta l’adempimento definitivo degli antichi riti ebraici. Su questo punto, il messaggio del Vangelo appare particolarmente intransigente: solo il corpo e il sangue di Gesù, attraverso la fede nella morte espiatoria del Messia, possono garantire all’uomo la salvezza dell’anima.
“Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna»” (Vangelo di Giovanni, 6:53-54).
Allo stesso modo, Paolo di Tarso dichiara che l’uomo, benché si sforzi di compiere opere buone, non può ottenere da solo il perdono dei peccati, e deve perciò affidarsi al potere del sacrificio di Gesù: “…poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Lui è stato prescelto da Dio per fare l’espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Lettera ai Romani, 3:23-25).

Se tutto ciò fosse vero, il popolo ebraico si troverebbe in una condizione spirituale altamente problematica. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta duemila anni fa, gli Ebrei avrebbero infatti perduto l’espiazione incompleta e temporanea fornita dai sacrifici; e inoltre, poiché essi non credono in Gesù, non esisterebbe per loro alcuna via per ottenere il perdono di Dio.
Questo è il punto di vista della dottrina cristiana tradizionale, su cui tuttora insistono molti movimenti religiosi, in particolare evangelici e messianici.

La posizione dell’Ebraismo su questo tema è radicalmente diversa. Gli antichi Maestri del Talmud insegnano che, in mancanza del Tempio e dei riti che in esso si svolgevano, le offerte sacrificali sono sostituite dalla preghiera, dallo studio della Torah e dagli atti caritatevoli. Questi tre elementi, se uniti al ravvedimento (Teshuvah), permettono a chiunque di ricevere il perdono di tutte le proprie colpe.
Su cosa si basa tale insegnamento? Con quale autorità i rabbini hanno stabilito una “via alternativa” ai sacrifici?
In realtà, come si può facilmente constatare, è la Bibbia stessa a indicare la preghiera e le altre opere di pentimento come mezzi di espiazione, indipendentemente dalla pratica dei culti sacrificali. Quando la costruzione del Primo Tempio di Gerusalemme fu completata, il re Salomone si rivolse a Dio pronunciando un discorso che basterebbe da solo a confutare le teorie cristiane sull’espiazione:

“Quando [gli Israeliti] peccheranno contro di te (perché non c’è alcun uomo che non pecchi), e tu, adirato contro di loro, li abbandonerai in balìa del nemico e saranno deportati nel paese del nemico, lontano o vicino, se nel paese in cui sono stati deportati rientrano in se stessi, se tornano a te e ti supplicano nel paese di quelli che li hanno portati in prigionia e dicono: «Abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente, abbiamo fatto del male», se tornano a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nel paese dei loro nemici che li hanno deportati e ti pregano rivolti al loro paese che tu hai dato ai loro padri, alla città che tu hai scelto e al Tempio che io ho costruito al tuo Nome, tu ascolta dal cielo, il luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e sostieni la loro causa, e perdona al tuo popolo che ha peccato contro di te tutte le trasgressioni che ha commesso contro di te” (1Re 8:46-50).

Il Libro del profeta Osea parla di un’epoca futura in cui “…i figli d’Israele staranno per molti giorni senza re, senza capo, senza sacrifici” (Osea 3:4); eppure lo stesso profeta riconosce l’efficacia di un altro tipo di sacrificio, quello che si offre attraverso la preghiera: “Prendete con voi delle parole e tornate al Signore. Ditegli: «Togli via ogni iniquità e accetta ciò che è buono, e noi ti offriremo i sacrifici delle nostre labbra»” (Osea 14:2).

Daniele, trovandosi in esilio a Babilonia, prega per il perdono dei peccati del suo popolo e per la ricostruzione di Gerusalemme: “Mentre io stavo ancora parlando, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d’Israele e presentavo la mia supplica davanti al Signore, il mio Dio […]  era l’ora dell’offerta della sera (Daniele 9:20-21). Questo versetto segna probabilmente l’origine dell’usanza ebraica di pregare in corrispondenza dell’orario in cui al Tempio venivano eseguiti i riti sacrificali.

Ma qual era la vera natura dei sacrifici e il loro scopo secondo la Torah?
Fra tutte le offerte che venivano presentate nel Santuario, solo alcune avevano la funzione di espiare i peccati. Il Levitico parla anche di sacrifici di ringraziamento, oblazioni di cibo, sacrifici da offrire per sciogliere un voto o per la purificazione rituale. Al contrario di quanto lasciano intendere le fonti cristiane (“Senza spargimento di sangue non c’è perdono”), non tutti i sacrifici di espiazione avevano come oggetto un animale; la Torah consente infatti ai poveri di offrire prodotti farinacei sull’altare per espiare alcuni tipi di trasgressioni (vedi Levitico 5:11).

Ciò che la Bibbia ebraica sottolinea in moltissime occasioni è il fatto che il Creatore del mondo non ha bisogno dei sacrifici: essi servono all’uomo, come segno di rinuncia e di comunione con Dio, ma non sono da intendere come doni materiali volti a placare l’ira di una divinità assetata di sangue.

“Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti riprenderò per i tuoi sacrifici, né per i tuoi olocausti che mi stanno sempre davanti. Non prenderò alcun torello dalla tua casa né capri dai tuoi ovili. Mie sono infatti tutte le bestie della foresta; mio è il bestiame che sta a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli dei monti, e tutto ciò che si muove nei campi è mio. Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio. Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri? Offri a Dio sacrifici di lode e adempi i tuoi voti fatti all’Altissimo” (Salmi 50:7-14).

Senza il pentimento e lo spirito di umiltà, i sacrifici sono del tutto privi di valore, e vengono perciò rifiutati da Dio:
“Poiché io desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6:6).
Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).
 “Il sacrificio dell’empio è cosa abominevole, tanto più se lo offre con intento malvagio” (Proverbi 21:27).

I sacrifici erano quindi considerati soprattutto uno strumento per permettere agli uomini di raggiungere una giusta disposizione interiore attraverso un atto di rinuncia. La via più autentica per ricevere il perdono era però quella del ravvedimento e del ritorno alla giustizia, come spesso la Bibbia afferma chiaramente:
“Ciascuno si ritirerà dalla propria via malvagia, e così io perdonerò la loro iniquità e il loro peccato” (Geremia 36:3)
“Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese” (2Cronache 7:14).

Si potrebbe a questo punto obiettare che ciò sia valido per Israele, ma non per gli altri popoli. Forse le nazioni del mondo, prive della Rivelazione della Torah, avevano bisogno di un redentore che si sacrificasse per i peccati e di una nuova fede che permettesse anche a loro di conoscere la grazia Divina. Ma una simile idea si dimostra anch’essa inaccettabile alla luce della Bibbia ebraica.
Il Libro di Giona insegna che la potenza del ravvedimento è valida per chiunque, sia Ebrei che non-Ebrei:

“Il re fece proclamare e divulgare a Ninive un ordine che diceva: «Uomini e bestie, armenti e greggi non assaggino nulla, non mangino cibo e non bevano acqua, ma uomini e bestie si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua via malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non si volga, non si penta e metta da parte la sua ira ardente, e così noi non periamo». Quando Dio vide ciò che facevano, e cioè che si convertivano dalla loro via malvagia, Dio si pentì del male che aveva detto di far loro e non lo fece” (Giona 3:7-10).

Il testo non menziona vittime offerte su un altare. Gli abitanti di Ninive ottennero il perdono solo tramite la loro penitenza e il loro abbandono della malvagità.
In modo ancora più clamoroso, persino al re di Babilonia Nabucodonosor, colui che distrusse Gerusalemme e deportò gli Israeliti, il dono della misericordia non viene negato; Daniele dichiara infatti: “Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando compassione verso i poveri” (Daniele 4:27).

Questa esaltazione della potenza del ravvedimento, presente nella Torah prima che nella tradizione rabbinica, appare quindi lontanissima dalle dottrine di chi intende colmare l’abisso tra l’uomo e Dio tramite l’esistenza di mediatori e di sacrifici di riscatto per l’anima umana.

Vedi anche: 
I sacrifici nella Torah (commento di Rabbi Jonathan Sacks).

 

Perché gli Ebrei non credono in Gesù?

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Perché gli Ebrei non credono in Gesù? Questa domanda ha attraversato gli ultimi duemila anni della storia del mondo facendo nascere riflessioni teologiche, dibattiti, persecuzioni, pregiudizi e ogni sorta di violenza.
In fondo, però, se si mettono da parte i preconcetti culturali, la questione diviene meno complicata di quanto si potrebbe pensare. Forse, per avere finalmente una risposta che sia capace di fare luce e non di creare nuove tenebre, bisognerebbe considerare innanzitutto il fatto che l’Ebraismo è molto più antico del Cristianesimo, e che dunque sarebbe più giusto partire dalla domanda inversa: perché gli Ebrei dovrebbero credere in Gesù? Esistono validi motivi che possano portare un Ebreo ad accettare la fede nel Messia del Cristianesimo?

Per rispondere a quest’ultimo interrogativo, dobbiamo elencare le argomentazioni principali che i cristiani utilizzano per tentare di dimostrare la messianicità di Gesù di Nazareth:

  1. Gesù è il Messia poiché ha adempiuto le antiche profezie bibliche.
  2. Gesù è il Messia perché ha compiuto miracoli.
  3. Gesù è il Messia perché chi crede in lui sperimenta la salvezza nella propria vita.

I predicatori cristiani, a qualsiasi corrente religiosa o denominazione appartengano, basano spesso la loro predicazione su questi tre punti quando si propongono di annunciare la loro dottrina. Bisogna dunque prendere in esame ciascuna di tali argomentazioni per verificarne la validità e per poter comprendere la posizione dell’Ebraismo su questo tema.

1 – Le profezie messianiche

Poiché gli Ebrei religiosi accettano già la Bibbia ebraica (o “Antico Testamento”) come testo sacro, per i cristiani risulta importantissimo dimostrare la messianicità di Gesù servendosi delle promesse della Torah e delle parole degli antichi profeti. Se si vuole fare in modo che un Ebreo accetti la fede cristiana, è necessario partire proprio dalle Scritture ebraiche, che costituiscono apparentemente un “terreno condiviso” tra Ebraismo e Cristianesimo. Non a caso i Vangeli insistono molto sul fatto che Gesù avrebbe portato a compimento, nel corso della sua vita, le profezie bibliche già note al popolo d’Israele:

Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, [Gesù] spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. (Luca 24:25-27);
Poi disse loro: «Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano adempiere tutte le cose scritte a mio riguardo nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Luca 24:44).

Tuttavia, se si analizzano attentamente tutte le profezie citate dai Vangeli, non è difficile comprendere che in realtà nessuna di esse è stata davvero adempiuta da Gesù. Ciò che molto spesso gli autori del Nuovo Testamento compiono è una vera e propria distorsione delle parole dei Profeti, in particolare estrapolando singole frasi dalla Bibbia ebraica per sottrarle al loro contesto originario in modo da forzarne il significato.
Un esempio molto noto lo troviamo nel Vangelo di Matteo, in riferimento al racconto della nascita di Gesù:
Tutto ciò avvenne affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore, per mezzo del profeta che dice: «Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio» (Matteo 1:22-13).

La profezia qui menzionata è tratta dal Libro di Isaia, in cui leggiamo:
Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Emmanuele (Isaia 7:14).

Dunque il profeta aveva davvero preannunciato la nascita di Gesù di Nazareth dalla vergine Maria?
La risposta si può ottenere soltanto leggendo il contesto in cui si colloca la frase citata dall’evangelista Matteo. Il capitolo 7 di Isaia tratta della guerra tra il re Achaz e i suoi nemici, il re d’Assiria e il re di Israele. Secondo il racconto, Dio rivelò ad Achaz che la guerra sarebbe stata vinta, e che, di conseguenza, egli non avrebbe avuto nulla da temere (vedi Isaia 7:1-7). A testimonianza di questa promessa, il profeta Isaia diede al re un segno, rappresentato dal bambino chiamato Emmanuele:
Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Emmanuele. Egli mangerà panna e miele fino a quando saprà rigettare il male e scegliere il bene. Ma prima che il fanciullo sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese che temi a motivo dei suoi due re sarà abbandonato. 

Alla luce di tutto ciò, appare evidente che il brano in questione non ha nulla a che fare con Gesù o con il Messia. Inoltre, la parola che il Vangelo traduce con “vergine” (parthenos in greco, come riportava già la LXX), nel testo originale ebraico è in realtà almah, che significa semplicemente “giovane donna”. Nel tentativo di collegare la profezia alla nascita verginale di Gesù, i cristiani si servono quindi di una traduzione errata.

Un caso ancora più clamoroso lo troviamo nel capitolo successivo del Vangelo, dove si parla della fuga in Egitto dei genitori di Gesù:
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e rimani là finché io non ti avvertirò, perché Erode cercherà il bambino per farlo morire». Egli dunque, destatosi, prese il bambino e sua madre di notte, e si rifugiò in Egitto. Rimase là fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta [Osea], che dice: «Ho chiamato il mio figlio dall’Egitto» (Matteo 2:13-15).

Secondo Matteo, questo importante avvenimento della vita di Gesù era stato predetto dal profeta Osea, circa cinquecento anni prima, e ancora oggi, in molte pubblicazioni cristiane, questa profezia viene presentata come una “prova” della messianicità del Nazareno. In realtà è sufficiente una rapida occhiata al brano di Osea (qui citato fuori dal contesto) per capire che il profeta non stava affatto parlando di Gesù o della sua famiglia:

Quando Israele era un fanciullo, io l’amai e chiamai il mio figlio dall’Egitto. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me, hanno sacrificato ai Baal e hanno bruciato incenso alle immagini scolpite. […] Il mio popolo tende ad allontanarsi da me; malgrado invocano l’Altissimo, nessuno di essi lo esalta. (Osea 11:1-7).

Il figlio chiamato dall’Egitto non è Gesù, ma il popolo d’Israele, paragonato ad un fanciullo. In questi versi il profeta rimprovera il popolo infedele a Dio e condanna l’idolatria dilagante. Un simile discorso non può essere in alcun modo applicato al Messia o ad una fuga in Egitto da parte di una famiglia perseguitata.

Dal Vangelo di Matteo possiamo trarre anche un ultimo esempio di distorsione delle profezie bibliche, quello relativo all’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino:
Quando furono vicini a Gerusalemme, giunti a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che si trova davanti a voi; e subito troverete un’asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. […] Ora questo accadde affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta [Zaccaria], che dice: «Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un asino, un puledro, figlio d’asina» (Matteo 21:1-5).

Ancora una volta è indispensabile considerare la profezia all’interno del brano da cui è stata estrapolata, per comprendere se essa possa davvero essere applicata a Gesù:
Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile e cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Io farò scomparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme; gli archi di guerra saranno annientati. Egli parlerà di pace alle nazioni; il suo dominio si estenderà da mare a mare, e dal Fiume fino all’estremità della terra. […] Poiché io piego Yehudah come un arco, armo l’arco con Efraim, e solleverò i tuoi figli, o Sion, contro i tuoi figli, Grecia, e ti renderò simile alla spada di un eroe (Zaccaria 9).

Il contesto parla chiaramente di una guerra che coinvolge le tribù di Yehudah e Efraim, i popoli vicini e la Grecia. Il profeta annuncia l’arrivo di un re liberatore che porterà la vittoria ed instaurerà un regno di pace. Nessuno di questi elementi è compatibile con le vicende narrate nel Vangelo.
Per risolvere queste e tutte le altre incongruenze, molti cristiani ricorrono alla teoria dei “doppi adempimenti”, o “doppi significati”. Secondo tale concezione, alcune profezie avrebbero due significati distinti: uno “storico” e uno più “spirituale” relativo a Gesù. È tuttavia chiaro che, seguendo una simile congettura, le profezie bibliche potrebbero essere sfruttate per dimostrare qualsiasi cosa. Una prova della messianicità di Gesù non può essere costruita tramite la teoria dei “doppi adempimenti”, ma dovrebbe invece essere basata sul contesto e risultare almeno coerente con il significato reale del passo biblico.

Lo stesso metodo di stravolgere e travisare le Scritture ebraiche è utilizzato dall’apostolo Paolo nelle sue epistole, che costituiscono la sezione più ampia del Nuovo Testamento.
Nella lettera ai Romani, Paolo cita un verso del Deuteronomio e lo interpreta in maniera incredibilmente forzata:
Questo comandamento che oggi ti prescrivo non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è in cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo per portarcelo e farcelo ascoltare, perché lo mettiamo in pratica?”. E non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi passerà per noi di là dal mare per portarcelo e farcelo ascoltare, perché lo mettiamo in pratica?”. Ma la parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica (Deuteronomio 30:11-14).

Il messaggio che la Torah vuole comunicarci in questo brano è molto chiaro: I precetti di Dio non sono troppo difficili per l’uomo, ma sono stati rivelati per essere messi in pratica. Nonostante ciò, nella sua epistola, Paolo sembra ignorare il vero significato del passo del Deuteronomio, e ne offre una spiegazione inaccettabile:
«La parola è vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede, che noi predichiamo, poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù, e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato (Romani 10:8-9).

In un’altra epistola, l’apostolo distorce anche l’antica promessa divina fatta ad Abramo, nel tentativo di dare un fondamento biblico alle sue dottrine:
Io ti benedirò grandemente e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (Genesi 22:17).
Questa benedizione si riferisce ovviamente all’intera discendenza del popolo ebraico; eppure, nella sua interpretazione, Paolo sostiene che essa si applichi in realtà soltanto a Gesù:
Ora le promesse furono fatte ad Abramo e alla sua discendenza. La Scrittura non dice: «E alle discendenze» come se si trattasse di molte, ma come di una sola: «E alla tua discendenza», cioè Cristo (Galati 3:16).

Ogni cristiano onesto dovrebbe chiedersi come potrebbe un Ebreo fedele alla Torah prestare fede a delle argomentazioni fondate su un uso tanto bizzarro della Bibbia ebraica.

Le vere profezie messianiche, quelle che l’Ebraismo riconosce come tali, le troviamo espresse in maniera semplice ed esplicita all’interno delle Scritture. Queste profezie riguardano in particolare:

  • Il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele e la fine dell’esilio (Deuteronomio 30:3; Isaia 11:11-12; Geremia 32:37; Ezechiele 36:24).
  • L’instaurazione di un regno di pace per l’intera umanità (Isaia 2:4; Isaia 60:18; Michea 4:3).
  • La ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (Isaia 56:6-7; Ezechiele 37:26-27; Zaccaria 14:20-21).
  • La diffusione della conoscenza di Dio fra tutte le nazioni (Isaia 2:3; Geremia 31:34; Sofonia 3:9; Ezechiele 38:23; Zaccaria 8:20-23).

Poiché nessuna delle promesse bibliche appena citate è stata realizzata al tempo di Gesù di Nazareth, gli Ebrei attendono ancora oggi l’inizio dell’era messianica.

2 – I miracoli

Secondo gli scritti del Nuovo Testamento, sia Gesù che i suoi apostoli attiravano grandi folle di discepoli operando guarigioni, segni e prodigi di ogni tipo. Queste capacità soprannaturali vengono presentate nei Vangeli come una prova evidente del fatto che Gesù fosse stato mandato da Dio:
Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome (Giovanni 20:30-31).

La resurrezione, la camminata sull’acqua, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la guarigione dei ciechi sono solo i più famosi dei tanti miracoli descritti nei Vangeli e negli Atti degli apostoli. Tuttavia, tutti questi eventi soprannaturali non possono costituire una prova della messianicità di Gesù, né una garanzia dell’attendibilità della fede cristiana. Ci sono infatti due problemi che rendono inconsistente l’argomentazione basata sui miracoli:

  • Le uniche fonti scritte che parlano dei presunti prodigi compiuti da Gesù sono quelle contenute nel Nuovo Testamento. Non esistono documentazioni storiche o prove di altro genere che possano confermare i racconti dei vari miracoli. I Vangeli, come abbiamo visto, furono scritti con il dichiarato intento di presentare Gesù come il Figlio di Dio. Si tratta perciò di testimonianze tutt’altro che imparziali.
  • La Bibbia ebraica afferma che persino i falsi profeti possono avere la capacità di ingannare il popolo con segni miracolosi. La Torah mette in guardia gli Israeliti contro questi impostori:  Se sorge in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti ha parlato si avvera e dice: «Seguiamo altri dèi che tu non hai mai conosciuto e serviamoli, tu non darai ascolto alle parole di quel profeta o di quel sognatore» (Deuteronomio 13:1-3; vedi anche il caso degli stregoni egiziani in Esodo 7:11).
    È interessante notare che un’affermazione simile compare anche nel Nuovo Testamento: Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e miracoli tanto da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti (Matteo 24:24).
    Da ciò si deduce che neppure i presunti eventi soprannaturali possono costituire un fondamento valido per la religione cristiana.
3 – L’esperienza personale della fede

Il motivo principale per cui molti cristiani (in particolare evangelici e pentecostali) dichiarano di credere in Gesù è il valore che la fede assume nella loro vita. I predicatori evangelici non propongono il Cristianesimo come una semplice religione a cui aderire, ma come una relazione autentica con un Salvatore personale che ama tutti gli uomini e che ha liberato il mondo dal peccato con la sua morte in croce.
Il famosissimo pastore battista Charles Haddon Spurgeon, autore di innumerevoli sermoni, scrisse a proposito della sua fede: «Non trovo migliore cura per la mia depressione che confidare nel Signore con tutto il mio cuore, e cercare di realizzare ancora la potenza del sangue di Cristo che parla di pace, e il suo infinito amore nella sua morte sulla croce per seppellire tutte le mie trasgressioni».

Da questa concezione emerge un rapporto con la fede basato sul sentimento, non sul pensiero razionale. È chiaro che da un simile approccio, legato inscindibilmente alle proprie emozioni personali, non è possibile trarre una prova oggettiva. Il Cristianesimo, infatti, non è l’unica religione che offre conforto e speranze di salvezza ai propri fedeli. Per quale motivo la gioia provata da un cristiano pentecostale durante un culto dovrebbe essere diversa da quella di un cattolico che riceve con emozione l’Eucaristia, o da quella di un buddista in estasi nelle sue meditazioni? Con quale criterio i predicatori pretendono che la consolazione della vita eterna della loro fede sia una prova della veridicità del Cristianesimo, se una speranza molto simile è annunciata anche dall’Islam, dallo Zoroastrismo e da molte altre religioni, sette e filosofie?
Se una dottrina è capace di donare conforto, ciò non significa che essa sia fondata sulla verità. Il Cristianesimo, che si autoproclama come la “continuazione” dell’Ebraismo, e che pretende di rappresentare l’adempimento delle promesse messianiche, potrebbe essere accettato dal popolo ebraico solo se risultasse del tutto coerente con il messaggio della Torah. Un confronto accurato tra la Bibbia ebraica e la fede cristiana, condotto senza preconcetti, appare dunque l’unica strada da percorrere se si vuole davvero rispondere a quell’antica domanda che ancora oggi, nella mente di molti, segna una voragine di separazione tra gli Ebrei e tutti coloro che si dichiarano discendenti spirituali di Abramo.